Ricchi e sospettabili


PESCARA, DIETRO LE QUINTE DELL’OMICIDIO DEL RAMPOLLO LAMALETTO

Lasciamo da parte il nonno di Alessandro, il giovane ucciso lunedì a Pescara,  che mai viene citato nei numerosi elenchi di denuncia di prestanome corrotti del governo venezuelano. Parliamo dello zio del giovane 29enne morto con due colpi di pistola in testa lo scorso lunedì, Camilo Lamaletto, fratello della madre Laura, primogenito di famiglia nato come lei a Caracas 60 anni fa, e che, al rientro del padre Gaetano e di sua moglie Maria nella terra d’origine abruzzese, ha preso in mano il suo piccolo impero nella repubbica bolivariana. Repubblica oggi in una “derota” sociale ed economica, ma ma non  per i ricchi, che in Venezuela (come in tutto il sistema oligarchico della borghesia latinoamericana) hanno sempre mantenuto il potere legandosi alla finanza, i presidenti che il potere l’hanno preso più spesso con un colpo di mano che con libere elezioni democratiche,  e i servizi segreti a loro volta invischiati con le Farc e le montagne di cocaina e soldi sporchi che passano da uno stato all’altro e da un prestanome all’altro in una sorta di scatole cinesi che impediscono di fatto di fermare il business mondiale.

Ceramiche Balgras si chiama l’azienda fondata dal padre di Camilo, 500 dipendenti e un indotto di 400, con sede a El Rosal, un distretto appena fuori Caracas. Nel 2014, Camilo Lamaletto è stato inserito al posto 16esimo dei 40 uomini più ricchi del Venezuela, ma anche tra i più influenti dello stato bolivariano. Come mai? La storia viene da lontano, in quell’anno 2008 quando una valigia in partenza dall’aeroporto di Buenos Aires e diretta a Caracas, aprì un inedito scenario sul collegamento tra presidenti “socialisti” di supporti in denaro non proprio pulito o da ripulire. Uno di questi prestanome del governo di Chavez (e successivamente dell’attuale di Maduro) sarebbe appunto Lamaletto. Qualcuno ricorda che già negli anni ’90 i Lamaletto vennero accusati di corruzione e dovevano restituire 300 miloni di dollari al governo: ma questi sono appunti trovati in un commento di Twitter e non verificabili. Ciò che invece denunciano i giornali argentini (infobae e Periodico tribuna) che hanno ricostruito dettagliatamente nel 2008 il caso della valigia in cui era coinvolto l’allora ministro argentino De Vido, è l’elenco dei nomi di imprenditori, banchieri e narcotrafficanti collegati l’uno all’altro per sostenere Chavez. Tra questi c’è anche Lamaletto, citato in qualità di colui che si occupava del lavaggio di denaro proveniente dal supposto narcotrafficante imprenditore di cui si è parlato anche in Italia.

Il nome di Camilo Lamaletto viene associato appunto a quello del potentissimo Walter De Nogal Marquez, detto Alex, uomo ben poco appariscente fisicamente ma sempre attorniato da bellissime donne, smanioso di soldi e di potere. Nel 2007 atterrò a Milano Malpensa e, su soffiata di un collaboratore di giustizia della mafia siciliana, venne arrestato con l’accusa di narcotraffico. A lui si associava anche il terrorismo economico, una forma brutale (facendo saltare in aria banche) usata in Venezuela per aumentare il valore del dollaro. Venne portato a Palermo e processato ma non venne ritenuto colpevole e fu rilasciato.

Camilo Lamaletto vive in un ricco sobborgo di Caracas, una collina di moderni grattacieli chiamata appunto Colina Bello Monte. Ha a disposizione due elicotteri e, anni fa, ha aperto con un socio venezuelano un bar discoteca italiana in un distretto della capitale.

Il figlio Gaetano, nel marzo del 2016 ha lasciato il Venezuela (dopo essersi laureato a Boston)  e con la fidanzata italo-venezuelana Valery Conde è tornato nelle terre del nonno, in provincia di Chieti, in Abruzzo, da dove questi partì anni prima facendo poi fortuna in America Latina. A soli 26 anni ha preso in mano le redini del Il Felduccio, già avviatissima casa di produzione di vini premiati in tutto il mondo, tra i quali il Montepulciano d’Abruzzo.

Una delle piste per risolvere il rebus del delitto del giovane Alessandro è appunto quella del Venezuela.  Non sempre però, dietro i contrasti familiari, ci sono soldi da spartirsi. Certo è che, nell’uccisione di Alesandro Neri, descritto da tutti come un bravo ragazzo, così come la madre, il padre e i fratelli,  c’è un metodo (due colpi in testa ravvicinati) che non è parte della malavita pescarese e che, se lo è diventato l’8 marzo, ha alle spalle un ambiente di giustizieri anche per cose di poco conto, comprese quelle che ledono l’onore.

 

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