Tallio, lo psicopatico in famiglia

Zia Laura la sopravvissuta: “Mio nipote è bravo”.

Nova Milanese, Brianza ricca non più di mobilifici ma di aziende di tessuti di arredamento. La stessa per la quale hanno lavorato diversi componenti della famiglia Del Zotto, sede e show room a Seregno. Famiglia grande e fisicamente vicina quella del vecchio Giovanni Battista Del Zotto, scampato alla Russia e ai campi di lavoro forzato, ma non al tallio nella tisana.
Fidarsi di chi non si fa conoscere abbastanza è sempre ad alto rischio.
Mattia Del Zotto, 27 anni, nullafacente, è stato infine arrestato. E’ nipote di Giovanni e Gioia (morta per la stessa ragione) e nipote della zia Patrizia che porta il suo stesso cognome, e di zia Laura, che non è morta ma vive da sopravvissuta alla clinica Maugeri di Pavia da ottobre, e i suoi nonni, ultimi della lista ad essere stati avvelenati, in condizioni critiche da un mese.
Venti giorni fa, Mattia è andato a trovare zia Laura alla Maugeri. Lei l’ha presentato agli amici così: “è mio nipote, è bravo”. Era immobile e gelido, l’hanno descritto gli amici che l’hanno visto per la prima volta e da quella freddezza fuori luogo sono stati colpiti. Non era da solo Mattia, era con la sua ragazza, una straniera.
Di Mattia ha parlato il gip; isolato, sempre al computer. Invece Mattia ha detto: l’ho fatto per punire gli impuri. E questa frase è stata definita delirante. Poi ha aggiunto: non saprete mai perché ‘ho fatto. Non colllaboro con le istituzioni di questo paese.
Anti sociale, definizione che indica la sociopatia (o psicopatia) e narcisista con varie forme ossessive rigide. Facile non solo per le parole prounciate (contraddittorie) che indicano la bugia degli impuri (erano tutti volontari, i suoi familiari) e giudicati tali da uno che, a detta della madre, da un anno e mezzo rifutava ogni contatto con i familiari e a detta di lui seguiva l’ebraismo (non si capisce cosa c’entri con gli impuri) ma anche per quel rifiuto di collaborare con l’autorità. Antisociale e narcisista. Lo si nota già a due-tre anni, nella non empatia coi coetanei, nell’incapacità di provare emozioni genuine, nell’obbedienza eccessiva (il bravo della zia?) e nella rabbia covata nel silenzio della propria cameretta, come un tarlo che mangia e chiede pulizia. Della sua sporcizia, proiettata all’esterno.
Non era solo Mattia, aveva una ragazza di pelle scura. Osteggiato dalla famiglia per la sua scelta? Considerato bambino imperfetto mentre lui si riteneva superiore a tutti e lo voleva infine dimostrare? L’ha dimostrato, ma ha fatto errori. Errori che però sono stati scoperti tardi, molto tardi, vergognosamente tardi. Si poteva evitare l’avvelenamento dei nonni materni (che per fortuna non sono morti, ma come si vive con il fegato a pezzi dopo gli 80 anni?) e ora, che l’arresto è stato motivato con “l’abbiamo fermato o avrebbe ucciso ancora” è inaccettabile. Un mese di ricerche (nella casa friulana e nelle case dei colpiti) per cercare il tallio e non per capire velocemente, come tutti i profani hanno sospettato, che sotto ci fosse un classico avvelenamento familiare. Classico perchè l’arsenico (cui il tallio assomiglia e che in effetti lui voleva acquistare) viene chiamato il veleno dell’eredità non a caso.
Potevano essere uccisi i sopravvissuti: il marito di Patrizia che è tornato a casa tre giorni fa dopo 59 giorni di ospedale e ha festeggiato il compleanno in famiglia, la zia Laura che è andato a trovare in ospedale, non per non dare nell’occhio come si può pensare, ma perchè gli psicopatici narcisisti sono crudeli e stanno bene al vedere in faccia la sofferenza che hanno provocato. Poteva uccidere o fare altro male ai suoi genitori, che forse solo causalmente non è riuscito a fare fuori costringendoli a bere la tisana e che probabilmente erano il vero obiettivo e poi, per incatenamento di idee, modo di vivere, unione, affettività, tutti gli altri.
Era pericoloso Mattia, ed è stato arrestato solo due mesi dopo la morte dei nonni (provocata lentamente) e solo due mesi dopo sono state trovate le confezioni di tallio in casa sua, comprate da un negoziante padovano che non avrebbe dovuto nemmeno vendergliele. Che razza di indagine è stata?
Il movente lo psicopatico ce l’ha, così come ce l’ha il narcisista maligno, unici due disturbi di personalità capaci di non farsi nemmeno notare (se non per una certa grandiosità e sprezzanti atteggiamenti che si alternano ambiguamente a tenere effusioni con gli animali e le donne (aveva un cane sin da bambino). Di base c’è appunto l’ambiguità di chi appare sottomesso e obbediente, riservato e persino intelligente mentre con il sorriso cova vendette definitive. Mattia, cresciuto nella bambagia di famiglie benestanti brianzole, non aveva bisogno di essere troppo acuto e intelligente. Quella che aveva l’ha utilizzata per studiare come procurarsi un’arma non-arma, da vigliacchi che nemmeno quando escogitano piani sanno assumersi la responsabilità di colpire a mani nude, faccia a faccia, e pensano, pensano molto a come vendicarsi senza essere puniti (non si sentono spregevoli, ma giusti). Loro hanno, io no. Loro sanno amare, io no. Questo muove le azioni dello psicopatico-narcisista sin da bambino.
Mattia ha un vuoto interiore che col tempo non è ruscito più a gestire con le solite cose evasive dei ragazzi. Ha coltivato un rifiuto dell’autorità genitoriale che ha coinvolto tutti coloro che per lui erano adulti, cioè regole, cioè critiche, cioè doveri. Fino alla decisione di punire annientando persone verso le quali non provava assolutamente niente (per sua stessa ammissione). Ma non si uccide chi non provoca niente: si uccidono coloro che si ritengono responsabili del proprio malessere.
A capire che si trattava di delitti volontari ho impiegato due giorni: il primo l’ho usato per studiare tutti i casi di avvelenamento da tallio e le conseguenze, quasi mai mortali (due casi proprio in Friuli e uno molto vasto a Pietrasanta, in Toscana), il secondo per la vicinanza fisica delle vittime e degli intossicati. A capire che era stato uno dei nipoti ci sono arrivata solo ieri, decidendo di guardare tutti i profili Fb, intrecciare parentele ed età. Il profilo del killer è stata la cosa più facile: giovane, tra i 23 e i 30 anni. E’ questa la fascia d’età in cui esplode la crudeltà nelle stragi familiari.
Ben difficile che ottenga la incapacità di intendere e volere, a Castiglione delle Stiviere (ex Opg, ora Rems) non ho mai sentito raccontare (a parte il discusso caso del parmigiano Ferdinando Carretta) nè visto persone che hanno compiuto una simile strage lucidamente e con premeditazione. Non avrà sconti di pena, nè lo salveranno bravi avvocati.
Questo disturbo che non toglie la capacità decisionale, è in aumento da vent’anni. Ed esplode dalla prima età adulta in poi.

Ps: ho pubblicato il libro “Giudizio sospeso” lo scorso maggio sui disturbi psichiatrici e sull’ex Opg di Castiglione delle Stiviere.

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Gli invidiosi

Sarebbe facile dire che chi soffre di invidia soffre e ben gli sta. Così come sarebbe facile pensare che lo si riconosca agire con chiunque. Stava male, ma grazie all’invidia sta meglio. E’ invidioso, ma non di tutti, e si mimetizza perfettamente perché, miei cari, i tempi sono cambiati e, benchè i disturbi caratteriali e mentali siano rimasti più o meno uguali, è il modo di manifestarli ad essere diverso.

L’invidia è un sentimento generato dalla frustrazione, quel tipo di frustrazione che non ha molto a che vedere con la realtà, bensì con se stessi. Ci sono persone che per non soffrire invidiano, e, prima ancora, che per non soffrire si sentono frustrati. Una sorta di circolo vizioso che si autoalimenta e trova conferme sia nella visione distorta della realtà (vittimismo, colpevolizzazione degli altri) sia nell’attacco diretto e/o indiretto verso chi viene a contatto con la categoria degli invidiosi. A mio parere l’invidia pura è un disturbo mentale, benchè invece non sia catalogato come tale. Lo è nel momento in cui è disfunzionale e rigido, sorto dall’ incapacità di gestire le proprie emozioni e distorce le relazioni cercando costantemente il capro espiatorio o anche trovandolo a caso, ma non uno quaslsiasi, proprio quello, quello che a loro infastidisce e non riescono a controllare come vorrebbero. Di solito le persone invidiose sono anche pettegole e morbose, cioè trascorrono molto tempo in silenzio a spiare e fare congetture per poter costruire un muro di mattoni pronti da scagliare. Non necessaiamente l’invidioso vuole avere più cose, più soldi, più amore. Non necessariamente invidia “cose” a quella persona con la quale se la prende. Queste sono le evidenze di cui parla o che lascia trapelare. Le altre, molto nascoste, e quasi sempre nascoste anche a lui o lei, hanno a che fare prima di tutto con la frustrazione dei bambini piccoli, sì proprio quella. Mai superata con la maturità.

Gli invidiosi perciò sono persone capricciose, innanzitutto, che possono tacere per molto molto tempo e poi di colpo parlare a raffica e dire cose orribili che mai ti saresti aspettato. O alzare la voce, o parlare per coprire le tue risposte, o non dire assolutamente niente a te ma farti piccole, continue vendette che è ben difficile non chiamare provocazioni. Può scriverle per mail, o addirittura mettere su Facebook in forma indiretta i pensieri rancorosi che ha covato a lungo. Gli invidiosi non possono che essere anche vigliacchi. Parlano a te, a te che non sei frustrato (ma non necessariamente felice o che hai tutto) , a te che hai mille sentimenti che ti fanno a pezzi, o una vita complicata, ma non sai nemmeno cosa sia l’invidia.

Da piccoli si apprende a superare la frustrazione facendo, non smettendo di fare, non disperandosi o facendo i capricci, ma accettando l’attesa e l’impossibilità di ottenere. Se questa capacità è venuta meno, appena ci si trova nella stessa situazione emotiva, si riattiva. E prtroppo non solo con i capricci tipici dei bambini.

Ed è  qui, nell’essere adulti con infantilità irrisolte, che si scatena la vipera velenosa.

Gli invidiosi covano il loro rancore quotidiano dandosi messaggi continui non di scarsa autostima, come ai più parrebbe, bensì il contrario: io sono il migliore.  Per esserlo però bisognerebbe anche dimostrarlo, e siccome è difficilissimo, se non impossibile, la fantasia si trasforma in attacco a volte maldestro a volte a segno, sotto forma di coltellate affilate  o di veri e propri sproloqui fini a se stessi. Accusatori; sempre. Riflessivi: mai.

La capacità degli invidiosi di darsi sempre ragione e stravolgere i fatti è incredibile. Ho impiegato decenni a capire come riconscerli (e le patologie che spesso accompagnano questo sentimento sottovalutato), ma non ho ancora capito come non farmi coinvolgere nei loro meccanismi.

Gli invidiosi non amano, non vogliono bene, non stimano, non rispettano. Il contrario: controllano, rubano, feriscono, usano. Per difendersi anche da un ipotetico pericolo emotivo, attaccano. Non una, cento volte. Non si capisce nemmeno se vogliono la rottura, ma la generano per poter ottenere la soddisfazione della vittoria.

Io, tossico, vi racconto cosa succede al boschetto di Rogoredo

 

Biondo, alto, 26 anni. Roberto è un bel ragazzo pavese rovinato dai due anni trascorsi in strada e dalla droga. I suoi genitori vivono a Londra e fanno i camerieri. Non ti cercano? “No”. Non vuoi rapporti con loro? “No”. Ha una fidanzata 19enne di Pavia che ogni tanto incontra e gli ripete: mi riavrai solo quando entrerai in comunità a disintossicarti. Chiedo di mostrarmi le sue braccia. Ha diverse cicatrici, ma nessun segno di buco recente. Mostra il collo con un segno rosso fresco: “Ora me li faccio qui”. Il tono di voce è bassissimo. La sua andatura è lenta, senza energie, l’equilibrio imperfetto. Si è appena alzato dal pavimento di piazza Diaz dove ha dormito insieme a tanti altri clochard. Non ci vuoi andare in comunità? “Forse ci andrò. O forse mi faccio una overdose e la chiudo qui”. Lo mando al diavolo: e fatti l’overdose, così prendi una decisione secca. Cambia tono: “E’ che una spinta vitale ancora ce l’ho”. Stai meglio dopo la dose? “Molto meglio”. Conosci tutte le conseguenze fisiche dell’eroina e della cocaina? Non è solo la morte… “No non le conosco, sono giovane”.
Un habituè di piazza Duomo all’alba lo saluta con enfasi e lui lo manda a quel paese. “E chi lo conosce, cosa vuole da me? Che mi stiano tutti alla larga”. Il ragazzo gentile e sottomesso di poco prima è sparito. Mi racconta le sue giornate, tutte uguali, tutte scandite da due soli bisogni: procurarsi i soldi e andare a comprare la droga.
Come fai coi soldi? 120 euro al giorno non sono pochi.
“Chiedo l’elemosina in piazza e nel metrò. Entro nei vagoni scavalcando, non mi hanno mai fermato. Me la danno. Una volta un signore mi ha dato 50 euro, altre me ne hanno date dieci. Certo che la gente fa l’elemosina. Se non raccolgo che faccio? Non mi drogo, sopporto i sintomi dell’astinenza perché rubare no, non rubo”.
Hai i documenti?
“No, li ho persi e dovrei rifarli”.
Non ti fermano mai?
“Qualche volta, ma sono regolare”.
Hai studiato?
“Sì, tre anni di superiori, un istituto tecnico, poi ho lasciato”.
“Quando ho abbastanza soldi prendo il metrò e vado a Rogoredo, ogni giorno, ci vado anche sette volte al giorno. Al boschetto, quello vicino alla stazione. Una dose di eroina costa venti euro, una di coca quaranta. Io mi faccio di ero e di coca, almeno tre volte al giorno. La droga la vendono gli stranieri, marocchini e albanesi. Gente schifosa e piena di soldi, hanno certe macchine lì fuori! Ho visto ragazze fare pompini per una dose, costrette a farlo perché non hanno i soldi. La polizia certo che lo sa. La incontro lì vicino e a volte mi ferma. Son gentili. Guarda questo piede, proprio ieri mi hanno chiesto come andava che si era infiammata l’unghia dell’alluce”.
Si tocca lo stomaco, cambia espressione. Sta male.
“Mi viene da vomitare, sono in astinenza da ieri sera, devo andare a Rogoredo”. Lo vedo scendere le scale del metrò.
Faccio una verifica in piazza Duomo: sono molti a confermare che i clochard, soprattutto italiani soli o in coppia o con i cani, raccolgono molti soldi, più di cento euro al giorno. Li usano per drogarsi o per bere o tutte e due.
La cronaca: più di un anno fa il boschetto della droga di Rogoredo è stato “assaltato” in pompa magna da esercito e forze dell’ordine con tv al seguito per due volte. Io stessa sono andata (ben dopo questi “assalti” ) e ho visto gli spacciatori entrare e lo stesso identico degrado di prima, stessa foresta, stessa zozzeria di fianco alla tangenziale. Due giorni fa il Partito democratico a Palazzo Marino ha fatto una serie di proposte “sociali” per l’area, senza mai parlare di intervento definitivo, primo fra tutti radere totalmente al suolo tutta la boscaglia, pretendere l’arresto di tutti gli spacciatori (che non sono drogati) e accusarli anche di violenza sessuale sulle ragazze. Poliziotti che si fingono drogati per entrare “nel giro” non sono una novità. Telecamere e fermi continui nei pressi del fortino nemmeno. Molti dormono lì accanto, e sono tutti conosciuti. L’obiettivo non è necessariamente arrestare, ma obbligarli a sloggiare.
Il Pd di Sala chiama in soccorso (o correità…) il quartiere e anche il comune di San Donato, verso il quale lo spaccio si estende. E fa proposte di prevenzione sociale per i drogati. L’area della stazione è enorme e abbandonata da vent’anni. L’eroina, si sa da tempo in tutti gli ambienti pubblici, è tornata come negli anni ’80 e a prezzi decisamente inferiori. Il fenomeno cresce, la voce si sparge sempre di più tra i drogati.
Non è che non si può fare niente, è che nessuno vuole fare niente.
Consiglio di fare un giro in macchina, per chi non ha idea di cosa sia quel luogo (io l’ho fatto a piedi).
Consiglio di fare girare la voce sul perché non vanno mai dati soldi ai questuanti di strada, anche se ci fanno pena.

Bossetti, se la verità giudiziaria non è più autorevole

 

Le reazioni alla conferma dell’ergastolo per Massimo Bossetti sono state, se possibile, più sorprendenti di quanto mi sarei mai aspettata dopo il caso di Cogne. I cosiddetti innocentisti nei delitti con forte eco nazionale ed emotiva ci sono sempre stati. Ricordate? La belva di via San Gregorio a Milano non confessò e iniziò l’indagine, allora senza l’ombra di una possibile ricerca di Dna. Facile capire perché non confessò: evitare il carcere a vita e la gogna pubblica, essendoci di mezzo omicidi di donne e bambini. Rita Fortis era una bella donna, molto più bella di quella (siciliana) che ha ucciso, in una Milano del dopoguerra che aveva già qualche problema con i meridionali arrivati a frotte, ma non con i veneti come lei, che rappresentavano invece operosità e capacità di riscatto sociale. Pur di non accettare la belva che albergava in Rita Fortis la gente cercava un complice, maschio, appena si poteva trovare un minimo appiglio. Così come chi uccide è spinto da una forte motivazione emozionale (e spesso psichiatrica), anche chi osserva da fuori e ne viene coinvolto da tv e giornali, vive più o meno lo stesso problema (e a volte dramma) psicologico. Ma davvero ci sono belve tra noi?
Ma davvero si può uccidere una bambina? Ma davvero si può uccidere il proprio bambino?

Per chi è del mestiere, è tutto possibile perché tutto ha visto. Chi non lo è usa un solo strumento: essere convinto oltre ogni ragionevole dubbio. Ma chi può convincere coloro che non si convinceranno mai? Nè autorità, nè prove, nè scienza, e a volte persino le confessioni vengono messe in dubbio. Perché è così difficle accettare che qualcuno compia delitti orribili e non, piuttosto, accettare che qualcuno finalmente sia preso e paghi per quei delitti orribili? Perché la genet si identifica in uno, come Bossetti, biondo, bergamasco, occhi celesti, padre e marito, gran lavoratore (bè insomma..) che piange e si dispera, o in una, come Annamaria Franzoni, con una casetta tanto bella e lei e i figli e il marito tanto carucci?
Molto più avanti negli anni, la storia si ripete con altri casi di nobildonne uccise misteriosamente ma innocentisti e colpevolisti in questi casi faticano a schierarsi per evidenti motivi: più che un cerebrale esercizio da detective improvvisato non si può fare. Molti anni più tardi, il massacro di Erba invece si colloca perfettamente nell’Italia alle prese con le prime ondate di extracomunitari sgraditissimi e soprattutto, quelli del NordAfrica, già conosciuti come spacciatori. In più, Erba si trova geograficamente in piena Brianza bianca, bigotta, conservatrice, chiusa, dove i panni sporchi si lavano in casa e la ricchezza va esibita perché frutto del lavoro. Dove non fa effetto un padre che perdona (anzi!) e si deve cercare ad ogni costo un altro colpevole perché il processo è stato manipolato, perché l’unico sopravvissuto ha detto quello che non sapeva, perché, perché, perché. La folie a deux di Rosa e Olindo passa in secondo piano, i loro precedenti con le vittime anche, la confessione di Rosa Bazzi viene ritenuta estorta, solo perché lei stessa ritratta e fa sorgere dubbi sulla violenza della polizia. Diciamo subito che è vero; la polizia non va tanto per il sottile quando vuole una confessione e la vuole perché è molto più semplice e veloce. La polizia però non è un giudice che conduce interrogatori che bisognerebbe leggere attentamente cinquanta volte per capire come vengono fatti. Così come si parla dei giornalisti senza sapere nemmeno come si lavora in un giornale (prendiamo un quotidiano che conosco meglio) , chi lo decide, quando, a che ora, chi sono i capi, le dinamiche, le pressioni, le manipolazioni, le punizioni, gli stipendi, quanti conoscono a menadito come si sviluppa una indagine su un delitto, diciamo rilevante per la comunità?

E ora torno a Bossetti. Caso mediatico, anzitutto, perché qualcuno ha deciso di farlo diventare mediatico. Chi? I giornali. Una ragazzina della cattolica, benestante, razzista e benpensante bergamasca, muore agonizzando in un campo. Può capitare a tutte le bambine, certo che è una notizia più notizia di altre. C’è un primo elemento in ogni giallo, soprattutto sui casi di scomparsa, come è stato questo all’inizio. Va stabilito se è volontaria o no. In due giorni si è capito che era volontaria ma la gente non ci ha fatto caso perché è ben difficile schierarsi contro una “vittima” così giovane e dire se l’è cercata. Quando è stato accusato il tunisino del triplice delitto di Erba, la gente era contenta. Quando sono stati arrestati Rosa e Olindo è rimasta esterreffatta. Così, nel caso Yara, quando è stato arrestato il marocchino Fickri, la gente era contenta, salvo poi, quando è stato finalmente ingoiato a fatica l’errore giudiziario, non riuscire più a trovare un colpevole che potesse abbassare l’ansia collettiva, soprattutto delle mamme ha scatenato una dinamica semi impazzita. Ma la pm, con l’errore del marocchino, si è tirata addosso tutti i dubbi del mondo sulla capacità della giustizia italiana. Di fatto, ritengo che avrebbe dovuto essere estromessa dall’incarico e non tanto perché non sia possibile sbagliare, quanto perché il primo grave errore fa perdere credibilità. Che è quello che poi è accaduto. Nella nostra morale, a volte immorale, collettiva, il giudice dovrebbe stare sempre sopra le parti ed essere inattaccabile. Molti si appellano agli erorri giudiziari senza citarne i casi che so, negli ultimi 50 anni (che pure ci sono stati) e soprattutto di quelli di prima dell’avvento delle nuove “prove” scientifiche di trovare a volte molto velocemente il colpevole. Tantissimi casi di omicidio sono rimasti irrisolti e sono finiti nel dimenticatoio fino al nuovo, più prepotente (e più interessante) che fa discutere. E io mi chiedo perché fa tanto discutere il caso Bossetti. Non sono sufficienti 18 mila prelievi di Dna e uno solo (non tre o dieci o venti) trovato sul corpo? Non è sufficiente la sua fuga all’arresto nel cantiere? Non è sufficiente l’accuratezza di verificare tutto, compreso trovare l’amante della madre di 45 anni prima con il quale ha fatto due figli? Non è sufficiente che tutti sapessero chi era Bossetti e cosa faceva? No, non lo è. Non lo è, probabilmente, perché non mente solo Bossetti, non guarda pornografia solo Bossetti. Non i vecchi, anche i giovani. E tutti dicono che non è grave. Tutti, meno gli psichiatri che inseriscono da decenni l’uso smodato di pornografia e bugie in disturbi della personalità o dell’umore.
Lo fanno tutti è una risposta del cazzo. Allora, anche tutti possono uccidere una ragazzina o ragazza, per sbaglio (così è andata: Yara non doveva essere uccisa, ma sessualmente usata e possibilmente con il suo consenso). Dunque, gli italiani sanno bene cosa fanno e difendono un Bossetti o sua moglie (che fa lo stesso perché c’è sempre correità familiare in questi delitti che non nascono dal niente) perché è difficile mettere insieme tutti i dati e fare uscire un personaggio capace di agganciare una ragazzina consenziente e poi dare fuori di matto al suo forte rifiuto e ucciderla o tentarci. Anzi: non ucciderla, lasciarla morire. Quanti sono capaci di fare una cosa simile? Tutti coloro che hanno le caratteristiche di Bossetti, la sua ignoranza, il luogo dove vive, il suo narcisismo, il suo infantilismo, la sua vigliaccheria, la sua falsa morale cattolica, una moglie uguale a lui, una madre che ha saputo ingannare un marito due volte scegliendosi il più coglione che c’era in giro, una sorella gemella che inventa botte e assalti come una perfetta bordeline (non una depressa) quando tutto il nascosto crolla e crolla miseramente con diverse accuse sociali tra le più infamanti e inaccettabili da sostenere. Bossetti non confessa perché è narcisista, non perché gliene freghi qualcosa del carcere. Ricordo che in carcere, in attesa di giudizio, flirtava con una certa Gina e dire flirtava è una parola innocente che non fa capire l’esatta portata di quel rapporto in carcere.
Come è andata si sa: Yara ha accettato il passaggio di un uomo che gli sembrava innocuo, gentile e bello. Yara è parte di una famiglia conservatrice e rigida. Bossetti ha scelto Yara, non una qualsiasi, perchè lei poteva rispondere alle sue avance. E l’ha fatto. Ogni storia drammatica non è una discussione sul Dna che pure c’è e nemmeno accontenta: il sangue di Bossetti è stato rilevato sugli slip di Yara che non ha tentato di abbassare (non è stata usata violenza sessuale) ma ha tagliato anche quelli trapassando i leggins sottilissimi. Tagli a zig zag sulla schiena (Yara scappava) e le natiche ,che non l’hanno uccisa. Yara, ricordiamolo, è morta di freddo e paura. E che anche Linkiesta abbia dubbi sul metodo di giudizio è davvero una novità: rifare il dna, e perchè? Un detenuto condannato lo chiede e va rifatto? Porti lui prove che non era assolutamente suo o lui non era lì, questo dice il nostro ordinamento giudiziario. Lo stravolgiamo per Bossetti? O per paura dell’autorità?
Per dirla tutta, io non credo nemmeno che a qualcuno interessi davvero se il dna di Bossetti è suo o no. Credo che la gente innocentista, e peggio ancora certi giornali, soffino sul fuoco di altro, molto più politico che a caccia di giustizia.

Femminicidio, i dati dicono in calo. Ma per sociologi e media è aumento

 

Leggere le statistiche è sempre difficile, anzitutto perché i campioni non sono uniformi. L’anno record dei femminicidi in Italia (quando ancora non si chiamavano così), è stato il 2000 con 199 donne vittime di violenza mortale per il 73 per cento in famiglia. Nel 1992 sono state 186 ed ecco scattare l’aumento insolito di 8 anni dopo. Nel 2010 furono 131 e nel 2014 ci fu una impennata che portò il numero di donne uccise a 152, numero che si abbassò nel 2015 (128) e nel 2016 (120). Oggi, che siamo a 6 mesi e mezzo dall’inizio dell’anno, le donne uccise per mano maschile sono 38, se il trend si mantiene uguale (ci sarà un aumento non costante nei mesi) a fine anno dovrebbero essere poco più di 75. Sarebbe un successo enorme.Perché allora i sociologi parlano di aumento? Si basano su un concetto statistico diverso: tutti gli omicidi in Italia sono diminuiti e in costante diminuzione, mentre quelli delle donne si mantengono più o meno nello stesso trend (in percentuale rispetto agli omicidi totali), cioè 0, 9 omicidi di donne ogni 100 mila abitanti. Se guardiano al resto dell’Europa siamo piuttosto in fondo alla statistica, sia degli omicidi totali sia ai femminicidi. In testa, per i femminicidi, ci sono tutti gli Stati dell’Est Europa, ma se leggiamo la percentuale di donne uccise rispetto al totale dei delitti è paradossalmente la Svizzera la prima con il 50 per cento. Motivo? E’ piccola. Più i numeri sono bassi, più le percentuali si alzano. Troppo complicato? Abbastanza. Per questo si dice soltanto che aumentano i femminicidi, mentre non sono affatto aumentati, anzi. Gli ultimi giorni hanno visto 4 donne uccise e non sono tutti femminicidi uguali, benchè tutti siano di genere, cioè si voleva proprio colpire la donna in quanto donna. L’altra curiosità è che in testa alle classifiche ci sono le regioni del Nord e non del Sud. Motivo? Sono più densamente popolate. Le donne in Italia sono circa 20 milioni (dai 15 anni di età) comprese le donne straniere. Cento delitti all’anno con motivazioni culturali di genere sono tantissimi ma in realtà sono una inezia in una popolazione così vasta (61 milioni di abitanti) e con tante differenze culturali (tra italiani stessi e stranieri di diversissime religioni ed etnie).
Cosa ha migliorato la situazione e cosa l’ha peggiorata o non modificata? E ‘ diminuito l’alcolismo (la prima causa di violenza sule donne nelle regioni nordiche e dell’est), è aumentato il benessere e la coscienza femminile, sono aumentate le pene (stalking), i divorzi sono stati facilitati e la cura dei malati è in generale migliorata (ci sono più strutture, più attenzione e più farmaci ansiolitici e antidepressivi), è diminuito il senso del possesso della donna (nei giovani) non tanto per cultura, quanto per disinteresse sentimentale e perché è facile trovarne un’altra immediatamente disponibile. Perché invece non diminuiscono e qual è lo zoccolo duro? I 50-60enni, uomini, che continuano a non accettare l’idea di restare soli dopo il divorzio, l’aumento della solitudine sociale in questa fascia d’età e, nei giovani, le nuove patologie depressive, borderline, bipolarismo, narcisismo, che restano silenti ed esplodono in modo violentissimo durante litigi in cui la donna di oggi non accetta di tacere.
Il caso di Maria, la donna uccisa dal suo convivente trovato un anno dopo l’accoltellamento del marito al quale era sopravvissuta, è un caso a parte: accettare un rapporto riparatore con una persona peggiore o identica alla prima significa che la base traumatica e depressiva (che probabilmente faceva parte di tutta la sua vita) non è stata nemmeno affrontata dalle tante associazioni che lanciano allarmi, ma a conti fatti non salvano chi ha già un piede nella fossa. La statistica ci dice in anticipo che almeno la metà delle prossime vittime di quest’anno sono già a letto con il nemico. E non crediamo mai alla felicità esibita su Facebook o davanti a familiari e amici; la giovane coppia senese (lei grave all’ospedale, lui morto sucida) ne è l’esempio lampante: questi delitti sono  intimi e privati per definizione.

Dimenticare un figlio, può succedere anche a me?

La giustizia ha cominciato a fare il suo corso, con l’interrogatorio-fiume, fino alle 21 di ieri sera, della mamma toscana che ha dimenticato la figlioletta di 18 mesi in auto, dove ha trovato la morte.
Un lungo interrogatorio è segno che il magistrato ha voluto approfondire bene questa tragedia, così come è un atto dovuto aver disposto l’autopsia sul corpicino della bambina e l’apertura del fascicolo per “omicidio colposo”. La formulazione di omicidio colposo ha escluso, dopo l’interrogatorio, quello doloso, cioè con volontà. Non c’era perciò, secondo il magistrato, nessuna “scelta” di compiere un gesto che avrebbe per forza di cose portato la piccola alla morte, essendo l’auto a finestrini chiusi e sotto il sole. L’autopsia dirà esattamente l’orario della morte ma si può già ritenere che sia sopraggiunta non in sei ore, ma in tempi molto più rapidi e, unica consolazione, senza grande sofferenza: i bambini così piccoli piangono e si addormentano, passando in questo caso dal sonno alla morte che è sopraggiunta per arresto cardiaco.
La notizia, come tante altre che riguardano i bambini, ha suscitato reazioni forti in Italia. Gli psichiatri hanno spiegato (e non è la prima volta che lo fanno) che quanto è successo alla giovane mamma, dipendente comunale di rilievo e responsabilità, è un ìa sorta di corto circuito della memoria, una amnesia dissociativa temporanea dovuta allo stress. Lo stress è emotivo, è bene continuare a ricordarlo, per non confonderlo con la fatica fisica di fare tante cose anche in contemporanea, cui le donne sono molto più abituate degli uomini e ce la fanno anche in condizioni difficilissime. Si pensi solo a chi ha i gemelli e lavora e magari non ha un marito, o a chi fa due lavori e ha figli piccoli a casa affidati al più grande. A chi ha un marito assente per lavoro (e per irresponsabilità) o che ha un’amante e dei figli gli importa solo alla domenica. Perchè dunque quasi tutte le donne ce la fanno e alcune no? Sono una minoranza le donne che, sottoposte a forti e continuati stress emotivi (troppa responsabilità e poca percezione di poterla scaricare) pensano molto, anche prima di addormentarsi e pensano negativamente, coltivando il circolo vizioso del “ce la devo fare ad ogni costo” anzichè il più sano e consapevole “non ce la faccio sempre”. Pensano al mattino appena sveglie, con poche ore di sonno alle spalle, e al primo imprevisto che imprevisto in realtà non è quando si hanno figli che camminano da poco, dipendenti ma non totalmente come i neonati (la maggior parte dei casi di figli dimenticati in auto è nella stessa fascia di età) e più problematici da gestire. Fino ai due anni e mezzo il peso è enorme, ma lo è diventato sempre di più nelle società della “distrazione”. Qualcuno ricorda un video scioccante di una madre cinese che in piscina chatta e sullo sfondo si vede il figlioletto che sta affogando? A scene alquanto simili si assiste ogni giorno per la strada: di fondo c’è stanchezza, voglia di evadere, peso eccessivo e minore responsabilità morale, come se le mamme di oggi avessero più bisogno loro di una mamma, che di esserlo. Lo stesso vale per i padri. La dimenticanza degli oggetti è un primo segnale spesso inascoltato o addirittura giustificato con la paola stress, come se dirlo, perchè se ne sente tanto parlare, non signifchi assoulutamente niente. Di fatto, correre ai ripari è molto più difficile perché significa rinunciare a qualcosa, discutere con qualcuno, cambiare comportamenti e abitudini e spesso farsi valere sia al lavoro che in casa. Normalmente la gente reagisce allo stress urlando, litigando o mettendo i figli davanti alla tivù o al computer (per poi stressarsi di nuovo perché viene considerato sbagliato). Di fatto, il modo di reagire allo stress è spesso irrazionale, ma non arriva a livelli così elevati. Ho letto commenti di persone che dichiarano di aver dimenticato i figli al supermercato, a scuola o dalla nonna. C’è chi li perde sulle spiagge, nella calca di un centro commerciale, negli autogrill. Proprio dimenticati. Qual è la differenza con il dimenticare in auto senza il minimo ricordo della loro presenza e di un atto incompiuto (il lasciarli in mani accudenti e protettive come il nido)? Un profondo black out, non una dimenticanza di tre minuti: questi genitori hanno completamente rimosso i gesti fatti, che pure sono quotidiani, e non si chiedono per ore ed ore, non hanno nemmeno il dubbio, per ore ed ore, di aver saltato qualcosa, di non aver fatto qualcosa delle solite cose di ogni giorno. Perciò no, non può capitare a chiunque (e difatti si contano circa 500 in tutto il mondo automatizzato). Per quanto la amnesia dissociativa sia possibile e comune, non lo è la dimenticanza di un figlio per un tempo indefinito, e soprattutto in un luogo che tutti sappiamo assurdo, non fosse altro perchè viene lasciato solo. I gesti protettivi e accudenti, benchè siano ripetitivi, sono numerosi, e comportano relazioni umane non facilmente dimenticabili nè automatiche come percorrere una strada, la solita, immersi nei pensieri (la consegna del piccolo a qualcuno, per esempio). Perciò queste dimenticanze nascondono non solo alti livelli di stress, ma anche precedenti di emotività non espressa, di molti non detti, di sofferenze interiori trascurate, di divisione tra razionale ed emotivo troppo nette.
Il danno irreparabile è stato compiuto. Provare solo pietà e dolore, sentimenti che appartengono a tutte le persone empatiche e sensibili, però non aiuta ad evitare i prossimi. Le amnesie dissociative sono pericolose e spesso nascondono vere e proprie personalità dissociate che si manifestano proprio nei momenti di alto stress.

La mamma che scoppia

Ilaria svolgeva le funzioni di segretario comunale, presidente del nucleo di osservazione del personale dipendente, presidente di delegazione trattante di parte pubblica, responsabile anticorruzione, responsabile disciplinare per un Comune in provincia di Arezzo. Viveva in un paese vicino, era sposata ed aveva una bambina di 18 mesi. Fino a ieri mattina, forse alle 10 o poco più. Doveva lasciare la figlioletta al nido, ma l’ha scordato e ha parcheggiato come ogni giorno l’auto in piazza del Comune alle 8. A che ora si sarà alzata? Presto come sempre. Lavarsi, vestirsi di corsa, lavare la bambina, vestirla e tanti pensieri in testa. Il lavoro, la responsabilità e chissà cos’altro. Ma è già sufficiente per mettere, il 4 marzo scorso, sulla sua pagina Facebook, un post condiviso dal Fatto Quotidiano che calzava a pennello con la sua situazione: “Maternità e lavoro, perché le donne non ce la fanno più”. Sembrava un post normale: è diventato, oggi, il grido d’allarme inascoltato (anche da se stessa) di un burn out in agguato. Tre mesi dopo, ieri mattina alle 14, è uscita dal lavoro e ha trovato i vigili urbani che cercavano di rianimare la sua bambina ormai morta per il caldo. Nessuno l’ha vista dormire sul seggiolino nella piccola piazza di un piccolo paese, nessuno guarda niente, neppure, in questo caso, i permessi delle auto parcheggiate per tante ore.

Il burn out è un drammatico epilogo di stress prolungato che “brucia” le funzioni cognitive, la memoria prima fra tutte. E’ stato rilevato tra gli infermieri che hanno alta responsabilità verso i malati e sono sottoposti a turni faticosi senza poter riposare a sufficienza. E’ qualcosa che fa dimenticare, dissociare temporaneamente la parte razionale da quella emotiva. Capita a molti dimenticare un oggetto o un appuntamento, addirittura dissociarsi per superare un conflitto emotivo enorme. Ma a questi livelli di gravità è più logico parlare di stress prolungato, e lo stress è sempre emotivo.

C’è però sempre una differenza tra il burn out lavorativo e quello lavorativo-materno che come in altri casi si mescolano fino a diventare un solo lavoro, e un figlio viene dimenticato come fosse un’operazione quotidiana da sbrigare. Una sorta di “devo farlo per forza anche se non ce la faccio”.
E’ successo più spesso ai padri, ma anche le madri sono riuscite a saltare a piè pari il quotidiano gesto di togliere il figlio dal seggiolino, salutarlo e consegnarlo alle maestre. C’è un saluto di mezzo, un bacio, che stride con il quotidiano dovere. Come si fa a dimenticare un figlio? Con il cervello bruciato si può. Come si arriva a bruciarlo? Con un lento conflitto interiore che spesso è anche di coppia e carico familiare eccessivo, con la incapacità di dare priorità e vivere le responsabilità dividendole in compartimenti stagni, dove un bambino è un essere umano, mentre un lavoro, per quanto importante, non lo è. Non è così facile anticipare queste tragedie e certo la soluzione non è il seggiolino che avvisa acusticamente. I casi sono pochi, fortunatamente, ma quei pochi casi dicono più o meno la stessa cosa: il conflitto emotivo interiore esige una soluzione: eliminare il problema maggiore. Non significa che si vuole uccidere un bambino e tanto meno il proprio, ma piuttosto che non si è in grado di sostenere uno stress elevato e prolungato, una sorta di sottomissione al dovere (lavorativo e genitoriale, vissuti entrambi conflitualmente). C’è chi se ne rende conto e corre ai ripari per tempo, e chi mette un post su Facebook. Peccato che quel post avrebbe potuto diventare un altro che diceva “aiuto, non ce la faccio più, devo staccare o dimentico qualcosa di importante, anzi importantissimo”.

Resto convinta che se questa madre 37 enne, come altri genitori, avesse dato una importanza enorme al bacio dell’arrivederci alle 14, dopo il lavoro, sarebbe rimasto impresso fortemente nella sua memoria emotiva e non in quella razionale, che sempre può fallire. Resto convinta che queste madri e questi padri che fanno morire i figlioletti nel calore di un’auto sotto il sole, non siano emotivamente preparati ad essere madri e padri. Cioè assumersi contemporaneamente più responsabilità senza crollare in questa forma subdola e pericolosa che è la dissociazione psichica.

Un errore così grave si paga con una sofferenza indicibile ed eterna, perciò non credo che ci saranno misure restrittive come mai ce ne sono state in questi casi. Non credo però nemmeno alla capacità della psicologia di togliere un senso di colpa in assenza di una vera patologia mentale e penso che questa madre preferirebbe scontare una pena concreta per pagare e poter accettare quello che è accaduto. Ma credo anche, come sempre, che qualcun altro (familiari e capi e colleghi) dovrebbe pagare la sua parte per aver fatto arrivare questa donna a un simile punto di non ritorno: la donna deve poter lavorare e avere figli anche se non è superwoman come la società (e lei stessa) vorrebbero che fosse.