La sofferenza


C’è una predisposizione genetica alla sofferenza? Diciamo che ce n’è una alla sensibilità e- si sostiene – chi più è sensibile, più prova emozioni intense. La chiamano addirittura ipersensibilità, sinonimo di intelligenza emotiva che spesso si traduce, nei fatti, in uno scarso adattamento al bombardamento  di chi recepisce ogni input proveniente dall’esterno senza filtri. Occorrerebbe una sorta di corazza da aprire e chiudere a piacimento con una cerniera lampo, parola giusta (lampo) perché le emozioni arrivano proprio in questo modo alle persone ultrasensibili. Emozionarsi e “sentire” intensamente ha il suo lato piacevole e probabilmente è proprio questo a non fare in modo che una sorta di blocco emotivo nella primissima infanzia, impedisca il superplus emozionale che è tanto elevato nel positivo quanto nel negativo e cioè l’intensa sofferenza.

Inutile stare a dire che il dolore è proporzionalmente superiore alla gioia man mano che si cresce e man mano che la sensibilità aumenta con l’esperienza relazionale col mondo, gli amici, i familiari, gli amori. Le persone altamente sensibili percepiscono spesso in anticipo gli eventi, non come preveggenza, ma come una abitudine a “sentire” profondamente e ne ricordano più le esperienze dolorose di tale sensibilità di quelle piacevoli. Diventa perciò una sorta di sofferenza anticipatoria che a volte è reale e a volte no, a volte spaventa senza motivo e a volte ci azzecca: il  motivo c’era!

Ma lo si capisce soltanto a posteriori, quando ormai la volontà o la razionalità hanno avuto il sopravvento per difendersi da un possibile dolore già sperimentato anche se sotto diverse forme e per motivi del tutto diversi. Chi ha vissuto gravi malattie dolorose dal punto di vista fisico e psicologico, sa che non avrà mai più pace interiore perché avrà conosciuto irrimediabilmente la paura del dolore che non è controllabile nella malattia o negli eventi che non dipendono dalla nostra volontà.
Non ci sono, purtroppo, alternative: o si accetta di essere così e si apprende a dare spazio ai ricordi emotivi belli più che a quelli brutti, o la sofferenza avrà sempre la meglio. Essere sensibili e ultrasensibili è un dono, non può diventare una condanna.
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