La mamma che scoppia


Ilaria svolgeva le funzioni di segretario comunale, presidente del nucleo di osservazione del personale dipendente, presidente di delegazione trattante di parte pubblica, responsabile anticorruzione, responsabile disciplinare per un Comune in provincia di Arezzo. Viveva in un paese vicino, era sposata ed aveva una bambina di 18 mesi. Fino a ieri mattina, forse alle 10 o poco più. Doveva lasciare la figlioletta al nido, ma l’ha scordato e ha parcheggiato come ogni giorno l’auto in piazza del Comune alle 8. A che ora si sarà alzata? Presto come sempre. Lavarsi, vestirsi di corsa, lavare la bambina, vestirla e tanti pensieri in testa. Il lavoro, la responsabilità e chissà cos’altro. Ma è già sufficiente per mettere, il 4 marzo scorso, sulla sua pagina Facebook, un post condiviso dal Fatto Quotidiano che calzava a pennello con la sua situazione: “Maternità e lavoro, perché le donne non ce la fanno più”. Sembrava un post normale: è diventato, oggi, il grido d’allarme inascoltato (anche da se stessa) di un burn out in agguato. Tre mesi dopo, ieri mattina alle 14, è uscita dal lavoro e ha trovato i vigili urbani che cercavano di rianimare la sua bambina ormai morta per il caldo. Nessuno l’ha vista dormire sul seggiolino nella piccola piazza di un piccolo paese, nessuno guarda niente, neppure, in questo caso, i permessi delle auto parcheggiate per tante ore.

Il burn out è un drammatico epilogo di stress prolungato che “brucia” le funzioni cognitive, la memoria prima fra tutte. E’ stato rilevato tra gli infermieri che hanno alta responsabilità verso i malati e sono sottoposti a turni faticosi senza poter riposare a sufficienza. E’ qualcosa che fa dimenticare, dissociare temporaneamente la parte razionale da quella emotiva. Capita a molti dimenticare un oggetto o un appuntamento, addirittura dissociarsi per superare un conflitto emotivo enorme. Ma a questi livelli di gravità è più logico parlare di stress prolungato, e lo stress è sempre emotivo.

C’è però sempre una differenza tra il burn out lavorativo e quello lavorativo-materno che come in altri casi si mescolano fino a diventare un solo lavoro, e un figlio viene dimenticato come fosse un’operazione quotidiana da sbrigare. Una sorta di “devo farlo per forza anche se non ce la faccio”.
E’ successo più spesso ai padri, ma anche le madri sono riuscite a saltare a piè pari il quotidiano gesto di togliere il figlio dal seggiolino, salutarlo e consegnarlo alle maestre. C’è un saluto di mezzo, un bacio, che stride con il quotidiano dovere. Come si fa a dimenticare un figlio? Con il cervello bruciato si può. Come si arriva a bruciarlo? Con un lento conflitto interiore che spesso è anche di coppia e carico familiare eccessivo, con la incapacità di dare priorità e vivere le responsabilità dividendole in compartimenti stagni, dove un bambino è un essere umano, mentre un lavoro, per quanto importante, non lo è. Non è così facile anticipare queste tragedie e certo la soluzione non è il seggiolino che avvisa acusticamente. I casi sono pochi, fortunatamente, ma quei pochi casi dicono più o meno la stessa cosa: il conflitto emotivo interiore esige una soluzione: eliminare il problema maggiore. Non significa che si vuole uccidere un bambino e tanto meno il proprio, ma piuttosto che non si è in grado di sostenere uno stress elevato e prolungato, una sorta di sottomissione al dovere (lavorativo e genitoriale, vissuti entrambi conflitualmente). C’è chi se ne rende conto e corre ai ripari per tempo, e chi mette un post su Facebook. Peccato che quel post avrebbe potuto diventare un altro che diceva “aiuto, non ce la faccio più, devo staccare o dimentico qualcosa di importante, anzi importantissimo”.

Resto convinta che se questa madre 37 enne, come altri genitori, avesse dato una importanza enorme al bacio dell’arrivederci alle 14, dopo il lavoro, sarebbe rimasto impresso fortemente nella sua memoria emotiva e non in quella razionale, che sempre può fallire. Resto convinta che queste madri e questi padri che fanno morire i figlioletti nel calore di un’auto sotto il sole, non siano emotivamente preparati ad essere madri e padri. Cioè assumersi contemporaneamente più responsabilità senza crollare in questa forma subdola e pericolosa che è la dissociazione psichica.

Un errore così grave si paga con una sofferenza indicibile ed eterna, perciò non credo che ci saranno misure restrittive come mai ce ne sono state in questi casi. Non credo però nemmeno alla capacità della psicologia di togliere un senso di colpa in assenza di una vera patologia mentale e penso che questa madre preferirebbe scontare una pena concreta per pagare e poter accettare quello che è accaduto. Ma credo anche, come sempre, che qualcun altro (familiari e capi e colleghi) dovrebbe pagare la sua parte per aver fatto arrivare questa donna a un simile punto di non ritorno: la donna deve poter lavorare e avere figli anche se non è superwoman come la società (e lei stessa) vorrebbero che fosse.

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