Le mie (povere) origini

Quando mia madre mi raccontava dei disagi affrontati dal suo “povero” papà per tirar su dignitosamente una famiglia troppo numerosa, io mi commuovevo sempre, fino alle lagrime. Anche la nostra era una famiglia piuttosto povera, appena uscita dalla guerra, ma mi sembrava che le nostre difficoltà fossero poca cosa a confronto di quelle vissute dal nonno.

Il mio nonno faceva il postino, sì insomma il portalettere. Oggi credo che si chiamino in altro modo. Ma non faceva solo il postino. In un paesino sperduto sulle montagne, Brumano, a 1.000 metri d’altitudine, fare il postino era certamente una risorsa, ma quando si hanno nove figli da allevare, senza più la moglie morta di chi sa che cosa, non basta. C’è la stalla con un paio di vacche, qualche gallina, una pecora e un maiale. Ma è sempre poco. L’uomo però, nato settimino ed asmatico, è pieno di risorse. Fila la lana grezza e intreccia coperte per il letto, provvede per maglie, calzettoni, guanti senza dita. Delle cinque figlie le prime due sono gemelle. Non c’è latte per entrambe e il medico dice di sacrificare la più gracile, cioè mia madre. Infatti l’altra morirà presto, prima dei due anni. Mia madre invece se la caverà grazie al latte di una capra. E camperà fino a 83 anni. Un’altra sorella morirà di “spagnola” a 19 anni. L’ultima viene messa in collegio (orfanotrofio?) a Bergamo. E con l’aiuto dei fratelli maggiori (emigrati in Argentina o a Milano) verrà avviata agli studi e diverrà maestra elementare.

Mia madre invece lascia subito la scuola, a 7 anni, (povera scuola, dove i tre anni dell’obbligo – quasi mai conclusi – si frequentavano in un unico locale). Deve dedicarsi ai fratelli e alla casa, essendo la maggiore delle ragazze.

A meno di 11 anni viene “deportata” nel lecchese, cioè dall’altra parte del Resegone, dove si parla il milanese, mentre nella sua Brumano si parla bergamasco. Va a lavorare nelle filande di Germanedo, Acquate, Ponte Lambro. Vivono, queste “setaiole”,  segregate nei convitti adiacenti le filande, gestiti da suore. Se ben rammento, per sei mesi di assenza da casa  e 13 ore al giorno di lavoro, il compenso alla famiglia era di 5 lire. Forse non era così, ma era pur sempre una bocca in meno da sfamare. In sei mesi il padre o la madre andavano a trovarla uno o due volte. Ed erano fiumi di lacrime.

Il paese, Brumano, era collegato a Rota Imagna da un sentiero in certi punti piuttosto aspro, trecento metri di dislivello, circa tre chilometri di percorso, con due o tre “triboline” che pretendevano una buona dose di giaculatorie per le anime dei poveri morti. Il fondo valle era però a quota 500 metri e ai tempi del nonno era là che era posto l’uffici postale, Circa un’ora e mezza a scendere e almeno due ore a salire. Con la buona stagione. Ma d’inverno le nevicate erano generose e si affondava fino al ginocchio, partendo da casa che era ancora buio, avvolti nel tabarro. Questo due volte alla settimana. E spesso si faceva tanta fatica solo per ritirare il giornale per il parroco. O una cartolina di saluti. Ma il paese, pur essendo molto piccolo, ha un’estensione notevole. Le frazioni sono poste a grande distanza. E d’estate qualche famiglia si sposta negli alpeggi alti (1400 metri) dove anche io, qualche volta, con un cuginetto, andavo a consegnare qualche lettera (di congiunti emigrati in Francia o in Svizzera e che annuciavano più cattive che buone notizie). E si riceveva un ventino di mancia, oppure – se le consegne avvenivano nelle frazioni basse -una saccocciata di nocciole o di castagne bianche.

D’estate un paesino di montagna è sempre ridente. E venne scoperto un giorno, ai primi del ‘900, da una coppia di industriali milanesi. Milanesi si fa per dire. Lui, Lacroix, svizzero. Lei di Monaco di Baviera, Avevano un’affermata tipografia, credo in via Lomazzo. specializzata in pubblicazioni d’arte. Appassionati di montagna, partivano il sabato con il treno per Bergamo, quindi corriera (o carrozza?) fino al fondo valle e poi su fino ai 1000 metri di Brumano, aiutandosi con l’alpenstock. Il nonno affitta loro dei locali e loro si commuovono di fronte alle difficoltà della famiglia. Portano a Milano, al loro servizio, prima una sorella della mamma e, quando questa si sposa, mia mamma.

Ci rimarrà diversi anni, con un reciproco ricordo affettuoso che durerà fino alla morte.

Portano anche un fratello nella loro tipografia, dove diverrà un abile incisore fino alla pensione. Gli altri due fratelli emigreranno in Argentina e rientreranno in Italia perché costretti dall’entrata in guerra del 1915.

Il nonno nuore a 71 anni, nel 1931. Aveva continuato il lavoro di postino di suo padre, il quale l’aveva ereditato dal nonno e prima ancora dal bisnonno (dal ‘700 in linea maschile diretta). Bisnonno e trisavoli abitavano sul fondovalle e certamente per loro il lavoro era molto meno faticoso. Probabilmente il trasferimento a Brumano avvenne per la maggiore disponibilità di pascoli che la montagna offriva, poiché come già detto, lo stipendio del postino non bastava per le famiglie cariche di troppi figli.

Ha continuato Renzo, il fratello di mia madre, l’ultimo della nidiata. Le fatiche non erano molto dissimili da quelle di mio nonno (anche lui con 5 figli) almeno fino al dopoguerra.

Giunge in quel periodo un prete monzese, dinamico, intraprendente, niente da invidiare ai montanari del posto,. Si dà da fare e a Brumano arriva la strada, arriva la luce elettrica, arriva il telefono, arriva l’acquedotto. E mio zio, qualche anno dopo, può permettersi di scendere a Rota (dove ormai è stato posto l’ufficio postale) non più a piedi ma con il “Guzzino”.

Ora il postino continua a farlo suo figlio, mio cugino, l’ultimo dei cinque figli. Ma il posto ha dovuto conquistarselo mediante concorso, non essendo più ereditario. E il suo posto di lavoro è distante una quindicina di chilometri da casa. Ed ora ha la macchina. Dice che quello del postino è il più bel lavoro del mondo perché la gente è contenta quando ti vede. Anche lui ha abbandonato la montagna e abita sul fondo valle. Ha lasciato Brumano. Che non ha più le sue case con i tetti di pietra, il bel sagrato erboso con stretti gradini largamente spaziati e che la sera d’estate diventava il salotto di tutti. E sono scomparse (salvo una) le sculture “naif” su pietra del maestro Vitari che ornavano le fontane o l’inizio dei sentieri che uscivano dal paese.

 

 

 

Giuseppe Bianchi (mio padre) ha scritto la storia della sua famiglia di postini a Brumano, uno dei Comuni più piccoli d’Italia, circa vent’anni fa su mia richiesta. Lo scorso anno la casa di famiglia  sotto il Resegone è stata venduta, nessuno più della famiglia Vitari fa il postino e mio padre è morto lo scorso agosto poco prima di compiere 89 anni. Gli ultimi giorni piangeva a dirotto ricordando sua madre.

Ho copiato questo dattiloscritto di mio padre perché contiene grandi insegnamenti sulla povertà, la tenacia della sopravvivenza, l’emigrazione, il senso del dovere e il dolore di grandi e bambini trasmesso anche alle future generazioni. Me compresa.

Riposa in pace papà.

 

 

 

 

DIABOLICO TANGO

Dal 15 ottobre nelle librerie il mio giallo DIABOLICO TANGO edito da Eclissi

 

L’omicidio di una sarta nel quartiere di Porta Romana a Milano dà l’avvio a un’indagine a ritroso nel tempo, quello lontano della seconda guerra mondiale e quello più vicino della feroce dittatura militare argentina. La donna uccisa porta lo stesso nome di una neonata creduta morta sotto i bombardamenti di Gorla del 1944. Uno strano caso, alla soluzione del quale si appassiona un giornalista. Attraverso l’amore per il tango e per un’insegnante argentina, egli arriverà a provare quel desiderio di verità che manca al distaccato e arrogante ispettore di polizia. L’indagine incomincia da una milonga dove la vittima è stata vista l’ultima sera della sua vita. Ma che rapporto c’è tra la sarta uccisa e la neonata morta 60 anni prima? Il giornalista s’imbatte in storie di orfanotrofi a Biella, di staffette partigiane a Mortara, di ambigue amicizie a Pavia. Sullo sfondo, l’Argentina carica di dolore e di nostalgia. Misteri e inganni per compiere atti di bontà si mescolano a misteri e inganni per compierne altri di profonda crudeltà. I personaggi sono lacerati da drammi personali e spesso inconsapevoli di essere parte di una storia collettiva. Saranno costretti a fare i conti con la propria coscienza, nessuno escluso.

Dedicato ai piccoli martiri della scuola elementare F.Crispi di Gorla  a Milano e agli italiani immigrati in Argentina

 

Ps: Il libro è esaurito. Ne posseggo ancora alcune copie, chi intende acquistarlo me lo chieda  (12 euro più spese eventuali di spedizione per i non milanesi a cui invece posso consegnarlo a mano).

Il batterio mai visto

Duemila casi esplosi, 1600 accertati, 17 persone morte e dieci paesi coinvolti. L’E-coli 104, così battezzato dal biologo molecolare che l’ha scoperto nelle feci  di una persona infettata, ricorda altri batteri, virus o retrovirus scoperti sui pazienti all’inizio di grandi epidemie che poi, inspiegabilmente (e senza trovare le giuste cure) sparivano così come erano venute. Uno dei casi più eclatanti è stato quello dell’influenza A, denominata suina. Nel 2009 la pandemia partita dal Messico veniva spiegata così:

Da aprile 2009 sono stati accertati focolai di infezione nell’uomo in Messico. Il numero dei casi, la presenza di morti accertati e la trasmissione da uomo a uomo hanno fatto salire il livello di allarme. Casi sporadici sono sospettati anche in altri paesi americani. Il virus sembra colpire caratteristicamente le persone adulte sane e molto meno, al contrario della influenza classica, anziani e bambini. Questo è probabilmente dovuto al fatto che bambini e anziani sono in gran parte vaccinati contro l’influenza stagionale, e sembra che questa protezione diminuisca la capacità di infezione su questi individui. L’alimentazione a base di carne suina non aumenta le probabilità di contrarre l’infezione che si trasmette da uomo a uomo per via aerea come le comuni influenze. Secondo il prof. Calvielli  i casi di virus di origine animale mutati e trasmissibili da uomo a uomo sono dovuti ai metodi di allevamento del bestiame nutrito a base di mangimi animali[. Anche se alcuni Stati hanno autorizzato l’abbattimento di maiali indiscriminato nel loro territorio, consumare carne di maiale cotta ad almeno 70 gradi sembra azzerare la probabilità di trasmissione maiale-uomo della malattia attraverso carne di suino infetta. È deducibile che questa pandemia è stata oggetto di un “bombardamento” mediatico. Stando a risultati di analisi statistica, si può tranquillamente dedurre che la semplice influenza stagionale, produce un numero di vittime di gran lunga superiore a quelle provocate dal virus A/H1N1.

Ci furono, l’anno seguente, anche denunce esplicite contro le case farmaceutiche produttrici di farmaci e di gel disinfettanti che fecero affari d’oro. Poi tutto cadde nel dimenticatoio. Oggi molti si chiedono, più consapevoli del potere sanitario nel mondo, se anche questo batterio non sia per caso una bufala creata appositamente sia  per riequilibrare il mercato import-export, sia per “inventare” un nuovo antibiotico.

Appare in ogni modo sospetto l’atteggiamento della Germania, nella fattispecie dell’Istituto superiore della Sanità, che per prima cosa punta il dito su cetrioli d’importazione mettendo in ginocchio di colpo l’economia già fragilissima della Spagna. A seguire, il premier russo Putin annuncia che non farà avvelenare dall’Europa (tutta) il suo popolo in nome dell’Unione del Commercio europeo.

Il primo ragionamento da fare, in questi casi, è sospettare delle persone “fantasma” che sarebbero state infettate. Così come per l’influenza A, si è scoperto poco a poco che quelle che ne morivano erano tutte persone già malate o immunodepresse o poco reattive ai farmaci. Il secondo ragionamento da fare è il numero elevato di donne rispetto a quello degli uomini. I numeri di cui si tratta sono piuttosto bassi per una statistica vera e propria ma danno certamente un’idea veritiera del fenomeno suddiviso per sesso ed età. Il terzo ragionamento riguarda il cibo ingerito dai pazienti che hanno incubato il batterio dai 7 ai 15 giorni e non si è visto, invece, alcun elenco di alimenti sospetti (e il motivo) pubblicata dai tedeschi e ripresa dagli italiani. 

Cosa manca in questo quadro? I controlli della falda acquifera della zona più prossima alla produzione agricola,  i cui prodotti sono stati commerciati nella zona sotto attenzione. Germania e Russia in questo sono identiche: in casa propria è meglio guardare il più tardi possibile e se anche le colpe sono interne è meglio non farlo sapere. Ecco spiegato perchè la prima accusata è stata la povera Spagna.

E’ legittimo però chiedersi anche perchè il cetriolo sia stato messo sul banco degli imputati per poi venirne velocemente tolto. Probabilmente si è semplicemente andati per esclusione dovendo trovare una verdura di grande consumo. Altra ipotesi ben poco convincente: perchè britannici , americani e francesi (notare bene: gli italiani che ad Amburgo volano spesso per afffari sono intoccati dall’infezione) dovrebbero abbuffarsi di cetrioli crudi durante i loro pasti al  ristorante? Chi va in Germania difficilmente sfugge a un hot dog, ma del cetriolo può fare tranquillamente a meno. Gli hot dog di provenienza suina però non sono mai stati accusati. Vogliamo sperare che sia perchè c’è una spiegazione scientifica su questo tipo aggressivo di escherichia coli non presente nell’intestino degli animali (e dell’uomo). Le accuse precise riguardano i liquami fognari che sarebbero entrati nelle falde acquifere con la cui acqua è stata poi annaffiata la verdura. E perchè cetrioli e non insalata? Verdura, quest’ultima, peraltro molto più comune e di gran lunga prefertita, a tavola, dalle donne, che spiegherebbe la più alta percentuale di infetti di sesso femminile.

Avendo in prima persona sperimentato una grave forma di gastroentertite acuta (così denominata  in assenza di una specifica diagnosi) al rientro dall’Argentina, con gli stessi sintomi dell l’E-coli 104, mi sono chiesta se il mio caso non fosse isolato. Al ricovero in pronto soccorso (era il 2008) ho pensato che cosa avessi mangiato e dove negli ultimi tre giorni. Pesce d’oceano, lattuga  in abbondanza (di campo) e budino di latte fatto in casa. Essendo intollerante al latte ho accusato subito quest’ultimo e così hanno dedotto anche i medici non trovando assolutamente niente (batteri generici, tifo, salmonella, celiachia, ecc) che potesse aver dato un quadro tanto grave (emorragia dall’intestino, anse ispessite e versamento di liquidi all’esterno dell”ansa intestinale). Sono guarita in 4 giorni (solo con digiuno quasi totale e litri e litri di fisiologica), ma il dubbio (e il timore che si ripetesse) mi hanno fatto approfondire il problema. Niente: dopo 3 mesi di analisi mirate  (in un ospedale molto più specialistico) è risultato solo una ipersensibilità viscerale, cioè facilità a infiammarsi. Eliminata l’ansia, ho ricominincato a viaggiare ma ho inventato una dieta ad hoc che seguo anche in Italia: niente insalata e niente latticini (a parte il parmigiano reggiano che non contiene lattosio). Sono tornata in Argentina altre tre volte, fermandomi per diversi mesi e non ho mai più avuto un solo episodio. Fortuna? Caso? Può essere. Personalmente resto convinta che la causa fosse stata l’insalata mangiata a 38 gradi di temperatura in una estancia molto turistica a 100 km da Buenos Aires .  In quella estancia c’erano maiali, galline e orto, tutto nello stesso fazzoletto di terra.  Il tremendo batterio che a seconda dei casi i medici chiamano, popolarmente, maledizione di Montezuma o in nessun modo proprio perchè sconosciuto al microscopio,  esiste da sempre e ovunque ma nessuno si premura di fare statistiche. Al Nord dell’Argenrtina, per esempio, i bambini indios lo scorso anno sono stati decimati (14 morti in due settimane) dalla gastroenterite dovuta all’acqua inquinata. Qualcuno ha annunciato l’epidemia a lettere cubitali?

Pranzo a Caminito

CAMINITO

L’ALBERO DELLE SCARPE

Nei conventillos della Boca paio nuovo che arriva,  paio vecchio che se ne vablog10.jpg

IL MURO

Tra la Avenida De Mayo e la 9 de Julioblog2.jpg

PARILLA E ASADO

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