La rotonda del cosmo e Mastro Geppetto (leggenda, vera, di Almenno San Salvatore)

FOTOREPORTAGE SU IL GIORNO
Bruna Bianchi
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Il calzolaio di piazzale Loreto che ha visto il Duce da vivo e da morto

 

Lasci alle spalle piazzale Loreto, cammini per cento metri in via Andrea Costa e quell’insegna – Calzolaio – che chissà quante volte hai visto – distratto – passando a piedi o in auto, all’improvviso richiama una memoria antica. Ti avvicini alla vetrina e ti scappa un sorriso. Ma cosa hanno esposto sui ripiani? Cianfrusaglie. Oggettini. Cose vecchie, piccole, polverose. La memoria va subito alle stesse cose inutili di negozi fermi nel tempo e nelle menti un po’ caotiche che di quel niente ne fanno un orgoglioso richiamo. E’ una bottega bugigattolo quella di Lorenzo Tricella, scalcagnata al punto da sembrare un sottoscala, con una finestrella di legno che ti fa sbirciare sulle sue mani all’opera, quadretti alle pareti indatabili, a parte uno di lui marciatore. E’ nato in questa casa, che se la guardi meglio è vecchia di inizi 900 con ghirigori sui balconi, e sembra popolare ma lui dice che non lo è. Dice anche di essere milanese come lo era suo padre, che quel negozio l’ha aperto nel 1930 e uomo di casa (al quarto piano) e bottega c’è rimasto lui con la sua consorte. Ha 84 anni e bisogna dire che non li mostra affatto. Non ha la schiena curva, non ha la voce flebile, non ha nemmeno la lentezza tipica dei vecchi. Dal cognome non sembra milanese doc, ma quando racconta capisci che lo è davvero per come parla di Milano e di quella Milano che lui e chissà quanti – pochissimi altri – ben rappresentano. Anzitutto l’orgoglio di avere avuto un padre di mestiere calzolaio e di farlo lui stesso da sempre visto che in quella bottega e in mezzo alla strada (cortissima, che collega con via Padova e si chiama via Bambaia) praticamente ci viveva sin da bambino coi fratelli. E poi quel moto di stizza che hanno solo i milanesi, al ricordare, senza smettere di spennellare il tacco di una bella scarpa da donna – che lui il 10 agosto non ci va più alla commemorazione dei 15 martiri di piazzale Loreto: “Ho sentito troppe cretinate. Io c’ero, quelli che vengono ogni anno e si fanno belli a raccontare, non sanno un accidenti”. Lui c’era a vederli, tirati giù dal camion che veniva da viale Abruzzi, messi in piedi davanti al distributore e tre di loro che erano anche scappati verso viale Monza e li hanno ripresi e fucilati. Lui c’era, quando pochi giorni prima era esplosa la camionetta delle SS (che avevano il comando proprio nell’albergo della piazza) in viale Abruzzi, che ha scatenato la vendetta. Dalla finestra di casa sua, piazzale Loreto si vede senza binocolo. Dal negozio vedeva anche il distributore della Esso, dove li hanno buttati uno sull’altro e tenuti a farli mangiare dalle mosche tutto il giorno per spaventare partigiani e affiliati, liberi pensatori e politici, lavoratori e abitanti. State attenti, noi uccidiamo! Racconta, Lorenzo, come se quella rabbia ancora non gli fosse passata e ritorna su dallo stomaco alla gola come un boccone acido. Mussolini. “Passava di qua in auto sempre con la stessa faccia con la testa all’indietro, burbera, atteggiata a divo cattivo. E’ venuto a inaugurare il Caterina Da Siena, la scuola delle ragazze, con quella smorfia da faccio tutto io, comando tutto io, decido tutto io”. Vi faccio contenti e piccoli italiani, come voglio io.
Poi l’hanno appeso lì dove c’erano stati i martiri, allo stesso distributore della Esso ormai dismesso da tempo. “Ci sono andato, avevo dieci anni. Ma chi si dimentica una cosa simile”. Tanta gente si è radunata dalle prime ore del mattino, e appena hanno calato lui, la Petacci e i gerarchi, la folla ha cominciato a farsi largo per avere il privilegio di tiragli calci e sputargli adosso. Ecco, questo è per la fame che ci hai fatto patire, ecco questo per gli italiani ammazzati, ecco, questo perchè ci hai mandato ancora a fare la guerra, ecco questo è per i bombardamenti su Milano, ecco questo è per la tua vigliaccheria, duce maledetto”. Da morto, perché da vivo non potevano.
I partigiani non li hanno lasciati appesi e in vista a monito – o vendetta – per tutto il giorno come avevano fatto i tedeschi. Altra razza, loro. Si uccideva, non si umiliava. Alla Claretta gli hanno messo le mollette alla gonna perchè a testa in gù non si scoprissero le gambe. C’era il senso del pudore, nonostante tutto.
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Lorenzo dice che di lui parlano tutti, anche all’estero. Lo intervistano e lui ripete le stesse cose che ha visto da bambino. Poi parla della Milano di oggi, dei politici di oggi, del suo negozio di oggi, Lavoro non è mai mancato e non manca, sostiene con quella bisognosità di non farsi vedere mai un perdente. “I politici di oggi… ma che ne sanno. Ma chi sono? Ma da dove vengono?”. E senti dietro alle sue parole un rigurgito nostalgico di socialismo, quello del sindaco Aniasi che tanto è rimasto impresso nei milanesi degli anni ’60 e 70. “Quando dovrò lasciare per forza – ma intanto vado avanti – si dovrà chiudere, e sarà un peccato”. I suoi figli e i suoi nipoti no, non hanno voluto fare i calzolai. Mestiere che non rende niente se cambi le solette ai tacchi dei vicini di casa. “Io aggiusto solo scarpe, perchè i calzolai devono aggiustare solo le scarpe”.

Bruna Bianchi Giornalista
Milano
(foto e testo non si possono copiare, si può condividere)calzolaio-16

Il mostro di Foligno chiede scusa

Luigi Chiatti si è definito da solo il “mostro di Foligno”. L’ha fatto firmando le sue missive di sfida alle forze delle ordine – come un serial killer da film – dopo avere ucciso il piccolo Simone Allegretti di 4 anni e avvertire di un altro omicidio che effettivamente verrà compiuto 10 mesi dopo: Lorenzo Paolucci di anni 13.

Luigi Chiatti  in realtà si chiamava Antonio Rossi, dal cognome della madre rimasta incinta a Narni, nel Ternano, in Umbria. Nome e cognome nuovi sono stati acquisiti all’età di sei anni, dopo l’adozione da parte dei coniugi Chiatti di Casale, piccolo comune nei pressi di Foligno, stavolta in provincia di Perugia.  Il bambino Antonio una identità l’aveva, e aveva anche una madre che pur tra mille difficoltà e sensi di colpa per averlo messo in un Istituto religioso, lo andava a trovare. Finchè non c’è più andata e non sarebbe strano sapere che sia stata consigliata dalla stessa struttura a dare il bambino in adozione definitiva. Di quell’Istituto religioso si è però saputo ufficialmente al processo che il piccolo Antonio veniva abusato da un sacerdote. Cosa succede ai bambini abusati e in questo caso anche senza genitori “puliti” e casa “pulita” dove potersi rifugiare? Dopo aver subito il trauma o ripetuti traumi, quasi sempre sviluppano anche un importante disturbo della personalità. Ma traumi e difese psichiche per evitarne il ricordo emotivo dirompente non si evidenziano sempre subito e neppure in un modo ben visibile, e se anche fosse visibile è difficile interpretare correttamente. Uno dei comportamenti messi in atto dai bambini abusati è la dissociazione psichica scambiata facilmente per “stare sulle nuvole” o “estraniarsi”. Altri sono i capricci o il mettersi in mostra con eccessi o addirittura all’incontrario tentare di essere invisibili e restare in disparte. I disturbi in generale diventano più evidenti nell’adolescenza ma anche allora si tende a giustificare e interpretare (piscologi compresi) senza approfondire con test e osservazioni mirate. Prima che scatti il vero allarme occorrono azioni eclatanti e delinquenziali non coperte dalle famiglie che non sempre però sono azioni eclatanti e non sempre le famiglie sono disposte a compiere percorsi diagnostici seri e molto lunghi.

Chiatti è un bambino del 1968 in una regione piena di luci ed ombre, di contadini poveri, di abitanti ricchi, di immigrati italiani, di ragazzi drogati e di Medioevo ancora incombente.  Di pellegrini e religione e di apparenza da salvaguardare. L’Umbria è una terra fortemente contradditoria, ambigua, chiusa verso il suo sud e più aperta verso il suo nord, con accenti e addirittura parole dialettali differenti a seconda della vicinanza alle altre regioni con cui confina. E’ terra di bullismo e suicidi e negli anni 90 (epoca degli omicidi) è stata anche terra di terremoto, morti, distruzione e paura.

I genitori adottivi (il padre è medico) comunque mandano Luigi dallo psicologo perchè il ragazzino è strano: colleziona vestiti di bambini e pare omosessuale o per lo meno in crisi di identità. Data la sua storia di orfanotrofio, abbastanza normale che lo sia e vada aiutato. Ma nel suo caso lo psicologo coglie ben poco di pericoloso e rilevante e gli diagnostica un io fragile, cioè fermo allo stadio infantile e non strutturato che dice molto in alcune patologie psichiatriche ma molto meno a chi cerca solo di intervenire terapeuticamente (e verbalmente) su un ragazzo ancora in formazione e ben poco desideroso di farsi aiutare.

E’ il servizio militare, allora ancora obbligatorio, a imprimere una svolta netta non solo alla sua identità sessuale (che diventa con evidenza omosessuale) ma con tutta probabilità anche alla sua percezione della realtà. Non è il primo e unico caso in cui il servizio militare, fortemente strutturato, (ma anche la lontannza dal contenimento familiare) nelle personalità fragili e già disturbate aumenta gli stress e le difese disfunzionali fino a fare esplodere le patologie e renderle conclamate.

E’ il 4 agosto del 1992 quando Chiatti, che rumina nella psiche, alterando la realtà, riesce ad agganciare con facilità il piccolo Simone che si era allontanato da casa solo. Cosa vuole da lui? Vederlo nudo e molestarlo sessualmente, ma di fronte al pianto del bambino lo uccide. Voleva solo molestarlo o anche ucciderlo? E chi era quel bambino nella mente perversa non dell’omosessuale, ma del pedofilo Chiatti? Ce lo fa sapere lui stesso, anche se in modo maldestro e allora non interpretato dalle forze dell’ordine che quando trovano, su sua indicazione, il corpo del bambino, non analizzano proprio quel comunicato tra delirio di richiesta di aiuto, ammissione di colpa e sfida all’autorità. Chiatti chiede aiuto perchè sa che uccidere l’ha fatto stare meglio e in contemporanea è narcisisticamente contento di non fermarsi e farlo sapere addrittura alla polizia. Oggi si definirebbe più facilmente uno psicopatico pericoloso e non un maniaco sessuale pedofilo. Lui stesso si definisce mostro perchè tale si sente e tale vuole mostrare di essere, fino in fondo. Sotto il mostro però, c’è sempre un bambino piccolo che ha pianto senza lacrime. Averne compassione è la cosa più sbagliata che si possa fare.

Dieci mesi dopo, Chiatti ucciderà un ragazzino di 13 anni che stavolta conosce e con cui passa del tempo insieme senza generare sospetti. Forse non intendeva ucciderlo? O forse anche stavolta è scattato lo stesso meccanismo della prima: chi era il primo, bambino piccolo e solo (abbandonato?) e poi il secondo, adolescente (rifiutato nella sua identità?), nella mente di Chiatti?  Luigi Chiatti è lineare nei suoi comportamenti, e per questo al processo viene ritenuto capace di intendere e volere e condannato a 30 anni di carcere. Due anni fa gli è stato negato, come altre volte, il permesso di uscita perchè  ritenuto dal magistrato ancora socialmente pericoloso. Ieri il ragazzo (ormai uomo) ha fatto pubblicare dai giornali tramite il suo legale una lettera di scuse alle famiglie con riflessione sul suo cambiamento. E’ una lettera nella quale non si chiede perdono (a differenza di molte altre spedite dai detenuti assassini) ma si porgono le scuse per un comportamento di molti anni fa e non più corrispondente a se stesso di oggi. E’ lecita la domanda? Può il carcere cambiare la percezione di se stessi gurdando il proprio passato con dolore e rammarico? Sì, se non ci sono sottostanti patologie che hanno costruito quel passato. Se in vece queste ci sono, il carcere non cura nessuna patologia mentale, nè fa compiere percorsi miracolosi quando si uccidono bambini con il preciso scopo di uccidere bambini e non per coinvolgimento durante l’attuazione di un crimine o vendette trasversali. Mente l’abuso sui minori è molto diffuso, lo è fortunatamente molto meno il delitto di minori. Ancora più raro è il pluriomicidio a distanza di tempo senza neppure (come nel caso del ragazzino 13enne) una vera motivazione sessuale: era stato uno scatto d’ira senza molestie. Se l’omicidio del piccolo Simone è stato interpretato come la consegenza del timore di essere riconosciuto dal bambino in lacrime, Chiatti non avrebbe mai ucciso la seconda volta, quando invece neppure si è protetto dalla polizia (come invece ha fatto la prima) e le tracce di sangue hanno portato diritto a casa sua. Voleva essere preso? Evidentemente no.  Non si è premurato di difendersi e perciò è stato arrestato.Tra i suoi disturbi giovanili esisteva già il discontrollo degli impulsi, un segnale importantissimo che purtroppo non viene ritenuto grave, ritenendo i bambini e i ragazzi incapaci di autocontrollo. Non è vero: il controllo si insegna e si apprende. Se non viene appreso, mette in luce un disturbo che va osservato con altri comportamenti spesso correlati. L’impulso all’azione riconosciuta immorale o sbagliata, indica già una capacità di discernimento che il bambino e poi il ragazzo e infine l’adulto non sanno (o non vogliono) controllare. Perché? Perché stanno meglio dopo aver agito!

Le scuse di Chiatti perciò sono parole vuote, convenzionali. Oppure piene di altri signifcati, il primo dei quali è: fidatevi di me e fatemi uscire di qui ora e non nel 2021.

In fondo però non manca molto al fine pena: cosa cambierebbe? Niente per uno che ha trascorso 24 anni di vita in cella e ha 50 anni. Molto, se fuori ha qualcosa o qualcuno per cui vale la pena di uscire.

Secondo la ma opinione, Luigi Chiatti doveva essere considerato un malato di mente (perchè tale è)  benchè con l’incapacità di intendere e volere avrebbe scontato solo dieci o quindici anni al massimo in un OPG. Avrebbe avuto farmaci e cure psichiatriche (e soprattutto una corretta diagnosi). Con la loro chiusura sarebbe finito in una comunità per soggetti socialmente pericolosi (al pari di altri assassini narcisisti perversi mai recuperati) e da lì probabilmente non sarebbe mai uscito se non per lavorare in qualche cooperativa.

Ricordo il processo e la sua capacità di parlare dei fatti commessi, pari a quella di oggi di scriverne. E della sua condanna per essere stato capace di capire cosa stava facendo la prima e la seconda volta.

Conosco di persona un assassino, molto giovane, che parla di quello che ha fatto incolpandosi continuamente e spiegando dettagliatamente anche il perchè l’ha fatto con grande capacità di autoanalisi. Ha una riconosciuta patologia mentale e una infanzia che difficilmente non poteva svilupparla ma io, dalle sue parole, non percepisco nessuna emozione, nè buona nè cattiva. Proprio nessuna.

 

Il naufragio della Principessa Mafalda

“Del ‘Principessa Mafalda’ a todos: SOS…! ¡Del ‘Principessa Mafalda’ a todos: SOS…! Estamos en peligro. Nuestra posición: 16º Lat S y 37º 51’ Long O. Vengan enseguida. Necesitamos asistencia”
Mancava un minuto alle 5 del pomeriggio, quel 25 ottobre del 1927, sul piroscafo Principessa Mafalda all’ultimo viaggio della sua onorata carriera tra Genova e Buenos Aires.

Un angustiante diálogo.  Los radiotelegrafistas italianos Luigi Reschia y Francesco Boldracchi desempeñaron una ardua labor, muriendo en cumplimiento de su deber.
Desde el barco inglés respondieron:
– Estamos cerca, a la vista, y vamos hacia ustedes. ¿Qué peligro corren?.
Desde el buque holandés contestaron:
– Llegaremos dentro de veinte minutos.
Desde el barco francés dijeron:
– Vamos hacia ustedes. Llegaremos a las 22:30.
Hubo un largo silencio. A las 19:52, otra vez el ‘Principessa Mafalda’:
– Continúen viviendo hacia nosotros. Vengan en nuestro salvamento.
Cuatro minutos después, el coloso italiano dejó de transmitir. A las 20:05 horas el ‘Formose’ pide al ‘Empire Star’ la posición del infortunado buque italiano. El inglés responde acerca de la posición requerida e informa:
– ¡Estamos salvando sobrevivientes!.
– ¿Se ha hundido entonces?. No captamos sus transmisiones.
– No, todavía no se ha hundido. Pide que envíen todas las embarcaciones disponibles”La più lussuosa nave da crociera italiana, costruita a Riva Trigoso nel 1908, aveva già portato avanti e indietro dall’Argentina, dall’Uruguay e dal Brasile, i sudamericani benestanti curiosi di conoscere l’Europa .
Quell’ottobre del 1927 si decise che la Mafalda era ormai da rottamare e avrebbe compiuto l’ultimo viaggio. L’anno prima aveva portato in Europa Carlos Gardel e c’era anche Luigi Pirandello  tra le tante celebrità che conobbe il comandante italiano Simone Gulì. Gulì quella notte, al porto di Genova, non aveva voglia di partire. Aveva il presentimento che la sua nave stavolta non ce l’avrebbe fatta. Caricarono 1261 persone, 977 passeggeri e 287 dell’equipaggio. Nelle stive, insieme alle casse di biancheria delle nobildonne argentine che avevano fatto acquisti in Europa, c’erano anche 250 mila lire in oro donate dal governo italiano alla Banca Nazionale d’Argentina come contributo per i tre milioni di emigranti che quella terra prosperosa stava sfamando.
A Genova, per il suo ultimo viaggio, la Mafalda imbarcò emigranti italiani, molti contadini, artigiani, ragazzi, donne e bambini marchigiani che avevano deciso, massì, di dire addio alla propria terra. Tra lacrime, abbracci e fazzoletti sventolati già si pensava alla nuova vita che attendeva oltre l’oceano, in una traversata veloce che avrebbe unito l’Italia all’Argentina in soli 15 giorni.
“El ‘Formose’, que avanza a toda máquina, avisa al ‘Alhena’:
– Llegaremos a las 22:30 horas.
La réplica de los holandeses es dramática:
– Llegarán ustedes tarde. Si hay algún otro barco cerca, que venga enseguida.
Hay uno cerca, es el ‘Mosela’, que a las 20:38 horas entra en la escena del drama con este mensaje:
– Nuestra posición de mediodía es 17º 44’ Lat S y 38º 22’ Long O. ¿Qué ocurre?.
Responde el ‘Formose’:
– El ‘Principessa Mafalda’ pide auxilio. Venga.
El ‘Mosela’ fuerza sus máquinas. Está aun lejos del lugar, cuando sus hombres deben comenzar a recoger sobrevivientes. La tragedia ha comenzado. Desde las 21:35 en adelante se suceden los mensajes con urgencia asfixiante:
– Estamos descargando botes y nos acercamos al ‘Principessa Mafalda’.
– No tenemos más embarcaciones y aun hay mucha gente a bordo. El ‘Alhena’ está aquí también recogiendo náufragos!!
Un rumore sordo, come di un tuono, fermò il suono dell’orchestra che rallegrava la traversata.  I bambini vennero richiamati dalle madri, sul ponte di comando i chiacchiericci si placarono di colpo. La tragedia, palpabile nell’aria da giorni, dopo che le macchine si erano già fermate ben 8 volte,  scatenò all’improvviso il panico. Un ufficiale corse ad annunciare di calare le lance: “Stiamo per affondare”. Le coste del Brasile erano vicine quando le stive iniziarono ad allagarsi:  in poche ore la Principessa Mafalda sarebbe arrivata al porto di Buenos Aires e invece il destino era lì, nel mezzo dell’oceano, pronto a inghiottire gioia, dolore e speranze di ognuno.
Si udirono spari di chi preferì morire suicida piuttosto che farsi maciullare la carne a morsi dagli squali. Si udirono pianti, grida e si viderono gesti eroiche di chi salvava donne e bambini rinunciando alla sua propria vita.
Tra di loro c’era anche un marinaio figlio di italiani, Anacleto Bernardi, classe 1906. Se lo mangiò uno squalo bianco dopo aver salvato tante vite umane. Buenos Aires gli ha dedicato una via e una statua.
“A las 21:50 el ‘Principessa Mafalda’ puede volver a transmitir:
– Lancen fuegos artificiales y preparen todos sus botes de salvamento. Hay mucha gente a bordo.
– ¿Cuántas personas?.
– Espere un poco. Estoy preguntando.
Transcurre media hora de silencio. Después:
– No sé exactamente cuántos son. Muchos se fueron con los botes. Pero quedan aun.
A las 22:45 horas:
– Encenderemos los tres últimos fuegos que tenemos. Manden todos los botes.
A las 22:56 horas:
– Es urgente. Vengan rápido. La nave se da vuelta. Ayudadnos y venid los tres aquí.
El ‘Formose’ intenta alentarlos con palabras de esperanza:
– Coraje. Estamos en el lugar del naufragio.
– Sí, gracias. Muchas gracias. Tenemos coraje, pero es por las mujeres y los niños.
Silencio. A las 23:20 llega el último mensaje del trasatlántico italiano:
– Diga a sus embarcaciones que vengan a nuestro babor. A estribor es imposible.
A las 00:09 el ‘Formose’ llama a las otras naves:
– Avisamos a todos que el ‘Principessa Mafalda’ acaba de hundirse y que varias naves están en estos momentos recogiendo náufragos”.
Le scialuppe di salvataggio si rovesciarono. I bambini erano il problema più grave e cercarono di metterli tutti insieme, legandoli perchè il mare non se li trascinasse via mentre la nave zigzagava paurosamente e si inclinava, ma le madri corsero disperate a impedirlo. Nessuno voleva separarsi dai propri figlioletti.
Alle 22 e 10, dopo 5 ore di agonia, la Principessa Mafalda si inabissò, alzando la prua al cielo. Il comandante e altri 9 ufficiali  rifiutarono di porsi in salvo abbandonando la nave.  Le navi giunte in soccorso riuscirono a raccogliere mollti naufraghi, ma il mare si prese la vita di 657 persone, secondo i giornali sudamericani di Argentina, Uruguay e Brasile e solo 314 per il Corriere della Sera che spense i toni della tragedia degli emigranti italiani, su un’ammiraglia italiana che non avrebbe dovuto fare quell’ultimo viaggio,  perchè il fascismo non voleva dare notizie funeste al popolo.
La tragedia del Titanic aveva già sconvolto il mondo15 anni prima con i suoi 1503 morti.
Dieci miglia al largo di Porto Seguro, a 1400 metri di profondità, c’è ancora il relitto della Principessa Mafalda con la sua cassa chiusa da un lucchetto che contiene 80, 625 chilogrammi di oro italiano.

 Ma questa è leggenda. La tragedia degli emigranti italiani invece è vera.

Bruna Bianchi

Roma, eternamente abbandonata

Sono stata a Roma lo scorso aprile. Per la prima volta per capirla nelle sue parti più oscure.
Ho viaggiato molto, più spesso in luoghi problematici che in quelli puliti. Ho aumentato, negli anni, le percezioni immediate, di pancia prima che di testa. A Roma sono andata a vedere il quartiere San Lorenzo che non conoscevo, pur avendo letto moltissimo per la fama che ha del grave bombardamento del 1943.  Ho parlato con tutte le persone che ho trovato per la strada, al mercato, nei bar.  Ho camminato diverse ore, tra le strade del quartiere, l’Università La Sapienza (dove è stata uccisa Marta Russo con un colpo di pistola sparato da due studenti alla finestra) e il cimitero monumentale del Verano dove sono sepolti tutti i grandi.

In una di queste strade di San Lorenzo, è stata violentata e uccisa Desirèe, una ragazza di 16 anni. Il suo corpo è stato trovato giovedì sera su denuncia di una sua amica. L’autopsia, fatta oggi, ha stabilito che è stata violentata da diverse persone (4 o 5) ed è morta per overdose di droga, cioè è stata drogata per poterla abusare in gruppo.

Desirèe era all’interno di un luogo occupato. Luogo non luogo, dove si spaccia, si bivacca, si fanno affari sporchi e si è sporchi per definizione perché lì, rasoterra e nascosti da un muro, si sceglie di stare. Una ragazza è come un punchball per sfogare tutta la rabbia del mondo, ma invece di picchiarla si può umiliarla e usarla a più non posso in una escalation di schifo (il nostro) compiuto da persone che invece provano sollievo e normalità nel fare del male. Chi delinque e compie crimini aberranti non vede neppure la differenza tra normalità e crimine finchè non scattano le manette e qualcuno glielo ricorda. Ma anche in questo caso, il crimine, nei bassifondi dell’emarginazione, non ha lo stesso significato che possiamo dare noi che proviamo rabbia, schifo e pietà.

Basta vedere San Lorenzo per capire che i ragazzi universitari che oggi riempiono le case di un paio di strade, hanno accettato di vivere in un luogo non luogo dove ci sono delinquenti che ti dicono apertamente di esserlo, con orgoglio, e scritte sui muri che piangono delinquenti uccisi da altri. Scritte fasciste e naziste si mescolano con quelle rosse e di sinistra e gli anziani ti mostrano e raccontano le case bombardate che hanno sistemato come fossero musei all’aperto senza esserlo.  Chi non fa affari con gli studenti, vive nella stessa povertà e stessa emarginazione (reale e culturale) di 70 anni fa: anche allora Roma viaggiava sul doppio binario politico di appoggio e opposizione al Duce, di poveri e furbi, di vittime e colpevoli. I ragazzi che studiano all’Università, al domandarglielo, neppure sanno cos’è successo qui nel 1943 e quelli che ci abitano nemmeno sanno che quel quartiere non è solo baretti per ragazzi ma che lì c’è la ferrovia e degrado. Proprio per quello scalo ferroviario è avvenuto il feroce bombardamento a tappeto dei tedeschi e proprio lì, a ridosso della ferrovia, sono andata e quasi subito tornata indietro. Avevo la netta sensazione di essere in Sudamerica e con la stessa sensazione di pericolo che dà un luogo dove tutti si possono nascondere e non sai dove, dove tutto è disastrato, rotto, abbandonato e non sai chi vive in quell’abbandono. Ora lo sappiamo. Ma i romani lo sapevano anche prima. Che fossero extracomunitari non significa molto. La delinquenza ha spesso una connotazione politica di estrema destra per il fatto di essere messa in atto da anti-sociali: lo sono spesso i galeotti e gli ex galeotti, i loro sostenitori e i nostalgici. Per quanto qui siano conosciute le associazioni di sinistra, è la destra romana, quella fascista e delinquenziale a dare l’impronta al quartiere. Cosa c’entra con Desirèe? C’entra con il non visto non di un governo, ma di tutti i governi che hanno messo le mani su Roma senza mai fare interventi seri, strutturali, fuori dal centro storico per turisti, rovinato dai turisti, assaltato dai tursiti dove non si sa più se è il turismo (e le centinaia di ministeri e derivazioni pubbliche) a mangiarsi Roma o Roma ad essere mangiata. Tutto, nei quartieri periferici di Roma si attorciglia su se stesso e camminando camminando percepisci e vedi con gli occhi un degrado insopportabile. Di anni, di secoli. Strutturale. Parte di questa enorme città che ha ancora ovini qua e là, asfalto rotto così come sanpietrini rotti, spazzatura che non è sporcizia, ma una spazzatura come quella dei bassifondi Napoli o addrittura di un campo-rom.   Se parli con gli spazzini te lo spiegano e quello che arriva non è la verità ma una sorta di indolenza romana, statale, pubblica (che mi frega, io prendo lo stipendio), dove solo la classe alta e borghese (che con fortuna vive in zone o case eleganti o accettabili) e culturalmente elevata ha trovato il modo per amare Roma e chiudere gli occhi su tutto quello che è insopportabile anche solo alla vista. Sono stata a Roma tantissime volte in un quartiere periferico accettabile. Non bello, non perfetto, non antico, ma accettabile. Ricordo che odiavo il traffico, vedevo solo quello. Ma lo odiavo perchè non capivo come si potesse accettare o addirittura provocare. Non sapevo ancora osservare oltre, nè parlavo con le persone come faccio invece da molti anni. Roma è bellissima se non attraversi, da estraneo, l’anima dei suoi abitanti. Se accetti, se ammiri, se fai il turista di passaggio che niente di più si aspetta. I romani sanno quanto sia difficile viverci, ma non sanno distinguere il significato del pericolo in Italia, abituati solo a quello che vedono, evitano o ci vivono in mezzo.

Desirèe era una ragazzina senza difese e non solo per l’età. Era senza basi forti, senza morale forte, senza “io” forte. Non sappiamo ancora perchè fosse lì, ma se era lì è perchè era un ambiente che non le faceva così paura o che credeva di conoscere e controllare. Sedici anni è un’età pericolosa in certi luoghi non luoghi d’Italia che non sembrano neppure tanto periferia (diamine, c’è una famosissima Università!) eppure lo sono irrimediabilmente. Lasciati a se stessi, incontrollati, con la parvenza (ancora peggio!) della vivibilità e cultura. Inutile che Salvini faccia i suoi show acchiappavoti o che la sindaca Raggi si mostri costernata. Inutili le proteste della gente che ben più di me (che ho visto solo ad aprile) sapevano bene che queste aree di disagio accumulano disagio e come il boschetto di Rogoredo a Milano e diventano luoghi pericolosissimi e non per lo spaccio in sè, come si pensa, ma per quello di chi occupa indisturbato le terre di nessuno per fare quello che vuole, dalo spaccio, al consumo alla violenza sulle ragazze.  Le terre di nessuno sono sempre di chi se le prende con la forza (e per forza si tratta di poveri, disagiati,  irregolari, deliquenti, gente ai margini) con la compiacenza di chi gli sta intorno e finge di non sapere e non vedere perchè “cosa posso fare io?”. Non è stato fatto niente da nessuno e qualcuno invece fa e fa molto, in questa libertà di vendere tramezzini agli studenti, affittare case agli studenti e lasciare merda due strade più in là. Persino il bellissimo cimitero del Verano è pietosamente senza cure come se a Roma interessasse solo lo specchietto per le allodole dei Fori, il Colosseo, Transtevere e poco altro con tutto lo spaventoso indotto del turismo orario da spennare a più non posso.  E i primi a spennare chiunque sono i romani, in quel malcostume eterno che viene incentivato anzichè frenato e regolato. La bellezza folgorante nasconde sempre il marcio. Eccolo emergere due volte in pochi giorni:  una ragazzina uccisa da un branco famelico e una scala mobile impazzita.  Il non controllo provoca il discontrollo. Peggio del bombardamento del ’43.

Genova, la città vecchia

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Sul balcone sotto il santuario di Coronata, dove sempre tira vento, in agosto c’erano comitive di cinesi che fotografavano il moncone bianco del ponte Morandi. Adesso c’è solo un nigeriano migrante, mani in tasca e giacca chiusa fino al collo, che guarda il vuoto sotto, a destra il mare, a sinistra la montagna, davanti la collina che degrada verso il castello dietro la stazione ferroviaria di Piazza Principe. Il suo volto è così triste e il suo sguardo così ampio, che nella testa deve avere mille pensieri e forse neppure uno per quel ponte spezzato.
Case, fabbriche, navi, gru del porto e quel viadotto autostradale che esce dalla montagna come un groviglio e ha un vuoto nel mezzo. Pensare che 5 minuti ancora di autostrada e sarebbero arrivati sull’altra sponda del torrente Polcevera, in discesa verso l’aeroporto, o Sestri, o il porto dei container al confine tra Genova e il suo ponente. Pensare che i genovesi non chiamavano questo ponte Morandi: “Per noi era Cornigliano” o, al massimo “il Brooklyn”. Finchè non arrivi quassù e ci giri tutto attorno non capisci niente. Ma come è fatta Genova? E qual è Genova? La città vecchia, murata, portuale, cantata da De Andrè, figlia della Repubblica marinara e di cose accatastate, di genti plebee e di ricchi commercianti sulla via del sale e della tela? O quell’altra, sorta a casaccio per far posto alle fabbriche (Ansaldo e Ilva) e poi raccontare una storia centenaria della meccanica delle ferrovie italiane e delle bobine dell’energia? C’erano una volta le ferrovie del fascismo. C’erano una volta 1500 deportati dal nazismo, figli operai dell’Ansaldo e delle lotte operaie. Genova città della Resistenza, medaglia d’oro della liberazione d’Italia.
Campasso, che è una strada ma con la nomea di quartiere di Sampierdarena, ha una chiesetta bianca che pare appoggiata nel mezzo del nulla e suona rintocchi del mezzodì in un silenzio surreale. In questa piazza di un quartiere operaio degli anni ’30 e ’40, con case a quadrato tutte finestre e muri alti come quelle della Roma fascista, cortile pulitissimo e vuoto e una scritta mai cambiata: vietato giocare a palla. Un anziano è affacciato alla finestra del secondo piano, con il ponte sopra la testa. “Da qui non lo vedo, dall’altra finestra sì”. Non sono stati sfollati, non ci sono piloni, non c’è obbligo di sicurezza. A Campasso non c’è più niente da moltissimi anni. Il mercato coperto di inizio secolo che rendeva viva la piazza a ridosso della ferrovia è un moncone di decadenza. Nella via che lo costeggia un’auto incidentata e, dietro, un pensionato che lustra la sua fregando con la mano. Se guardi in alto vedi un terrapieno bianco lungo lungo mal coperto da teli. Amianto, dicono qui.
Per tornare in Val Polcevera bisogna fare un giro larghissimo.
Il ponte Morandi in realtà si chiamava delle Condotte, nome che aveva preso dalla società che l’ha costruito: la società Italiana per le condotte dell’acqua. Era sorta a fine 800 e aveva costruito mezza Italia di tunnel, strade, viadotti, e anche un pezzetto di Francia finchè l’ha comprata il Vaticano e poi Sindona e poi l’Iri. E’ in una crisi nerissima da agosto, strana coincidenza, e costruisce ancora.
Chiesa, edilizia, società pubbliche e soldi, tanti soldi.
Almeno fosse tornato indietro qualcosa alla gente (i tanti immigrati del Sud) che sono finiti a lavorare e abitare sulle colline dietro Genova. Caotiche, improvvisate, accatastate. Fa male all’occhio vedere come si può conciare un promontorio dolce e imporgli gallerie, strade e stradine, ferrovie vecchie e nuove. E case sbilenche costruite su strade altrettanto sbilenche. Qui tutti parlano con accento genovese, anche Denny, che è russo dei dintorni di Mosca e il 14 agosto era là con la sua famiglia. “Mi ha scritto un whatsapp un amico che vive qui, in Certosa, vicinissimo al ponte. Mi dice che è venuto giù, e mi manda una foto che sembrava in bianco e nero, offuscata dalla pioggia quasi nebbia. E io gli dico ma se è lì il ponte! Poi apro meglio la foto e vedo che un pezzo non c’è più. Denny è alto, biondo, giovane. Guarda davanti a sè, con lo sguardo fisso sul pilone appoggiato su se stesso, nella via chiusa al traffico ma non ai lavoratori, che costeggia il torrente secco d’acqua e pieno di erba alta. Da qui, prima che i militari fermino, si vede il pilone che ha ucciso due operai dell’isola ecologica dell’Amiu (l’azienda genovese di raccolta rifiuti) che era proprio lì sotto. Erano al lavoro in 80 quella mattina del 14 agosto. Alle 11 e 30 Adriano ha lasciato l’automezzo sotto il pilone e ha detto, massì, oggi smonto cinque minuti prima, ed è andato a cambiarsi in magazzino. Era lì sotto e alle 11 e 35 ha sentito un rumore “come la frenata lunga di un treno”. Ha pensato: ma dov’è questo treno che non frena? Subito dopo un boato. E’ uscito, ha preso il cellulare e ha registrato in diretta una nuvola di fumo bianco e detriti che cadevano da tutte le parti. Il primo pensiero è stato di mettere su Facebook quello che stava accadendo. Il secondo, chiamare la moglie. Lei subito gli ha chiesto se la loro auto, parcheggiata come sempre vicino al ponte, si era rovinata. Lo ammette: “Mi ha telefonato, non ero preoccupata, e non ho capito subito la gravità di quello che era successo”.
E poi c’è Giusy, che è un po’ la pasionaria degli sfollati di via Fillak, 566 persone che sono dovute uscire dalle loro case costruite per i ferrovieri proprio davanti al torrente, sotto i piloni e con uno conficcato in parte dentro ultima casa, ha l’espressione di una donna rabbiosa e stanchissima. Calorosa con il sindaco, appena nominato commissario, e controllata con tutti gli altri che stanno lì sotto i tendoni aspettando di sapere quando potranno prendere le loro cose. Con lei ci si può avvicinare entrando dal cortile di un deposito edilizio: “Ricordo solo che ho chiamato la gente sulle scale per farla uscire, non so nemmeno quanto tempo sia passato”. No, Giusy non si è mai lamentata di quelle case. Erano spaziose e alcuni avevano anche il giardino. Lei vive lì con suo marito, e le sue figlie abitano nella casa in faccia, costruita dopo. I militari, che vengono quasi tutti da Fossano o da Novara, sono dislocati in diversi punti, di qua e di là dal torrente nelle strade ancora chiuse dopo 50 giorni. Solo i lavoratori Ansaldo Energia hanno avuto il permesso di continuare a produrre anche se il primo capannone è vicinissimo a un pilone, dalla parte opposta, ma proprio in faccia alle case sfollate. Del resto i lavoratori Ansaldo già a luglio avevano scritto a Toninelli dicendo che avevano bisogno di aiuto per scongiurare la chiusura della storica fabbrica. Se muore l’Ansaldo, Genova va in ginocchio sul serio.
Raccontano, gli abitanti di quelle case, delle lunghe colonne di Tir, camion e auto ferme in coda a tutte le ore, con un breve respiro di notte, ma mai fermi. Non si sono mai lamentati, a parte quelli del piano terra che ogni volta che facevano lavori di mantenimento temevano di prendere sassi in testa che cadevano giù come meteoriti e tre anni fa è stata l’ultima volta che hanno scritto alla Società Autostrade ma di risposte ne hanno avute solo una: finiti i lavori i sassi non cadranno più. Anche dalla parte opposta del torrente era lo stesso. All’isola ecologica è stata l’Amiu a dover mettere reti di sicurezza per difendere i suoi dipendenti dai sassi.
Nessuno pensava che sarebbe venuto giù quel ponte. Se l’avessero pensato non avrebbero dormito più nè lavorato lì sotto, nè fatto passeggiare i cani o imboccato in auto la strada davanti a casa che da un lato porta al quartiere Certosa, pieno di negozi, piazzette, scuole e dove c’è la metropolitana che pare un manufatto del più povero sudamerica. L’ultima fermata da Genova Brignole, dopo un lungo tratto nel tunnel, esce all’aperto. Qui si scende e la metropolitana prosegue per altri cento metri per poi tornare indietro in retromarcia: il ponte in ferro dipinto di celeste finisce sospeso nel vuoto. Sotto, scorre la vita di quartiere di periferia tra case nobili (e il santuario Certosa) di un tempo benestante, e quelle popolari del tempo del lavoro. Certosa non è il vero nome della zona: qui siamo a Rivarolo, con una delle stazioni ferroviarie di una sorta di circumvesuviana genovese riaperta solo tre giorni fa.
Vogliono sapere che fine faranno, gli sfollati. Sono tutti sistemati in case di parenti o sfitte ma quelle case erano di proprietà ed erano belle, ed erano lì, dove tantissimi sono anche nati. Hanno avuto soldi (la chiamano elemosina) a tempi record pagati dalla Società Autostrade per la mobilia, (8000 euro per un solo componente familiare) così come alcuni commercianti che hanno dovuto chiudere i battenti per essere fisicamente nella zona rossa bloccata al traffico. Hanno chiuso, ma sono lì sulla porta con l’aria un po’ sperduta di chi non sa nemmeno cosa dire. E ti parlano di colpe e ti parlano di fortuna ad essere vivi, e ti parlano di fine di tutto e ti parlano di trauma. Il trauma dei sopravvissuti, l’unico che aleggia e non riesci a penetrare a fondo. Genovesi, qui dicono che i genovesi sono così. Si difendono, si rassegnano, lottano e si difendono ancora. Il crollo del ponte ha portato a galla altri crolli più nascosti. Come quello di Federico, 5 anni e mezzo, che ha detto alla mamma che non vuole mai più passare sopra nessun ponte perché sennò muoiono anche loro. Perché se è caduto uno possono cadere tutti, vero mamma?

Bruna Bianchi, giornalista (ex inviato Quotidiano nazionale).
Tutte le fotografie in bianco e nero scattate a 50 giorni dal crollo sono su richiesta.
E’ ammessa la condivisione del testo, non il copia-incolla.

La normalità dell’omicidio di Manuela

La sorella di Manuela Bailo è stata la prima a pensare che l’ansia per la sua scomparsa le provocava anche un sordo dolore. Ci sono strane premonizioni nell’ansia. La prima, e più importante fra tutte, è la novità del sentimento. Diverso. Sconosciuto. Non collocabile tra i ricordi emotivi di altri timori che qualcosa di brutto e terribilmente doloroso stia per investirci.  Al  Caf, il centro fiscale della Uil di Brescia, Manuela aveva salutato tutti il 27 luglio. Era un venerdì. Ha spento il computer ed è andata a casa: l’indomani sarebbero iniziate le vacanze estive. Aveva in programma un viaggio in Grecia con l’amica Francesca ma non ha lasciato trapelare nulla di quello che pensava, cioè che quella vacanza era un ripiego come lo era stata quella dell’anno precedente senza lui, l’uomo per il quale aveva perso la testa. E persa davvero. Le storie impossibili sono storie impossibili e non si raccontano troppo in giro. Della sua relazione con un rappresentante sindacale dei Trasporti della stessa categoria, si era saputo per forza. Si erano conosciuti due anni prima proprio nell’ufficio dove lei era capo e lui si era fatto fare la dichiarazione dei redditi. Fabrizio Pasini era un uomo con un certo fascino, ma era sposato e con due figli. Manuela aveva appena chiuso la storia con Matteo, quasi senza spiegazioni forti quale può essere il non ti amo più, o vorrei un altro al mio fianco. Con Matteo ha continuato a vivere nella stessa casa. Lui dice che l’amava ancora, che non ha mai smesso di amarla. Difficile restare sotto lo stesso tetto se uno ti ama e l’altro no. Se uno soffre per non essere più amato e l’altro ha già una storia, per quanto poco importante, con un altro. A Matteo forse sembrava poco importante, ma Matteo osservava i comportamenti della sua ex per capire se l’aveva persa per sempre oppure no. Tra di loro nonostante tutto il non detto che non si poteva dire, c’era la lealtà della convivenza, tanto che alle 10 di sera del 28 luglio, sabato, Manuela le manda un sms avvertendolo che avrebbe dormito al lago, a Rivoltella, dove i suoi genitori hanno una casa di vacanze. Invece Manuela, sin dalle sei di quel pomeriggio era con Fabrizio per una serata insieme prima delle rispettive partenze per le vacanze. Fabrizio Pasini era solo a Ospitaletto, dove viveva con la moglie e i figli che doveva raggiungere in Sardegna a giorni. Con loro c’era anche sua mamma, come una normale famiglia che condivide la vacanza con nuora e nipoti.

Sembrava normale la vita del 48enne  Fabrizio Pasini. Lavoratore, sposato con prole, impegnato attivamente nel sindacato di categoria, simpatico, pieno di amici, giocatore appassionato di rugby e di softair. Ecco. Il softair lo rendeva invece un po’ sospetto, perchè non è un gioco, come viene definito per sminuirne la portata psicologica e ideologica: è una simulazione di violenza di guerra. Tradotto significa tiro tattico sportivo che simula appunto tattiche militari con l’uso delle armi.

A Nave, in provincia di Brescia, dove Manuela viveva con l’ex compagno di vita e poi solo di alloggio, Matteo, erano state installate telecamere di sicurezza. Molte villette in provincia di Brescia le hanno messe, su strada, come deterrente per rapine e furti. Manuela si vede uscire, prendere l’auto e sparire dalla strada. La sua auto verrà ritrovata solo dopo molti giorni a Brescia, in via Milano, nel parcheggio di un supermercato Esselunga. Ce l’ha messa lei. Lì ha dato appuntamento a Fabrizio e si è spostata sulla sua auto per passare qualche ora insieme. Ai carabinieri, che l’hanno interrogato dopo la scomparsa della ragazza, ha detto: sì l’ho vista venerdì per un aperitivo con i colleghi al sindacato, sì abbiamo avuto una relazion, ma era finita da un anno.

No, la relazione con un uomo sposato che ti piace molto e che speri lasci la moglie per te, è difficile da chiudere. Ancora di più lo è se lui afferma continuamente che sì, la lascia, che ti ama, che vuole solo te, però alle parole non fa mai seguire nessun fatto.  Sposato o no, Fabrizio aveva le idee chiarissime: con Manuela voleva quello che lei offriva e lui era costretto a dirle bugie per tenersela. Si badi bene: costretto. E’ questa una parola che nasce da una precisa distorsione mentale, visto che nessuno può costringere un altro a mentire. E’, questo, un concetto distorto che serve a mantenere l’ego intatto: lei mi vuole, lei non mi può rifiutare, lei non mi può obbligare. Però io voglio, e per avere devo mentire.  Se lei non chiedesse, io non dovrei mentire.

E’ chiaro?

Così si comincia a tratteggiare l’identikit di un narcisista. Proprio quello che attraeva tanto Manuela, confusa dalle sue parole contraddittorie ma non dai suoi atti contradditori. Incapace di liberarsene (perchè in fondo con lui male non si sta) e di smettere di sperare (perchè in fondo lui non la lascia e rischia anche lui, nascondendo la doppia vita alla moglie). Anche Manuela finisce nella menzogna, senza volerlo davvero. Del resto per amare un bugiardo bisogna accettare anche le sue bugie, giustificarle, sperare che smetta di dirle e che l’amore faccia il miracolo.

Dell’infanzia di Fabrizio Pasini non si sa niente. Lo sapranno, forse, i giudici, nel caso venisse fatta fare una perizia. Lo sa di sicuro sua madre, anche se magari l’ha scordato o l’ha giustificato perchè bambino. Fabrizio, con ogni probabilità, ha sempre usato la menzogna.

Adesso ha 48 anni e mentire diventa un gioco da ragazzi. Appena l’hanno arrestato ha ammesso di averla uccisa e l’ha motivato così: “E’ caduta dalle scale durante un litigio”.  La menzogna, dopo un arresto con l’accusa di omicidio, è piuttosto normale. E’ una difesa. Ma non tutti mentono. Non mente chi ha ucciso e non voleva farlo. Non mente chi ha ucciso e soffre amaramente per averlo fatto. E’ persino disposto a pagare e pagare duramente.

Fabrizio no. E’ uno che non vuole pagare mai. Non so perché, ma scommetto che era anche tirchio, e se pagava lo faceva solo ogni tanto, peché doveva ottenere qualcosa.

Manuela e Fabrizio sono andati a casa della mamma di lui, a Ospitaletto, dove è successo qualcosa che ancora non sappiamo. Sappiamo però che in due o tre ore in quella casa lui si è incrinato una costola. Un uomo grande e robusto e sportivo può incrinarsela mentre gioca a rugby o durante la tattica di guerra. Difficile pensare che Manuela, con i suoi 35 anni, donna e fisico normale, possa avergli dato un manrovescio tale da provocare un danno simile. Di fatto però sono andati al pronto soccorso degli Spedali Riuniti di Brescia insieme e tra l’attesa e la visita hanno trascorso diverse ore tanto da rientrare a Ospitaletto, a casa della madre di lui, solo alle 3,59. L’orario è precisissimo perché è stato ripreso dalla telecamera della vicina di casa che punta dritto sull’auto che Fabrizio parcheggia mentre Manuela lo attende sul marciapiedi. La stessa telecamera inquadra, con la prima luce del giorno, Fabrizio da solo alle 6,04, in ciabatte e a torso nudo. Il suo avvocato dirà poi: “Si vede che non stava bene, la camminatura indica una persona fisicamente sofferente, perciò non può essere stato un omicidio premeditato”.

Dopo avere ucciso la tua amante tagliandole la carotide col coltellino, sicuramente non stai bene.

Il cadavere di Manuela è rimasto in quella casa un paio di giorni. Forse Fabrizio non era in grado di pensare come disfarsene ma quando l’idea è venuta l’ha fatto alla perfezione, da freddo omicida. Ha avvolto Manuela in un sacco di plastica nero, l’ha caricata nel baule e trasportata in un luogo che ben conosceva: i campi del Cremonese che confinano con la provincia di Brescia. L’ha seppellita dentro un contenitore di letame di una cascina, proprio lì dove andava con gli amici a giocare alla guerra.  C’è una sorta di sfregio psichico in questa tomba, oltre alla necessità di occultare un corpo.

Il giorno successivo è andato al sindacato a salutare prima che questo chiudesse per ferie. Non gli uffici del Caf, ma quelli di categoria dei trasporti e regionali. Lo ricordano, i dirigenti, assolutamente normale. Come era sempre stato. Non ha fatto trapelare neppure una lacrima di sudore da ansia di venire scoperto.

Per non fare insospettire i familiari dell’assenza di Manuela, ha inviato vari sms, ma proprio questi, invece,hanno puntato su di lui l’attenzione. Perché la scrittura, anche se con una tastiera, rivela molte cose di noi.

Freddo, calcolatore, senza alcun rimorso. Preoccupao solo di non farsi beccare e fingere nuovamente una vita normale di bravo marito, padre, figlio, lavoratore e sindacalista.

E poi è partito, come da programmi, per raggiungere la famiglia in Sardegna dove è rimasto, come da progammi, 15 giorni. Appena a casa ha trovato i carabineri che l’ aspettavano per mettergli le manette.

A lui erano arrivati abbastanza in fretta, grazie alle telecamere e alla famiglia di Manuela, che sapeva della storia con l’uomo sposato e ha sospettato di lui e non dell’ex Matteo che è stato accusato subito sui social, ma non dal Prouratore che indagava, perché si presume che un ex debba essere l’assassino.

Perché Fabrizio ha ucciso Manuela? La confessione completa e veritiera non c’è stata, ma a parlare per lui c’è il comportamento tenuto e questo dovrebbe bastare. Invece non basta. Non basta alla gente, non basta all’ex compagno, non basta alla famiglia. Al sindacato non sanno cosa pensare. Sono sconvolti. Non ricordano Manuela preoccupata o tesa l’ultimo giorno di lavoro. Non ricordano niente che possa avere detto o persino nascosto. Invece Manuela teneva nascosta una relazione che sperava un giorno si potesse mostrare alla luce del sole. E forse nascondeva anche tanta rabbia.

C’è del vero nelle poche affermazioni fatte da Pasini all’arresto (abbiamo litigato) ? Forse sì. Forse lei ha anche alzato il tiro del litigio, incapace di accettare ancora una volta che lui preferisse la moglie a lei. Che lui non fosse capace, menozognero quale era, di raccontare una  bugia alla moglie e riuscire a fare almeno qualche giorno di vacanza insieme.  Se così fose andata, però, si esclude il delitto premeditato che invece sospetta fortemente la Procura per via, soprattutto, di quei due coltellini (uno  non si trova) che Fabrizio aveva in auto. Ma anche della casa-trappola, dell’appuntamento prima di allontanarsi, del momento favorevole (poca gente in giro) per compiere un delitto che desiderava mettere in atto. Perché, probabilmente, il conflitto tra menzogna e verità era diventato insopportabile anche a se stesso.

Sono girate voci, prive di fondamento, subito dopo l’arresto e il ritrovamento del corpo. Manuela era incinta. Manuela le ha imposto di lasciare la moglie o glielo avrebbe fatto sapere.  Nessuno ha fatto trapelare ufficialmente niente, perciò  sono prive di fondamento le tipiche motivazioni che hanno provocato altri femminicidi, il peggiore proprio a Brescia, quello della sudamericana Marilia, uccisa e bruciata dal pilota-amante.

Manuela ha pagato con la vita, anche lei, l’avere sottovalutato i segnali di pericolo, sfidando il lupo cattivo che alberga nei narcisisti maligni come Fabrizio Pasini.

Di tutta questa storia io mi chiedo solo una cosa, e ossessivamente: come ha fatto Pasini a restare 15 giorni con figli, moglie e genitori senza fare trapelare niente dell’orrore che aveva saputo compiere e che non era più solo un gioco violento nei campi.  Me lo chiedo pur avendo, purtroppo, anche la risposta: i narcisisti maligni sono falsi e non sanno provare nè amore, nè dolore, nè rimorso.