FIGLI MIEI


I figli si fanno, si amano e si crescono. Sono i figli della vita, diceva il profeta, i genitori sono solo l’arco che li lancia verso la vita. E invece. Poche ore fa a Busto Arsizio, provincia di Varese, una madre quarantenne ha letteralmente lanciato i suoi due figli dal balcone, al terzo piano. La piccola per prima, di tre anni, il maggiore di sei anni per secondo. Non era sola in casa: in cucina c’era la nonna e il marito sarebbe tornato di lì a poco. Ha solo detto, appena arrestata: non ce la facevo più.

Ieri mattina all’alba in una casa di Palermo. Un poliziotto va nella stanzetta del figlio di sette anni che dorme ancora, gli avvicina la pistola alla tempia e spara. Subito dopo ripete la scena contro la sua stessa tempia e muore. Il bimbo è morto oggi.

Della tragedia di Palermo già si sa che il 38enne (omettiamo il nome) era giocatore d’azzardo, che aveva perso 60.000 euro al gioco e aveva dovuto ripianare il debito. La depressione è la più forte spinta compulsiva (incapacità di smettere) delle tante dipendenze (il gioco, la pornografia, il sesso a pagamento, ecc.) e anche quella che da queste dipendenze viene continuamente alimentata con sensi di colpa intollerabili verso se stessi e soprattutto la propria famiglia. Mandare sul lastrico i propri cari è intollerabile. Il sistema regge, di solito, finchè la moglie non lo scopre e scoperchia anche l’intollerabilità dell’azione distruttiva verso lei e i figli. Il poliziotto però non si è ucciso e basta, ha ucciso prima il suo bambino e poi se stesso. I suoi coleghi hanno subito raccontato che quel bambino lo adorava e che forse ha voluto portarlo via con sè. Si potrebbe però anche dire che uccidere un figlio (per di più bambino indifeso che dorme) favorisce il suicidio, nel caso ci fossero difficoltà a metterlo in pratica. Chi era dunque questo bambino per suo padre? Esattamente come per le madri assassine, era una parte di sè, il suo bambino interiore che dorme e rifiuta di crescere e assumersi le responsabilità di un adulto. La psicologia spiega molte cose ma non riporta le persone in vita. Nè può giustificare e dare pace a chi resta. Nessuno si era accorto di una depressione così grave? Non la moglie, non i parenti, non, soprattutto i colleghi di lavoro che in questo caso sono agenti di polizia, cioè per lo stesso mestiere che compiono devono essere attenti a varie componenti, comprese quelle psicologiche.

Anche a Busto Arisizio una madre ha considerato i figli sua proprietà. Ma stavolta non si è gettata di sotto con loro. L’ha fatto (con fatica, indubbiamente, perchè un bambino di sei anni non pesa poco e lanciarne due uno appresso all’altro richede forza fisica e perciò una rabbia interiore eccezionale) e ha dato una giustificazione orrendamente normale per ogni madre: non ce la facevo più. Normale, se si pensa che le madri spesso non ce la fanno più, orrendamente se si pensa che tra il  pensare o il dire ti butto dalla finestra e il farlo davvero ci corre un abisso. La morale, l’istinto e l’esser madre prima di tutto. Non è andata così. La depressione di questa donna era considerata poca o minore o addirittura nulla. Lei invece considerava i suoi figli un impiccio, un conflitto insanabile, una parte di sè andata in pezzi e perciò da gettare. Ancora una volta, i suoi bambini interiori e non i figli reali, bambini veri, cioè altro da sè.

Cosa succede?

Una società benestante, più colta ma più sola. Una società che allontana le patologie e i conflitti e vuole la normalità anche dove normalità non c’è. Una società che spinge a nascondere i problemi sotto il tappeto del privato e a non chiedere aiuto a nessuno, una società che isola volutamente gli imperfetti , una scoeità così superficiale e lontana che non ha più professionisti. Il medico di famiglia non vede, la polizia non vede, gli assistenti sociali non vedono, gli psichiatri, persino loro, se anche vedono non comprendono la gravità della situazione psicotica. La rete familiare è venuta a mancare, i condomini belli e comodi (ma anche le villette) hanno snaturato le relazioni anche di aiuto e attenzione che prima fungevano da contenitori. Ma dietro queste tragedie dolorose, compresa quella di Kabobo il ghanese, io ci vedo ancora e sempre più la cecità e la mancanza di sensibilità compassionevole che queste tragedie preverrebbe: capire quanto male si può compiere durante il lungo e solitario cammino verso il nulla.

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2 commenti

  1. Basta giustificare questi genitori incompetenti!!! I bambini non sono buste della spesa da lasciare in auto! Immagino la sofferenza di una creatura indifesa che muore da solo in auto!!! E’ un reato e ritengo sia punito per legge, nessuna clemenza, è omicidio e fa tanta tristezza.

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  2. E’ vero… non è concepibile.. poveri piccoli.. sono genitori indegni.. Non è accettabile una dimenticanza di questo tipo… è un essere umano.

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