Le gemelline, otto anni dopo

Era il 30 gennaio 2011 quando Matthias Schepp, tedesco di origini canadesi, ex marito di Irina Lucidi, italiana, ha preso le sue bambine di sei anni, le gemelline Livia e Alessia, e le ha fatte sparire.
Non sono mai state ritrovate. Loro no, lui sì: morto sui binari, colito in pieno dalla locomotiva di un treno veloce che transitava a tarda sera dalla piccola stazione di Cerignola, in Puglia.
Otto anni dopo, la mamma delle bambine è riuscita a rifarsi una vita in Spagna con un brav’uomo e da lì dirige la Fondazione per i bambini scomparsi da lei stessa creata nel paese dove è vissuta, in Svizzera, a Saint Sulpice, sul lago di Losanna teatro di questa immensa tragedia.
C’erano regole diverse in Svizzera, prima che le gemelline venissero rapite dal padre; obbligo di attendere 48 ore per fermare il rapimento. Era stato un bravo poliziotto a prendersi a cuore la vicenda (e a comprenderne la gravità) dando disposizioni di cercare l’auto di Schepp per un controllo sia in Svizzera sia in Francia dove si sapeva già essere diretto. L’uomo non aveva interrotto il rapporto con la ex moglie durante la fuga che si è conclusa con il suo suidicido. Le aveva inviato messaggi di depistaggio per prendere tempo e non farla preoccupare: “Le bambine le tengo fino a lunedì, hanno bisogno di stare con me, le riprenderai tu all’uscita di scuola”. le aveva mandato messaggi ambigui, quando già si trovava in Francia: “Non hai voluto mai parlarmi, mi hai mandato una mail!”. A giorni ci sarebbe stata l’udienza per il divorzio e l’affidamento delle bambine. La coppia aveva trovato fino a quel momento accordi verbali e Irina si era mostrata attenta alle bambine, legatissime al padre, scegliendo di vivere vicino alla casa familiare dove lui era rimasto e di fargliele vedere ogni fine settimana. Aveva anche accettato che le portasse 15 giorni ai Caraibi, in barca a vela, volendosi fidare di un uomo del quale aveva paura da tempo e per questo aveva lasciato. Schepp era narcisista, ossessivo compulsivo, depresso e dipendente. Disturbi di personalità patologici che avrebbero richiesto un ben diverso comportamento in quanto conosciuti come pericolosi quando la persona che ne soffre si percepisce vittima di un attacco al suo fragilissimo “io”. Irina non avrebbe potuto fare nienre di diverso da quello che ha fatto perché poco sapeva delle potenzialità sotto stress di queste personalità. Matthias Schepp, racconta oggi l’avvocato di Iria, che è anche suo cugino, già da ragazzo aveva fatto ricorso a un ricovero in psichiatria. Quando Irina l’ha conosciuto, in Svizzera, entrambi dipendenti della stessa azienda benchè con due professionalità diverse (lui ingegnere, lei avvocato)era un bel ragazzo tranquillo e affettuoso e se ne è innamorata. Rimasta incinta, l’ha sposato non immaginando nemmeno lontanamente che quello stesso uomo sarebbe via via cambiato così tanto. O meglio: sarebbe emersa quella parte oscura (mostruosa) che c’era anche prima che lo conoscesse. Il senso del diritto del narcisista (e qui si parla del più pericoloso da smascherare perché non urla e non maltratta fisicamente) si palesa maggiormente quando la famiglia è consolidata. Matthias era ossessivo e questo tratto era l’unico evidente e devastante per Irina: regole ferree e indiscutibili che al contrario di quello che si pensa non sono autoritarie ma narcisistiche, cioè espressione di un senso di inferiorità (di cui Irina sapeva, nei suoi confronti)che mette in moto meccanismi di difesa disfunzionali e lo fa in vari modi finchè è funzionale allo status quo. Se questo si rompe (Irina l’ha lasciato) scatta la difesa di sopravvivenza dell’io che niente ha a che vedere con la problematica, per quanto dolorosa e difficile delle separazioni con figli. In questo quadro si può comprendere la decisione di Schepp quell’ultimo week-end prima dell’incontro col giudice: durante la settimana aveva pensato di uccidersi e per farlo aveva fatto diverse ricerche in internet di veleni da assumere. Morte dolorosa e “femminile”, così come ci racconta il bellissimo romanzo Madame Bovary. Questo può far fare una seria depressione vissuta interiormente e senza rabbia. Ma dopo pochi giorni cambia idea, segno che l’avvicinarsi della resa dei conti (la chusura definitiva voluta dalla moglie)scatena la rabbia narcisistica: e io chi sono? Il potere ora ce l’avrò io e non più tu. Questo deve aver pensato (rimuginato più che pensato) nel preparare in pochissime ore quanto poi è successo. Ci sono dei buchi che nessuno è riuscito a colmare nelle ore di quell’ultimo sabato a Saint Sulpice, nella casa chiusa da un alto cancello di ferro grigio senza nessun foro per poter vedere all’interno del cortile, a pochi passi dal lago. Le bambine sono state consegnate ai vicini per un paio d’ore. Quando è andato a riprenderle, intorno alle 13 del 30 dicembre, sono state come inghiottite nel nulla. Il bambino dei vicini è andato alle 16 a suonare a quel cancello per giocare ancora con loro e nessuno ha risposto. Le forze dell’ordine, entrate in casa il giorno dopo, troveranno all’entrata i seggiolini per l’auto e nel forno confezioni di lasagne da scaldare. Cosa ci dice questa scena? Ancora poco perchè incompleta. A una ricerca attenta sono risultate mancanti due grosse borse da barca a vela. Nient’altro: persino il pelushe di una delle bimbe era in casa. Cosa ci dice questa scena? Che Matthias le ha caricate in auto col seggiolino nel cortile di casa (invisibile dall’esterno), che si è portato due borse, e che non hanno mangiato a casa. Può aver semplicemene detto: bambine andiamo al ristorante. Un impulso non l’idea (ben preparata) ma l’orario e il momento scelto, probabilmente perchè in inverno a quell’ora sono tutti a tavola e chiusi in casa. In effetti Schepp non ha avuto alcun testimone: nessuno l’ha visto uscire con l’auto, nessuno rientrare, nessuno vagare nel suo o paesi vicini. Nessuno ha visto le bambine. Cosa ci dice questa scena? Che le bambine sono rimaste sull’auto, sui seggiolini, obbedienti, fino al luogo da lui prescelto per loro che tano distante non può essere stato (o aumentava il rischio di essere notato). In casa sono state trovate scarpe sporche di fango. I seggiolini sono stati riportati a casa: primo segnale (in Svizzera rischi il fermo immediato se non hai i seggiolini e l’ultimo desiderio del padre era quello di esssere scoperto) che non sono mai state su quell’auto verso la Francia, e poi la Corsica e poi l’Italia dove tutti (tre Stati, ma anche moltissime persone nel mondo che hanno sofferto con la madre) le hanno angosciosamente cercate per una settimana.
C’è un altro buco, rilevato invece dal cellulare, che alimenta ancora la speranza della famiglia: dove le ha portate? Dalle 15 alle 17 il segnale gps si avvicina all’aerporto svizzero per poi riprendere la strada verso Marsiglia dove effettivamente si fermerà e sarà inquadrato dalle telecamere di un bancomat. Contro ogni logica che sempre accompagna questi casi di bambini vittime di adulti, si pensa che Scheep le abbia salvate mandandole via dalla Svizzera. C’è un dettaglio a suffragare questa ipotesi: la tata delle bambine ha dichiarato alla polizia che Matthias le aveva proposto mesi prima di sparire insieme con le bambine in previsione appunto di doverle affidare alla madre in via definitiva e con provvedimento (e regole) di un giudice. Lei non è sparita con le bambine, e questo è un dato inoppugnabile. Nè le bambine sono mai arrivate a casa di parenti di lui, nè tantomeno è stata trovata una qualsiasi traccia di persone che lui avrebbe conosciuto e che avrebbe potuto pagare per un atto illegale. Non mancano soldi dal conto corrente che era in comune e non risultano spesi soldi. Anzi: gli unici soldi che ha prelevato sono serviti solo a fermare la ex moglie dal partire a cercarlo, tanto che all’ultima stazione (metaforica e concreta) della sua vita glieli spedisce in buste separate. Si può interpetare come l’ultimo sfregio dopo l’annuncio “Le bambine non hanno sofferto, non le rivedrai mai più”? Forse no. Forse è solo l’atto conclusivo di un piano razionale di cui fanno parte cose concrete come i soldi: miei non sono, non mi servono, li restituisco. Ma non è facile entrare nella mente malata di un narcisista all’ultimo stadio della malignità e questa restituzione può anche essere uno sfregio finale. C’è una cosa che salta all’occhio comunque: il dialogo mai interrotto, nascosto ma sincero, tipico di queste personalità. Ambiguo al punto che tutto può essere vero e tutto falso perchè loro vogliono che appaia in questo modo e tale viene recepito. Perché loro sono ambigui: falsi e sinceri nello stesso momento. Non sono sentimenti sani a fare prendere decisioni: sono impulsi distruttivi a volte di se stessi, a volte degli altri, a volte di entrambi. Sempre però distruttivi e mossi da cosiddetti proto-sentimenti. Si può uccidere i propri figli che per sei anni hai mostrato di amare e accudire? Sì, si può. L’hai mostrato, non è detto che li amavi davvero. Si può vendicarsi della ex moglie facendola soffrire tutta la vita? Si, si può se non ti assumi la resposnabilità di guardarla in faccia. Schepp è il classico vigliacco che fugge, che manda messaggi, che tace, che racconta per scritto, che depista, che non svela piani ancora confusi benchè piani con un fine preciso che niente avrebbe fatto modificare, neppure Irina. Ha preso tempo per morire: questa è l’unica certezza. Non voleva essere fermato per non finire in carcere o svelare dove fossero le bambine: questo è stato l’unico piano “sensato” (per lui, naturalmente) che sapeva potergli dare all’infinito un potere enorme, quello che mai era riuscito ad avere in vita, nè da bambino nè da adulto. Come sarebbe andata se Irina non l’avesse lasciato? Lui stesso avrebbe provocato l’epilogo perché lei prendesse la decisione e potesse uscirne sempre vittima. Sembra strano affermarlo: Schepp si è sentito vittima di Irina e mai carnefice, avendo scelto una delle morti più crudeli per se stesso: tirarsi sotto un treno e non buttarsi in mare (come forse avrebbe voluto fare dal traghetto in Corsica ma non è riuscito)o avelenarsi o impiccarsi. Scegliere per sè una morte violenta signfica punirsi mostrando al mondo che tu soffrivi. Quello che è successo dopo, lui non l’ha mai saputo. Ma otto anni fa nessuno è riuscito a inveire contro un matto, presi come si era a immaginare e sperare che quel matto avesse un cuore e salvato le bambine (e perciò si è provata pietà per uno che non la meritava ma che è riuscito a fare cascare tutti nel perverso gioco dell’ambiguità).
La perversione dei narcisisti maligni è aberrante e Irina Lucidi è una donna, che a differenza di molte altre che hanno patito anche meno di lei, è riuscita a fidarsi ancora dell’amore.
Dove sono le gemelline?
Dove non le hanno trovate perché non hanno cercato bene.

(Bruna Bianchi giornalista, si può condividire dal blog, non copiare).

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Dal boschetto non si esce incolumi

La polizia a me ha detto: ma dove va con quella macchina fotografica al collo?
Ero appena tornata dalla strada che conduce al boschetto di Rogoredo, dove hanno costruito un muro e qualcuno l’ha picconato per passarci. Per la seconda volta ho tentato di avvicinarmi, a piedi, con un obiettivo 300 millimetri, al boschetto della droga, e ho dovuto fare marcia indietro, verso la stazione dei treni.
Fabrizio Corona invece entra, dice di essere stato picchiato, denudato e di avere perso il cellulare. Nemmeno uno qualsiasi: un Iphone. E lui, pregiudicato, ha l’Iphone e se lo porta di notte in mezzo agli spacciatori per fare un servizio tv? La realtà sembra un reality show e difatti lo è, ma stavolta coinvolge forze dell’ordine e giustizia.
I carabinieri di pattuglia vedono due Suv parcheggiati e si fermano perché sentono delle grida provenire dall’interno del bosco.
Se non avessi visto un pezzetto di video girato dal cameraman che era con Corona non ci avrei creduto. Perché i carabinieri fanno un favore a un delinquente e disturbato come Corona? Perché si prestano a questo show che fa un favore a lui e mette in cattiva luce l’Arma?
Perché viviamo in un reality show.
In quel boschetto che non è più nemmeno boschetto, si entra solo se prima di arrivarci sei riconosciuto come drogato che acquista droga. Per accorgersi di cosa è quel luogo dopo le ruspe, il muro e la polizia che passa ogni 15 minuti perché quella strada è frequentata da automobilisti e non solo da tossici, basta femarsi davanti alla stazione di Rogoredo. Da lì si vede ogni movimento. Per capire meglio si può andare oltre, fino al primo pilone della tangenziale (a piedi) e si vedono persone camminare, ma entrare proprio no, non è nemmeno pensabile. I derelitti che lì vivono (l’area è ampia, sotto la tangenziale est) quasi tutti stranieri, senza dimora, drogati o no, non desiderano spioni e figuriamoci con macchine fotografiche o telecamere. Dicono, gli abitanti della zona, che lì dove prima si spacciava per migliaia di euro all’anno e il boschetto era richiamo per i cacciatori di eroina e cocaina, e adesso c’è il muro, non c’è più il vero spaccio: si è spostato altrove. Restano invece i più pezzenti dei pezzenti anche un po’ fuori di testa come quello che mentre sto parlando con la polizia finisce contro un cartello della stazione, ci sbatte la fronte e devono chiamare l’ambulanza perchè si è ferito. A me inventa un mare di storie e non credo nemmeno lo faccia apposta, ma la polizia di lui si preoccupa perché lo conoscono. Li conoscono tutti, i poliziotti che vigilano sulla stazione, li sopportano e a volte li supportano anche.
Uno dei miei post in questo blog sul racconto diretto di un tossico, ha decine di entrate ogni giorno, tutte tramite ricerche in google. E’ l’unico post che attira traffico da due anni. Chiedo a un poliziotto: come mai? Lui è sicuro: sesso, morbosità. Non sa, il poliziotto, che in quel post ho scritto anche delle ragazze. Mi vengono i brividi a pensare che mentre faccio informazione e vado da sola in questa periferia milanese che mette più tristezza che brividi, la gente cerchi in google i segreti dei drogati. Peggio: gode perversamente di quello che lì dentro capita alle ragazze. Corona non vi spiego chi è. Leggete wikipedia e la sfilza di reati. Non c’è scritto che è un anti sociale e narcisista (solo disturbi di personalità) che vuole pubblicità (come per la squallida vicenda di Asia Argento) mentre non ha ancora finito di scontare la pena e gli è stata concessa l’alternativa al carcere. A lui, non a tutti quelli che hanno compiuto tanti reati come lui. E anessuno infastidisce. A me moltissimo perché faccio la nera da gtrnt’anni e ne ho visti e consciuti di piccoli e grandi delinquenti, persino di criminali. E conosco anche chi ha compiuto reati molto, molto minori e non riesce ad uscire nemmeno volendo dalle grinfie della giustizia, assitenti sociali, psichiatri e comunità. Corona è un privilegiato ma delinquente resta.
I carabinieri gli hanno fatto un grosso favore ieri sera. E siamo a Milano, a due passi dalla sede di Sky e altri due dalla stazione più trafficata da chi usa Italo e da chi, dal Sud, viene a Milano per sperare di salvare un priprio caro malato di cancro. Da Rogoredo, con un taxi, si raggiunge l’ospedale oncologico di Veronesi. I viaggi della speranza sono questi. Il resto è fuffa.

La nuova vita di un migrante con il foglio di via dall’Italia

Samuel mi mostra due fogli pinzati. Uno è datato 8 ottobre, l’altro 8 novembre. Il primo è della Prefettura, il secondo dei Carabinieri di Pavia. Il primo dice che il giudice ha respinto la sua domanda di restare in Italia non essendoci le condizioni per la protezione, il secondo avverte di lasciare l’Italia avendo il giudice deciso che non può restare.
La sentenza era attesa da due anni. Due anni trascorsi in una comunità per rifugiati in Oltrepo, insieme con altri 60 come lui giunti con i barconi dalla Libia.
Samuel era arrivato in Italia dopo un viaggio durato un anno dalla Nigeria, attraversando Stati e deserto a piedi fino a dover lavorare per i veri “negrieri”, quelli che definiamo i mafiosi mercenari libici che in cambio del posto sulla nave per lasciare l’Africa costringono a lavorare gratis per loro. Samuel non viene da un paese in guerra, per questo il giudice ha respinto la domanda. Vero: Samuel è un migrante cosiddetto economico che al dirgli di tornare a casa diventa scuro in viso, contrae i muscoli e non sai se piangerà per l’orgoglio ferito o la paura di tornare da dove è fuggito rischiando la vita.
Dall’8 novembre, su ordine dei carabinieri, l’hanno mandato via dalla comunità dove viveva. Altri nigeriani come lui, ma con permessi più lunghi e non scaduti, perché precedenti al nuovo governo, lo ospitano a dormire ma deve continuamente cambiare casa. Loro hanno potuto affittare un appartamento perchè hanno trovato lavoro nelle cucine dei ristoranti a Milano, avendo documenti anche se temporanei. Lui il lavoro l’aveva trovato un anno fa e l’hanno fregato, per tre mesi ha lavorato gratis da una impresa di Milano di edilzia. Da allora ha cercato come un matto ma non ha trovato niente. Eppure è ingegnere edile, cattolico, educato, giovane e parla inglese oltre ad avere appreso italiano al corso fatto in comunità.
Ci siamo conosciuti perché sosta da tempo davanti al supermercato sotto casa mia e l’ho invitato a pranzo un giorno, in estate, per farmi raccontare la sua storia che non è molto diversa da quella degli altri migranti africani.
Oggi l’ho invitato a bere un tè a casa.
Non appare disperato perché non vuole mostrare di esserlo. Ma lo è. Al punto che insiste nel dire che lascerà l’Italia anche se sa che non riuscirà a varcare la frontiera. Dice che ci vuole tentare, altri nigeriani sono andati in Francia e se ce l’hanno fatta loro ce la farà anche lui. Inutile dirgli che è rischioso e che lo respingeranno alla frontiera. Inutile anche domandargli: vuoi vivere da clandestino tutta la vita? Capisco che ha bisogno di sperare o va in pezzi.
L’unico momento in cui vedo la vera disperazione di Samuel è quando parla degli africani in stazione Centrale a Milano, distesi per terra. E’ come se si vedesse finire così e adesso invece ha ancora la dignità di vestirsi, lavarsi e dormire in un letto. Sa che il rischio di vendere droga in situazioni simili è altissimo e lui no, la droga non la venderà mai a nessuno.
Sul cellulare ha l’immagine di Gesù con il cuore sanguinante.
L’elemosina davanti al supermercato gli frutta 50 euro al mese. Lo vedi irritato al pronunciare quel numero, 50 euro, per stare fermo col cappellino in mano dalla mattina alle 8 fino al pomeriggio o al contrario, dal pomeriggio alla sera tardi. Vuole lavorare, come tutti. Vuole potersi pagare un affitto, come tutti. E non vuole chiedere favori a nessuno, nemmeno allo Stato italiano. Lo dice più e più volte.
Ha fatto ricorso contro la decisione del giudice, come gli ha consigliato l’avvocato e come fanno tutti, ben sapendo che sarà tempo perso per lui e il giudice. Ma il ricorso, che avrà in mano domani, forse gli permetterà di restare ancora altri mesi o, chissà, anni, in Italia, secondo i tempi biblici dei Tribunali.
Mi è venuto spontaneo fargli una domanda: hai chiesto ai carabinieri che ti hanno detto di lasciare l’Italia come fai a muoverti senza documenti? No, non l’ha chiesto.
Io l’avrei fatto: scusate, come torno a casa o in altro luogo che non sia l’Italia se non ho nè un lasciapassare, nè un passaporto temporaneo per andare in Norvegia, o Canada o dovunque siamo richiesti? Oppure devo tornare in Sicilia e sperare che passi una barca di scafisti che mi riporti indietro?
Io l’avrei chiesto per costringerli a trovare una soluzione concreta a un foglio di carta: è facile scrivere lascia l’Italia sapendo che non può farlo e perciò resterà qui da clandestino. Con tutto quello che ne consegue.

La rotonda del cosmo e Mastro Geppetto (leggenda, vera, di Almenno San Salvatore)

FOTOREPORTAGE SU IL GIORNO
Bruna Bianchi
https://www.ilgiorno.it/bergamo/cronaca/almenno-san-bartolomeo-1.4292090?fbclid=IwAR13PNOb4dx6zUmGM6hKxeL4Ak3pfiwWy4Mdb_uWBAzGz2IzWEeNZ9KtKcs

Il calzolaio di piazzale Loreto che ha visto il Duce da vivo e da morto

 

Lasci alle spalle piazzale Loreto, cammini per cento metri in via Andrea Costa e quell’insegna – Calzolaio – che chissà quante volte hai visto – distratto – passando a piedi o in auto, all’improvviso richiama una memoria antica. Ti avvicini alla vetrina e ti scappa un sorriso. Ma cosa hanno esposto sui ripiani? Cianfrusaglie. Oggettini. Cose vecchie, piccole, polverose. La memoria va subito alle stesse cose inutili di negozi fermi nel tempo e nelle menti un po’ caotiche che di quel niente ne fanno un orgoglioso richiamo. E’ una bottega bugigattolo quella di Lorenzo Tricella, scalcagnata al punto da sembrare un sottoscala, con una finestrella di legno che ti fa sbirciare sulle sue mani all’opera, quadretti alle pareti indatabili, a parte uno di lui marciatore. E’ nato in questa casa, che se la guardi meglio è vecchia di inizi 900 con ghirigori sui balconi, e sembra popolare ma lui dice che non lo è. Dice anche di essere milanese come lo era suo padre, che quel negozio l’ha aperto nel 1930 e uomo di casa (al quarto piano) e bottega c’è rimasto lui con la sua consorte. Ha 84 anni e bisogna dire che non li mostra affatto. Non ha la schiena curva, non ha la voce flebile, non ha nemmeno la lentezza tipica dei vecchi. Dal cognome non sembra milanese doc, ma quando racconta capisci che lo è davvero per come parla di Milano e di quella Milano che lui e chissà quanti – pochissimi altri – ben rappresentano. Anzitutto l’orgoglio di avere avuto un padre di mestiere calzolaio e di farlo lui stesso da sempre visto che in quella bottega e in mezzo alla strada (cortissima, che collega con via Padova e si chiama via Bambaia) praticamente ci viveva sin da bambino coi fratelli. E poi quel moto di stizza che hanno solo i milanesi, al ricordare, senza smettere di spennellare il tacco di una bella scarpa da donna – che lui il 10 agosto non ci va più alla commemorazione dei 15 martiri di piazzale Loreto: “Ho sentito troppe cretinate. Io c’ero, quelli che vengono ogni anno e si fanno belli a raccontare, non sanno un accidenti”. Lui c’era a vederli, tirati giù dal camion che veniva da viale Abruzzi, messi in piedi davanti al distributore e tre di loro che erano anche scappati verso viale Monza e li hanno ripresi e fucilati. Lui c’era, quando pochi giorni prima era esplosa la camionetta delle SS (che avevano il comando proprio nell’albergo della piazza) in viale Abruzzi, che ha scatenato la vendetta. Dalla finestra di casa sua, piazzale Loreto si vede senza binocolo. Dal negozio vedeva anche il distributore della Esso, dove li hanno buttati uno sull’altro e tenuti a farli mangiare dalle mosche tutto il giorno per spaventare partigiani e affiliati, liberi pensatori e politici, lavoratori e abitanti. State attenti, noi uccidiamo! Racconta, Lorenzo, come se quella rabbia ancora non gli fosse passata e ritorna su dallo stomaco alla gola come un boccone acido. Mussolini. “Passava di qua in auto sempre con la stessa faccia con la testa all’indietro, burbera, atteggiata a divo cattivo. E’ venuto a inaugurare il Caterina Da Siena, la scuola delle ragazze, con quella smorfia da faccio tutto io, comando tutto io, decido tutto io”. Vi faccio contenti e piccoli italiani, come voglio io.
Poi l’hanno appeso lì dove c’erano stati i martiri, allo stesso distributore della Esso ormai dismesso da tempo. “Ci sono andato, avevo dieci anni. Ma chi si dimentica una cosa simile”. Tanta gente si è radunata dalle prime ore del mattino, e appena hanno calato lui, la Petacci e i gerarchi, la folla ha cominciato a farsi largo per avere il privilegio di tiragli calci e sputargli adosso. Ecco, questo è per la fame che ci hai fatto patire, ecco questo per gli italiani ammazzati, ecco, questo perchè ci hai mandato ancora a fare la guerra, ecco questo è per i bombardamenti su Milano, ecco questo è per la tua vigliaccheria, duce maledetto”. Da morto, perché da vivo non potevano.
I partigiani non li hanno lasciati appesi e in vista a monito – o vendetta – per tutto il giorno come avevano fatto i tedeschi. Altra razza, loro. Si uccideva, non si umiliava. Alla Claretta gli hanno messo le mollette alla gonna perchè a testa in gù non si scoprissero le gambe. C’era il senso del pudore, nonostante tutto.
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Lorenzo dice che di lui parlano tutti, anche all’estero. Lo intervistano e lui ripete le stesse cose che ha visto da bambino. Poi parla della Milano di oggi, dei politici di oggi, del suo negozio di oggi, Lavoro non è mai mancato e non manca, sostiene con quella bisognosità di non farsi vedere mai un perdente. “I politici di oggi… ma che ne sanno. Ma chi sono? Ma da dove vengono?”. E senti dietro alle sue parole un rigurgito nostalgico di socialismo, quello del sindaco Aniasi che tanto è rimasto impresso nei milanesi degli anni ’60 e 70. “Quando dovrò lasciare per forza – ma intanto vado avanti – si dovrà chiudere, e sarà un peccato”. I suoi figli e i suoi nipoti no, non hanno voluto fare i calzolai. Mestiere che non rende niente se cambi le solette ai tacchi dei vicini di casa. “Io aggiusto solo scarpe, perchè i calzolai devono aggiustare solo le scarpe”.

Bruna Bianchi Giornalista
Milano
(foto e testo non si possono copiare, si può condividere)calzolaio-16

Il mostro di Foligno chiede scusa

Luigi Chiatti si è definito da solo il “mostro di Foligno”. L’ha fatto firmando le sue missive di sfida alle forze delle ordine – come un serial killer da film – dopo avere ucciso il piccolo Simone Allegretti di 4 anni e avvertire di un altro omicidio che effettivamente verrà compiuto 10 mesi dopo: Lorenzo Paolucci di anni 13.

Luigi Chiatti  in realtà si chiamava Antonio Rossi, dal cognome della madre rimasta incinta a Narni, nel Ternano, in Umbria. Nome e cognome nuovi sono stati acquisiti all’età di sei anni, dopo l’adozione da parte dei coniugi Chiatti di Casale, piccolo comune nei pressi di Foligno, stavolta in provincia di Perugia.  Il bambino Antonio una identità l’aveva, e aveva anche una madre che pur tra mille difficoltà e sensi di colpa per averlo messo in un Istituto religioso, lo andava a trovare. Finchè non c’è più andata e non sarebbe strano sapere che sia stata consigliata dalla stessa struttura a dare il bambino in adozione definitiva. Di quell’Istituto religioso si è però saputo ufficialmente al processo che il piccolo Antonio veniva abusato da un sacerdote. Cosa succede ai bambini abusati e in questo caso anche senza genitori “puliti” e casa “pulita” dove potersi rifugiare? Dopo aver subito il trauma o ripetuti traumi, quasi sempre sviluppano anche un importante disturbo della personalità. Ma traumi e difese psichiche per evitarne il ricordo emotivo dirompente non si evidenziano sempre subito e neppure in un modo ben visibile, e se anche fosse visibile è difficile interpretare correttamente. Uno dei comportamenti messi in atto dai bambini abusati è la dissociazione psichica scambiata facilmente per “stare sulle nuvole” o “estraniarsi”. Altri sono i capricci o il mettersi in mostra con eccessi o addirittura all’incontrario tentare di essere invisibili e restare in disparte. I disturbi in generale diventano più evidenti nell’adolescenza ma anche allora si tende a giustificare e interpretare (piscologi compresi) senza approfondire con test e osservazioni mirate. Prima che scatti il vero allarme occorrono azioni eclatanti e delinquenziali non coperte dalle famiglie che non sempre però sono azioni eclatanti e non sempre le famiglie sono disposte a compiere percorsi diagnostici seri e molto lunghi.

Chiatti è un bambino del 1968 in una regione piena di luci ed ombre, di contadini poveri, di abitanti ricchi, di immigrati italiani, di ragazzi drogati e di Medioevo ancora incombente.  Di pellegrini e religione e di apparenza da salvaguardare. L’Umbria è una terra fortemente contradditoria, ambigua, chiusa verso il suo sud e più aperta verso il suo nord, con accenti e addirittura parole dialettali differenti a seconda della vicinanza alle altre regioni con cui confina. E’ terra di bullismo e suicidi e negli anni 90 (epoca degli omicidi) è stata anche terra di terremoto, morti, distruzione e paura.

I genitori adottivi (il padre è medico) comunque mandano Luigi dallo psicologo perchè il ragazzino è strano: colleziona vestiti di bambini e pare omosessuale o per lo meno in crisi di identità. Data la sua storia di orfanotrofio, abbastanza normale che lo sia e vada aiutato. Ma nel suo caso lo psicologo coglie ben poco di pericoloso e rilevante e gli diagnostica un io fragile, cioè fermo allo stadio infantile e non strutturato che dice molto in alcune patologie psichiatriche ma molto meno a chi cerca solo di intervenire terapeuticamente (e verbalmente) su un ragazzo ancora in formazione e ben poco desideroso di farsi aiutare.

E’ il servizio militare, allora ancora obbligatorio, a imprimere una svolta netta non solo alla sua identità sessuale (che diventa con evidenza omosessuale) ma con tutta probabilità anche alla sua percezione della realtà. Non è il primo e unico caso in cui il servizio militare, fortemente strutturato, (ma anche la lontannza dal contenimento familiare) nelle personalità fragili e già disturbate aumenta gli stress e le difese disfunzionali fino a fare esplodere le patologie e renderle conclamate.

E’ il 4 agosto del 1992 quando Chiatti, che rumina nella psiche, alterando la realtà, riesce ad agganciare con facilità il piccolo Simone che si era allontanato da casa solo. Cosa vuole da lui? Vederlo nudo e molestarlo sessualmente, ma di fronte al pianto del bambino lo uccide. Voleva solo molestarlo o anche ucciderlo? E chi era quel bambino nella mente perversa non dell’omosessuale, ma del pedofilo Chiatti? Ce lo fa sapere lui stesso, anche se in modo maldestro e allora non interpretato dalle forze dell’ordine che quando trovano, su sua indicazione, il corpo del bambino, non analizzano proprio quel comunicato tra delirio di richiesta di aiuto, ammissione di colpa e sfida all’autorità. Chiatti chiede aiuto perchè sa che uccidere l’ha fatto stare meglio e in contemporanea è narcisisticamente contento di non fermarsi e farlo sapere addrittura alla polizia. Oggi si definirebbe più facilmente uno psicopatico pericoloso e non un maniaco sessuale pedofilo. Lui stesso si definisce mostro perchè tale si sente e tale vuole mostrare di essere, fino in fondo. Sotto il mostro però, c’è sempre un bambino piccolo che ha pianto senza lacrime. Averne compassione è la cosa più sbagliata che si possa fare.

Dieci mesi dopo, Chiatti ucciderà un ragazzino di 13 anni che stavolta conosce e con cui passa del tempo insieme senza generare sospetti. Forse non intendeva ucciderlo? O forse anche stavolta è scattato lo stesso meccanismo della prima: chi era il primo, bambino piccolo e solo (abbandonato?) e poi il secondo, adolescente (rifiutato nella sua identità?), nella mente di Chiatti?  Luigi Chiatti è lineare nei suoi comportamenti, e per questo al processo viene ritenuto capace di intendere e volere e condannato a 30 anni di carcere. Due anni fa gli è stato negato, come altre volte, il permesso di uscita perchè  ritenuto dal magistrato ancora socialmente pericoloso. Ieri il ragazzo (ormai uomo) ha fatto pubblicare dai giornali tramite il suo legale una lettera di scuse alle famiglie con riflessione sul suo cambiamento. E’ una lettera nella quale non si chiede perdono (a differenza di molte altre spedite dai detenuti assassini) ma si porgono le scuse per un comportamento di molti anni fa e non più corrispondente a se stesso di oggi. E’ lecita la domanda? Può il carcere cambiare la percezione di se stessi gurdando il proprio passato con dolore e rammarico? Sì, se non ci sono sottostanti patologie che hanno costruito quel passato. Se in vece queste ci sono, il carcere non cura nessuna patologia mentale, nè fa compiere percorsi miracolosi quando si uccidono bambini con il preciso scopo di uccidere bambini e non per coinvolgimento durante l’attuazione di un crimine o vendette trasversali. Mente l’abuso sui minori è molto diffuso, lo è fortunatamente molto meno il delitto di minori. Ancora più raro è il pluriomicidio a distanza di tempo senza neppure (come nel caso del ragazzino 13enne) una vera motivazione sessuale: era stato uno scatto d’ira senza molestie. Se l’omicidio del piccolo Simone è stato interpretato come la consegenza del timore di essere riconosciuto dal bambino in lacrime, Chiatti non avrebbe mai ucciso la seconda volta, quando invece neppure si è protetto dalla polizia (come invece ha fatto la prima) e le tracce di sangue hanno portato diritto a casa sua. Voleva essere preso? Evidentemente no.  Non si è premurato di difendersi e perciò è stato arrestato.Tra i suoi disturbi giovanili esisteva già il discontrollo degli impulsi, un segnale importantissimo che purtroppo non viene ritenuto grave, ritenendo i bambini e i ragazzi incapaci di autocontrollo. Non è vero: il controllo si insegna e si apprende. Se non viene appreso, mette in luce un disturbo che va osservato con altri comportamenti spesso correlati. L’impulso all’azione riconosciuta immorale o sbagliata, indica già una capacità di discernimento che il bambino e poi il ragazzo e infine l’adulto non sanno (o non vogliono) controllare. Perché? Perché stanno meglio dopo aver agito!

Le scuse di Chiatti perciò sono parole vuote, convenzionali. Oppure piene di altri signifcati, il primo dei quali è: fidatevi di me e fatemi uscire di qui ora e non nel 2021.

In fondo però non manca molto al fine pena: cosa cambierebbe? Niente per uno che ha trascorso 24 anni di vita in cella e ha 50 anni. Molto, se fuori ha qualcosa o qualcuno per cui vale la pena di uscire.

Secondo la ma opinione, Luigi Chiatti doveva essere considerato un malato di mente (perchè tale è)  benchè con l’incapacità di intendere e volere avrebbe scontato solo dieci o quindici anni al massimo in un OPG. Avrebbe avuto farmaci e cure psichiatriche (e soprattutto una corretta diagnosi). Con la loro chiusura sarebbe finito in una comunità per soggetti socialmente pericolosi (al pari di altri assassini narcisisti perversi mai recuperati) e da lì probabilmente non sarebbe mai uscito se non per lavorare in qualche cooperativa.

Ricordo il processo e la sua capacità di parlare dei fatti commessi, pari a quella di oggi di scriverne. E della sua condanna per essere stato capace di capire cosa stava facendo la prima e la seconda volta.

Conosco di persona un assassino, molto giovane, che parla di quello che ha fatto incolpandosi continuamente e spiegando dettagliatamente anche il perchè l’ha fatto con grande capacità di autoanalisi. Ha una riconosciuta patologia mentale e una infanzia che difficilmente non poteva svilupparla ma io, dalle sue parole, non percepisco nessuna emozione, nè buona nè cattiva. Proprio nessuna.

 

Il naufragio della Principessa Mafalda

“Del ‘Principessa Mafalda’ a todos: SOS…! ¡Del ‘Principessa Mafalda’ a todos: SOS…! Estamos en peligro. Nuestra posición: 16º Lat S y 37º 51’ Long O. Vengan enseguida. Necesitamos asistencia”
Mancava un minuto alle 5 del pomeriggio, quel 25 ottobre del 1927, sul piroscafo Principessa Mafalda all’ultimo viaggio della sua onorata carriera tra Genova e Buenos Aires.

Un angustiante diálogo.  Los radiotelegrafistas italianos Luigi Reschia y Francesco Boldracchi desempeñaron una ardua labor, muriendo en cumplimiento de su deber.
Desde el barco inglés respondieron:
– Estamos cerca, a la vista, y vamos hacia ustedes. ¿Qué peligro corren?.
Desde el buque holandés contestaron:
– Llegaremos dentro de veinte minutos.
Desde el barco francés dijeron:
– Vamos hacia ustedes. Llegaremos a las 22:30.
Hubo un largo silencio. A las 19:52, otra vez el ‘Principessa Mafalda’:
– Continúen viviendo hacia nosotros. Vengan en nuestro salvamento.
Cuatro minutos después, el coloso italiano dejó de transmitir. A las 20:05 horas el ‘Formose’ pide al ‘Empire Star’ la posición del infortunado buque italiano. El inglés responde acerca de la posición requerida e informa:
– ¡Estamos salvando sobrevivientes!.
– ¿Se ha hundido entonces?. No captamos sus transmisiones.
– No, todavía no se ha hundido. Pide que envíen todas las embarcaciones disponibles”La più lussuosa nave da crociera italiana, costruita a Riva Trigoso nel 1908, aveva già portato avanti e indietro dall’Argentina, dall’Uruguay e dal Brasile, i sudamericani benestanti curiosi di conoscere l’Europa .
Quell’ottobre del 1927 si decise che la Mafalda era ormai da rottamare e avrebbe compiuto l’ultimo viaggio. L’anno prima aveva portato in Europa Carlos Gardel e c’era anche Luigi Pirandello  tra le tante celebrità che conobbe il comandante italiano Simone Gulì. Gulì quella notte, al porto di Genova, non aveva voglia di partire. Aveva il presentimento che la sua nave stavolta non ce l’avrebbe fatta. Caricarono 1261 persone, 977 passeggeri e 287 dell’equipaggio. Nelle stive, insieme alle casse di biancheria delle nobildonne argentine che avevano fatto acquisti in Europa, c’erano anche 250 mila lire in oro donate dal governo italiano alla Banca Nazionale d’Argentina come contributo per i tre milioni di emigranti che quella terra prosperosa stava sfamando.
A Genova, per il suo ultimo viaggio, la Mafalda imbarcò emigranti italiani, molti contadini, artigiani, ragazzi, donne e bambini marchigiani che avevano deciso, massì, di dire addio alla propria terra. Tra lacrime, abbracci e fazzoletti sventolati già si pensava alla nuova vita che attendeva oltre l’oceano, in una traversata veloce che avrebbe unito l’Italia all’Argentina in soli 15 giorni.
“El ‘Formose’, que avanza a toda máquina, avisa al ‘Alhena’:
– Llegaremos a las 22:30 horas.
La réplica de los holandeses es dramática:
– Llegarán ustedes tarde. Si hay algún otro barco cerca, que venga enseguida.
Hay uno cerca, es el ‘Mosela’, que a las 20:38 horas entra en la escena del drama con este mensaje:
– Nuestra posición de mediodía es 17º 44’ Lat S y 38º 22’ Long O. ¿Qué ocurre?.
Responde el ‘Formose’:
– El ‘Principessa Mafalda’ pide auxilio. Venga.
El ‘Mosela’ fuerza sus máquinas. Está aun lejos del lugar, cuando sus hombres deben comenzar a recoger sobrevivientes. La tragedia ha comenzado. Desde las 21:35 en adelante se suceden los mensajes con urgencia asfixiante:
– Estamos descargando botes y nos acercamos al ‘Principessa Mafalda’.
– No tenemos más embarcaciones y aun hay mucha gente a bordo. El ‘Alhena’ está aquí también recogiendo náufragos!!
Un rumore sordo, come di un tuono, fermò il suono dell’orchestra che rallegrava la traversata.  I bambini vennero richiamati dalle madri, sul ponte di comando i chiacchiericci si placarono di colpo. La tragedia, palpabile nell’aria da giorni, dopo che le macchine si erano già fermate ben 8 volte,  scatenò all’improvviso il panico. Un ufficiale corse ad annunciare di calare le lance: “Stiamo per affondare”. Le coste del Brasile erano vicine quando le stive iniziarono ad allagarsi:  in poche ore la Principessa Mafalda sarebbe arrivata al porto di Buenos Aires e invece il destino era lì, nel mezzo dell’oceano, pronto a inghiottire gioia, dolore e speranze di ognuno.
Si udirono spari di chi preferì morire suicida piuttosto che farsi maciullare la carne a morsi dagli squali. Si udirono pianti, grida e si viderono gesti eroiche di chi salvava donne e bambini rinunciando alla sua propria vita.
Tra di loro c’era anche un marinaio figlio di italiani, Anacleto Bernardi, classe 1906. Se lo mangiò uno squalo bianco dopo aver salvato tante vite umane. Buenos Aires gli ha dedicato una via e una statua.
“A las 21:50 el ‘Principessa Mafalda’ puede volver a transmitir:
– Lancen fuegos artificiales y preparen todos sus botes de salvamento. Hay mucha gente a bordo.
– ¿Cuántas personas?.
– Espere un poco. Estoy preguntando.
Transcurre media hora de silencio. Después:
– No sé exactamente cuántos son. Muchos se fueron con los botes. Pero quedan aun.
A las 22:45 horas:
– Encenderemos los tres últimos fuegos que tenemos. Manden todos los botes.
A las 22:56 horas:
– Es urgente. Vengan rápido. La nave se da vuelta. Ayudadnos y venid los tres aquí.
El ‘Formose’ intenta alentarlos con palabras de esperanza:
– Coraje. Estamos en el lugar del naufragio.
– Sí, gracias. Muchas gracias. Tenemos coraje, pero es por las mujeres y los niños.
Silencio. A las 23:20 llega el último mensaje del trasatlántico italiano:
– Diga a sus embarcaciones que vengan a nuestro babor. A estribor es imposible.
A las 00:09 el ‘Formose’ llama a las otras naves:
– Avisamos a todos que el ‘Principessa Mafalda’ acaba de hundirse y que varias naves están en estos momentos recogiendo náufragos”.
Le scialuppe di salvataggio si rovesciarono. I bambini erano il problema più grave e cercarono di metterli tutti insieme, legandoli perchè il mare non se li trascinasse via mentre la nave zigzagava paurosamente e si inclinava, ma le madri corsero disperate a impedirlo. Nessuno voleva separarsi dai propri figlioletti.
Alle 22 e 10, dopo 5 ore di agonia, la Principessa Mafalda si inabissò, alzando la prua al cielo. Il comandante e altri 9 ufficiali  rifiutarono di porsi in salvo abbandonando la nave.  Le navi giunte in soccorso riuscirono a raccogliere mollti naufraghi, ma il mare si prese la vita di 657 persone, secondo i giornali sudamericani di Argentina, Uruguay e Brasile e solo 314 per il Corriere della Sera che spense i toni della tragedia degli emigranti italiani, su un’ammiraglia italiana che non avrebbe dovuto fare quell’ultimo viaggio,  perchè il fascismo non voleva dare notizie funeste al popolo.
La tragedia del Titanic aveva già sconvolto il mondo15 anni prima con i suoi 1503 morti.
Dieci miglia al largo di Porto Seguro, a 1400 metri di profondità, c’è ancora il relitto della Principessa Mafalda con la sua cassa chiusa da un lucchetto che contiene 80, 625 chilogrammi di oro italiano.

 Ma questa è leggenda. La tragedia degli emigranti italiani invece è vera.

Bruna Bianchi