Dimenticare un figlio, può succedere anche a me?

La giustizia ha cominciato a fare il suo corso, con l’interrogatorio-fiume, fino alle 21 di ieri sera, della mamma toscana che ha dimenticato la figlioletta di 18 mesi in auto, dove ha trovato la morte.
Un lungo interrogatorio è segno che il magistrato ha voluto approfondire bene questa tragedia, così come è un atto dovuto aver disposto l’autopsia sul corpicino della bambina e l’apertura del fascicolo per “omicidio colposo”. La formulazione di omicidio colposo ha escluso, dopo l’interrogatorio, quello doloso, cioè con volontà. Non c’era perciò, secondo il magistrato, nessuna “scelta” di compiere un gesto che avrebbe per forza di cose portato la piccola alla morte, essendo l’auto a finestrini chiusi e sotto il sole. L’autopsia dirà esattamente l’orario della morte ma si può già ritenere che sia sopraggiunta non in sei ore, ma in tempi molto più rapidi e, unica consolazione, senza grande sofferenza: i bambini così piccoli piangono e si addormentano, passando in questo caso dal sonno alla morte che è sopraggiunta per arresto cardiaco.
La notizia, come tante altre che riguardano i bambini, ha suscitato reazioni forti in Italia. Gli psichiatri hanno spiegato (e non è la prima volta che lo fanno) che quanto è successo alla giovane mamma, dipendente comunale di rilievo e responsabilità, è un ìa sorta di corto circuito della memoria, una amnesia dissociativa temporanea dovuta allo stress. Lo stress è emotivo, è bene continuare a ricordarlo, per non confonderlo con la fatica fisica di fare tante cose anche in contemporanea, cui le donne sono molto più abituate degli uomini e ce la fanno anche in condizioni difficilissime. Si pensi solo a chi ha i gemelli e lavora e magari non ha un marito, o a chi fa due lavori e ha figli piccoli a casa affidati al più grande. A chi ha un marito assente per lavoro (e per irresponsabilità) o che ha un’amante e dei figli gli importa solo alla domenica. Perchè dunque quasi tutte le donne ce la fanno e alcune no? Sono una minoranza le donne che, sottoposte a forti e continuati stress emotivi (troppa responsabilità e poca percezione di poterla scaricare) pensano molto, anche prima di addormentarsi e pensano negativamente, coltivando il circolo vizioso del “ce la devo fare ad ogni costo” anzichè il più sano e consapevole “non ce la faccio sempre”. Pensano al mattino appena sveglie, con poche ore di sonno alle spalle, e al primo imprevisto che imprevisto in realtà non è quando si hanno figli che camminano da poco, dipendenti ma non totalmente come i neonati (la maggior parte dei casi di figli dimenticati in auto è nella stessa fascia di età) e più problematici da gestire. Fino ai due anni e mezzo il peso è enorme, ma lo è diventato sempre di più nelle società della “distrazione”. Qualcuno ricorda un video scioccante di una madre cinese che in piscina chatta e sullo sfondo si vede il figlioletto che sta affogando? A scene alquanto simili si assiste ogni giorno per la strada: di fondo c’è stanchezza, voglia di evadere, peso eccessivo e minore responsabilità morale, come se le mamme di oggi avessero più bisogno loro di una mamma, che di esserlo. Lo stesso vale per i padri. La dimenticanza degli oggetti è un primo segnale spesso inascoltato o addirittura giustificato con la paola stress, come se dirlo, perchè se ne sente tanto parlare, non signifchi assoulutamente niente. Di fatto, correre ai ripari è molto più difficile perché significa rinunciare a qualcosa, discutere con qualcuno, cambiare comportamenti e abitudini e spesso farsi valere sia al lavoro che in casa. Normalmente la gente reagisce allo stress urlando, litigando o mettendo i figli davanti alla tivù o al computer (per poi stressarsi di nuovo perché viene considerato sbagliato). Di fatto, il modo di reagire allo stress è spesso irrazionale, ma non arriva a livelli così elevati. Ho letto commenti di persone che dichiarano di aver dimenticato i figli al supermercato, a scuola o dalla nonna. C’è chi li perde sulle spiagge, nella calca di un centro commerciale, negli autogrill. Proprio dimenticati. Qual è la differenza con il dimenticare in auto senza il minimo ricordo della loro presenza e di un atto incompiuto (il lasciarli in mani accudenti e protettive come il nido)? Un profondo black out, non una dimenticanza di tre minuti: questi genitori hanno completamente rimosso i gesti fatti, che pure sono quotidiani, e non si chiedono per ore ed ore, non hanno nemmeno il dubbio, per ore ed ore, di aver saltato qualcosa, di non aver fatto qualcosa delle solite cose di ogni giorno. Perciò no, non può capitare a chiunque (e difatti si contano circa 500 in tutto il mondo automatizzato). Per quanto la amnesia dissociativa sia possibile e comune, non lo è la dimenticanza di un figlio per un tempo indefinito, e soprattutto in un luogo che tutti sappiamo assurdo, non fosse altro perchè viene lasciato solo. I gesti protettivi e accudenti, benchè siano ripetitivi, sono numerosi, e comportano relazioni umane non facilmente dimenticabili nè automatiche come percorrere una strada, la solita, immersi nei pensieri (la consegna del piccolo a qualcuno, per esempio). Perciò queste dimenticanze nascondono non solo alti livelli di stress, ma anche precedenti di emotività non espressa, di molti non detti, di sofferenze interiori trascurate, di divisione tra razionale ed emotivo troppo nette.
Il danno irreparabile è stato compiuto. Provare solo pietà e dolore, sentimenti che appartengono a tutte le persone empatiche e sensibili, però non aiuta ad evitare i prossimi. Le amnesie dissociative sono pericolose e spesso nascondono vere e proprie personalità dissociate che si manifestano proprio nei momenti di alto stress.

La mamma che scoppia

Ilaria svolgeva le funzioni di segretario comunale, presidente del nucleo di osservazione del personale dipendente, presidente di delegazione trattante di parte pubblica, responsabile anticorruzione, responsabile disciplinare per un Comune in provincia di Arezzo. Viveva in un paese vicino, era sposata ed aveva una bambina di 18 mesi. Fino a ieri mattina, forse alle 10 o poco più. Doveva lasciare la figlioletta al nido, ma l’ha scordato e ha parcheggiato come ogni giorno l’auto in piazza del Comune alle 8. A che ora si sarà alzata? Presto come sempre. Lavarsi, vestirsi di corsa, lavare la bambina, vestirla e tanti pensieri in testa. Il lavoro, la responsabilità e chissà cos’altro. Ma è già sufficiente per mettere, il 4 marzo scorso, sulla sua pagina Facebook, un post condiviso dal Fatto Quotidiano che calzava a pennello con la sua situazione: “Maternità e lavoro, perché le donne non ce la fanno più”. Sembrava un post normale: è diventato, oggi, il grido d’allarme inascoltato (anche da se stessa) di un burn out in agguato. Tre mesi dopo, ieri mattina alle 14, è uscita dal lavoro e ha trovato i vigili urbani che cercavano di rianimare la sua bambina ormai morta per il caldo. Nessuno l’ha vista dormire sul seggiolino nella piccola piazza di un piccolo paese, nessuno guarda niente, neppure, in questo caso, i permessi delle auto parcheggiate per tante ore.

Il burn out è un drammatico epilogo di stress prolungato che “brucia” le funzioni cognitive, la memoria prima fra tutte. E’ stato rilevato tra gli infermieri che hanno alta responsabilità verso i malati e sono sottoposti a turni faticosi senza poter riposare a sufficienza. E’ qualcosa che fa dimenticare, dissociare temporaneamente la parte razionale da quella emotiva. Capita a molti dimenticare un oggetto o un appuntamento, addirittura dissociarsi per superare un conflitto emotivo enorme. Ma a questi livelli di gravità è più logico parlare di stress prolungato, e lo stress è sempre emotivo.

C’è però sempre una differenza tra il burn out lavorativo e quello lavorativo-materno che come in altri casi si mescolano fino a diventare un solo lavoro, e un figlio viene dimenticato come fosse un’operazione quotidiana da sbrigare. Una sorta di “devo farlo per forza anche se non ce la faccio”.
E’ successo più spesso ai padri, ma anche le madri sono riuscite a saltare a piè pari il quotidiano gesto di togliere il figlio dal seggiolino, salutarlo e consegnarlo alle maestre. C’è un saluto di mezzo, un bacio, che stride con il quotidiano dovere. Come si fa a dimenticare un figlio? Con il cervello bruciato si può. Come si arriva a bruciarlo? Con un lento conflitto interiore che spesso è anche di coppia e carico familiare eccessivo, con la incapacità di dare priorità e vivere le responsabilità dividendole in compartimenti stagni, dove un bambino è un essere umano, mentre un lavoro, per quanto importante, non lo è. Non è così facile anticipare queste tragedie e certo la soluzione non è il seggiolino che avvisa acusticamente. I casi sono pochi, fortunatamente, ma quei pochi casi dicono più o meno la stessa cosa: il conflitto emotivo interiore esige una soluzione: eliminare il problema maggiore. Non significa che si vuole uccidere un bambino e tanto meno il proprio, ma piuttosto che non si è in grado di sostenere uno stress elevato e prolungato, una sorta di sottomissione al dovere (lavorativo e genitoriale, vissuti entrambi conflitualmente). C’è chi se ne rende conto e corre ai ripari per tempo, e chi mette un post su Facebook. Peccato che quel post avrebbe potuto diventare un altro che diceva “aiuto, non ce la faccio più, devo staccare o dimentico qualcosa di importante, anzi importantissimo”.

Resto convinta che se questa madre 37 enne, come altri genitori, avesse dato una importanza enorme al bacio dell’arrivederci alle 14, dopo il lavoro, sarebbe rimasto impresso fortemente nella sua memoria emotiva e non in quella razionale, che sempre può fallire. Resto convinta che queste madri e questi padri che fanno morire i figlioletti nel calore di un’auto sotto il sole, non siano emotivamente preparati ad essere madri e padri. Cioè assumersi contemporaneamente più responsabilità senza crollare in questa forma subdola e pericolosa che è la dissociazione psichica.

Un errore così grave si paga con una sofferenza indicibile ed eterna, perciò non credo che ci saranno misure restrittive come mai ce ne sono state in questi casi. Non credo però nemmeno alla capacità della psicologia di togliere un senso di colpa in assenza di una vera patologia mentale e penso che questa madre preferirebbe scontare una pena concreta per pagare e poter accettare quello che è accaduto. Ma credo anche, come sempre, che qualcun altro (familiari e capi e colleghi) dovrebbe pagare la sua parte per aver fatto arrivare questa donna a un simile punto di non ritorno: la donna deve poter lavorare e avere figli anche se non è superwoman come la società (e lei stessa) vorrebbero che fosse.

FIGLI MIEI

I figli si fanno, si amano e si crescono. Sono i figli della vita, diceva il profeta, i genitori sono solo l’arco che li lancia verso la vita. E invece. Poche ore fa a Busto Arsizio, provincia di Varese, una madre quarantenne ha letteralmente lanciato i suoi due figli dal balcone, al terzo piano. La piccola per prima, di tre anni, il maggiore di sei anni per secondo. Non era sola in casa: in cucina c’era la nonna e il marito sarebbe tornato di lì a poco. Ha solo detto, appena arrestata: non ce la facevo più.

Ieri mattina all’alba in una casa di Palermo. Un poliziotto va nella stanzetta del figlio di sette anni che dorme ancora, gli avvicina la pistola alla tempia e spara. Subito dopo ripete la scena contro la sua stessa tempia e muore. Il bimbo è morto oggi.

Della tragedia di Palermo già si sa che il 38enne (omettiamo il nome) era giocatore d’azzardo, che aveva perso 60.000 euro al gioco e aveva dovuto ripianare il debito. La depressione è la più forte spinta compulsiva (incapacità di smettere) delle tante dipendenze (il gioco, la pornografia, il sesso a pagamento, ecc.) e anche quella che da queste dipendenze viene continuamente alimentata con sensi di colpa intollerabili verso se stessi e soprattutto la propria famiglia. Mandare sul lastrico i propri cari è intollerabile. Il sistema regge, di solito, finchè la moglie non lo scopre e scoperchia anche l’intollerabilità dell’azione distruttiva verso lei e i figli. Il poliziotto però non si è ucciso e basta, ha ucciso prima il suo bambino e poi se stesso. I suoi coleghi hanno subito raccontato che quel bambino lo adorava e che forse ha voluto portarlo via con sè. Si potrebbe però anche dire che uccidere un figlio (per di più bambino indifeso che dorme) favorisce il suicidio, nel caso ci fossero difficoltà a metterlo in pratica. Chi era dunque questo bambino per suo padre? Esattamente come per le madri assassine, era una parte di sè, il suo bambino interiore che dorme e rifiuta di crescere e assumersi le responsabilità di un adulto. La psicologia spiega molte cose ma non riporta le persone in vita. Nè può giustificare e dare pace a chi resta. Nessuno si era accorto di una depressione così grave? Non la moglie, non i parenti, non, soprattutto i colleghi di lavoro che in questo caso sono agenti di polizia, cioè per lo stesso mestiere che compiono devono essere attenti a varie componenti, comprese quelle psicologiche.

Anche a Busto Arisizio una madre ha considerato i figli sua proprietà. Ma stavolta non si è gettata di sotto con loro. L’ha fatto (con fatica, indubbiamente, perchè un bambino di sei anni non pesa poco e lanciarne due uno appresso all’altro richede forza fisica e perciò una rabbia interiore eccezionale) e ha dato una giustificazione orrendamente normale per ogni madre: non ce la facevo più. Normale, se si pensa che le madri spesso non ce la fanno più, orrendamente se si pensa che tra il  pensare o il dire ti butto dalla finestra e il farlo davvero ci corre un abisso. La morale, l’istinto e l’esser madre prima di tutto. Non è andata così. La depressione di questa donna era considerata poca o minore o addirittura nulla. Lei invece considerava i suoi figli un impiccio, un conflitto insanabile, una parte di sè andata in pezzi e perciò da gettare. Ancora una volta, i suoi bambini interiori e non i figli reali, bambini veri, cioè altro da sè.

Cosa succede?

Una società benestante, più colta ma più sola. Una società che allontana le patologie e i conflitti e vuole la normalità anche dove normalità non c’è. Una società che spinge a nascondere i problemi sotto il tappeto del privato e a non chiedere aiuto a nessuno, una società che isola volutamente gli imperfetti , una scoeità così superficiale e lontana che non ha più professionisti. Il medico di famiglia non vede, la polizia non vede, gli assistenti sociali non vedono, gli psichiatri, persino loro, se anche vedono non comprendono la gravità della situazione psicotica. La rete familiare è venuta a mancare, i condomini belli e comodi (ma anche le villette) hanno snaturato le relazioni anche di aiuto e attenzione che prima fungevano da contenitori. Ma dietro queste tragedie dolorose, compresa quella di Kabobo il ghanese, io ci vedo ancora e sempre più la cecità e la mancanza di sensibilità compassionevole che queste tragedie preverrebbe: capire quanto male si può compiere durante il lungo e solitario cammino verso il nulla.

Padri distratti fino alla morte

Visto? Aveva ragione la mamma di Elena, la piccola di 22 mesi morta per edema cerebrale da disidratazione in auto a Teramo. Ieri è morto an che Jacopo, mesi 11, stessa fine orrenda.  Anche lui dimenticato in auto dal padre, stavolta a Perugia. La mamma di Chiara si sarà consolata, noi invece siamo più sconcertati di prima. Come mai? Il presidente di Telefono Azzurro ieri ha tuonato: sono maltrattamenti, non dimenticanze. Togliamo la patria potestà a questi genitori.

  Noi adulti senza colpe possiamo stare tranquilli: non lasceremo un figlio in auto chiuso dentro a 30 gradi, non scenderemo dall’auto distratti da mille cose ricordandocele tutte fuorchè una: il bambino.  Assolvere un adulto solo perchè si dispera di fronte alla sua colpa gravissima e al dolore che ne conseguirà per tutta la vita non riporta giustizia nè a Elena nè a Jacopo nè a tutti i bambini che non sono nel cuore e nella mente dei loro genitori “stressati”. Se non si punisce l’omicidio colposo limitandosi a credere nella buona fede di chi mostra sofferenza, disperazione e pentimento, la società non potrà chiamarsi nè civile nè giusta. Molti assassini soffrono per tutta la vita per quello che hanno fatto in un momento di cosiddetto raptus che è un misto di rabbia, depressione, sfogo e tentativo di risolvere un conflitto eliminandolo fisicamente. Eppure di loro non abbiamo pietà, la giustizia li giudica e li punisce anche quando dicono non volevo farlo e appaiono sinceri. Se non si esce dal buonismo del perdono che permette a un padre di non assumersi le sue responsabilità in vita verso un bambino affidatogli, vedremo altri Elena e Jacopo morire così, tra atroci sofferenze che non merita neppure un cane.

L’assoluzione in nome di Elena

Il Procuratore del Tribunale di Teramo non ha riscontrato dolo per la dimenticanza della piccola Elena. Solo sfortunatissime coincidenze fatte di black out iniziale, nel mezzo e forse anche alla fine, se il padre non avesse sentito il rantolo della figlioletta che stava morendo appen a è salito in auto. La moglie l’ha chiamato al telefono per ricordargli di andare a prendere la bimba all’asilo e lui ha detto sì. C’era bisogno di ricordarglielo? Però non è servito a niente. Come non è servito portare un documento in auto a metà mattina (quando forse Elena si sarebbe potuta salvare) per quel strano aiuto interiore che ti fa scattare un piccolo campanello d’allarme e te lo fa suonare sotto forma di documento. Ti ricordi della bambina? Non l’hai lasciata all’asilo… Niente, nemmeno il documento è servito. Così si sono fatti i funerali di Elena, in quattro e quattr’otto, asssolvendo chi nel parcheggio non ha visto niente per 5 ore (i vetri oscurati, quelli che in Italia hanno un numero infinitesimale di persone per sentirsi più sicuri  contro le aggressioni dei delinquenti e il padre di Elena, che era solo un docente universitario, li aveva)  e persino le maestre. Chè neppure loro si sono prese la briga di chiamare casa e chiedere come mai Elena non è venuta, perchè si sa che i bimbi piccoli spesso non vengono portati al nido e non bisogna preoccuparsi troppo. Tutti assolti. Assolti dalla famiglia, autoassolti, assolti dal prete, assolti dal giudice. Poteva capitare a tutti, è stato ripetuto come una tiritera che risuona una scusante per sopravvivere all’irresponsabilità più che al dolore. E’ stato, quello del professore abruzzese,  un black out così selettivo (il lavoro, il documento, la casa, la moglie non sono stati toccati dall’area cerebrale spenta da troppo stress)  che suscita un discreto interesse. Centinaia di migliaia di genitori ogni santo giorno, da che mondo è mondo, fanno migliaia di cose (pensate alle contadine che hanno aiutato il marito nei campi, allevato cucciolate di figli, cucinato per tutta la famiglia e dormito poco per anni)) eppure continuano a proteggere l’unica cosa importante della vita: i figli.

La dimenticanza (o rimozione) di un figlio

Elena non c’è più,  nessuno può dimenticare la realtà. Una realtà che fa male a tutti, come fece male Alfredino caduto nel pozzo di Vermicino per fatalità  e come fece male il sangue di Samuele schizzato sulle pareti della camera da letto di Cogne o come fece male la bastonata mortale toccata a Tommy che piangeva per essere stato strappato dal seggiolone. Morti inutili, disperate, sofferte prima di tutti dalle piccole vittime che hanno agonizzato, in secondo luogo da tutti noi, madri e padri universali dei più deboli. Il caso di Elena (che in 15 anni è il terzo, uno a Catania, l’altro a Merate e infine a Teramo)  consente meno analisi degli altri due, condannati dalla giustizia. A ben pensarci il caso di Tommy si è risolto con la giustificazione di un rapimento andato a male, la paura di venire scoperti, il non essere professionisti del crimine. Tommaso Onofri piangeva, come piangeva Samuele e come piangeva Elena nell’auto dai vetri oscurati, senz’aria e consapevole che la paura di venire abbandonata, tipica di tutti i bambini, per lei non era più solo una fantasia. La dimenticanza di Anna Maria Franzoni di aver ucciso suo figlio è stata chiamata rimozione di un atto sgradevolissimo, riprovevole, contro natura.  Eppure la Franzoni è stata ritenuta capace di intendere e volere e perciò non colta da amnesia da stress che pure era una condizione esistente. Lo stress che colpisce una madre, un padre o anche un rapitore improvvisato e che conduce alla morte di bambini così piccoli, è lo stesso. La differenza tra quello che colpisce un genitore normale e un genitore delinquente o addirittura un delinquente che genitore di quel bambino non è, è il campanello che risuona quando la soglia viene superata e si comincia a soffrire. Ecco perchè Freud parlava di rimozione. Tradotto: non ho colpa, non sono stato io.  Il primo trauma da rimuovere è  quello dell’adulto, che si riversa come un prolungamento di se stessi sul bambino.  Che trauma avevano patito il padre di Elena e la madre di Samuele e – io azzarderei – anche l’assassino di Tommy? Non sappiamo quasi nulla del passato lontano dei protagonisti della cronaca che è materia psichiatrica, a volte, del Tribunale e a volte nemmeno di quello, a seconda del tipo del reato o della catalogazione di un evento. Il padre di Elena è accusasto di omicidio colposo. Stessa accusa valida per i medici che compiono un errore in sala operatoria o durante una diagnosi. Stesso capo d’accusa di un incidente stradale dove non c’è volontà di uccidere. Fatalità che però vengono indagate e punite dalla legge.  Anna Maria Franzoni invece è stata condannata per omicidio volontario e per questo ha scatenato migliaia di sostenitori e oppositori: può una madre volere la morte del proprio bambino? Cosa può averle fatto per essere tanto odiato? C’è un odio che non si definisce odio, ma problema, o più correttamente, conflitto.

 Il caso di Elena è uno di quelli borderline, cioè di confine.  I giornali non infieriscono nè indagano perchè i primi a non farlo sono i parenti stretti e il nome di chi è indagato è sinonimo di immacolato. Sfortunato, sotto stress. disperato. Certamente le cose sono andate come sono state raccontate. Con due variabili ancora sconosciute: perchè nessuno ha sentito la bambina piangere? Come mai nessuno è passato vicino a un’auto dentro un parcheggio in orario di grande attività scolastica? Peggio è sapere che l’uomo è andato a posare un documento in auto, sul sedile anteriore, alle 11 di mattina. Un documento da portare a casa. E’ uscito dalla facoltà, è andato in auto, l’ha aperta, ha posato il documento. Tre ore prima aveva allacciato la bambina al seggiolino e avrebbe dovuto slacciarla, prenderla in braccio, chiudere l’auto, consegnarla alle maestre, darle un bacino. Tante cose, affatto automatiche. Nemmeno quel documento da portare a casa era un automatismo, e lui ci ha pensato. L’ha portato lì forse per essere sicuro di non dimenticarlo sulla scrivania. Allora come ha fatto a dimeticare di avere una figlia in auto ben due volte in poche ore? L’ha sentita rantolare alle 13, quando è risalito in auto per andare a pranzo e ha pensato fosdse il cane, nemmeno la figlia. Elena nella su testa non c’era. Dov’era Elena? Non a casa, perchè lui l’aveva presa in braccio e messa in auto. Non al nido, perchè lui non l’aveva tolta dall’auto e affidata alle maestre. La chiamano rimozione da stress. Un secondo figlio in arrivo, il lavoro, il cambiamento di casa. Tutto insieme genera un cocktail esplosivo tanto da far dire alla madre della bambina (povera donna), poteva capitare a chiunque.  La madre di Elena giustifica il suo uomo e con lui difende se stessa, non afferma una verità assoluta, perchè se capitasse a chiunque avremmo un caso al mese o forse all’anno, e invece per fortuna ne abbiano avuti tre soli in 15 anni.  Certo a questi vanno aggiiunti gli  incidenti  domestici mortali che spesso hanno le stesse identiche ragioni.  Sostenere che non si ha colpa nella dimenticanza  mortale è come sostenere  l’omicidio da stress.  Perchè allora la Franzoni è stata condannata, dato che non poteva odiare Samuele al punto da desiderarne la morte? Perchè la Franzoni ha usato suo figlio come prolungamento di se stessa, incapace di adattarsi all’ambiente che la circondava, alla famiglia attuale e a quella d’origine. Via il figlio via il problema. E’ ovviamente un processo incoscio e non elaborato, ma l’essere umano contiene anche la capacità di sentire quel campanello d’allarme che gli fa chiedere aiuto prima di fare del male a sè o agli altri (i più deboli, donne e bambini).  Il padre di Elena non l’ha sentito o non l’ha voluto sentire, che non fa grande differenza.