Uccidere i genitori è difficile

Riccardo era deciso a farlo. Manuel l’ha fatto. In un certo senso Riccardo, che faceva il bulletto, che mostrava con sfrontatezza quello che possedeva e che di libertà ne aveva tanta, si è dimostrato per quello che è: un vigliacco. Tutto l’incontrario di Manuel, che appariva sottomesso, fragile, che chiedeva, desiderava e non si ribellava, che il padre arriva a definire buono e manipolato dall’amichetto di sempre e la madre, più intuitiva e realistica si domanda con angoscia se poteva uccidere anche loro due. Sì che poteva, Riccardo. Ha dimostrato di essere forte, deciso, capace di fare qualcosa di atroce, difficilissimo per un adulto che odia profondamente, che ha almeno un raptus incontrollabile di rabbia e si trova per caso un’arma a portata di mano, come in tutti i delitti d’impeto. Nella villetta della frazione di Codigoro, nel Ferrarese, non c’è stato nessun impeto e soprattutto è mancata la reazione umana di fronte al massacro: il vomito.

Se i ragazzi fossero stati dissociati, sotto effetto di allucinazioni o di psicosi indotta da droga (anche leggera), dopo il duplice delitto non sarebbero riusciti a fare altro che vomitare e scappare, rifugiandosi lontanissimo dal luogo della mattanza. Arrestati, non sarebbero riusciti a fare altro che piangere o, al massimo, chiudersi nel mutismo più totale. Invece no. Le intercettazioni ambientali in caserma a Codigoro, dove appositamente sono stati lasciati soli (come nel caso di Erika e Omar), stavano cercando di proteggersi dalla pena, non dalla colpa. Lo schiaffo del padre di Manuel al figlio, sempre in caserma dopo la confessione, e l’immediata richiesta di perdono, è di una superficialità disarmante, eppure è quello che tutti si aspettano non solo da un figlio, ma persino da un fidanzato, da un marito, un amico che fa del male. Se ha chiesto perdono vuol dire che è pentito, ha capito che ha provocato dolore. E’ un modo di pensare piuttosto comune, che trova una difesa accettabile per scusare ciò che  non può esserlo. Chiedere perdono, dopo, ha l’unico obiettivo di togliersi le responsabilità e pretendere di essere di nuovo accolti, come se niente, o poco, fosse successo.  Sostenere che questi due ragazzi non si sono resi conto di quello che stavano facendo è paradossale.

Le due famiglie

Benchè diverse, hanno  molti tratti in comune. Apparentemente, per quanto se ne sa finora, Riccardo ce l’aveva con la madre, tanto da comunicarlo apertamente, mostrare apertamente la sua conflittualità e ribellione, e questa madre, da un lato dava e dall’altra proibiva, da un lato era punitiva e dall’altro accettava. Da un lato minacciava l’abbandono e la cacciata del figlio (fatto  piuttosto raro nelle madri, ma non in quelle con altissimi conflitti personali e, direi, tratti narcisisti) e dall’altro non affrontava niente. Suo figlio faceva uso di spinelli, bigiava a scuola, aveva il  motorino, capi firmati e libertà di orari. A 16 anni aveva potuto permettersi di vivere in garage e glielo avevano permesso, perché in fondo andava bene anche a loro. A Riccardo, probabilmente, preferivano il fratello maggiore Alessandro che non era figlio di questa donna ma la considerava madre a tutti gli effetti. Immaginiamo la gelosia non espressa di Riccardo proprio a fronte delle parole lasciate su Facebook da Alessandro: gli avete dato tutto… Appunto. Il ragazzo ha, nei fatti, inconsapevolmente giudicato, non scusato. Avrebbe voluto forse dire gli avete dato troppo…

La famiglia di Manuel faceva i conti con un figlio disabile, che non è poco. Del figlio maggiore, bel ragazzo apparentemente buono, come lo descrive il padre nonostante abbia calato con violenza un’accetta 8 volte sulla testa di due persone che ben conosceva sin da bambino e che probabilmente niente gli avevano mai fatto, sapevano evidentemente niente. Si sono fermati alle regole, alla facciata. Non si sono mai chiesti se aveva empatia, affettività vera. Hanno  notato e contrastato ciò che era fuori dalle regole sociali, ma non hanno messo il becco sul mondo interiore di un adolescente che sicuramente covava un disagio da tanto, tanto tempo. E avrebbe ucciso anche i suoi genitori se fossero stati più apertamente conflittuali come lo erano quelli Riccardo. Non per niente non ha mai rotto l’amicizia con Riccardo, problematico quanto lui e incapace di accettare le frustrazioni quanto lui, non per niente fumava spinelli tanto quanto l’amico e chissà quanti altri amici del bar o della piazza di Codigoro. Nei disagi psichici le droghe fanno da detonatore e ancora si pensa che lo spinello sia innocuo. Bisognerebbe portare i ragazzi a vedere negli ex manicomi giudiziari quanti sono diventati delinquenti con l’uso continuato di droghe leggere.

Bisognerebbe smettere di pensare che queste vicende non facciano soffrire profondamente e si cerchino spiegazioni razionali che tendono a giustificarle. Sono enormi tragedie che nascono in famiglia, si sviluppano in famiglia  e non sono più tanto numericamente ridotte. Certo, la violenza fisica usata in questo caso come in altri, fa sbarellare prima di tutto noi (non coinvolti direttamente), che non sappiamo nè giustificare, nè capire, nè accettare, nè rifiutare. Perciò è meglio provare dolore (non pietà|) per queste “notizie” piuttosto che negarlo e farsi i selfie davanti alla villetta del massacro, sintomo lampante di una società malata, seriamente malata che non può che generare mostri. O, a livelli minori ma non meno pericolosi, vendicativi manipolatori, narcisisti e anaffettivi.

Il carcere minorile

Manuel e Riccardo da ieri sono rinchiusi nel carcere minorile di Bologna, ma uno dei due, probabilmente Riccardo, verrà spostato perché i due non possano incontrarsi. La loro amicizia si dissolverà come neve al sole tra pochissimo. Il loro rimorso, invece, forse non avverrà mai. Dipenderà dall’osservazione psichiatrica cui verranno sottoposti entrambi e che dovrebbe (dico dovrebbe per la freddezza dei comportamenti del prima, durante e dopo) fare emergere un disturbo dell’umore e dell’affettività rilevanti. Il gip ha ritenuto che possono ancora uccidere. Ha già detto tutto.

 

 

 

 

 

 

 

 

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“Sono fatto così per colpa del bullismo”

Nel momento in cui lo fa sapere è già grande, ed è l’unica volta che abbassa gli occhi. Lo sguardo diretto, fin troppo fisso, che lo contraddistingue, di colpo diventa sfuggente e assomiglia a quello della vergogna.

Sono stato vittima di bullismo

Che ti hanno fatto, chi?

A scuola, da bambino. E anche dopo.

Cosa facevano?

Dicevano che ero cleptomane, mi chiamavano cleptomane.

Cosa facevi?

Rubavo le penne ai miei compagni, poi anche i pupazzi Trudy. Un giorno, mi ricordo, sono andato sotto la scrivania della maestra a piangere.

Non ricordi nient’altro?

Sì, che non mi invitavano mai a casa loro.

Alza la testa e guarda di nuovo dritto, quasi con orgoglio.

A sette anni mi sono spogliato in classe, ho tirato giù anche i  pantaloni davanti a tutti.

E la maestra cosa ha fatto?

Non mi ricordo.

E i tuoi? Li avranno chiamati…

Non mi ricordo.

Viene allora richiesto alla madre che nega l’episodio. Due anni dopo questo racconto non si è sentito creduto sulla storia dello spogliarello in classe e torna alla carica, spontaneamente.

Nel mio paese ho incontrato una compagna delle elementari che non vedevo da vent’anni e subito mi ha detto..uh!!! quello che si  è spogliato in classe! Visto che era vero?

Ricostruiamo questo bullismo, no perché sai che è un reato, e se stai male per quello che è accaduto anche se tanti anni fa facciamo qualcosa…guarda anche a costo di andare a prendere a sberle qualcuno. Hai detto che è successo anche alle medie e dopo no?.

Ma no è inutile. Sì avevo 13 anni. Ma non a scuola.

Senti, ma ti hanno fatto avance sessuali per caso? Molestie?

Non ne vuoi parlare?

No

Parliamo delle medie a scuola

Ero un po’ il buffone della classe. Ho anche preso una nota perché con un compagno dalla finestra abbiamo gridato lampadina al preside che aveva la testa pelata.

Sorride, sembra soddisfatto come per l’episodio dei pantaloni abbassati davanti a tutti.

Non chiamavano mai i tuoi genitori?

No. Credo di no, non mi ricordo

Hai ricordi un po’ sfumati, come mai?

A scuola mi dicevano che ero sempre sulle nuvole, andavo spesso al bagno, pensavo, guardavo fuori dalla fenestra. Eh sì avevo 4 in italiano e matematica. Ho una scrittura brutta e fatico a leggere, questo da sempre. Il 7 in condotta ho cominciato a prenderlo alle medie. Facevo tante assenze per preparare la festa. Mai bocciato no, però ho rischiato. Studiavo di notte per recuperare.

Non sei cambiato tanto mi pare. Sei sempre distratto e vai sempre in bagno. A cosa pensavi in classe?

Alla festa del paese che da noi è un grande evento e si prepara mesi prima. Io suonavo i tamburi. E poi pensavo ai miei compagni che non mi invitavano a casa loro e li sentivo mettersi d’accordo.

Non hai spiegato bene perché hai pochi ricordi…

Mi vengono in mente adesso. Non ci ho mai pensato. Me lo stai chiedendo tu adesso e mi vengono in mente.

Però sei pieno di rabbia, lo ammetti.

Sì, ma forse anche prima del bullismo. Non lo so bene. I miei ci tenevano molto alla condotta e non mi facevano vedere la tivù per idee loro. Non sopporto chi mi tratta da bambino, e ho un senso di rivalsa e di insoddisfazione che mi attanaglia.

Quindi non è solo per colpa del bullismo?

La rabbia non lo so. Ma la rivalsa sì. Verso il mio paese e anche verso i miei genitori.

A 13 anni cos’è successo?

Niente, avevo dei vicini di casa più grandi di me e stavo con loro. Non avevo amici. Per tre anni sono stato vittima di bullismo con loro. Cioè, quello più grande, che aveva 5 anni più di me ed era già maggiorenne, da solo era simpatico, mi trattava bene. Ma quando era con l’altro o con il gruppo faceva il leader.

Cosa ti facevano i vicini di casa? (Ci pensa..poi abbassa di nuovo gli occhi)

Mi facevano camminare a quattro zampe, come i cani. O mi facevano fare esercizi di logica e io fallivo.

Senti dai, in quel paese la logica non mi sembra il forte di nessun ragazzo…ma che vuoi dire con logica?

La costruzione della frase.

Mmm, mi sembrano tutti abbastanza ignoranti i ragazzi di lì. Si divertivano?

Loro sì. Io no. Però da loro imparavo delle cose perché erano più grandi e poi ti ho detto non potevo scegliere di andarmene perché mi sentivo solo

Certo la casa era isolata e tu non avevi il motorino a quell’epoca. Ma potevi anche smettere di subire, se volevi, in fondo erano vicini di casa. Tre anni sono tanti…

Un giorno l’ho raccontato a mio padre e lui è intervenuto.

E come mai gliel’hai detto?

Perché mi aveva sgridato e io gli ho detto tu non sai cosa patisce tuo figlio da tre anni…

Così ti sei liberato dei bulli, ma anche degli amici…

No, in realtà poi ci siamo spostati in un bar nel paese più sotto. I miei proprio non volevano che frequentassi quel bar. C’erano due gruppi e io quando avevo 16 anni ho trovato un amico di scuola, che è stato il più grande amico che ho avuto e uscivo solo con lui, e gli altri li ho mollati

Hai obbedito ai tuoi?

Bè anche. Però me l’hanno fatta pagare per averli mollati

Cioè?

Nel bar mi hanno portato nella toilette e una ragazza mi ha dato un pugno in faccia e mi ha rapinato.

Una ragazza?

Sì, aveva 14 anni, ma giuro che sembrava un uomo!

Tu avevi due anni di più e non hai saputo difenderti da una ragazza?

(Alterato..). Ti ho detto che mi sembrava un maschio! Con i miei genitori l’abbiamo denunciata alla polizia

Hai denunciato una ragazzina?

(con una punta di soddisfazione) Si.

Raccontami com’è andata al commissariato…

Questa ragazza aveva già problemi, era conosciuta dagli assistenti sociali.  C’era anche la mamma con lei. Il padre è in carcere e anche il fratello è un poco di buono. Che faceva…piangeva perché era una denuncia di aggressione e furto.

Piangeva…e tu hai fatto parlare i tuoi genitori e sei orgoglioso di averla punita anche a distanza di anni?

Tace.

Senti, visto che dici che soffri tanto da molti anni, perché non cerchiamo questo bullo maggiorenne?

Mette il nome in Facebook, vediamo che fa il dj, è adulto, sembra un tipo normale. Non ci sono post strani.

Andiamo a parlargli. Vengo con te.

Ma no, ormai.

Dici sempre che i tuoi problemi derivano dal bullismo…affrontiamoli!

Ma no, ormai

Sono passati dieci anni, ormai che? Telefono azzurro ha detto che devi andare dallo psicologo a farti aiutare e anche denunciare quel ragazzo. Almeno lo psicologo, a lui puoi dire quello che ti è successo.

Eh sì ci andrò. Ma gli psicologi, bah, forse ci vogliono anni.

Un giorno, nella sala comunale del suo paese,  abbraccia una signora elegante, bella, spigliata. La saluta come due che non si vedono da anni. C’è quasi tenerezza in entrambi.

Chi è quella signora?

La mamma del mio vicino di casa

Chi, il bullo?

Sì, lui

Ps: questa è una storia vera.