Non era Pablo. Ecco come l’abbiamo scoperto

Pablo Babboni, scomparso a giugno del 2007 da Pietrasanta, in Versilia, è stato cercato per anni dalla sua famiglia argentina, dai carabinieri e da Chilhavisto.

Ho sentito un brivido quando, due giorni la pubblicazione della storia di Pablo, lo scorso aprile, ho letto un messaggio su Facebook dove avevo condiviso e chiesto di condividere il post di questo blog. Era una persona a me sconosciuta, una volontaria di una organizzazione umanitaria. Leggo: conosco un Pablo che dice di essere argentino e vive per strada a La Spezia da 9 anni.

Quando Pablo Babboni era scomparso, all’età di 35 anni, dopo una inspiegabile fuga dall’appartamento di Pietrasanta dove viveva da dieci anni facendo lo scultore del marmo, e dopo i suoi ultimi, inspiegabili e concitati movimenti tra Pisa e Livorno, la famiglia che vive nella città di Paranà, a Entre Rios, in Argentina, aveva mosso i carabinieri. L’ultima sua telefonata alla famiglia, per noi la mezzanotte, era durata pochi secondi; ho combinato un guaio, mi cercano per uccidermi.  La sua auto era stata ritrovata nei pressi del parco presidenziale di San Rossore a Pisa quattro mesi dopo, durante le ricerche. Poi più niente.

Ho ripreso in mano questo caso alcune settimane fa pensando di utilizzare la catena solidale di Facebook e dopo soltanto due giorni ho ricevuto la segnalazione. L’unica, ma preziosissima. Corrispondeva il nome, la nazionalità, la vicinanza al luogo della scomparsa, gli anni (9 su 11) della scomparsa e una prima vaga rassomiglianza. Corrispondeva anche l’idea che mi ero fatta: se di Pablo non è stato mai ritrovato il cadavere, potrebbe essere scomparso, come tanti, per sfuggire a fantasmi interiori, in uno stato psicotico e paranico dovuto anche al consumo di droghe che faceva all’epoca e forse un latente disturbo di personalità. Insomma, le tante persone che ho incontrato all’alba o di notte sulle strade italiane e straniere, come l’argentino Pablo sono anti-sociali che fuggono dalla famiglia e dalle responsabilità sociali. Pablo aveva la doppia cittadinanza essendo discendente di italiani, ma i suoi documenti erano stati trovati nella sua auto. Altro dettaglio che ha fatto sempre pensare a una scomparsa volontaria.

Era sera quando ho ricevuto il messaggio in messenger e subito ho chiesto tutto quanto si poteva sapere di quel clochard di La Spezia. Non molto: lui stesso aveva raccontato, appena contattato dai volontari che si occupano, soprattutto in inverno, dei senzatetto, di essere vissuto per due anni a Toledo, in Spagna, e da lì essersi spostato a La Spezia. Di lui si sapeva che parlava molto poco ma sapeva bene l’italiano e aveva accento spagnolo. Si sapeva che era pulito ed educato e che dimostrava ben più dei 47 anni che avebbe dovuto avere oggi ma che a volte questo non è un particolare importante se vivi per strada molti anni, usi droghe e bevi. Che il Pablo ricercato, se vivo,  fosse oggi molto diverso da quello conosciuto nel 2007 era evidente a tutti.

Nei due giorni seguenti mi è stata inviata una fotografia e un breve video fatto con il cellulare in cui, in modo ingannevole, si cerca di fargli dire qualche parola. Dal video ho avuto la conferma che le “s” erano spagnole e l’italiano buono.

E’ iniziato un lavoro, molto veloce, di confronto con le fotografie a disposizione. Tratti facciali, occhi, mani. Quel poco che si poteva vedere, perchè dei tatuaggi, ad esempio, che sapevo esserci sulla spalla e sulle braccia, non si poteva vedere niente essendo lui coperto. Non si poteva vedere neppure la fronte per il cappello che porta, e che i volontari dicono che porta sempre. Lo sguardo e il colore cangiante degli occhi tra il verde il marrone e il grigio era invece piuttosto simile alla fotografia migliore e ravvicinata divulgata dalla famiglia.

Ho chiamato a quel punto i carabinieri di Pietrasanta, il cui nuovo comandante non conosceva il caso di Pablo Babboni e mi ha detto di rivolgermi a La Spezia, che avrebbero fatto loro un controllo.

Ero indecisa sul da farsi. Pensavo: se un antisociale viene controllato dalle forze dell’ordine potrebbe spostarsi:  e chi lo ritrova più?

Ho contattato perciò il fratello sottoponendogli il video e un paio di buoni fermo immagine. In pochi secondi mi ha risposto: non è lui. Nel dubbio l’ha comunque mostrato ai familiari e ad alcuni amici di Pablo e nessuno lo ha riconosciuto.

Le coincidenze erano davvero tante, al di là del non riconoscimento ufficiale della famiglia: stesso nome, stessa nazionalità non troppo comune tra i clochard, poca distanza dal luogo della scomparsa e nessuno che mai ha cercato questa persona, chiunque sia stata.

Mancava riuscire a fargli dire l’esatta città di nascita che non avrebbe dovuto inventare tanto è sconosciuta in Italia.

La famiglia invece ha deciso di agire subito e per proprio conto contattando l’Interpol. Da Buenos Aires la richiesta di controllo è arrivata a Roma e da Roma al comando provinciale dei carabinieri di La Spezia.

Nel giro di venti giorni dall’inizio della segnalazione è arrivata la risposta a Buenos Aires direttamente alla famiglia che me l’ha comunicata: non è Pablo e non è argentino. E’ spagnolo e si chiama Baudilio Ortega. Per loro il caso era chiuso.

Per me no. Ho telefonato ai carabinieri di La Spezia e parlato con il capitano Suriano, della squadra investigativa. Il clochard di La Spezia ha mostrato una carta d’identità che conteneva la nazionalità (spagnola), cognome e dati anagrafici diversi dal Pablo argentino che cercavamo. Volevo essere convinta che non avesse rubato o trovato per strada, appunto proprio in Spagna, quel documento, e ho chiesto approfondimenti.

Nel giro di 10 ore sono stata avvisata dal capitano: questa persona non ha tatuaggi e il dna non corrisponde.

L’efficienza e la rapidità nei controlli di due stati, due regioni italiane e due organi diversi di polizia mi ha sbalordita. Pablo l’argentino non aveva compiuto reati e non era ricercato dalla giustizia. Questo era soltanto un caso umano.  Eppure è stato affrontato e risolto.

No, non era Pablo, che ancora non sappiamo dove sia e se sia vivo, ma sappiamo, da oggi, che i clochard possono essere controllati su richiesta delle famiglie (o anche da giornalisti come nel mio caso) in presenza di sospetti importanti. Anche se sono adulti e  visibilmente capaci di intendere volere.

Ormai sicura che Pablo non è questo signore con la barba e i capelli lunghi e bianchi della foto affiancata alla sua di molti anni prima, resta il mistero: perchè ha detto di essere argentino se è spagnolo? Non ha una vera logica essendo lui in possesso di documenti ed essendo la Spagna un paese europeo a differenza dell’Argentina che non lo è e potrebbe implicare espulsione.

Credo che non lo saprò mai. Ma il vero Pablo lo continuerò a cercare, così come spero che con le tag del cognome del signore di La Spezia che vive in strada, se c’è una madre o un familiare che lo cerca possa sapere che è vivo, sta bene, ed è “curato” dai preziosi volontari di strada.

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Pablo è scomparso. Pablo è vivo?

pablo babboni

Pablo Daniel Babboni. Oggi, 11 anni dopo questa fotografia, sarebbe diverso. Si può immaginare con meno capelli, e bianchi, con barba più lunga, e bianca. Più magro e con gli occhi vacui. Ma i suoi occhi grandi e verdi sarebbero gli stessi. Se Pablo, nato in Argentina, con doppia nazionalità (italiana), fosse vivo, sarebbe uno dei tanti clochard che affollano l’Italia. Gli invisibili, li chiamano. Finché qualcuno non restituisce loro un lampo di memoria di quello che sono stati. Normali. Oppure, come, nel caso di Pablo, un artista e scultore del marmo a Pietrasanta, in provincia di Massa, Toscana.

Dal 16 giugno 2007 non si sa più niente di lui. La sua famiglia, in Argentina, chiede aiuto: vorrebbero sapere se è vivo o morto, se è stato ucciso o si è suicidato, se vaga di città in città  o dorme per strada in una grande città, all’estero o in Italia. Non c’è pace per i familiari degli scomparsi finché i loro pensieri sono ossessivamente fissati sul voler sapere cosa è successo.

Pablo viveva a Pietrasanta da dieci anni (1997 l’epoca del suo arrivo) e lavorava. Il primo aggancio per lui, in Italia, sono stati i cugini. La sua mamma parla un buon italiano benché sia figlia di emigranti. E perfetto italiano parlava Pablo.  Nel 2007 aveva 35 anni e un discreto riconoscimento, anche all’estero, delle sue opere d’arte. L’ultimo viaggio di lavoro era stato in Messico.

Per la famiglia stava bene, per la compagna-amica Jessica no. I suoi familiari, madre, padre e fratello, lo sentivano spesso al telefono, perché gli argentini hanno un forte legame con i familiari e la loro terra. Sono un popolo ricco di emozioni nostalgiche, che sa adattarsi ovunque,  ma mai completamente. Che ama viaggiare e conoscere nuovi mondi, ma non rompe mai le radici, mantenendo piccoli legami quotidiani: il mate, la lingua espressiva del castigliano argentino, gli amici lontani, persino quelli d’infanzia. Gli argentini che molto giovani si avventurano nel mondo, specialmente in Europa e in Italia, salgono facilmente la china, spinti da entusiasmi e passioni di diventare qualcuno e mostrare anche alla famiglia di meritare il dolore del distacco che provocano.

Un giorno è successo qualcosa. Le cose importanti però, non accadano ma in un solo giorno e perciò bisogna tornare indietro agli ultimi mesi prima della sua scomparsa.

Pablo deve andare in Messico con dei fiorentini per svolgere un lavoro. Chiede però di anticipare la partenza e lo chiede con insistenza. Ha infatti saputo che un marocchino che conosce a Pietrasanta non è in carcere, come lui pensava fosse, e ha paura.  La motiva con una storia di gelosia di tre uomini e una donna, Jessica appunto. Che ufficiamente è fidanzata con un altro. Jessica lo conosce da tempo e asserisce che sono paranoie. Che Pablo aveva cominciato già a manifestare confusione, e che secondo lei non stava bene. Non una vera depressione, piuttosto un senso di persecuzione infondato.  Jessica, all’epoca, era socia di Matteo. Entrambi gestivano un famoso bar di Pietrasanta, aperto nel 2000 e subito diventato ritrovo di moltissimi giovani, italiani e stranieri. Lì, tra i tanti artisti del marmo, trascorreva le serate anche Pablo.

Al rientro dal Messico, Pablo è sempre più inquieto. Esterna le sue paure, ma alla famiglia non dice niente. Finchè una sera lascia il suo appartamento e va a dormire in un ostello, e il giorno dopo si sposta ancora in un hotel a Viareggio. Da qui, alla mezzanotte, telefona a casa e dice: ho combinato un guaio (macana in spagnolo). Poi butta giù il telefono e si rende irreperibile, non rispondendo più alle chiamate dei familiari. Quella notte, Pablo vagherà in auto tra Pietrasanta, Viareggio e Livorno, zona portuale.  Per saperlo c’è voluta una indagine, compiuta dai carabinieri di Lucca dopo la denuncia di Jessica (per scomparsa) e dei familiari, che dall’Argentina sono venuti in Italia a cercarlo. Erano, giustamente, preoccupatissimi.

Il primo ad andare in Toscana è stato il fratello Luis che è riuscito a far compiere una indagine accurata, sia sui tabulati telefonici che hanno permesso di conoscere i suoi ultimi spostamenti, sia l’ascolto dei testimoni e amici, fino al ritrovamento dell’auto di Pablo, una Fiat Punto bianca (quattro mesi dopo) a Pisa, vicinissimo all’entrata del parco di San Rossore. Era parcheggiata regolamente, chiusa, in un piccolo parcheggio circondato da case. All’interno sono stati trovati il suo computer, 50 euro in contanti e cartacce di un pasto Mc Donalds. Anche “Chi l’ha visto” si è occupato del caso, l’ultima volta nel 2013. Non è mai venuto fuori niente di interessante. Nessuna pista da seguire, nessuna supposizione oltre a quella dell’allontanamento volontario.

Il fratello Luis non è affatto convinto che le cose siano andate così. Secondo lui qualcuno sa e non ha mai parlato. Secondo lui qualcuno ha fatto del male a Pablo.

Il luogotenente dei carabineri di Lucca sostiene di non avere lasciato nulla di intentato per trovare il ragazzo, vivo o morto. Nè ha mai avuto sospetti su qualcuno, tanto che solo un anno dopo, il caso Pablo Babboni è stato archiviato dal gip di Lucca.

Ho fatto una promessa alla famiglia, comprendendo il loro dolore: ho indagato anche io (e non ho trovato alcuna pista da seguire per ritrovarlo vivo o morto). L’altro giorno ho ripreso in mano questa brutta storia sospesa nel limbo e mi sono accorta che nel frattempo qualcosa era successo e non lo avevo saputo, ed era degno di nota: nel 2016 il titolare del bar, ed ex di Jessica, è stato trovato morto nell’appartamento in provincia di La Spezia di uno spacciatore pregiudicato. Morto di overdose di eroina.

Lo spacciatore era già stato arrestato nel 2010 e nel 2014 per lo stesso reato. Coltivava canapa a casa sua, ma vendeva anche cocaina rifornendo i locali della Versilia.

Conosceva Pablo Babboni nel 2007? Pablo fumava marjuana e potrebbe avere comprato sia da lui sia dal marocchino di cui aveva paura. Potrebbe non aver pagato un debito e avere ricevuto minacce, tanto da avvertire la famiglia e poi dissolversi nel nulla. Potrebbe invece, come sostiene il fratello, essere stato vittima di un regolamento di conti per una donna? I corpi si trovano, i carabinieri negano.

Potrebbe avere preso una nave-cargo in partenza dal porto di Livorno quella stessa notte dopo aver vagato davanti al porto deserto, nascondendosi, ed essere fuggito in Spagna, temendo una vera o immaginata punizione del marocchino di cui tanto aveva paura?

Potrebbe, invece, essere in Italia, a Roma, unica grande città dove i clochard passano inosservati anche per un decennio, vivendo di poca elemosina?

Potrebbe essere morto suicida nel mare o impiccato? I cadaveri il mare li restituisce e gli impiccati, anche nella foresta del parco di San Rossore (di proprietà ed uso esclusivo del Quirinale), prima o poi qualcuno li trova.

L’esperienza mi fa dire che quando si attivano sensi di persecuzione infondati e si fa uso di droghe anche leggere in modo continuativo, un disturbo dapprima latente può farsi manifesto fino alla volontà di esclusione sociale, un vero e proprio annullamento di identità. Ma la stessa esperienza nell’area degli scomparsi, mi fa anche sospendere ogni presunzione. Sui monti, ad esempio, le persone cadute nei canaloni non sempre vengono ritrovate. La Versilia ha alle spalle la catena montuosa delle Alpi Apuane.

La famiglia di Pablo Babboni, che vive nello stato del Paranà, in Argentina, chiede che non si spengano del tutto i riflettori.

Io chiedo aiuto alla rete, così vasta, per fare girare la fotografia di Pablo e riattivare la catena di solidarietà per la quale ci siamo spesso contraddistinti e che per due casi di cui mi sono occupata (al contrario: ho trovato i clochard e cercavo le loro famiglie) ha funzionato. Se è vivo, forse riusciamo ancora a trovarlo tra i  clochard che dormono per la strada o nelle stazioni, dove c’è cibo e passa gente, in Italia o Spagna (Barcellona in particolare). Di sicuro non in Versilia: lì non sarebbe evidentemente mai rimasto. Anche fosse irriconoscibile, avrà gli stessi occhi e parlerà ancora la sua lingua madre.

Grazie a tutti da Luis, la mamma e il papà di Pablo.

 

 

 

 

 

Le mie (povere) origini

Quando mia madre mi raccontava dei disagi affrontati dal suo “povero” papà per tirar su dignitosamente una famiglia troppo numerosa, io mi commuovevo sempre, fino alle lagrime. Anche la nostra era una famiglia piuttosto povera, appena uscita dalla guerra, ma mi sembrava che le nostre difficoltà fossero poca cosa a confronto di quelle vissute dal nonno.

Il mio nonno faceva il postino, sì insomma il portalettere. Oggi credo che si chiamino in altro modo. Ma non faceva solo il postino. In un paesino sperduto sulle montagne, Brumano, a 1.000 metri d’altitudine, fare il postino era certamente una risorsa, ma quando si hanno nove figli da allevare, senza più la moglie morta di chi sa che cosa, non basta. C’è la stalla con un paio di vacche, qualche gallina, una pecora e un maiale. Ma è sempre poco. L’uomo però, nato settimino ed asmatico, è pieno di risorse. Fila la lana grezza e intreccia coperte per il letto, provvede per maglie, calzettoni, guanti senza dita. Delle cinque figlie le prime due sono gemelle. Non c’è latte per entrambe e il medico dice di sacrificare la più gracile, cioè mia madre. Infatti l’altra morirà presto, prima dei due anni. Mia madre invece se la caverà grazie al latte di una capra. E camperà fino a 83 anni. Un’altra sorella morirà di “spagnola” a 19 anni. L’ultima viene messa in collegio (orfanotrofio?) a Bergamo. E con l’aiuto dei fratelli maggiori (emigrati in Argentina o a Milano) verrà avviata agli studi e diverrà maestra elementare.

Mia madre invece lascia subito la scuola, a 7 anni, (povera scuola, dove i tre anni dell’obbligo – quasi mai conclusi – si frequentavano in un unico locale). Deve dedicarsi ai fratelli e alla casa, essendo la maggiore delle ragazze.

A meno di 11 anni viene “deportata” nel lecchese, cioè dall’altra parte del Resegone, dove si parla il milanese, mentre nella sua Brumano si parla bergamasco. Va a lavorare nelle filande di Germanedo, Acquate, Ponte Lambro. Vivono, queste “setaiole”,  segregate nei convitti adiacenti le filande, gestiti da suore. Se ben rammento, per sei mesi di assenza da casa  e 13 ore al giorno di lavoro, il compenso alla famiglia era di 5 lire. Forse non era così, ma era pur sempre una bocca in meno da sfamare. In sei mesi il padre o la madre andavano a trovarla uno o due volte. Ed erano fiumi di lacrime.

Il paese, Brumano, era collegato a Rota Imagna da un sentiero in certi punti piuttosto aspro, trecento metri di dislivello, circa tre chilometri di percorso, con due o tre “triboline” che pretendevano una buona dose di giaculatorie per le anime dei poveri morti. Il fondo valle era però a quota 500 metri e ai tempi del nonno era là che era posto l’uffici postale, Circa un’ora e mezza a scendere e almeno due ore a salire. Con la buona stagione. Ma d’inverno le nevicate erano generose e si affondava fino al ginocchio, partendo da casa che era ancora buio, avvolti nel tabarro. Questo due volte alla settimana. E spesso si faceva tanta fatica solo per ritirare il giornale per il parroco. O una cartolina di saluti. Ma il paese, pur essendo molto piccolo, ha un’estensione notevole. Le frazioni sono poste a grande distanza. E d’estate qualche famiglia si sposta negli alpeggi alti (1400 metri) dove anche io, qualche volta, con un cuginetto, andavo a consegnare qualche lettera (di congiunti emigrati in Francia o in Svizzera e che annuciavano più cattive che buone notizie). E si riceveva un ventino di mancia, oppure – se le consegne avvenivano nelle frazioni basse -una saccocciata di nocciole o di castagne bianche.

D’estate un paesino di montagna è sempre ridente. E venne scoperto un giorno, ai primi del ‘900, da una coppia di industriali milanesi. Milanesi si fa per dire. Lui, Lacroix, svizzero. Lei di Monaco di Baviera, Avevano un’affermata tipografia, credo in via Lomazzo. specializzata in pubblicazioni d’arte. Appassionati di montagna, partivano il sabato con il treno per Bergamo, quindi corriera (o carrozza?) fino al fondo valle e poi su fino ai 1000 metri di Brumano, aiutandosi con l’alpenstock. Il nonno affitta loro dei locali e loro si commuovono di fronte alle difficoltà della famiglia. Portano a Milano, al loro servizio, prima una sorella della mamma e, quando questa si sposa, mia mamma.

Ci rimarrà diversi anni, con un reciproco ricordo affettuoso che durerà fino alla morte.

Portano anche un fratello nella loro tipografia, dove diverrà un abile incisore fino alla pensione. Gli altri due fratelli emigreranno in Argentina e rientreranno in Italia perché costretti dall’entrata in guerra del 1915.

Il nonno nuore a 71 anni, nel 1931. Aveva continuato il lavoro di postino di suo padre, il quale l’aveva ereditato dal nonno e prima ancora dal bisnonno (dal ‘700 in linea maschile diretta). Bisnonno e trisavoli abitavano sul fondovalle e certamente per loro il lavoro era molto meno faticoso. Probabilmente il trasferimento a Brumano avvenne per la maggiore disponibilità di pascoli che la montagna offriva, poiché come già detto, lo stipendio del postino non bastava per le famiglie cariche di troppi figli.

Ha continuato Renzo, il fratello di mia madre, l’ultimo della nidiata. Le fatiche non erano molto dissimili da quelle di mio nonno (anche lui con 5 figli) almeno fino al dopoguerra.

Giunge in quel periodo un prete monzese, dinamico, intraprendente, niente da invidiare ai montanari del posto,. Si dà da fare e a Brumano arriva la strada, arriva la luce elettrica, arriva il telefono, arriva l’acquedotto. E mio zio, qualche anno dopo, può permettersi di scendere a Rota (dove ormai è stato posto l’ufficio postale) non più a piedi ma con il “Guzzino”.

Ora il postino continua a farlo suo figlio, mio cugino, l’ultimo dei cinque figli. Ma il posto ha dovuto conquistarselo mediante concorso, non essendo più ereditario. E il suo posto di lavoro è distante una quindicina di chilometri da casa. Ed ora ha la macchina. Dice che quello del postino è il più bel lavoro del mondo perché la gente è contenta quando ti vede. Anche lui ha abbandonato la montagna e abita sul fondo valle. Ha lasciato Brumano. Che non ha più le sue case con i tetti di pietra, il bel sagrato erboso con stretti gradini largamente spaziati e che la sera d’estate diventava il salotto di tutti. E sono scomparse (salvo una) le sculture “naif” su pietra del maestro Vitari che ornavano le fontane o l’inizio dei sentieri che uscivano dal paese.

 

 

 

Giuseppe Bianchi (mio padre) ha scritto la storia della sua famiglia di postini a Brumano, uno dei Comuni più piccoli d’Italia, circa vent’anni fa su mia richiesta. Lo scorso anno la casa di famiglia  sotto il Resegone è stata venduta, nessuno più della famiglia Vitari fa il postino e mio padre è morto lo scorso agosto poco prima di compiere 89 anni. Gli ultimi giorni piangeva a dirotto ricordando sua madre.

Ho copiato questo dattiloscritto di mio padre perché contiene grandi insegnamenti sulla povertà, la tenacia della sopravvivenza, l’emigrazione, il senso del dovere e il dolore di grandi e bambini trasmesso anche alle future generazioni. Me compresa.

Riposa in pace papà.

 

 

 

 

DIABOLICO TANGO

Dal 15 ottobre nelle librerie il mio giallo DIABOLICO TANGO edito da Eclissi

 

L’omicidio di una sarta nel quartiere di Porta Romana a Milano dà l’avvio a un’indagine a ritroso nel tempo, quello lontano della seconda guerra mondiale e quello più vicino della feroce dittatura militare argentina. La donna uccisa porta lo stesso nome di una neonata creduta morta sotto i bombardamenti di Gorla del 1944. Uno strano caso, alla soluzione del quale si appassiona un giornalista. Attraverso l’amore per il tango e per un’insegnante argentina, egli arriverà a provare quel desiderio di verità che manca al distaccato e arrogante ispettore di polizia. L’indagine incomincia da una milonga dove la vittima è stata vista l’ultima sera della sua vita. Ma che rapporto c’è tra la sarta uccisa e la neonata morta 60 anni prima? Il giornalista s’imbatte in storie di orfanotrofi a Biella, di staffette partigiane a Mortara, di ambigue amicizie a Pavia. Sullo sfondo, l’Argentina carica di dolore e di nostalgia. Misteri e inganni per compiere atti di bontà si mescolano a misteri e inganni per compierne altri di profonda crudeltà. I personaggi sono lacerati da drammi personali e spesso inconsapevoli di essere parte di una storia collettiva. Saranno costretti a fare i conti con la propria coscienza, nessuno escluso.

Dedicato ai piccoli martiri della scuola elementare F.Crispi di Gorla  a Milano e agli italiani immigrati in Argentina

 

Ps: Il libro è esaurito. Ne posseggo ancora alcune copie, chi intende acquistarlo me lo chieda  (12 euro più spese eventuali di spedizione per i non milanesi a cui invece posso consegnarlo a mano).

Il batterio mai visto

Duemila casi esplosi, 1600 accertati, 17 persone morte e dieci paesi coinvolti. L’E-coli 104, così battezzato dal biologo molecolare che l’ha scoperto nelle feci  di una persona infettata, ricorda altri batteri, virus o retrovirus scoperti sui pazienti all’inizio di grandi epidemie che poi, inspiegabilmente (e senza trovare le giuste cure) sparivano così come erano venute. Uno dei casi più eclatanti è stato quello dell’influenza A, denominata suina. Nel 2009 la pandemia partita dal Messico veniva spiegata così:

Da aprile 2009 sono stati accertati focolai di infezione nell’uomo in Messico. Il numero dei casi, la presenza di morti accertati e la trasmissione da uomo a uomo hanno fatto salire il livello di allarme. Casi sporadici sono sospettati anche in altri paesi americani. Il virus sembra colpire caratteristicamente le persone adulte sane e molto meno, al contrario della influenza classica, anziani e bambini. Questo è probabilmente dovuto al fatto che bambini e anziani sono in gran parte vaccinati contro l’influenza stagionale, e sembra che questa protezione diminuisca la capacità di infezione su questi individui. L’alimentazione a base di carne suina non aumenta le probabilità di contrarre l’infezione che si trasmette da uomo a uomo per via aerea come le comuni influenze. Secondo il prof. Calvielli  i casi di virus di origine animale mutati e trasmissibili da uomo a uomo sono dovuti ai metodi di allevamento del bestiame nutrito a base di mangimi animali[. Anche se alcuni Stati hanno autorizzato l’abbattimento di maiali indiscriminato nel loro territorio, consumare carne di maiale cotta ad almeno 70 gradi sembra azzerare la probabilità di trasmissione maiale-uomo della malattia attraverso carne di suino infetta. È deducibile che questa pandemia è stata oggetto di un “bombardamento” mediatico. Stando a risultati di analisi statistica, si può tranquillamente dedurre che la semplice influenza stagionale, produce un numero di vittime di gran lunga superiore a quelle provocate dal virus A/H1N1.

Ci furono, l’anno seguente, anche denunce esplicite contro le case farmaceutiche produttrici di farmaci e di gel disinfettanti che fecero affari d’oro. Poi tutto cadde nel dimenticatoio. Oggi molti si chiedono, più consapevoli del potere sanitario nel mondo, se anche questo batterio non sia per caso una bufala creata appositamente sia  per riequilibrare il mercato import-export, sia per “inventare” un nuovo antibiotico.

Appare in ogni modo sospetto l’atteggiamento della Germania, nella fattispecie dell’Istituto superiore della Sanità, che per prima cosa punta il dito su cetrioli d’importazione mettendo in ginocchio di colpo l’economia già fragilissima della Spagna. A seguire, il premier russo Putin annuncia che non farà avvelenare dall’Europa (tutta) il suo popolo in nome dell’Unione del Commercio europeo.

Il primo ragionamento da fare, in questi casi, è sospettare delle persone “fantasma” che sarebbero state infettate. Così come per l’influenza A, si è scoperto poco a poco che quelle che ne morivano erano tutte persone già malate o immunodepresse o poco reattive ai farmaci. Il secondo ragionamento da fare è il numero elevato di donne rispetto a quello degli uomini. I numeri di cui si tratta sono piuttosto bassi per una statistica vera e propria ma danno certamente un’idea veritiera del fenomeno suddiviso per sesso ed età. Il terzo ragionamento riguarda il cibo ingerito dai pazienti che hanno incubato il batterio dai 7 ai 15 giorni e non si è visto, invece, alcun elenco di alimenti sospetti (e il motivo) pubblicata dai tedeschi e ripresa dagli italiani. 

Cosa manca in questo quadro? I controlli della falda acquifera della zona più prossima alla produzione agricola,  i cui prodotti sono stati commerciati nella zona sotto attenzione. Germania e Russia in questo sono identiche: in casa propria è meglio guardare il più tardi possibile e se anche le colpe sono interne è meglio non farlo sapere. Ecco spiegato perchè la prima accusata è stata la povera Spagna.

E’ legittimo però chiedersi anche perchè il cetriolo sia stato messo sul banco degli imputati per poi venirne velocemente tolto. Probabilmente si è semplicemente andati per esclusione dovendo trovare una verdura di grande consumo. Altra ipotesi ben poco convincente: perchè britannici , americani e francesi (notare bene: gli italiani che ad Amburgo volano spesso per afffari sono intoccati dall’infezione) dovrebbero abbuffarsi di cetrioli crudi durante i loro pasti al  ristorante? Chi va in Germania difficilmente sfugge a un hot dog, ma del cetriolo può fare tranquillamente a meno. Gli hot dog di provenienza suina però non sono mai stati accusati. Vogliamo sperare che sia perchè c’è una spiegazione scientifica su questo tipo aggressivo di escherichia coli non presente nell’intestino degli animali (e dell’uomo). Le accuse precise riguardano i liquami fognari che sarebbero entrati nelle falde acquifere con la cui acqua è stata poi annaffiata la verdura. E perchè cetrioli e non insalata? Verdura, quest’ultima, peraltro molto più comune e di gran lunga prefertita, a tavola, dalle donne, che spiegherebbe la più alta percentuale di infetti di sesso femminile.

Avendo in prima persona sperimentato una grave forma di gastroentertite acuta (così denominata  in assenza di una specifica diagnosi) al rientro dall’Argentina, con gli stessi sintomi dell l’E-coli 104, mi sono chiesta se il mio caso non fosse isolato. Al ricovero in pronto soccorso (era il 2008) ho pensato che cosa avessi mangiato e dove negli ultimi tre giorni. Pesce d’oceano, lattuga  in abbondanza (di campo) e budino di latte fatto in casa. Essendo intollerante al latte ho accusato subito quest’ultimo e così hanno dedotto anche i medici non trovando assolutamente niente (batteri generici, tifo, salmonella, celiachia, ecc) che potesse aver dato un quadro tanto grave (emorragia dall’intestino, anse ispessite e versamento di liquidi all’esterno dell”ansa intestinale). Sono guarita in 4 giorni (solo con digiuno quasi totale e litri e litri di fisiologica), ma il dubbio (e il timore che si ripetesse) mi hanno fatto approfondire il problema. Niente: dopo 3 mesi di analisi mirate  (in un ospedale molto più specialistico) è risultato solo una ipersensibilità viscerale, cioè facilità a infiammarsi. Eliminata l’ansia, ho ricominincato a viaggiare ma ho inventato una dieta ad hoc che seguo anche in Italia: niente insalata e niente latticini (a parte il parmigiano reggiano che non contiene lattosio). Sono tornata in Argentina altre tre volte, fermandomi per diversi mesi e non ho mai più avuto un solo episodio. Fortuna? Caso? Può essere. Personalmente resto convinta che la causa fosse stata l’insalata mangiata a 38 gradi di temperatura in una estancia molto turistica a 100 km da Buenos Aires .  In quella estancia c’erano maiali, galline e orto, tutto nello stesso fazzoletto di terra.  Il tremendo batterio che a seconda dei casi i medici chiamano, popolarmente, maledizione di Montezuma o in nessun modo proprio perchè sconosciuto al microscopio,  esiste da sempre e ovunque ma nessuno si premura di fare statistiche. Al Nord dell’Argenrtina, per esempio, i bambini indios lo scorso anno sono stati decimati (14 morti in due settimane) dalla gastroenterite dovuta all’acqua inquinata. Qualcuno ha annunciato l’epidemia a lettere cubitali?

Pranzo a Caminito

CAMINITO

L’ALBERO DELLE SCARPE

Nei conventillos della Boca paio nuovo che arriva,  paio vecchio che se ne vablog10.jpg