Samuel, benvenuto a pranzo a casa

Samuel Ojaomo è nato in una cittadina del sud della Nigeria nel 1991.
Da giorni lo vedevo davanti al piccolo supermercato della mia via, a Milano, con il cappello celeste in mano.
Questa mattina, come altre, mi ha sorriso e salutata al passargli accanto, e stamattina, a differenza di altre, mi sono fermata.
Ero carica di emozioni negative da una settimana. Di parole crudeli lette, di attacchi, anche a me, di discorsi strampalati della gente, sabato di Bruzzano, ieri di Opera, davanti alla chiesa. Il signore di Opera, poco prima di entrare nel santuario davanti al cimitero e poco dopo avere offerto la frutta del suo giardino al sacrestano, era tutto orgoglioso che il suo sindaco avesse rifiutato 12 migranti. E a Opera c’è l’ndrangheta da 40 anni, supercarcere per i mafiosi del 41bis e l’ospedale dei tumori sul quale lucrano i residenti che affittano ai parenti dei malati.
Bè, insomma, ero carica di emozioni forti e forti sensi di colpa che solo questo tipo di gente, i miei connazionali, sanno suscitarmi ogni volta che, schierandosi così potentemente, cambiano le sorti delle persone, anche le mie.
Alle prime domande fatte a Samuel, mi è giunto il suo tono di voce pacato e i suoi racconti, per niente scioccanti, lasciavano immaginare portandomi là, dalla Nigeria alla Libia e da Tripoli su un barcone fino in Sicilia. Mentre lui raccontava si fermavano signore e signori a dargli una moneta. Per lo più anziani. E a me dicevano: è bravo.
Vivo a Porta Venezia. Non è un quartiere di benestanti in alcune vie e di sicuro non lo sono quelli che si vedono alla mattina presto. Sentivo la commozione salire. Perchè lo so come sono fatta: di fronte alle mani allungate, generose, che nulla chiedono in cambio, io ci rivedo i miei genitori, me stessa, e tutti gli italiani che sono così da anni e anni. E il contrasto con chi accusa anche te di essere generosa e ti obbliga a non esserlo per decisione superiore, è così potente da scatenare dolore.
Così, appena Samuel ha parlato di barcone mi sono sgorgate le lacrime. I bambini… mi sono venuti alla mente tutti i bambini di video che ho visto proprio ieri, video laceranti girati dalla guardia costiera, dove tirano su solo loro dal gommone lasciando lì tutti gli altri adulti in bilico sul bordo e quelli gridano oh! con un sorriso felice e le mani alzate, perché hanno preso uno dei loro bambini. E loro fa niente.

Definire buonisti i buoni, è l’assenza di parole dei cattivi.

Samuel è un migrante che noi chiamiamo economico. Non è scappato dalla guerra, nè da una cittadina disastrata. Anzi, nelle foto si vede ben curata e con l’Università.
Samuel vive da due anni in un centro di accoglienza, anzi un vero hotel in Oltrepo Pavese, uno dei posti più belli della Lombardia. Sa che questo “lusso” viene pagato dall’Unione europea ma non conosceva la cifra pro-capite, lo informo io.
Samuel non ha nemmeno una famiglia poverissima e afferma che non deve mantenere nessuno. Ha fratelli grandi di primo letto della madre, 50enne, e il padre non l’ha mai conosciuto. No, sua mamma non è stata abusata, il suo uomo se ne è andato quando Samuel era neonato.
Samuel ha studiato, aiutato dai fratellli maggiori. Dopo la licenza media ha frequentato due anni di una scuola tecnica governativa, obbligatoria. Nel 2012 si è diplomato in un’altra scuola statale tecnica. E’ ingegnere edile e meccanico. Dal 2009 al 2015 ha lavorato nellla sua città come operaio metalmeccanico. Poi ha deciso di partire.
In Oltrepo frequenta la scuola di italiano, tre volte alla settimana, ma noi parliamo in inglese, per lui più facile.
Quando gli chiedo della struttura che lo ospita mi racconta che sono 80 migranti e per loro non organizzano niente. Hanno cibo alla sera (cous cous, mi dice, con un po’ di carne e verdura – e solo il Nord Africa apprezza il cous cous…) poco e male cucinato, ma lui non si lamenta. Me lo racconta perché io lo incalzo di domande e voglio sapere i dettagli.
In paese la gente non è ostile. Non li guarda e stop. Loro non esistono per il paese. Si prendono il treno e vanno a cercare lavoro a Pavia o a Milano. Lui l’aveva trovato un lavoro lo scorso setttembre a Milano. Un tipo l’aveva visto chiedere l’elemosina e l’ha ingaggiato per lavori nelle case, piccole ristrutturazioni edili di appartamenti, tipo imbiancare o mescolare la malta. Me lo mostra nel curriculum che porta sempre con sè dove c’è anche il nome della società: “2G Costruzioni”. Ho controllato, esiste, ha la sede in centro.
Gli chiedo se lavorava con bianchi o neri e mi dice solo bianchi.
E aggiunge che però non l’hanno mai pagato, nemmeno per un solo giorno di otto ore di lavoro. Gli davano appuntamento alla mattina alle 8 e lo portavano sul luogo di lavoro e gli hanno fatto anche la busta paga regolare ma quando chiedeva i soldi dicevano aspetta. Gli hanno sempre detto aspetta e non ha mai visto niente. Non ha nemmeno interrotto lui il rapporto, hanno interrotto loro dicendo ciao e grazie, ti pagheremo.
E’ così che ho deciso di invitarlo a pranzo a casa.
Per rabbia verso gli italiani, per senso di colpa verso quello che sono sempre stata con persone sbagliate del mio paese e non riuscivo più ad esserlo per paura di perdere quei pochi amici che avevo ancora, quellli che giudicano ogni cosa che fai e ti dicono anche te lo scopi? E’ giovane e lo comandi? Vuoi fare vedere che sei migliore? Bè sì, l’ultima motivazione è vera: scrivo perché voglio fare vedere che sono migliore di tanta gente, soprattutto di quella, tanta, che ho aiutato in 45 anni, e meritava invece calci in culo.
Io in verità non ho mai aiutato nessuno nel senso stretto del termine. Sono atea, non concepisco l’assistenzialismo. Offro strumenti perché uno se la cavi da solo.
A Samuel ho raccontato molte cose del nostro governo (sapeva bene che governa Salvini), del perchè la gente è cambiata tanto, e anche del perché a Milano non sono come nei paesi. Gli ho mostrato l’Italia che lui aveva scorto un po’ dal treno venendo a Milano dalla Sicilia e ha detto che è bellissima.
Lui mi ha mostrato la Nigeria, me l’ha spiegata, ha parlato anche dei suoi tanti connazionali delinquenti. Sì quelli che qui da noi spacciano. Gliel ‘ho chiesto; lo fanno qui perché non trovano lavoro e finiscono nei giri sporchi? No, mi ha risposto, lo facevano anche là. E’ dispiaciuto, ma realista. Ricorda che sono 5 milioni di persone.
Samuel è cristiano, come tanti nigeriani e dei riti woodoo dice che sono frutto della grande ignoranza dei mussulmani, donne soprattutto. Sono io a spiegargli che tante di loro le mandano a prostituirsi in Europa e le tengono schiave con il terrore di morire.
Samuel mi soprende, e credo soprenderà molti che leggono, quando afferma che il viaggio sul barcone non l’ha pagato.

Così mi ha descritto la sua avventura che chissà perchè io chiamo pellegrinaggio.

Dal suo paese si è incamminato a piedi verso Tripoli. Ogni tanto ha trovato passaggi in auto e poi ha affrontato il deserto. Con quali soldi ha viaggiato? Nessuno. La solidarietà della gente gli ha permesso di mangiare e lavarsi e vestirsi strada facendo.
Ma nel deserto arrivano loro: i libici che cercano manodopera gratuita per mesi e anche anni. Li portano a lavorare per loro, promettendogli di farli salpare per lasciare la Libia via mare.
A lui è andata bene: in meno di un anno si è pagato il viaggio in barcone col sudore e le notti sbattuto in buche a dormire con altri cento come lui. Non sono centri di detenzione: sono luoghi di ospitalità per schiavi. Samuel deve essere stato bravo a lavorare e a stare zitto e rispettoso perché non è stato mai picchiato o abusato e la sua schiavitù è durata meno di un anno.
Si è così meritato il viaggio che anzi, mi dice, questi libici vogliono che venga fatto: fuori, fuori dalla Libia, migranti africani del cazzo. Non sono militari, di militare lui non ne ha mai visto uno. Li chiama mafiosi.
Del viaggio non ricorda niente, non ha mai visto chi guidava. Era una nave, un grande pschereccio e non un gommone. Sono stati salvati da una Ong, una americana dice, ma non ricorda il nome.
A Milano è stato subito smistato nell’ex hotel pavese dove si trova tuttora. Il suo permesso dura ancora un anno e nel frattempo potrebbe lavorare regolarmente a libri, se qualcuno gli desse un lavoro regolare e non lo fregasse.
E se trovasse come operaio sarebbe uno dei tanti lavoratori stranieri che fanno quei lavori che i giovani non vogliono più fare. E potrebbe restare, pagarsi una casa, i contributi, le tasse, e poi chissà. Non chiude le porte nemmeno a un possibile ritorno nella sua patria che in fondo ama. Ha un mare splendido e anche bella gente, peccato che non ci sia lavoro.
E’ disposto a tante cose, come molti giovani volenterosi lo sono. A spostarsi di città e di Stato, al freddo o al caldo. Nel suo curriculum stilato per lui dall’associazione che gestisce i profughi di Castelletto di Branduzzo, in provincia di Pavia, c’è scritto che può fare il giardiniere, il barista e il sorvegliante oltre all’operaio. C’è scritto che è affidabile e si è si è sempre comportato bene, collaborando bene nei lavori di imbiancatura, edilizia e giardinaggio del Centro di Accoglienza per 80 ore.

Gi ho cucinato riso, melanzane fritte, pomodori freschi al basilico, pollo al limone e frittata di zucchine al cardamomo. Gli ho preparato una bevanda fresca di menta e limone che non conosceva e io avevo bevuto in Tunisia e nel deserto giordano.
Gli ho anche raccontato di Pamela. Come non poteva venirmi in mente mentre ce l’avevo davanti! Conosceva la storia ma io gliel’ ho spiegata tutta per bene, perché l’ho seguita da giornalista collaborando anche col collega Fabio Lombardi di Quarto Grado per ristabilire la verità, ben diversa da quella di giornali e televisioni.
E’ rimasto a casa mia poco più di un’ora perchè doveva tornare a Pavia per il corso d’italiano.
Appena era entrato aveva guardato la casa dicendomi che bella è. E’ piccola la mia casa, vecchia e di ringhiera. Ma è accogliente come era quella, ancora più minuscola, dei miei genitori. Mio padre diceva sempre: bisogna mangiare con le persone per conoscere le loro storie. Non aiutiamo loro, sono loro ad aiutare noi portandoci il mondo in casa.

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Sono Pablo, anche se nessuno mi cerca

Pablo l’argentino è scomparso nel nulla 11 anni fa da Pietrasanta. Pablo lo spagnolo è lì davanti al supermercato Coop di un quartiere di La Spezia da 9 anni.

Lo trovo subito, tra un’auto e l’altra parcheggiata. Si ripara dal sole sotto un ombrello celeste, seduto su un banchetto con un modesto ma elegante e pulito completo nero  giacca e pantaloni. Ha una spilla dell’Europa appuntata sul colletto e in mano una ciotola di plastica per raccogliere le monete che la gente getterà durante la giornata di spesa.

Quando cercavo Pablo l’argentino e la segnalazione diceva che era molto simile a lui, stesso nome, occhi grandi e verdastri, me l’avevano descritto come un tipo che non parlava con nessuno da anni. Ai volontari che gli portano il tè d’inverno o si rassicurano sulle sue condizioni, diceva sì, no, grazie. L’hanno descritto come uno che veniva dalla droga, perché così lui aveva raccontato, che si lavava ma non accettava altro che la vita di strada. Un anti sociale, come tanti clochard, riservato e con posto fisso per poter mangiare tutti i giorni. L’età era indefinita. Tra i 40 e i 60.

I carabinieri avevano escluso che si trattasse di Pablo Babboni, che di anni ne avrebbe avuti oggi 46. Il capitano mi aveva assicurato che aveva mostrato a loro le spalle e non aveva tatuaggi. Aveva mostrato, su richiesta, anche un documento di identità spagnola e niente combaciava, se non il nome di battesimo.

Era aprile quando la mia delusione è stata grande, convinta di avere ritrovato quell’artista del marmo che la famiglia crede morto sperando non lo sia.

Ero a La Spezia, in questi giorni, e sono andata per conoscere questo Pablo.

Un Pablo clochard di cui ho scritto e parlato a lungo.

Gli ho parlato subito nella sua lingua, con il mio forte accento argentino, senza fingere chissà cosa o inventare chissà che. Pablo, sei argentino? No – risponde – sono spagnolo. E da quella semplice frase capisco che sì, è spagnolo. Non serviva il dna, le spese tra Stati (Argentina e Italia), i carabinieri, i controlli delle fotografie, le chat con i familiari, il viceo girato a sua insaputa, e non serviva neppure disturbarlo: lo spagnolo di Spagna è ben chiaramente differente dal castigliano d’Argentina.  Aveva un sorriso meraviglioso e una voglia di chiacchierare che non mi ha stupito affatto. Chiacchierava perchè parlavo nella sua lingua e gli dicevo che cercavo un Pablo argentino. Mi dice che sì, sono venuti a controllarlo ben due volte i carabinieri. Mi dice che no, quel Pablo neppure lo conosce. Mi dice che lui è sempre lì e si veste bene “perché aiuta a farsi dare elemosina”. Una specie di lavoro, diciamo. Vorrebbe sapere come mai qualcuno gli ha girato un video a sua insaputa ma sopratutto gli dà fastidio non essersene nemmeno accorto. Lo sapevo. Essere diretti con i clochard è più importante di quanto non si immagini: per loro l’inganno è un’onta e la fiducia negli altri una piuma nel vento.

Gli chiedo, lo devo fare, se una famiglia cerca lui. Lo dico un po’ ridendo. E lui ridendo, ma con quella punta di stizza che lascia indovinare dalle parole, dice che no, a lui non lo cerca nessuna famiglia. ” Bisogna conoscere anche l’altra parte della commedia”.

Gli chiedo se posso lasciargli qualche moneta – e dice sì grazie – e andando via mi ritrovo stranamente colma di gioia mista all’amarezza.   Pablo sta bene, esiste, l’ho conosciuto. Pablo sa che l’abbiamo scambiato per un altro e ne è stupito, e si capisce che se glielo avessimo chiesto avrebbe risposto con sincerità senza bisogno di sotterfugi. Pablo mi ha accolta nel suo piccolo mondo chiuso perchè parlavo la sua lingua in una terra non sua, pur sapendo perfettamente l’italiano. Pablo non era il Pablo che cercavo ma non potevo chiudere questa storia finchè non gliel’avessi chiesto direttamente e direttamente capire quante storie hanno da raccontare i clochard se li ascoltiamo.

Se La Spezia non fosse così lontana, io Pablo lo adotterei.

 

Sono clandestino, vivo di elemosina

Neughaye è davanti a un piccolo supermercato Pam con un cappellino in mano. Oggi vedo lui, ieri ne ho visto un altro. Da oltre un anno osservo questi ragazzzi neri neri fermi davanti ai supermercati o le farmacie dei quartieri di Milano. Sono sempre diversi, ma sono tutti uguali: se passi vicino a loro dicono sempre buongiorno signora. Stop. Vedo persone che escono con la spesa in mano e lasciano una moneta, spesso un euro. Vedo anche persone che lasciano un piccolo sacchetto di plastica con qualcosa da mangiare. Nessuno parla con loro. Loro dicono solo buongiorno e grazie. Stop. I primi giorni che li ho notati ho chiesto ai vigili. Chi sono? I vigili hanno risposto: stiamo verificando. E’ una cooperativa? Un racket? Sono regolari o irregolari? I vigili hanno risposto: stiamo verificando.

Oggi mi sono fermata a chiedere a uno di loro.

Neughaye viene dal Ghana. E’ arrivato con un barcone alla fine del 2016 e l’hanno spedito in un campo a Bergamo secondo le decisioni della prefettura e la spartizione territoriale dei profughi . Sa poche parole di itlaiano. Parliamo in inglese.

Dove vivi?

A Milano, in una stanza in affitto in zona porta Garibaldi. Nell’appartamento viviamo in cinque. Paghiamo 250 euro ciascuno.

Hai lo stato di rifugiato?

No. Ho un permesso della Questura di Bergamo. E’ scaduto nel 2017. Te lo faccio vedere.

La polizia ti ferma?

Sì, qualche volta. Gli mostro il permesso scaduto e non mi dicono niente.

Perchè non sei rimasto nel campo di accoglienza di Bergamo?

Perchè il giudice mi ha detto che dovevo prendere un avvocato, ma era a pagamento e io non avevo soldi.  Ho fatto la richiesta dello stato di rifugiato nel 2016. Sono venuto a Milano con la mia famiglia e ho trovato un avvocato che sta facendo per me le pratiche gratis. Ti faccio vedere il biglietto da visita, è a San Babila.

Prendi soldi dallo Stato?

No, niente. Chiedo aiuto alla gente e con questi soldi che mi danno pago l’affitto e viviamo io e la mia famiglia.

Vorresti lavorare in Italia?

Sì, ma forse adesso lo trovo. Il signore del negozio qui vicino mi ha promesso un lavoro a Palermo.

E tu andresti a Palermo per lavorare?

Sì, con la mia famiglia. Sono molto contento.

Sai che se non hai documenti non possono darti lavoro?

So che mi servono i documenti, ma sta facendo l’avvocato per me la pratica di rifugiato.

Che lavoro ti ha promesso?

Non lo so. Non è importante.

Vi conoscete tutti voi che state davanti ai supermercati? Ci sono accordi?

No, non ci conosciamo. L’unica cosa che facciamo sono rispettare i turni. Ognuno di noi sta dal mattino alle 14 e dalle 14 alla chiusura nello stesso posto, poi deve cambiare.

 

Questo breve dialogo si è svolto in mezzo alla strada, questa mattina. Neughaye parlava solo se sollecitato in un buon inglese. Grande e grosso, appariva spaesato, caratterialmente umile, tranquillo e sincero. Della situazione italiana non sapeva niente, l’ho informato io della nuova linea del governo.

 

 

Ps: i commenti a questo post, per la delicatezza del tema e il particolare momento politico italiano,  sono moderati.  Non sono ammesse condivisioni che non riportano la fonte.

Bruna bianchi, giornalista professionista

 

 

 

 

Il tempo si è fermato a Larino

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I nonni abitavano a poca distanza l’uno dall’altra. Famiglie di ceti sociali diversi e uguale provenienza antica: il Napoletano. I primi contadini di terre che producono olio e vino e ortaggi, i secondi retaggio di una nobiltà intellettuale che i Normanni portarono con sè a Larino, Larinum frentana, antica cittadina del primo entroterra del basso Molise che dovette sottostare alle invasioni di popoli italici fino ad inchinarsi, benevolmente, al ricco Romano Impero.  Nella città vecchia di Larino si cammina su un pavimento lastricato e case di alto Medioevo e Roma antica, pulito e lucido chè nemmeno osi gettare a terra un mozzicone di sigaretta, di un bianco accecante già col sole primaverile, che ti catapulta di colpo in un’altra epoca. Quale, non si sa. Io immaginavo i nonni giovani, lui con il cappello nero, lei col velo di pizzo nero sulla testa, salire i gradini della cattedrale, il Duomo dal rosone a tredici raggi che c’è sui libri di storia dell’arte e non ha eguali in Italia. Arte pugliese, dei templari, dei massoni. Il tribunale di Larino (mai chiuso nei secoli come invece hanno fatto per conti sanitari che non tornano con il pronto soccorso dell’ospedale), dove il bisnonno era magistrato, forse di dispute di terre e casali, accresce quell’aura di mistero tra il religioso e l’operoso di questo paesotto di 6700 abitanti acclamato città per decreto di Ciampi nel 2000. Un orgoglio che si vede ancora nelle famiglie (e le loro case) che hanno studiato e contato per almeno un secolo: notai, avvocati, banchieri.

Il treno non passa più. Restano i binari e i bassi ponticelli da attraversare quasi chinando la testa. Nella città vecchia vivono ormai poche famiglie e le attività si sono spente ad una ad una. Restano i bar, attorno al Municipio, in quell’enorme palazzo Ducale che ricorda una Larino feudale ma prima ancora maestosa e scrigno di mosaici quasi unici in Italia. Restano i vecchi abitanti che non hanno avuto le case lesionate dopo il terremoto del 2002, restano i nuovi, pochissimi, che hanno pensato di affittare ai turisti quelle casette bianche, una goduria al solo vederle.

I nonni da qui se ne andarono nel 1920, giorno del loro matrimonio, e fu così che mia mamma nacque a Milano e del sud aveva ben poco, se non alcuni tratti fisici di bellezza mediterranea, educazione e accoglienza e un po’ di testardaggine orgogliosa. Ma di dialetto non sapeva nemmeno una parola. Il dialetto di Larino sembra una lingua a parte, e in fondo lo è. Non assomiglia al pugliese, terra con cui confina, nè all’abruzzese, altra terra di confine con la quale ha spartito fino al 1965 anche la regione al pari di due gemelli che quasi nulla avevano in comune. Conoscere i dialetti difficili aiuterebbe a capire meglio i modi di dire che, ripetitivi e quasi filosofici, formano la cultura di un popolo, benchè piccolo comde questo, e ne mantengono l’identità immutabile.

Mi sembrava di vederli, i nonni, religiosi e lavoratori, come lo sono ancora i larinesi, inerpicarsi sulle stradine in salita o sedersi al fresco di piante verdissime e alte che non so dire come si chamino e sembrano opere d’arte messe apposta per abbellire i paesi e tenere al fresco gli avventori dei bar. Quel rosone della chiesa del patrono San Pardo, eretta nel 1300, è ben più di un simbolo, ben più di un pezzo d’arte che nemmeno il terremoto è riuscito a scalfire. Tutto sommato, è quella chiesa ad unire chi ha scelto di restare.

Lì esce ed entra il busto argenteo del patrono martire durante la Carrese, la festa di maggio che senza interruzione si svolge dall’842.  Un ringraziamento, all’epoca, della popolazione alla fuga dei sanniti, oggi ancora un ringraziamento alla tradizione potente che tiene tutti uniti almeno per tre giorni. E a Larino si torna. Si torna dal Canada, dove emigrarono in tanti (il nonno compreso) i primi anni del secolo e dopo la guerra, si torna dal nord, Milano e Torino o Bologna o Roma, dove sono emigrati stavolta i figli dei figli a cercare lavori nobili o meno nobili ma pur sempre cittadini e non paesani.

E’ lontana Larino. Benchè il Frecciabianca colleghi Termoli (la prima cittadina sul mare) in sei ore esatte a Milano, per arrivare a 400 metri d’altezza tra le colline e gli ulivi, tra i paesini incastonati che spuntano come se fossero abbandonati (e non lo sono) occorre l’auto. Peccato. L’aereoporto più vicino è a Pescara, e chi arriva fino a Larino non lo fa per sbaglio. Ci si va per il Carnevale, a vedere le maschere di cartapesta alte fino ai sei metri. Ci si va per le rovine romane (l’anfitatro e i mosaici). Ci si va per la coloratissima festa di San Pardo, dal 25 al 27 maggio, una delle pochissime rimaste in Italia esattamente come erano nell’800. I 130 carri delle famiglie larinesi, alcuni antichissimi e dipinti a mano, altri più nuovi, tutti infiorati con carta colorata uscita dalle mani delle donne, sono trainati da coppie di buoi o di mucche bianche. Un affascinante mondo antico che sfila tra le strette e labirintiche vie della Larino vecchia, lentamente e ordinatamente, coi bimbi che si affacciano dalle tende di pizzo bianche, o tengono le corde tra le mani. Bambini belli, educati, obbedienti.

Il parroco benedice gli animali e gli uomini (scherzando sul fatto che se lo meritano, un po’ come don Camillo) spruzzandoli di acqua santa alla fonte antica di San Pardo, abbeveratoio di campagna. Arrivano i buoi, alcuni con corna enormi, presi in prestito dai paesi vicini o tenuti anni solo per questa sfilata. Arrivano le mucche bianche o grigie che paiono esse stesse buoi dagli occhi neri e infossati che ti scrutano e muggiscono con suoni lunghi e profondi alzando la testa, impazienti di muoversi.

Molise, terra di tratturi e di transumanza, di mandriani e di uomini e donne ancora gentili con lo straniero che, curioso, è avido di sapere e vedere e partecipare a questa faticosa festa che ha solo i rumori dei muggiti, delle campane al collo degli animali e dello scampanio incessante del Duomo. Le Carresi con la corsa dei buoi e dei cavalli, crudeli e pericolose, sono state bandite solo un mese fa. E quasi è caduto il mondo: di sicuro sono cadute amministrazioni comunali. Qui no. Qui la religione non si mescola con le scommesse. Anzi: è l’orgoglio a mantenere viva la tradizione del carro per il quale si è disposti a spendere soldi.

E’ solo l’ultimo giorno, quando tutti i santi ritornano nelle loro chiese (dopo essere stati portati rigorosamente a spalla) che si fa festa. Un paese intero (e anche quelli vicini) mangiano in lunghe tavolate nelle case di campagna aperte dai proprietari, e ogni proprietario di carro porta il cibo. E che cibo! La cucina molisana non ha paragoni possibili. E’ solo molisana. Le donne sono cuoche con maestria appresa da contadine raffinate. L’orto, gli allevamenti casalinghi, l’olio, il vino nostrano, gli alberi da frutta e l’arte antica di cucinare che resiste a dispetto delle donne lavoratrici, rendono il Molise una terra che c’è, anche se non si vede. E di questo i larinesi ne soffrono. E vorrebbero essere visibili. E chiedono quasi lacrimando aiuto. Non vorrebbero emigrare ancora. Nè loro, nè i loro figli.

L’attaccamento alla terra, qui, non è lo stesso che ho visto altrove. Forse perché è proprio terra, forse perché ci si conosce tutti, imparentati alla lontana, forse perché ha colline morbide e clima dolce, forse perché è a due passi dal mare e dall’Appennino. Forse perché è difficile viverci, ma è anche difficile andarsene.

E poi ci sono, anche qui, in tanta religosità, i misteri di paesi che difendono ciò che resta o che appartiene: la roba. E’ meridione, coi suoi non detti e spifferati, i suoi ossequi a chi conta e i suoi intrecci di piccolo potere locale. Dove ti sembra che non conti niente neppure il comandante dei carabinieri che asserisce con fermezza che vieterà l’alcool per San Pardo e non è vero niente. E che quando il sindaco vieta l’acqua, invece, è verissimo: ogni tanto risulta inquinata.

E poi c’è il mistero della gioventù di oggi. Bullismo quasi inesistente a scuola o ragazzi che suonano la Fanfara dei Bersaglieri o cantano la Carrese, una nenia gregoriana antichissima e vanno dietro ai carri come se andassero a una manifestazione di piazza.

E poi i misteri della politica che dalla Dc alla sinistra si sposta a destra.

E altri ancora. Di cronaca nera.

In uno dei bar del vecchio centro, ti serve una silenziosa signora condannata in primo e secondo grado e poi assolta in Cassazione per l’omicidio del marito.

Di lui non si è mai saputo più niente.

Carlotto spiega il crimine in tv. Ma è un pregiudicato per femminicidio.

Massimo Carlotto e la paradossale difesa della sinistra anche 40 anni dopo.
Detto da una nerista di sinistra, anzi, estrema.

Stasera inizia la trasmissione “Criminal Minds” sui Rai4, una delle tante che vivisezionano per il pubblico i casi discutibili, quelli che fanno più audience che ricerca di verità. Non siamo nelle campo delle indagini, ma della ricostruzione dei casi.
Nemmeno a dirlo, chi sarà il conduttore? Lo scrittore Massimo Carlotto, considerato esponente di spicco del noir italiano.
Il primo ad attaccare la trasmissione è stato Il Giornale che si è fatto portavoce della famiglia, o quella parte politicizzata di essa, che ha chiesto di preservare la memoria della loro parente, Margherita Magello, la ragazza uccisa e Padova per il cui omicidio Carlotto è stato condannato, fuggito all’estero come molti intelettuali di sinistra (ma allora era un ragazzino di 19 anni…) e infine graziato su richiesta della sua famiglia dal presidente Ciampi.
Il Giornale fa una filippica di destra contro la Rai. E Il Manifesto una di sinistra, contro la famiglia, persino più dura.
Nessuna delle due entra nel merito nel caso Carlotto, giudiziario, nè del femminicidio per il quale è stato condannato, nè dell’opportunità, non tanto per la famiglia, ma per ragioni puramente morali, di mettere in tv uno che la giustizia ha ritenuto colpevole. I suoi libri si pssono comprare o no, ma la Tv è pubblica e il ragionamento va fatto. Come sempre è stato fatto per esponenti evidentemente di destra, o mafiosi, anche soltanto intervistati. Che privilegi ha Carlotto, a parte quello di essere stato graziato e dichiararsi innocente come tantissimi altri assassini? E perchè la sinistra ancora oggi (e cito il Manifesto di cui ho letto l’articolo in cultura) non entra nel merito del caso invece di fare il difensore politico a un fatto di cronaca nera, anzi, un femminicidio di una ragazza non politicizzata, 40 anni fa?
Io mi sono presa la briga di ricostruire quell’omicidio lo scorso gennaio. Ho impiegato diverso tempo e fatto diverse interviste, ho letto tutto quanto era disponibile e sono stata anche a Padova per rendermi conto con i miei occhi, come ho sempre fatto. Non mi sono, nemmeno per un momento, lasciata condizionare dalla politica di allora, stessa area mia, nè dai famosi avvocati (Pisapia) di allora o da tutta l’area che allora si è schierata con un ragazzino di 19 anni che ha raccontato, come fanno tutti coloro che non confessano (e perciò non ha nessun valore investigativo) come sono andate le cose secondo lui.
Il fatto incredibile, in un caso come questo, è che c’entri allora come oggi la politica. Qui si tratta di un banale, mi si passi il termine, caso di femmincidio dove non ci sono stati altri imputati nè sospettati e dove il futuro condannato ha ammesso di essere stato addirittura sulla scena del delitto ed essere poi fuggito. Quello che dispiace, e lo dico con amarezza, è che la destra o la famiglia che di sinistra non è (ma nemmeno è fascista) abbiano il potere di fare chiudere la sinistra e i cosiddetti intellettuali di sinistra a riccio su un caso di comune criminalità, neppure uno di quelli (tipo Battisti) che si possono inserire in un contesto politico dell’epoca. La morte di Margherita non ha niente di politico, proprio niente. E’ stato un omicidio scaturito da un impulso di natura sessuale. Purtroppo come tanti.
Massimo Carlotto si ritiene da sempre vittima di un errore giudiziario, come tanti. Vorrebbe, lui, come tutti gli intellettuali di fama, che si dimenticasse il passato. E invece, proprio per chi non ammette la sua colpa (e perciò nemmeno si è mai pentito), il passato resta vivo e deve restarlo per tutti. Chi crede all’innocenza di Carlotto, è libero di farlo. Come tantissimi credono ancora all’innocenza di Massimo Bossetti o di Annamaria Franzoni. Ma per avvocati, criminologi, giudici, magistrati e anche giornalisti di indagine, i casi discutibili (cioè quelli che lasciano qualche dubbio in assenza di confessione) l’unica verità vera è la condanna, in questo caso di primo e secondo grado, finché è sopraggiunta la grazia.
Siamo sicuri di essere coerenti? Siamo sicuri di non dare spazio alla destra solo perché la sinistra ha deciso che qualcuno è più intoccabile di altri? Siamo sicuri che un femminicidio consenta a uno condannato anche se 40 anni fa per femminicinidio (la grazia è del ’93) di intattenere il pubblico, spiegare, dettare ragioni, dall’alto delle sue conoscenze di crimine, in una tv pubblica?
I casi controversi sono sempre casi per i quali la difesa a spada tratta, se non è ben motivata nel merito, si ritorcono contro chi li sostiene.
Io sostengo che i partigiani hanno fatto bene ad uccidere. Ma non sostengo che un partigiano possa aver fatto bene ad uccidere una donna che non ci stava, solo perché mi conviene sostenere la lotta partigiana.

Ecco qui la mia ricostruzione del caso Magello-Carlotto.

Venti gennaio 1976. In via Faggin al numero 27 a Padova, fuori delle mura e non lontano dalla stazione, nella prima di una serie di villette a schiera rinchiuse da un cancello, abita Margherita Magello, 24 enne carina ma non appariscente, tranquilla studentessa lontana dalla politica che invece a Padova da un decennio agita i sonni di carabinieri e poliziotti. E non solo. Suo padre Giovanni, ingegnere, se ne era andato da quella casa a tre piani lasciando i due figli, Carlo e Margherita, con la moglie che tutti chiamano Mimì. Al piano di sopra, affittato giusto per non lasciarlo vuoto, abita una giovane donna con il marito tenente dell’Aeronautica. Ogni tanto un ragazzo va a trovare la sorella, ma più che andarla a trovare, ci va a studiare. La casa dove vive con il padre, un commercialista che a Padova conosce tutti, non è altrettanto silenziosa, e così il ragazzo, che fa ancora il liceo, ne approfitta. Se la sorella e il cognato non sono a casa, lui passa al piano terra dai Magello dove sa di trovare una copia delle chiavi pronte per lui. Con Margherita ci sono pochi scambi, anche se ormai si conoscono da tempo. Lei adesso ha quasi cinque anni più di lui, è fidanzata con Mario e si deve sposare, perciò i suoi pensieri sono altrove. Massimo, nella Padova divisa tra destra e sinistra, dura la prima come è dura la seconda, prova in fretta simpatia per Lotta Continua che nelle scuole fa propaganda e attira ragazzi che vogliono cambiare l’Italia, spesso in conflitto con i genitori di ben altra area politica. L’Italia è in subbuglio, nel 1976. Dal 1969 è iniziata la strategia della tensione, i neofascisti di Ordine Nuovo, tra Treviso e Padova, si mettono in moto per mettere bombe nelle banche e sui treni, e trent’anni di processi ingarbugliato le cose ma non le responsabilità. Anche il terrorismo rosso trova linfa vitale in questa stessa zona e, in mezzo, la sinistra extraparlamentare che ha già compiuto il salto di qualità dell’estremismo con l’uccisione di Calabresi nel 1972 a Milano. In questo caldo ideologico infernale che fa ribollire l’Italia, Massimo è un ragazzo che ha trovato amici che prendono a braccia aperte chi è pronto a fare qualcosa. C’è molto da fare anche a Padova, che è piccola e pettegola, ricca e operaia, arrogante e umile, capace di esprimere forti ed estreme contraddizioni. E bisogna tenere a bada i fascisti.

Sono circa le 17 del 20 gennaio e ormai è quasi buio. Una bicicletta entra nel cancello che rinchiude la stretta via privata e si ferma davanti alla villetta. Suona il campanello Magello. All’interno c’è solo Margherita, al telefono con una amica. Sta per sautarla e andare a farsi una doccia prima che la madre torni da Torino, e le dice in fretta: ti lascio, c’è uno alla porta. Margherita si era già tolta i pantaloni e la camicetta, e per andare ad aprire, scendendo i gradini, si butta addosso un accappatoio.

“Lui entra e le chiede le chiavi per andare, come di consueto, al terzo piano a studiare. Ma quel giorno non era uno qualsiasi. Aveva litigato con la ragazza, è stato rifiutato, era pieno di rabbia. Davanti a lui c’era una ragazza sola in casa e deve aver pensato a come era fatta sotto l’accappatoio”.

La mente comincia a fantasticare e infine a provarci. Una prova secca, che fa subito tirare indietro Margherita. Lui si carica di quella furia che hanno le menti annebbiate dai rifiuti e da altri rifiuti ancora più lontani nel tempo e ora la insidia, la vuole ad ogni costo e lei scappa, prima indietreggiando e poi correndo su per le scale perché altro non viene in mente quando ci si sente braccati. Arriva in camera sua e lì è in trappola: la casa è terminata. C’è il suo letto e sul letto verranno trovate le chiavi dell’appartamento del piano di sopra, ormai inservibili.

Lui ha un coltellino che porta sempre con sè, come fanno tanti ragazzi e come a quel tempo si faceva anche di più pensando a possibili aggressioni per la strada tra fazioni opposte. Scatta così, come scatta il coltellino serramanico, il bisogno urgente di colpire come se quella non fosse una ragazza, non fosse un corpo, ma fosse il diavolo dei suoi pensieri cattivi che lo tormentano e non trovano sbocco. Ti volevo, non mi hai voluto, mi piacevi, non ti sono piaciuto. Ti uccido.

Margherita si rifugia nell’unico luogo che è rimasto: il guardaroba-sgabuzzino, e lì si accoccola, ma non riesce a proteggersi da 56 colpi.

Lui la vede nel sangue, sente il mugulio lieve della sofferenza mortale e comincia a lavarla e sistemare l’accappatoio attorno al suo corpo, con cura, e attorno al capo le mette una fascia. Bella, composta. I criminologi lo chiamano undoing, cioè fingere che nulla sia accaduto in una sorta di affettuosa pietà.

Mezz’ora dopo, mamma Mimì ferma il taxi davanti a casa e vede subito che la porta d’entrata è aperta. Ha paura. Chiama la figlia e la figlia non risponde. Resta in strada, pensando ai ladri che forse sono ancora lì dentro, quando proprio in quel momento arriva il tenente dal lavoro, l’inquilino affittuario del terzo piano. Lo prega di entrare insieme con lei. In cucina non c’è nessuno e allora salgono le scale. Nella sua camera da letto tutto è in ordine e allora salgono ancora le scale fno alla camera di Margherita. La prima cosa che nota Mimì sono le chiavi sul letto, di fianco a una camicetta buttata lì. E’ il tenente a trovare il corpo, ormai morente, che spunta dallo sgabuzzino.

Quattro ore dopo, un ragazzo, Massimo Carlotto, si presenta alla caserma dei carabinieri di Prato della Valle in compagnia di amici e di un legale. Racconta una storia:

“Stavo andando a fare una ricognizione nell’area che è di spaccio di eroina per conto del movimento cui appartengo, Lotta Continua, quando ho sentito delle urla provenire dalla casa dove abita mia sorella. Sono andato a vedere e ho trovato Margherita Magello, che abita al piano terra della stessa villetta, in fin di vita. Ho raccolto le sue ultime parole: cosa mi hai fatto..io ti ho dato tutto.. Sono scappato per paura”. I suoi vestiti sono macchiati di sangue, ma lui ammette di averla toccata.

I carabinieri e il magistrato non credono alla sua versione e lo accusano di omicidio volontario (oggi si chiamerebbe femminicidio).

La sinistra si schiera con Carlotto, si muove anche lo storico difensore, l’avvocato Gian Domenico Pisapia. Carlotto è un militante, è certamente vittima di un complotto contro la sinistra. La teoria che lo difende però non trova sostegno forte nelle file della stessa sinistra italiana e per lui non si fanno manifestazioni. Non ci sono stati scontri con l’estrema destra, nè botte dei poliziotti: la perplessità, anche tra i giovani, è forte.

Undici processi e una fuga in Sud America così come aveva fatto il trevigiano neofascista Ventura, e una in Francia, protetto da Mitterand e uno stuolo di intellettuali. Non perchè volessero difendere un ragazzino padovano, benchè di Lotta Continua, ma perchè Carlotto, ormai nel gotha dei protetti solo per il fatto di appartenere a movimenti contrari allo Stato di allora, nel frattempo, in quei pochi anni di carcere, ha anche incominciato a scrivere romanzi, quelli che ti ficcano sorde coltellate raso terra e raso terra individuano il lato buio, il noir. Da scrittore diventa uomo di cultura e da uomo di cultura un intoccabile.

Massimo Carlotto si è sempre dichiarato innocente nonostante le condanne di primo e secondo grado. Il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro gli ha concesso la grazia nel 1993, non richiesta da lui (avrebbe dovuto ritenersi colpevole) ma dai suoi genitori.

Da uomo definitivamente libero ha detto: Margherita è una vittima che ha avuto giustizia, io no.

Massimo Carlotto vive tra Padova e Cagliari. E’ ritenuto il maggiore esponente italiano del noir.

Ps: la ricostruzione del delitto di Margherita Magello, 42 anni dopo, è stata fatta in base ai verbali , alle testimonianze e i ricordi dei familiari che preferiscono non apparire per discrezione e per la notorietà del personaggio in questione.

Ps2: pur essendo stata nell’area della sinistra extraparlamentare in quegli anni, e pur riconoscendo il clima di tensione che ha consentito di far regnare sovrana la confusione, ritengo l’omicidio di Margherita un femminicidio come tanti altri, con l’aggravante, semmai, che intellettuali, editori e autori, abbiano scelto di stendere un velo, non pietoso, ma di indifferenza su un caso giudiziario cui la parola fine è stata messa dalla grazia ma non dall’assassino.

Non era Pablo. Ecco come l’abbiamo scoperto

Pablo Babboni, scomparso a giugno del 2007 da Pietrasanta, in Versilia, è stato cercato per anni dalla sua famiglia argentina, dai carabinieri e da Chilhavisto.

Ho sentito un brivido quando, due giorni la pubblicazione della storia di Pablo, lo scorso aprile, ho letto un messaggio su Facebook dove avevo condiviso e chiesto di condividere il post di questo blog. Era una persona a me sconosciuta, una volontaria di una organizzazione umanitaria. Leggo: conosco un Pablo che dice di essere argentino e vive per strada a La Spezia da 9 anni.

Quando Pablo Babboni era scomparso, all’età di 35 anni, dopo una inspiegabile fuga dall’appartamento di Pietrasanta dove viveva da dieci anni facendo lo scultore del marmo, e dopo i suoi ultimi, inspiegabili e concitati movimenti tra Pisa e Livorno, la famiglia che vive nella città di Paranà, a Entre Rios, in Argentina, aveva mosso i carabinieri. L’ultima sua telefonata alla famiglia, per noi la mezzanotte, era durata pochi secondi; ho combinato un guaio, mi cercano per uccidermi.  La sua auto era stata ritrovata nei pressi del parco presidenziale di San Rossore a Pisa quattro mesi dopo, durante le ricerche. Poi più niente.

Ho ripreso in mano questo caso alcune settimane fa pensando di utilizzare la catena solidale di Facebook e dopo soltanto due giorni ho ricevuto la segnalazione. L’unica, ma preziosissima. Corrispondeva il nome, la nazionalità, la vicinanza al luogo della scomparsa, gli anni (9 su 11) della scomparsa e una prima vaga rassomiglianza. Corrispondeva anche l’idea che mi ero fatta: se di Pablo non è stato mai ritrovato il cadavere, potrebbe essere scomparso, come tanti, per sfuggire a fantasmi interiori, in uno stato psicotico e paranico dovuto anche al consumo di droghe che faceva all’epoca e forse un latente disturbo di personalità. Insomma, le tante persone che ho incontrato all’alba o di notte sulle strade italiane e straniere, come l’argentino Pablo sono anti-sociali che fuggono dalla famiglia e dalle responsabilità sociali. Pablo aveva la doppia cittadinanza essendo discendente di italiani, ma i suoi documenti erano stati trovati nella sua auto. Altro dettaglio che ha fatto sempre pensare a una scomparsa volontaria.

Era sera quando ho ricevuto il messaggio in messenger e subito ho chiesto tutto quanto si poteva sapere di quel clochard di La Spezia. Non molto: lui stesso aveva raccontato, appena contattato dai volontari che si occupano, soprattutto in inverno, dei senzatetto, di essere vissuto per due anni a Toledo, in Spagna, e da lì essersi spostato a La Spezia. Di lui si sapeva che parlava molto poco ma sapeva bene l’italiano e aveva accento spagnolo. Si sapeva che era pulito ed educato e che dimostrava ben più dei 47 anni che avebbe dovuto avere oggi ma che a volte questo non è un particolare importante se vivi per strada molti anni, usi droghe e bevi. Che il Pablo ricercato, se vivo,  fosse oggi molto diverso da quello conosciuto nel 2007 era evidente a tutti.

Nei due giorni seguenti mi è stata inviata una fotografia e un breve video fatto con il cellulare in cui, in modo ingannevole, si cerca di fargli dire qualche parola. Dal video ho avuto la conferma che le “s” erano spagnole e l’italiano buono.

E’ iniziato un lavoro, molto veloce, di confronto con le fotografie a disposizione. Tratti facciali, occhi, mani. Quel poco che si poteva vedere, perchè dei tatuaggi, ad esempio, che sapevo esserci sulla spalla e sulle braccia, non si poteva vedere niente essendo lui coperto. Non si poteva vedere neppure la fronte per il cappello che porta, e che i volontari dicono che porta sempre. Lo sguardo e il colore cangiante degli occhi tra il verde il marrone e il grigio era invece piuttosto simile alla fotografia migliore e ravvicinata divulgata dalla famiglia.

Ho chiamato a quel punto i carabinieri di Pietrasanta, il cui nuovo comandante non conosceva il caso di Pablo Babboni e mi ha detto di rivolgermi a La Spezia, che avrebbero fatto loro un controllo.

Ero indecisa sul da farsi. Pensavo: se un antisociale viene controllato dalle forze dell’ordine potrebbe spostarsi:  e chi lo ritrova più?

Ho contattato perciò il fratello sottoponendogli il video e un paio di buoni fermo immagine. In pochi secondi mi ha risposto: non è lui. Nel dubbio l’ha comunque mostrato ai familiari e ad alcuni amici di Pablo e nessuno lo ha riconosciuto.

Le coincidenze erano davvero tante, al di là del non riconoscimento ufficiale della famiglia: stesso nome, stessa nazionalità non troppo comune tra i clochard, poca distanza dal luogo della scomparsa e nessuno che mai ha cercato questa persona, chiunque sia stata.

Mancava riuscire a fargli dire l’esatta città di nascita che non avrebbe dovuto inventare tanto è sconosciuta in Italia.

La famiglia invece ha deciso di agire subito e per proprio conto contattando l’Interpol. Da Buenos Aires la richiesta di controllo è arrivata a Roma e da Roma al comando provinciale dei carabinieri di La Spezia.

Nel giro di venti giorni dall’inizio della segnalazione è arrivata la risposta a Buenos Aires direttamente alla famiglia che me l’ha comunicata: non è Pablo e non è argentino. E’ spagnolo e si chiama Baudilio Ortega. Per loro il caso era chiuso.

Per me no. Ho telefonato ai carabinieri di La Spezia e parlato con il capitano Suriano, della squadra investigativa. Il clochard di La Spezia ha mostrato una carta d’identità che conteneva la nazionalità (spagnola), cognome e dati anagrafici diversi dal Pablo argentino che cercavamo. Volevo essere convinta che non avesse rubato o trovato per strada, appunto proprio in Spagna, quel documento, e ho chiesto approfondimenti.

Nel giro di 10 ore sono stata avvisata dal capitano: questa persona non ha tatuaggi e il dna non corrisponde.

L’efficienza e la rapidità nei controlli di due stati, due regioni italiane e due organi diversi di polizia mi ha sbalordita. Pablo l’argentino non aveva compiuto reati e non era ricercato dalla giustizia. Questo era soltanto un caso umano.  Eppure è stato affrontato e risolto.

No, non era Pablo, che ancora non sappiamo dove sia e se sia vivo, ma sappiamo, da oggi, che i clochard possono essere controllati su richiesta delle famiglie (o anche da giornalisti come nel mio caso) in presenza di sospetti importanti. Anche se sono adulti e  visibilmente capaci di intendere volere.

Ormai sicura che Pablo non è questo signore con la barba e i capelli lunghi e bianchi della foto affiancata alla sua di molti anni prima, resta il mistero: perchè ha detto di essere argentino se è spagnolo? Non ha una vera logica essendo lui in possesso di documenti ed essendo la Spagna un paese europeo a differenza dell’Argentina che non lo è e potrebbe implicare espulsione.

Credo che non lo saprò mai. Ma il vero Pablo lo continuerò a cercare, così come spero che con le tag del cognome del signore di La Spezia che vive in strada, se c’è una madre o un familiare che lo cerca possa sapere che è vivo, sta bene, ed è “curato” dai preziosi volontari di strada.

Pablo è scomparso. Pablo è vivo?

pablo babboni

Pablo Daniel Babboni. Oggi, 11 anni dopo questa fotografia, sarebbe diverso. Si può immaginare con meno capelli, e bianchi, con barba più lunga, e bianca. Più magro e con gli occhi vacui. Ma i suoi occhi grandi e verdi sarebbero gli stessi. Se Pablo, nato in Argentina, con doppia nazionalità (italiana), fosse vivo, sarebbe uno dei tanti clochard che affollano l’Italia. Gli invisibili, li chiamano. Finché qualcuno non restituisce loro un lampo di memoria di quello che sono stati. Normali. Oppure, come, nel caso di Pablo, un artista e scultore del marmo a Pietrasanta, in provincia di Massa, Toscana.

Dal 16 giugno 2007 non si sa più niente di lui. La sua famiglia, in Argentina, chiede aiuto: vorrebbero sapere se è vivo o morto, se è stato ucciso o si è suicidato, se vaga di città in città  o dorme per strada in una grande città, all’estero o in Italia. Non c’è pace per i familiari degli scomparsi finché i loro pensieri sono ossessivamente fissati sul voler sapere cosa è successo.

Pablo viveva a Pietrasanta da dieci anni (1997 l’epoca del suo arrivo) e lavorava. Il primo aggancio per lui, in Italia, sono stati i cugini. La sua mamma parla un buon italiano benché sia figlia di emigranti. E perfetto italiano parlava Pablo.  Nel 2007 aveva 35 anni e un discreto riconoscimento, anche all’estero, delle sue opere d’arte. L’ultimo viaggio di lavoro era stato in Messico.

Per la famiglia stava bene, per la compagna-amica Jessica no. I suoi familiari, madre, padre e fratello, lo sentivano spesso al telefono, perché gli argentini hanno un forte legame con i familiari e la loro terra. Sono un popolo ricco di emozioni nostalgiche, che sa adattarsi ovunque,  ma mai completamente. Che ama viaggiare e conoscere nuovi mondi, ma non rompe mai le radici, mantenendo piccoli legami quotidiani: il mate, la lingua espressiva del castigliano argentino, gli amici lontani, persino quelli d’infanzia. Gli argentini che molto giovani si avventurano nel mondo, specialmente in Europa e in Italia, salgono facilmente la china, spinti da entusiasmi e passioni di diventare qualcuno e mostrare anche alla famiglia di meritare il dolore del distacco che provocano.

Un giorno è successo qualcosa. Le cose importanti però, non accadano ma in un solo giorno e perciò bisogna tornare indietro agli ultimi mesi prima della sua scomparsa.

Pablo deve andare in Messico con dei fiorentini per svolgere un lavoro. Chiede però di anticipare la partenza e lo chiede con insistenza. Ha infatti saputo che un marocchino che conosce a Pietrasanta non è in carcere, come lui pensava fosse, e ha paura.  La motiva con una storia di gelosia di tre uomini e una donna, Jessica appunto. Che ufficiamente è fidanzata con un altro. Jessica lo conosce da tempo e asserisce che sono paranoie. Che Pablo aveva cominciato già a manifestare confusione, e che secondo lei non stava bene. Non una vera depressione, piuttosto un senso di persecuzione infondato.  Jessica, all’epoca, era socia di Matteo. Entrambi gestivano un famoso bar di Pietrasanta, aperto nel 2000 e subito diventato ritrovo di moltissimi giovani, italiani e stranieri. Lì, tra i tanti artisti del marmo, trascorreva le serate anche Pablo.

Al rientro dal Messico, Pablo è sempre più inquieto. Esterna le sue paure, ma alla famiglia non dice niente. Finchè una sera lascia il suo appartamento e va a dormire in un ostello, e il giorno dopo si sposta ancora in un hotel a Viareggio. Da qui, alla mezzanotte, telefona a casa e dice: ho combinato un guaio (macana in spagnolo). Poi butta giù il telefono e si rende irreperibile, non rispondendo più alle chiamate dei familiari. Quella notte, Pablo vagherà in auto tra Pietrasanta, Viareggio e Livorno, zona portuale.  Per saperlo c’è voluta una indagine, compiuta dai carabinieri di Lucca dopo la denuncia di Jessica (per scomparsa) e dei familiari, che dall’Argentina sono venuti in Italia a cercarlo. Erano, giustamente, preoccupatissimi.

Il primo ad andare in Toscana è stato il fratello Luis che è riuscito a far compiere una indagine accurata, sia sui tabulati telefonici che hanno permesso di conoscere i suoi ultimi spostamenti, sia l’ascolto dei testimoni e amici, fino al ritrovamento dell’auto di Pablo, una Fiat Punto bianca (quattro mesi dopo) a Pisa, vicinissimo all’entrata del parco di San Rossore. Era parcheggiata regolamente, chiusa, in un piccolo parcheggio circondato da case. All’interno sono stati trovati il suo computer, 50 euro in contanti e cartacce di un pasto Mc Donalds. Anche “Chi l’ha visto” si è occupato del caso, l’ultima volta nel 2013. Non è mai venuto fuori niente di interessante. Nessuna pista da seguire, nessuna supposizione oltre a quella dell’allontanamento volontario.

Il fratello Luis non è affatto convinto che le cose siano andate così. Secondo lui qualcuno sa e non ha mai parlato. Secondo lui qualcuno ha fatto del male a Pablo.

Il luogotenente dei carabineri di Lucca sostiene di non avere lasciato nulla di intentato per trovare il ragazzo, vivo o morto. Nè ha mai avuto sospetti su qualcuno, tanto che solo un anno dopo, il caso Pablo Babboni è stato archiviato dal gip di Lucca.

Ho fatto una promessa alla famiglia, comprendendo il loro dolore: ho indagato anche io (e non ho trovato alcuna pista da seguire per ritrovarlo vivo o morto). L’altro giorno ho ripreso in mano questa brutta storia sospesa nel limbo e mi sono accorta che nel frattempo qualcosa era successo e non lo avevo saputo, ed era degno di nota: nel 2016 il titolare del bar, ed ex di Jessica, è stato trovato morto nell’appartamento in provincia di La Spezia di uno spacciatore pregiudicato. Morto di overdose di eroina.

Lo spacciatore era già stato arrestato nel 2010 e nel 2014 per lo stesso reato. Coltivava canapa a casa sua, ma vendeva anche cocaina rifornendo i locali della Versilia.

Conosceva Pablo Babboni nel 2007? Pablo fumava marjuana e potrebbe avere comprato sia da lui sia dal marocchino di cui aveva paura. Potrebbe non aver pagato un debito e avere ricevuto minacce, tanto da avvertire la famiglia e poi dissolversi nel nulla. Potrebbe invece, come sostiene il fratello, essere stato vittima di un regolamento di conti per una donna? I corpi si trovano, i carabinieri negano.

Potrebbe avere preso una nave-cargo in partenza dal porto di Livorno quella stessa notte dopo aver vagato davanti al porto deserto, nascondendosi, ed essere fuggito in Spagna, temendo una vera o immaginata punizione del marocchino di cui tanto aveva paura?

Potrebbe, invece, essere in Italia, a Roma, unica grande città dove i clochard passano inosservati anche per un decennio, vivendo di poca elemosina?

Potrebbe essere morto suicida nel mare o impiccato? I cadaveri il mare li restituisce e gli impiccati, anche nella foresta del parco di San Rossore (di proprietà ed uso esclusivo del Quirinale), prima o poi qualcuno li trova.

L’esperienza mi fa dire che quando si attivano sensi di persecuzione infondati e si fa uso di droghe anche leggere in modo continuativo, un disturbo dapprima latente può farsi manifesto fino alla volontà di esclusione sociale, un vero e proprio annullamento di identità. Ma la stessa esperienza nell’area degli scomparsi, mi fa anche sospendere ogni presunzione. Sui monti, ad esempio, le persone cadute nei canaloni non sempre vengono ritrovate. La Versilia ha alle spalle la catena montuosa delle Alpi Apuane.

La famiglia di Pablo Babboni, che vive nello stato del Paranà, in Argentina, chiede che non si spengano del tutto i riflettori.

Io chiedo aiuto alla rete, così vasta, per fare girare la fotografia di Pablo e riattivare la catena di solidarietà per la quale ci siamo spesso contraddistinti e che per due casi di cui mi sono occupata (al contrario: ho trovato i clochard e cercavo le loro famiglie) ha funzionato. Se è vivo, forse riusciamo ancora a trovarlo tra i  clochard che dormono per la strada o nelle stazioni, dove c’è cibo e passa gente, in Italia o Spagna (Barcellona in particolare). Di sicuro non in Versilia: lì non sarebbe evidentemente mai rimasto. Anche fosse irriconoscibile, avrà gli stessi occhi e parlerà ancora la sua lingua madre.

Grazie a tutti da Luis, la mamma e il papà di Pablo.