L’uomo nero e noi


Un uomo dal volto nerissimo, proveniente da un continente ancestrale che attrae e respinge l’Occidente. E’ Ghanese (forse), non ha precedenti penali (forse), è incapace di intendere e volere (forse). Ha ucciso (questo è certo) tre persone e ferite altre due. Ne ha terrorizzate a decine nel quartiere di Niguarda a Milano sabato mattina dalle 5,50 alle 6,40. Ne ha angosciate a centinaia o forse a migliaia per gli effetti dirompenti delle immagini  di quel piccone sulla spalla che poi viene calato sulla testa dei passanti. Si chiama Mada Kabobo e chissà cosa faceva prima di venire in Italia con altri profughi e chiedere ospitalità, come tanti altri profughi. Di lui non sappiamo altro che è venuto in Italia come terra di sbarco  dall’Africa, che è fuggito da un centro di prima accoglienza del Sud, che vagava a Milano da un po’ e che quel pezzo di notte terminato prestissimo ha dormito in una stazione. Non sappiamo a che ora si sia incamminato verso l’ospedale di NIguarda, nè perché sia finito lì, in quella zona periferica della città che tutti conoscono come zona del grande ospedale Maggiore che cura i moirbondi e fa trapianti all’avanguardia e non hanno mai visto, magari, il nucleo antico di quello che fino al 1923 era un Comune a sè e che borgo è rimasto. Chissà perché Kabobo è andato fin lì, proprio lì, vicino a un parco verde e bello, vicino al grande ospedale, vicino all’antico borgo mescolato con le strade anonime di case popolari e case moderne. Deve aver camminato almeno un’ora buona, diciamo dalle 4 alle 5 di mattina, che era ancora buio e per quelle strade che costeggiando la ferrovia arrivano in zona, un po’ più a sud. Camminando deve aver visto quel grande ospedale e chissà cosa è saltato fuori dalla sua mente quando ha sicuramente visto anche movimento attorno nonostante l’ora. Di armi non ne aveva. Aveva però rabbia e fame. La rabbia di essere in ballo senza capire dove andare da almeno due anni, accolto e non considerato da nessuno, accettato e rifiutato allo stesso tempo. Nero nero tra bianchi bianchi. Il razzismo è una cosa ancestrale quando ti guardi allo specchio e i neri tra i bianchi si accorgono prima di noi di non essere uguali a noi. Difatti non lo sono. E sono pure clandestini, o stranieri, o immigrati o extracomunitari. Tutto fuorchè uomini come noi. Kabobo dice di aver sentito delle voci cattive che l’hanno spinto a uccidere in quel modo furibondo e mostruoso. L’ha detto al magistrato che l’ha interrogato, tranquillo come un pascià, così come tranquillo ha preso prima una spranga divelta da un palo a terra per colpire il primo che gli capitava davanti. Se non ha ucciso i primi tre è perchè non voleva farlo. Se ha ucciso i secondi tre cercandosi e trovando l’arma (il piccone da muratore) è perché voleva farlo. Anche i ghanesi sanno che non si può uccidere e che finiranno in prigione se lo fanno. Anche i ghanesi sanno che non si uccide uno che passeggia col cane o torna dal lavoro o beve un caffè. La criminologia dice che si uccide per un conflitto micidiale contro qualcuno, normalmente familiare o conosciuto. Sono rari i casi come questo del picconatore di Milano, però ci è toccato vederlo e ciò vuol dire che esiste. Nemmeno Dario Argento avrebnbe immagiiato una trama e scene così violente e crude. Nemmeno un giallista potrebbe immaginare una scena così atroce e nello stesso tempo così inconscia: uomo nero, alba, strade deserte, uomini soli, aggressione col piccone in testa. E freddezza. E strage senza nemmeno un grido. Nessuno ha chiamato le forze dell’ordine, perchè nessuno viveva la scena dall’esterno. Tutti coinvolti, fino nell’anima nera, quell’oscurità che ci fa paura. Quella che può fare emergere la follia dentro di noi senza perchè. Non è un perchè valido che sia stato ghanese o immigrato. Ha validità, invece che fosse solo da tempo, affamato, snobbato, malato psichiatrico forse, sicuramente invisibile. Che sia matto davvero non lo so dire. Che le voci le sentiva davvero non mi convince. Che abbia derubato le sue vittime mi fa pensare che pensasse a trovare soldi per mangiare e volesse solo vendicarsi dell’uomo bianco che mangia e lo snobba e lo fa morire di fame dopo avergli dato l’illusione di accoglierlo o per lo meno di non rompergli le scatole lasciandolo fare quello che gli pare, senza regole. Fino a rompere quel muro divisorio, tra lui e altri ignari e incapaci persino di intuire il pericolo, a suon di picconate.  

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