La dimenticanza (o rimozione) di un figlio


Elena non c’è più,  nessuno può dimenticare la realtà. Una realtà che fa male a tutti, come fece male Alfredino caduto nel pozzo di Vermicino per fatalità  e come fece male il sangue di Samuele schizzato sulle pareti della camera da letto di Cogne o come fece male la bastonata mortale toccata a Tommy che piangeva per essere stato strappato dal seggiolone. Morti inutili, disperate, sofferte prima di tutti dalle piccole vittime che hanno agonizzato, in secondo luogo da tutti noi, madri e padri universali dei più deboli. Il caso di Elena (che in 15 anni è il terzo, uno a Catania, l’altro a Merate e infine a Teramo)  consente meno analisi degli altri due, condannati dalla giustizia. A ben pensarci il caso di Tommy si è risolto con la giustificazione di un rapimento andato a male, la paura di venire scoperti, il non essere professionisti del crimine. Tommaso Onofri piangeva, come piangeva Samuele e come piangeva Elena nell’auto dai vetri oscurati, senz’aria e consapevole che la paura di venire abbandonata, tipica di tutti i bambini, per lei non era più solo una fantasia. La dimenticanza di Anna Maria Franzoni di aver ucciso suo figlio è stata chiamata rimozione di un atto sgradevolissimo, riprovevole, contro natura.  Eppure la Franzoni è stata ritenuta capace di intendere e volere e perciò non colta da amnesia da stress che pure era una condizione esistente. Lo stress che colpisce una madre, un padre o anche un rapitore improvvisato e che conduce alla morte di bambini così piccoli, è lo stesso. La differenza tra quello che colpisce un genitore normale e un genitore delinquente o addirittura un delinquente che genitore di quel bambino non è, è il campanello che risuona quando la soglia viene superata e si comincia a soffrire. Ecco perchè Freud parlava di rimozione. Tradotto: non ho colpa, non sono stato io.  Il primo trauma da rimuovere è  quello dell’adulto, che si riversa come un prolungamento di se stessi sul bambino.  Che trauma avevano patito il padre di Elena e la madre di Samuele e – io azzarderei – anche l’assassino di Tommy? Non sappiamo quasi nulla del passato lontano dei protagonisti della cronaca che è materia psichiatrica, a volte, del Tribunale e a volte nemmeno di quello, a seconda del tipo del reato o della catalogazione di un evento. Il padre di Elena è accusasto di omicidio colposo. Stessa accusa valida per i medici che compiono un errore in sala operatoria o durante una diagnosi. Stesso capo d’accusa di un incidente stradale dove non c’è volontà di uccidere. Fatalità che però vengono indagate e punite dalla legge.  Anna Maria Franzoni invece è stata condannata per omicidio volontario e per questo ha scatenato migliaia di sostenitori e oppositori: può una madre volere la morte del proprio bambino? Cosa può averle fatto per essere tanto odiato? C’è un odio che non si definisce odio, ma problema, o più correttamente, conflitto.

 Il caso di Elena è uno di quelli borderline, cioè di confine.  I giornali non infieriscono nè indagano perchè i primi a non farlo sono i parenti stretti e il nome di chi è indagato è sinonimo di immacolato. Sfortunato, sotto stress. disperato. Certamente le cose sono andate come sono state raccontate. Con due variabili ancora sconosciute: perchè nessuno ha sentito la bambina piangere? Come mai nessuno è passato vicino a un’auto dentro un parcheggio in orario di grande attività scolastica? Peggio è sapere che l’uomo è andato a posare un documento in auto, sul sedile anteriore, alle 11 di mattina. Un documento da portare a casa. E’ uscito dalla facoltà, è andato in auto, l’ha aperta, ha posato il documento. Tre ore prima aveva allacciato la bambina al seggiolino e avrebbe dovuto slacciarla, prenderla in braccio, chiudere l’auto, consegnarla alle maestre, darle un bacino. Tante cose, affatto automatiche. Nemmeno quel documento da portare a casa era un automatismo, e lui ci ha pensato. L’ha portato lì forse per essere sicuro di non dimenticarlo sulla scrivania. Allora come ha fatto a dimeticare di avere una figlia in auto ben due volte in poche ore? L’ha sentita rantolare alle 13, quando è risalito in auto per andare a pranzo e ha pensato fosdse il cane, nemmeno la figlia. Elena nella su testa non c’era. Dov’era Elena? Non a casa, perchè lui l’aveva presa in braccio e messa in auto. Non al nido, perchè lui non l’aveva tolta dall’auto e affidata alle maestre. La chiamano rimozione da stress. Un secondo figlio in arrivo, il lavoro, il cambiamento di casa. Tutto insieme genera un cocktail esplosivo tanto da far dire alla madre della bambina (povera donna), poteva capitare a chiunque.  La madre di Elena giustifica il suo uomo e con lui difende se stessa, non afferma una verità assoluta, perchè se capitasse a chiunque avremmo un caso al mese o forse all’anno, e invece per fortuna ne abbiano avuti tre soli in 15 anni.  Certo a questi vanno aggiiunti gli  incidenti  domestici mortali che spesso hanno le stesse identiche ragioni.  Sostenere che non si ha colpa nella dimenticanza  mortale è come sostenere  l’omicidio da stress.  Perchè allora la Franzoni è stata condannata, dato che non poteva odiare Samuele al punto da desiderarne la morte? Perchè la Franzoni ha usato suo figlio come prolungamento di se stessa, incapace di adattarsi all’ambiente che la circondava, alla famiglia attuale e a quella d’origine. Via il figlio via il problema. E’ ovviamente un processo incoscio e non elaborato, ma l’essere umano contiene anche la capacità di sentire quel campanello d’allarme che gli fa chiedere aiuto prima di fare del male a sè o agli altri (i più deboli, donne e bambini).  Il padre di Elena non l’ha sentito o non l’ha voluto sentire, che non fa grande differenza.

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