Donna, io ti uccido

10 gennaio    Sozzago, provincia di Novara: una donna di 45 anni viene uccisa a botte dal convivente con precedenti per violenza.

20 gennaio    Dalmine, provincia di Bergamo: ex operaio bergamasco di 62 anni spara in testa in un hotel all’amante nigeriana di 37 anni che voleva lasciarlo.

24 gennaio    Cremona: cinese uccide con la mannaia la moglie e il figlioletto di tre anni

31 gennaio    Macerata, provincia di Ancona: nigeriano fa a pezzi una ragazza di 18 anni: probabile rifiuto sessuale

10 febbraio   Milano: tranviere milanese uccide a coltellate una ragazza di 18 anni che lo rifiuta sessualmente

10 marzo       Cisterna di Latina, provincia di Roma: carabiniere spara alla moglie con la pistola d’ordinanza, si barrica in casa , uccide le figlie e si suicida. Era separato da mesi. La donna lo aveva denunciato e cambiato la serratura di casa.

15 marzo      Giussano, provicia di Milano: ragazzo di 28 anni uccide madre e nonna nel sonno e si suicida. Lascia un biglietto: i soldi sono finiti.

17 marzo      Reggio Calabria: donna di 48 anni uccisa con quattro colpi di pistola in testa mentre è appartata in auto con un esponente delle cosche mafiose calabresi. Lui  viene solo ferito di striscio.

18 marzo      Canicattini Bagni, provincia di Siracusa: 27enne uccide a coltellate la compagna di 20 anni, madre di suo figlio di 8 mesi, e la getta in un pozzo artesiano. Litigavano da anni.

19 marzo     Terzigno, provincia di Napoli: 31enne separata da pochi mesi viene raggiunta davanti alla scuola della figlioletta e uccisa con la pistola. Il marito aveva lasciato un biglietto: mi faccio giustizia da solo. Si è suicidato.

Letti in sequenza, i femminicidi e le stragi compiuti in due mesi (18 gennaio-20 marzo) fanno aggrottare la fronte: adesso a chi tocca?

Letti in sequenza, i provvedimenti di prevenzione del crimine di genere, dal 2013 al 2017, sembrano invece acqua e sapone per lavare il sangue: la legge 119 del 2013 ha inasprito le pene (per uomini e donne) che compiono atti persecutori, il cosiddetto stalking che comprende atti di pedinamento, offese, minacce e appostamenti con qualunque mezzo, dal telefono all’auto, dalle scritte sui muri alle piccoli ritorsioni dagli insulti verbali a quelli scritti anonimi, dalla “triangolazione” (cioè l’utilizzo di terze persone) per diffamare, all’uso di facebook per spiare e creare stati ansiogeni. Nel 2017 al Senato è stata istituita la commissione parlamentare di indagine sul femminicidio e ogni forma di violenza. Dal 2017 la data dell’8 marzo è centrata contro la violenza sulle donne in tutto il mondo con scioperi generali.

Femminicidio: vocabolo entrato (a fatica) nella comunicazione dei mass media solo da pochi anni. E’ stato coniato nel 1990 negli Stati Uniti dalla docente americana Jane Caputi e dalla criminologa Diana Russell individuando una categoria criminologica vera e propria che fonda il movente dell’omicidio di genere nella cultura patriarcale del diritto maschile sulla donna.

In Italia i femminicidi sono in calo da diversi anni, così come lo sono gli omicidi (343 all’anno), ma aumenta la sproporzione: un omicidio ogni due è di genere, cioè si uccide la donna in quanto tale. Lo scorso anno sono stati 117.

L’Italia non è in testa a nessuna lista nera di assassinii di donne, neppure in Europa. Sono i giornali ad enfatizzare alcuni femminicidi, e in particolare quelli di ragazze molto giovani, di mamme, di donne uccise da extracomunitari o di stragi familiari. Quello di Reggio Calabria, che pure è evidentemente un femminicidio, l’ho trovato cercando i casi del 2018. La donna-amante e per di più di un esponente delle cosche è una notizia fastidiosa o una notizia locale. Così come l’omicidio della nigeriana in uno squallido hotel dove si incontrava da tempo (ma non era prostituta) con un bergamasco che non ammetteva di essere da lei lasciato. Il caso di Pamela Mastrogiacomo è stato addirittura trasformato in un serial horror a discapito persino della verità, e la componente razzziale ha avuto la meglio persino su quella sociale (lei tossicodipendente) con la conseguenza che abbiamo visto a Macerata. Chi ha armato Traini, vendicatore fasullo di Pamela? La sua mente predisposta alla difesa della razza bianca, la potente manipolazione politica su un soggetto predisposto a delinquere e l’altrettanto potente suggestione generata da dialoghi, immagini e fantasie di stampa, televisione e bar di paese.

C’è una possibilità – e se lo chiedono in molti da diversi anni – che esista l’effetto manipolatorio su personalità fragili e predisposte ad agire il vissuto del male, cioè lo sperimentare di persona il fare del male a qualcuno?

No. La risposta è sempre stata no. E’ stata no per i videogiochi violenti, è stata no per gli americani che uccidono nelle scuole, è stata no persino nei suicidi. Con una precisazione: circa 15 anni fa ci si era accorti che ogni volta che si scriveva di una persona che si buttava da un ponte, alcuni giorni dopo se ne buttava un’altra. Peggio è stata la sequenza di suicidi per asfissia in auto; una vera ecatombe, tanto da fare prendere la decisione ai giornali di non pubblicare più alcun suicidio a meno che non fosse collegato a una vicenda di rilievo. Nonostante la stampa non ne parli, i suicidi sotto i treni in superficie e sottoterra nelle città, continuano con picchi nei mesi che sono stati ampiamenti studiati: vicino alle vacanze di Natale (prima o dopo), vicino a quelle estive (prima, durante o dopo) e l’inizio dell’autunno e della primavera (mesi in particolare che incidono sui disturbi di depressioni bipolari e ciclotimici, quelle a più alto rischio di suicidio).

I suicidi, nonostante non se ne abbia neppure notizia se non si è direttamente coinvolti, sono un numero spaventoso: 4000 all’anno. A niente è servita la prevenzione “fisica” ad esempio sul Duomo di Milano o sui ponti noti per buttarsi di sotto da grandi altezze (il ponte di Paderno o quello di Spoleto) con reti e barriere di impedimento. Chi non può più suicidarsi lanciandosi nel vuoto da un punto alto che gli assicura la morte istantanea, ripiega sull’ultimo piano di casa, il metrò, i treni, i farmaci, i coltelli. Se la decisione è quella di morire, si muore. Perciò sì, quando si è cessato di scrivere dettagliatamente come si era sucidato qualcuno col gas di casa o il gas di scarico in auto questi tipi di suicidi sono diminuiti e hanno almeno (per le case) evitato qualche morte di innocente. Ma chi aveva deciso di morire l’ha fatto lo stesso. Cosa scattava nella mente allora, leggendo un articolo o sentendo una notizia in radio e tivù?. L’idea del come, non del perché. Chi  cerca di morire cerca idee su come morire senza soffrire. Basta mettere in google queste parole ed escono automaticamente, segno che la ricerca è numerosa anche se non signfica automaticamente che tutti coloro che cercano poi si siano davvero uccisi. Per uccidersi occorrono diversi fattori, primi fra tutti quelli chimici che regolano l’umore. Le motivazioni che a noi sembrano a volte riduttive, puerili e incomprensibili, nel cervello di una persona in disequilibrio psichico-emotivo assumono sembianze totalmente diverse e ogni rifiuto o fallimento si ingigantisce. E’ sbagliato parlare genericamente di depressione, ma sono occorsi anni anche alla psichiatria per capirlo. A noi ne seviranno molti di più finché i titoli della stampa saranno sempre: era depresso, ha ucciso la moglie. Oppure, peggio ancora: era geloso, ha ucciso la moglie. La depressione in sè non fa uccidere (anzi: è il ripiegamento su se stessi per poi risalire), così come il sentimento della gelosia, benché faccia soffrire chi lo prova, e anche molto, non è collegato al desiderio di soppressione fisica ma piuttosto mentale dell’altro. Le persone patologicamente gelose, sono persone che hanno già manifestato precedentemente comportamenti passati inosservati e non per forza violenti nel termine che conosciamo (per esempio sono ossessive, pignole, controllanti o/e incapaci di autocontrollo), uno dei quali si esprime con quella che definiamo gelosia. Tutti siamo gelosi, tutti non vogliamo perdere qualcosa cui teniamo molto, ma pochissimi di noi uccidono o perdurano nel fare del male all’altro o mettono on atto meccanismi disfunzionali per ottenere ciò che vorrebbero. Quei pochissimi che lo fanno (ma tanti nel resto del mondo e in particolare in America Latina, in Asia e in Spagna) sono una sorta di borderline (non nel senso psichiatrico ma di personalità limite) che già contiene la possibilità di non accettare la perdita. Si definiscono disturbi dell’attaccamento. E sono di entrambi i sessi, ma nell’uomo vengono elaborati anche secondo la cultura di massa.

Sono tutti casi psichiatrici? La maggior parte dei femminicidi viene commessa da personalità paranoiche, dipendenti e narcisiste. Nei giovani prevale invece il disturbo borderline, la depressione bipolare e l’uso delle droghe. Queste ultimi sono in netto aumento e non a caso spiccano negli omicidi e persino nelle stragi familiari ragazzi tra i 24 e i 35 anni.

Che siano aumentate le forme depressive nei bambini e negli adolescenti è fenomeno ampiamente studiato e confermato dagli neuropsichiatri in tutto il mondo. Che siano più difficili da riconoscere e si manifestino in modo differente rispetto a quello che più o meno conosciamo, anche. Il bullismo, ad esempio, è considerata una espressione di disagio non sociale ma emotiva che a volte combacia anche con quello ambientale e a volte no. Il ritorno della droga che cerca in chi la assume di combattere la depressione (l’eroina) lo spiega ancora di più. Ma anche le droghe casalinghe che si sniffano (trielina, gas  butano) considerate innocue, vengono assunte per trovare uno sbocco al disagio esistenziale con la conseguenza di portare soggetti predisposti (appunto coloro che cercano soluzioni al disagio) a forme di dissociazione e psicosi. Senza parlare della cocaina e di tutte le mentafetamine di cui si conosce l’enorme consumo ma non si indaga mai su chi sono gli assuntori e in quale quantità la assumono. Tutte le droghe sintetiche stimolanti agiscono sulle cellule nervose e modificano lentamente i comportamenti. Noi sappiamo che chi ha ucciso ha usato droghe solo se era un tossicodipendente, ma non sappiamo mai se chi ha ucciso faceva uso saltuario di droghe e lo teneva ben nascosto.

Alcn femminicidi fanno riflettere più di altri: può uno che aveva amanti essere geloso della moglie? Sembra un controsenso. Eppure il carabiniere di Cisterna di Latina le amanti le aveva. E, anzi, è stato proprio questo uno dei motivi scatenanti della richiesta di separazione. E dovremmo smettere di pensare che lui aveva amanti perché con la moglie non aveva un rapporto soddisfacente. Chi ha amanti (o va a prostitute) compie scelte precise, cercando più o meno lo stsso effetto della droga che schiaccia il problema e lo rende innocuo. Ma il problema resta e, anzi, si ingigantisce.

Perciò io non credo che nei femminicidi si possa parlare di emulazione nonstante ne vediamo dolorosamente uno dietro l’altro. A leggeri bene sono tutti casi diversi e anche la reazione delle donne nel rapporto è stata diversa. Chi ha lasciato e chi no, chi ha avuto subito un nuovo parter e chi no, chi litigava da anni e chi taceva da anni.

Chi vuole uccidere, uccide. Basta una esplosione interiore al percepire la fine, una rabbia covata, un senso del diritto che impedisce il dialogo, un fragilissimo “io” che sta andando in mille pezzi e non ha idea di come ricomporsi se non quella appresa negli ambienti che ha frequentato (famiglia, scuola, società, lavoro e perchè no, social pieni di odio come lo è Facebook o le innumerevoli e dettagliatissime descrizioni di come fare soffrire il partner che si trovano in internet).

Io non credo alla prevenzione, nel rapporto di coppia, come se fosse il mettere la cintura in auto per non morire in caso di incidente. Credo, fermamente, che le prime a rendersi conto dei segnali debbano sempre essere le donne e che chi potenzialmente è capace di uccidere dà segnali di vario tipo, tutti che fanno provare disagio (a volte rabbia) alla donna.  Credo femamente che gli organi di polizia che raccolgono denunce debbano essere preparati a stilare una serie di domande intelligenti, e non queste: ha ricevuto minacce di morte? Manda messaggi insistenti? Si fa trovare sottocasa o al lavoro? Ha cambiato la serratura?  Credo fermamente che tutti i centri anti-violenza debbano smettere di studiare e ficcarsi fisicamente nelle situazioni difficili facendo da cuscinetto con la fermezza di chi sa esattamente capire cosa potrebbe succedere in quella casa o appena fuori da quella. Credo fermamente che siano in mano a gente totalmente incompetente che ha a che fare con donne piene zeppe di sensi di colpa tipicamente femminili, riparatrici come lo sono le donne, comprensive come sono le donne, e a volte, fatemi correre il termine, stupide come lo sono le donne romantiche, sfidanti il pericolo, o quelle dipendenti senza una vera ragione economica di esserlo.

Le donne all’ultimo appuntamento ci vanno, e se non ci vanno e hanno cambiato la serratura di casa o hanno mille protezioni di avvocati e centri per donne maltrattate, vengono inseguite e braccate lo stesso come Antonietta a Cisterna di Latina.

Immacolata, uccisa solo ieri, come altre donne che non amano più e hanno deciso di tagliare per sempre, ha fatto errori che ha pagato con la vita. Il primo errore è sempre quello di non comprendere fino in fondo il proprio compagno, soprattutto coi figli di mezzo (che non sono amati da questi assassini, si badi bene, ma vissuti come ulteriore perdita di potere maschile). Tutte le zone d’ombra di una persona vengono sempre a galla e fortemente solo nei rapporti affettivi. Non per niente il femminicidio è un delitto passionale, cioè della sfera della passionalità (da non confondere con l’amore: sono pulsioni affettive interne) e non per niente si è giunti a modificargli il nome. Fare entrare nella cultura mondiale il concetto di benevolenza ( volere bene) è una impresa titanica. I narcisisti sono egocentrati e l’egocentrismo interpreta i segnali esterni in senso introverso: lei osa lasciarmi, lei osa sminuirmi, lei osa impormi scelte, lei osa…ecc. ecc. Ma al momento delle sepearazioni accade qualcosa di molto più grave per uomo e donna: il dolore del fallimento che è ben più bruciante, all’inizio, di quello della perdita. E’ qui che interviene il soccorso del narcisismo positivo che noi chiamiamo autostima, dove il suo improvviso crollo viene soppiantato naturalmente da un lento e doloroso percorso di risalita. Quando questo meccanismo si inceppa malamentee l’ossessione ha il sopravvento, e la perdita viene vissuta in modo tragico, chedere aiuto agli psicologi serve, ma non basta. I veri alleati restano i farmaci che regolano l’umore nei momenti di squilibrio pericoloso per sè e per gli altri.

Perciò io non credo all’emulazione nei casi di femminicidio. Credo che l’idea di come uccidere può avere il suo peso (così come nei suicidi) ma la forza di togliere una vita richiede un basso concetto morale della vita altrui (anche prima) e la certezza che la propria morte conseguente (il sucidio) o l’arresto, toglieranno definitivamente il dolore. In effetti è così: in carcere, gli assassini si sentono contenuti e uguali ad altri che hanno comesso crimini. Lasciando un uomo che ha ucciso la sua compagna in giro, pardossalemente, gli procureremmo una ancor più grave sofferenza  psicologica. Uccidendo ha sì risolto il dolore lacerate della frustrazione abbandonica, ha sì compiuto un gesto che gli ha ridato autostima, ha sì ristabilito il potere dell’uomo sulla donna, ma sbollito il senso di grandiosità, non saprà più che farsene. Il carcere che contiene con autorità tutti gli impulsi, è spesso vissuto da questi uomini come l’ancora di salvezza dal dolore potente che provavano prima. Ma nei fatti non cambia nulla dentro di loro. Ho visto assassini usciti dal carcere a pena scontata, dire: tanti anni fa ho compiuto un reato. Nemmeno dopo, la donna è una donna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Avetrana, perché è così difficile capire

Quaranta persone hanno giudicato Sabrina Misseri e sua madre Cosima colpevoli di omicidio con tutte le aggravanti che prevedono l’ergastolo.

Non mi sono mai occupata del delitto di Avetrana, nemmeno leggendo i giornali. All’epoca ero in Argentina e al rientro ho seguito altri delitti. C’è però un motivo specifico per il quale ho tralasciato Avetrana: non lo capivo. Non capivo l’ambiente in cui è maturato (conosco poco la Puglia), non capivo il dialetto nè i modi di dire e, soprattutto, non volevo perdere tempo su qualcosa di cui tutti parlavano e tutti (o tanti) ci ricamavano su, con morbosità, colpi di scena, inquadrature studiate, esperti che spuntavano da ogni dove. Quel tipo di propaganda cosiddetta mediatica che impedisce quasi sempre di colpire subito nel segno e allunga i tempi all’infinito. Chi ha detto cosa? Chi  ha fatto cosa? Quando l’ha detto? Perché lo ha detto? Nel delitto Scazzi sono entrati con una prepotenza solo italiana (e italiana del sud) elementi disturbanti che se ben spiegano perché è stato tutto confusionario, consentono anche di rimescolare le carte, benché le carte siano processuali.

A distanza di sette anni perciò, ho fatto la fatica di capire, come se quel delitto fosse avvenuto ieri ripartendo addirittura dal giorno della scomparsa di Sarah Scazzi, così come è stata data dagli organi di stampa che hanno avuto la notizia dai carabinieri. Partire dall’inizio ha un vantaggio: il caso appare nuovo e le prime parole (che poi potranno venire dimenticate o modificate o addirittura utilizzate) dei soggetti coinvolti, hanno più valore. E non tanto perché si mente (si può mentire dal primo istante di ogni delitto, persino se colti in flagranza) o si dice la verità, quanto perché è successo qualcosa di emotivamente coinvolgente per i familiari e in questo caso lo stesso paese.  Quando è scomparsa la ragazza di 15 anni, chi è del mestiere ha pensato ad un allontanamento volontario tipico dell’età e conseguenza di conflitti familiari. Ma in quelle poche vie di Avetrana e in quei  pochi minuti di percorso tra una casa e l’altra, la teoria vacillava e ha vacillato ancora di più quando la madre di Sarah, Concetta, ha detto: l’hanno portata via. E’ bene ricordare che è stata lei la prima a dirlo ai carabinieri. Oggi penso: portare via una ragazza in Italia non è affatto comune, mentre lo è in Sudamerica. Tutt’al più da noi possiamo dire, come poi è stato immaginato, che qualche uomo o ragazzo più grande l’abbia convinta a fuggire con lui, una fuitina insomma. Che non fosse allontanamento volontario o fuitina lo abbiamo purtroppo saputo quando Michele Misseri ha detto l’ho uccisa io, e ne ha fatto trovare il corpo. E questa è la realtà inconfutabile. Misseri racconta di avere ucciso lui la nipote ai carabinieri (dopo aver fatto ritrovare il cellulare) e viene interrogato diverse ore. Io mi soffermo su questo fatto: diverse ore significa che Misseri doveva spiegare esattamente tutto, sia per essere credibile, sia perché questo richiedono le confessioni: dettagli, motivi, dinamiche, tempi, luoghi. La confessione serve, ma non è mai sufficiente: attorno ad essa gli inquirenti devono costruire tutte le prove che il reo confesso può non ruscire a portare. Esempio: l’anatomopatologo riscontra quale causa della morte uno strangolamento con un laccio di 2 centimetri e mezzo di altezza (come sarà in questo caso) con incrocio sulla nuca non perché se lo immagina, ma perché trova riscontri sul collo, misura i segni e la pressione esercitata dalle mani, la lunghezza dell’oggetto usato e persino la sua composizione, come nel caso dello strozzamento: particelle di peli o di colore, di tessuto o di materiale organico, naturale o artificiale. Un bravo anatomopatologo e tutto lo staff della medicina legale, da un segno sul corpo di un cadavere possono rilevare una miriade di informazioni. Il caso Yara ne è stato un esempio positivo, quello di Pamela Mastropietro uno negativo.  Il caso Yara è finito nelle mani di una grande esperta che non fa solo le autopsie, ma ricostruisce il luogo anche dopo mesi e anni il ritrovamento dei cadaveri e anche in condizioni pessime. Il caso Pamela è passato nelle mani di due diversi anatomopatologi (con una sola autopsia) e diversi investigatori. Che il corpo di Pamela fosse stato tagliato e lavato con candeggina, per i moderni strumenti e occhi esperti non significa molto perché quello che si cerca è contenuto in poche, fondamentali informazioni scientifiche che devono essere lette correttamente. Esempio: una lettura sbagliata di una banale ecografia può condurre a una diagnosi sbagliata. Ci siamo passati in tanti. Perciò la scienza è scienza relativa perché è l’uomo che la osserva e la decodifica.  Prima dell’autopsia di Sarah c’è stata la confessione a corpo non ancora ritrovato. Michele Misseri è stato creduto e messo in carcere. Però le prove del suo racconto andavano comunque trovate. Le prime sono state appunto quelle dell’autopsia condotta su un corpo macerato in acqua per oltre un mese, e l’acqua rappresenta in assoluto l’elemento che peggio conserva i corpi. Luigi Strada, direttore dell’Istituto di Medicina Legale  dell’Università di Bari aveva dicharato: la cicatrizzazione (sul collo, ndr) non permette di capire se Sarah si sia difesa con le mani. Lo strangolamento è compatibile con la forza di una sola persona.

Era il 13 ottobre 2010, il giorno prima del funerale della ragazza.

La prima domanda che ci si pone, a distanza di sette anni e non essendosi mai occupati di questo caso, è: la confessione è stata presa per vera, divulgata e provata da almeno tre elementi; il ritrovamento del corpo (indicato dalla stessa persona che ha confessato), lo strangolamento (indicato dalla stessa persona che ha confessato) e il luogo: la casa dei Misseri, compatibile con la scomparsa della ragazza in poche centinaia di metri nel tragitto casa sua-casa degli zii.

Però, come ha detto Cosima ieri sera nell’intervista alla Leosini,  “all’ergastolo siamo finite io e Sabrina”.

Michele Misseri, subito (nelle video interviste che ho rivisto e nei pezzi che ho letto) appare quello che è sempre stato anche sei anni dopo, cioè prima di entrare in carcere per scontare definitivamente gli otto anni comminati per l’occultamento del cadavere. Cosa significa apparire all’esterno la stessa persona? Mi sono dedicata per molti anni ad ascoltare e osservare con grande attenzione e spesso grande partecipazione emotiva, anche a distanza ravvicinata, gli autori di delitto, di qualunque tipo (non necessariamene di persona), sia che si ritenevano colpevoli sia che si ritenevano innocenti. In generale, io non credo a nessuno. Ogni caso che seguo o ho seguito, ha attinto a tutte le mie memorie di vita con l’aggiunta dell’esperienza in questo settore particolare. La psicologia non è una scienza perfetta. E non lo è perché è l’essere umano ad essere imperfetto. Perciò si può intuire e dedurre, ma mai essere certi della verità nei delitti se dovessimo solo capirli attraverso i comportamenti umani benchè i comportamenti umani di alcuni contesti sociali siano spesso prevedibili. Il caso di Avestrana presenta appunto questa sorta di incertezza che supera diversi casi controversi della storia del crimine perché bisogna andare per esclusione (non può essere avvenuto al di fuori di quella casa, nè per mano di altre persone) ma nello stesso tempo per inclusione. Cosa vuol dire? Che i tre familiari appaiono tutti nella stessa casa alla stessa ora. Se l’innocenza è impossibile, resta la colpevolezza.

Voglio dimostrare come la logica faccia facilmente acqua:  come faceva a sapere Misseri che Sabrina aveva ucciso con una cintura quando ritratta e accusa lei? Sabrina non gliel’ha certo detto, negando l’omcidio ancora oggi. Misseri era presente? No, lui era in garage. Lo confermano tutti e tre. Dunque come faceva a sapere che era stata usata una cintura?

Nella intervista alla Leosini di domenica sera, la signora Cosima che a tutti è sempre apparsa una megera, chiusa, rancorosa e vendicatrice, che sottomette il marito e forse manipola la figlie, che non ha avuto una parte di eredità (in effetti non le spettava) ma nemmeno una parola della sorella su quei soldi, che approfitta della rabbia della figlia per vendicarsi a sua volta uccidendo la nipote (con proiezioni, eccetera eccetera) ha detto: mi volete fare capire quale cintura avrei usato? Di quale pantalone? In che stanza l’avrei uccisa? E come avrei fatto in soli venti minuti a litigare, accendere l’auto, inseguirla, frenare, scendere, afferrarla, riportarla in casa, litigare di nuovo , ucciderla e poi…e qui lo aggiungo io…scendere in garage dal marito che niente ha visto e niente ha sentito del trambusto nel silenzio d’agosto delle 14 (perchè cercava di fare partire il trattore) e digli: Michè, hai tempo un attimo? Qui sopra abbiamo fatto un guaio, nascondi sto’ cadavere sennò finiamo in  galera.

Signori giudici di tre gradi e mezza Italia: io questa scena cerco di immaginarmela in ogni modo, ma non riesco a vederla. Il raptus omicida può essere dimenticato, (anzi spesso lo è) ma non lo è il prima e il dopo. Anna Maria Franzoni non ha scordato di avere ucciso Samuele: ha saltato a piè pari (con consapevolezza) i colpi che gli ha dato in testa. Il resto l’ha raccontato con estrema linearità perché tale era e stava in piedi anche senza i colpi in testa. In questo caso, il fatto che Sabrina si metta immediatamente a depistare con razionalità (senza fare un errore) e la madre chieda aiuto a uno che nulla sa di quanto è accaduto di sopra, per quanto esista l’obbedienza cieca, un passaggio è stato saltato.

Michele Misseri, come dicevo, ha una caratteristica di fondo, scollegata dai rapporti familiari e dalla vicenda stessa: parla, parla moltissimo. Spiega, spiega moltissimo. Vuole essere creduto, sempre, nelle bugie e nella verità. Piange lacrime copiose e in contemporanea descrive orrore di ammazzamento come se fosse in un film. Distaccato ed emotivo contemporaneamente. Ma cosa fa piangere Michele? E cosa fa piangere Sabrina? E cosa ha fatto, per una frazione di secondo, commuovere Cosima la dura parlando con Franca Leosini? E poi: perché alcuni giornalisti ritengono le due donne innocenti e altri colpevoli pur essendo il nostro un mestiere che non ammette schieramenti o giudizi ma solo il tentativo di cercare e fare emergere la verità per quanto possa non piacere?

Le motivazioni sono diverse.

Sabrina soffre di umiliazione, cioè di orgoglio ferito (ferita antichissima che si è riaperta con lo sfrontato atteggiamento della cugina) e questo la renderebbe capace di uccidere non per gelosia ma per narcisismo (si chiama ferita narcisistica).

Cosima soffre di controllo, ferita che si è riaperta quando l’ha perso (la figlia, la sorella, la nipote) e questo la renderebbe capace di uccidere (si chiama ferita del controllo).

Michele soffre di immaturità psichica con numerosi tratti borderline e può sia compiere un delitto che accusare altre persone per vendicarsi e usare il vittimismo per restare nello stesso circolo vizioso.

Come faccio a fare diagnosi senza essere psichiatra?

Queste non sono diagnosi psichiatriche, sono tratti di personalità che tutti abbiamo e che possono, come nelle grandi passioni, compresi i delitti passionali come questo, restare silenti e compensate finchè succede qualcosa di veramente grande, stressante e pericoloso per la propria corazza difensiva.

Solo Michele Misseri in realtà presenta un disturbo evidente: la menzogna fine a se stessa. Ma siccome la menzogna non è mai fine a stessa (dire ho violentato Sarah da morta era inutile oltre che verificabile tanto quanto da viva, e in più altro che odio del paese ti tiri addosso con una simile rivelazione!)  Michele mente, secondo i giudici, perchè entra ed esce da una situazione troppo complessa da gestire. Cioè non sa assumersi la responsabilità di se stesso. Immaturo. Gli immaturi (che a quell’età sono patologici) possono dire una cosa e l’incontrario della stessa a distanza di poco tempo e dare anche spiegazioni, ma nessuna cosa che dicono nega la precedente. Ti portano in sostanza in un percorso di confusione cognitiva, apparentemente la stessa che hanno loro, ma meno apparentemente seguendo un percorso della propria mente: la difesa. Michele Misseri perciò quando si accusa e quando accusa compie difese primitive.

La sua immaturità e ambiguità non gli impedisce comunque di fare una azione altamente immorale: predere il corpo della nipotina, trasportarlo, scegliere il luogo, coinvolgere altre persone, denundarla (con un ragionamento pensato) e scaraventarla in un pozzo. Mica tanto facile se non sei tu il colpevole, ma la moglie che non sopporti più e la figlia di cui ti sei interessato quanto basta. Se però ne va anche del tuo, di onore, allora sì il cerchio si chiude in una patologia familiare. Co la dovuta precisazione che l’onore ferito è un sentimento che non ribolle in soli dieci o quindici minuti.

Cosa salta fuori da tutto questo? Una famiglia senza confini identitari o un uomo senza confini identitari precisi.

Sabrina ha moti di stizza e irritazione (contenuta) quando Franca Leosini vuole (anche lei, figura materna) dirle quale è la verità. Ci sono tanti modi per entrare in empatia con le persone, ma ce n’è uno solo che conquista anche gli assassini (non psicopatici): l’empatia vera.

Franca Leosini non ha conquistato l’empatia di Sabrina nè quella di Cosima: entrambe si aspettavano di essere rivalutate come persone e, benchè lei in parte le abbia accontentate, ha mancato di centrare il punto doloroso che non sfugge però a chi è veramente empatico col dolore profondo: il non-detto, nemmeno a se stessi.

Sabrina ritiene una profonda ingiustizia essere in carcere a scontare una pena così enorme. Cosima, cercando di nascondere la sofferenza, la porta su un piano razionale: spiegatemi perchè siamo qui. O perchè sono qui io.

Michele, che non è stato intervistato in carcere, direbbe ancora una volta piangendo che vorrebbe scontare l’ergastolo, ma è pur vero che se avesse voluto scontarlo davvero avrebbe chiesto a sua moglie tutti i dettagli di un omicidio al quale non aveva assisitito e sarebbe forse stato creduto. Quando fa ritrovare il cellulare e subito chiama Sabrina, ha già deciso di mandarla in cella. Credere alla favola del senso di colpa, significa non capire cos’è il senso di colpa.  Il senso di colpa ripara, non porta ad accusare gli altri, benchè siano colpevoli. Il senso di colpa è un meccanismo di difesa umano per chi ha coscienza e morale e serve appunto a rendersi conto del male commesso. Non certo a farne dell’altro a qualcun altro. Il senso di colpa non ha niente a che vedere con il senso di giustizia: ci può essere l’uno e non l’altro. Se manca il senso di colpa e ugualmente lo si esterna con altarini e pianti e parole, si mente per salvare la propria immagine.

Io non so chi ha ucciso Sarah, so che solo quelle tre persone possono averlo fatto. Ma come nel caso di Meredith,  non si possono condannare persone (come è stato per la Knox e Sollecito) solo perchè tutto fa ritenere che siano stati presenti in quella casa (altri non c’erano) e perché avessero entrambi un movente, benchè diverso, per uccidere. Raffaele e Amanda, secondo la ricostruzione non processuale (sono stati assolti) hanno creato una coppia patologica nella quale Amanda aveva necessità di rivincita e Raffaele anche. Amanda ha avuto sotto le mani (cioè l’occasione irripetibile) di avere rivincita e Raffaele ha accettato il soggetto proposto (Meredith) . Ciò che li ha accomunati è stato il bisogno di rivincita personale (ognuno la sua).

Cosima e Sabrina sono madre e figlia. Entrambe hanno il desiderio di rivincita (dalla vita, dalla sorella, dalla cugina, dai bulli, da Ivano, ecc) e Sarah poteva essere il bersaglio debole (così come le madri uccidono i figli piccoli) perfetto, l’occasione perfetta e irripetibile, ma Cosima e Sabrina non hanno un rapporto patologico tra di loro nè sono una coppia nella vita. Perciò una sola delle due può aver deciso un omicidio: una lezione eccessiva apparterebbe alla categoria degli omicidi colposi o pretrintenzionali (lo stragolamento potente non può esserlo: è proprio un desiderio di soffocare fino a vedere la persona morire).
Se la decisione di punizione è stata di Cosima, come dicono le carte processuali  (lei sarebbe andata ad acciuffare la ragazzina che poteva svergognare i Misseri con una rivelazione ) lei è corresponsabile dell’omicidio e Sabrina quella che lo pensa, lo decide e lo attua per prima sapendo bene quello che sta facendo. Se è Sabrina la rabbiosa, non sta più in piedi il fatto che sia la madre a correre dietro a Sarah con l’impeto e la rabbia di una che è ferita personalmente. Il rapporto tra madre e figlia non è affatto chiaro e nemmeno Valentina, la sorella maggiore, ce lo spiega. Valentina appare, piuttosto, come l’unica ad avere sensi di colpa per non aver capito niente della sua famiglia e paga ricoprendo di affetto e attenzioni madre e figlia. Non il padre che evidentemente ha messo in luce la fragilità dell’impalcatura familiare.

Se invece Michele Misseri, che sta sempre ai margini, entra in questa vicenda, non può esserci entrato solo come manovale o gli sarebbero occorsi molti minuti in più per capire cosa era successo e perché difendere immediatamente moglie e figlia con un atto che lascerebbe freddo solo un mafioso abituato a mettere corpi anche nel cemento.

Tirare le conclusioni non è facile. Le testimonianze sono tutte smontabili, i tempi anche. Restano in piedi, di questa storia, due cose: Sarah è morta in quella casa e uno dei tre o uno, o due o tre, l’hanno uccisa. O uno, o due o tre.

Nel dubbio, il nostro ordinamento giuridico avrebbe dovuto assolvere per insufficienza di prove Sabrina e Cosima e condannare per il solo occutamento di cadavere Michele. Non sarebbe stata giustizia, ma avrebbe rispettato il nostro codice penale che salvaguardia il possibile errore giudiziario.

Nella lunghissima intervista di Franca Leosini, non mi sono aspettata una confessione da parte di Sabrina o Cosima, nemmeno velata:  se avessero ucciso non lo direbbero mai. E la loro attuale linea, difensiva o meno, non presenta nessuna contraddizione nemmeno in un discorso lungo e articolato e a braccio. Perciò non può incrinarsi in nessun modo.

Michele Misseri, a differenza loro, ancora oscilla tra la voglia di punire e quella di essere punito. Quando questa sua modalità difensiva infantile sarà scomparsa, tutte le maschere dei personaggi di Avetrana andranno in frantumi. Se mai dovesse accadere, sarà comunque tardi.

Il fratello del carabiniere di Latina è l’altra metà dell’inferno

 

Si chiama Gennaro. Oggi parla a ruota libera tentando di difendere Luigi Capasso e le bambine (“le mie principessine”) uccise da suo fratello con determinata volontà. Non ce la fa a dire apertamente che sua cognata è colpevole, e allora ci gira intorno parlando dell’avvocato di lei “che le ha imposto di non fargli vedere le bambine”. Ecco perché ha dato fuori di matto. Gennaro Capasso arriva a dire che suo fratello ha avuto “un black out di 15 minuti”.
Fa niente se ormai è noto che era stato tutto premeditato (5 lettere) e che ancora (e mai lo saranno) non sono stati resi noti i veri motivi della rottura della coppia. Fa niente se suo fratello ha commesso qualcosa di abominevole, rinforzato dal fatto di essere carabiniere. Siccome è morto, poveretto anche lui e qualcuno anche per lui dovrà avere un sentimento di pietà.
La giustificazione per Luigi Capasso è la stessa che ha lasciato viva (perché soffrisse in eterno, si badi bene alla crudeltà del gesto) Antonietta Gargiulo, e ucciso le sue bambine. Se non l’avesse giustificato, se non avesse avuto pietà, se non avesse provato questi enormi sensi di colpa che a noi donne fanno provare sin da bambine e che pesano come macigni in tutte le nostre scelte, rinforzati dalle colpe che ci danno gli altri soprattutto nei matrimoni (prete, colleghi di una e dell’altro, genitori, parenti) a rischio di rottura, ecco, se Antonietta non avesse giustificato in parte suo marito, sarebbe andata diversamente. Gli ha dato un potere enorme di vendicarsi.
Mancano tanti elementi per comprendere, ammesso che lo si voglia fare.
Mancano, soprattutto, gli elementi della vita di coppia (di cui nulla sappiamo e nulla sapremo mai) e dell’infanzia e adolescenza del carabiniere, di cui nulla sapremo mai neppure da chi potrebbe raccontare molto.
Appena questa orribile vicenda di Latina è terminata, ho scritto un post che ha raggiunto centinaia di persone. Era uno dei primissimi, nei social, che oltre a informare diceva anche che l’epilogo della sua vita ha raccontato la sua vita precedente.
Non è vero che si sbarella per un divorzio o una separazione. Si soffre, e molto anche. Si provano svariati sentimenti, spesso potenti e aggressivi. Non è vero che il senso del possesso scatena l’odio omicida. Non è vero che la disperazione o la depressione conseguenti al senso di perdita conducano ad atti contro gli altri così abominevoli. Lo sappiamo tutti: uccidere i propri figli, per di più piccoli, è un atto abominevole.
Il carabiniere aveva subito un provvedimento disciplinare per truffa assicurativa. L’Arma non spiega di più, ma questo aiuta a capire chi era. Qui si parla di un uomo che aveva il senso del diritto (attenzione, non c’entra col possesso!) e l’incapacità di vivere la conseguente frustrazione per non poterlo esercitare.
La moglie non l’ha lasciato per uno schiaffo o una strattonata davanti ai colleghi. In quell’occasione ha fatto un esposto contro di lui. Si badi bene: arrivare all’esposto significa che aveva fatto altro, e non necessariamente altro violento fisicamente. Qui viene richiesta la capacità di interpretazione: ossessivo, geloso, paranoico e con il senso del diritto. E’ chiaramente un disturbo della personalità, ma non signfica matto, squilibrato o incapace di discernere il bene dal male. Nè signfica che si diventa disturbati a seconda degli eventi stressanti, il più potente dei quali, nella scala degli stressor, è l’abbandono del coniuge e la perdita della casa familiare. Il detonatore che ha fatto esplodere la bomba è stato probabilmente il tribunale, cioè il vicino colloquio davanti a un giudice. Nella mente di personalità come quella del carabiniere killer, il giudice è colui che decide della tua vita privata, dei tuoi desideri, dei tuoi diritti negati. Un carabiniere ne soffre ancora di più, ma spesso molti diventano appartenenti delle forze dell’ordine proiprio perchè già soffrono di un senso di inferiorità e lo compensano con divisa, potere, armi.
Non racconto niente di nuovo. La novità è semmai che ritengo impossibile che le forze delll’ordine, o gli avvocati o gli psicologi cui si era rivolta Antonietta, abbiamo gli strumenti per capire la complessa personalità del narcisista che farà boom quando, pur di non andare in frantumi lui (la sua immagine traballante, il suo senso del diritto negato, il suo vittimismo di fondo, la vigliaccheria e dipendenza) manderà in frantumi chi secondo lui ha provocato la sua immane sofferenza.
C’è poco da fare se non cambia la mentalità femminile: il senso di colpa funge da freno in tutte le relazioni disturbate che solo apparentemente funzionavano. E’ evidente che non hanno mai funzionato: galleggiavano nel non-detto. E’ evidente che si sono rette sull’inganno reciproco. E’ evidente che se un uomo arriva ad uccidere, non è solo perché aveva la pistola in mano, ma perché uccidere il nemico era già contemplato persino dalla scelta professionale. Cosa ha fatto il carabiniere? Ha lasciato intendere ai colleghi per otto ore che non era cattivo, e invece lo era. Ha lasciato intendere anche da morto che lui pensa alle figlie pagando loro il funerale. E le ha uccise restando poi a guardarle per otto ore.
In psicologia si chiama narcisismo perverso.

Tallio, lo psicopatico in famiglia

Nova Milanese, Brianza ricca non più di mobilifici ma di aziende di tessuti di arredamento. La stessa per la quale hanno lavorato diversi componenti della famiglia Del Zotto, sede e show room a Seregno. Famiglia grande e fisicamente vicina quella del vecchio Giovanni Battista Del Zotto, scampato alla Russia e ai campi di lavoro forzato, ma non al tallio nella tisana.
Fidarsi di chi non si fa conoscere abbastanza è sempre ad alto rischio.
Mattia Del Zotto, 27 anni, nullafacente, è stato infine arrestato. E’ nipote di Giovanni e Gioia (morta per la stessa ragione) e nipote della zia Patrizia che porta il suo stesso cognome, e di zia Laura, che non è morta ma vive da sopravvissuta alla clinica Maugeri di Pavia da ottobre, e i suoi nonni, ultimi della lista ad essere stati avvelenati, in condizioni critiche da un mese.
Di Mattia ha parlato il gip; isolato, sempre al computer. Invece Mattia ha detto: l’ho fatto per punire gli impuri. E questa frase è stata definita delirante. Poi ha aggiunto: non saprete mai perché ‘ho fatto. Non colllaboro con le istituzioni di questo paese.
Anti sociale, definizione che indica la sociopatia (o psicopatia) e narcisista con varie forme ossessive rigide. Facile non solo per le parole prounciate (contraddittorie) che indicano la bugia degli impuri (erano tutti volontari nel sociale, i suoi familiari) e giudicati tali da uno che, a detta della madre, da un anno e mezzo rifutava ogni contatto con i familiari e a detta di lui seguiva l’ebraismo (non si capisce cosa c’entri con gli impuri) ma anche per quel rifiuto di collaborare con l’autorità. Antisociale e narcisista. Lo si nota già a due-tre anni, nella non empatia coi coetanei, nell’incapacità di provare emozioni genuine, nell’obbedienza eccessiva, e nella rabbia covata nel silenzio della propria cameretta, come un tarlo che mangia e chiede pulizia. Della sua sporcizia, proiettata all’esterno. Considerato bambino imperfetto mentre lui si riteneva superiore a tutti e lo voleva infine dimostrare? L’ha dimostrato, ma ha fatto errori. Errori che però sono stati scoperti tardi, molto tardi, vergognosamente tardi. Si poteva evitare l’avvelenamento dei nonni materni (che per fortuna non sono morti, ma come si vive con il fegato a pezzi dopo gli 80 anni?) e ora, che l’arresto è stato motivato con “l’abbiamo fermato o avrebbe ucciso ancora” è inaccettabile. Un mese di ricerche (nella casa friulana e nelle case dei colpiti) per cercare il tallio e non per capire velocemente, come tutti i profani hanno sospettato, che sotto ci fosse un classico avvelenamento familiare. Classico perchè l’arsenico (cui il tallio assomiglia e che in effetti lui voleva acquistare) viene chiamato il veleno dell’eredità non a caso.
Potevano essere uccisi i sopravvissuti: il marito di Patrizia che è tornato a casa tre giorni fa dopo 59 giorni di ospedale e ha festeggiato il compleanno in famiglia, la zia Laura che è andato a trovare in ospedale, non per non dare nell’occhio come si può pensare, ma perchè gli psicopatici narcisisti sono crudeli e stanno bene al vedere in faccia la sofferenza che hanno provocato. Poteva uccidere o fare altro male ai suoi genitori, che forse solo causalmente non è riuscito a fare fuori costringendoli a bere la tisana e che probabilmente erano il vero obiettivo e poi, per incatenamento di idee, modo di vivere, unione, affettività, tutti gli altri.
Era pericoloso Mattia, ed è stato arrestato solo due mesi dopo la morte dei nonni (provocata lentamente) e solo due mesi dopo sono state trovate le confezioni di tallio in casa sua, comprate da un negoziante padovano che non avrebbe dovuto nemmeno vendergliele. Che razza di indagine è stata?
Il movente lo psicopatico ce l’ha, così come ce l’ha il narcisista maligno, unici due disturbi di personalità capaci di non farsi nemmeno notare (se non per una certa grandiosità e sprezzanti atteggiamenti che si alternano ambiguamente a tenere effusioni con gli animali (aveva un cane sin da bambino) e le ragazze. Di base c’è appunto l’ambiguità di chi appare sottomesso e obbediente, riservato e persino intelligente mentre con il sorriso cova vendette definitive. Mattia, cresciuto nella bambagia di famiglie benestanti brianzole, non aveva bisogno di essere troppo acuto e intelligente. L’intelligenza che aveva l’ha utilizzata per studiare come procurarsi un’arma non-arma, da vigliacchi che nemmeno quando escogitano piani sanno assumersi la responsabilità di colpire a mani nude, faccia a faccia, e pensano, pensano molto a come vendicarsi senza essere puniti (non si sentono spregevoli, ma giusti). Loro hanno, io no. Loro sanno amare, io no. Questo muove le azioni dello psicopatico-narcisista sin da bambino.
Mattia ha un vuoto interiore che col tempo non è ruscito più a gestire con le solite cose evasive dei ragazzi. Ha coltivato un rifiuto dell’autorità genitoriale che ha coinvolto tutti coloro che per lui erano adulti, cioè regole, cioè critiche, cioè doveri. Fino alla decisione di punire annientando persone verso le quali non provava assolutamente niente (per sua stessa ammissione). Ma non si uccide chi non provoca niente: si uccidono coloro che si ritengono responsabili del proprio malessere.
A capire che si trattava di delitti volontari ho impiegato due giorni: il primo l’ho usato per studiare tutti i casi di avvelenamento da tallio e le conseguenze, quasi mai mortali (due casi proprio in Friuli e uno molto vasto a Pietrasanta, in Toscana), il secondo per la vicinanza fisica delle vittime e degli intossicati. A capire che era stato uno dei nipoti ci sono arrivata solo ieri, decidendo di guardare tutti i profili Fb, intrecciare parentele ed età. Il profilo del killer è stata la cosa più facile: giovane, tra i 23 e i 30 anni. E’ questa la fascia d’età in cui esplode la crudeltà nelle stragi familiari.
Ben difficile che ottenga la incapacità di intendere e volere, a Castiglione delle Stiviere (ex Opg, ora Rems) non ho mai sentito raccontare (a parte il discusso caso del parmigiano Ferdinando Carretta) nè visto persone che hanno compiuto una simile strage lucidamente e con premeditazione. Non avrà sconti di pena, nè lo salveranno bravi avvocati.
Questo disturbo che non toglie la capacità decisionale, è in aumento da vent’anni. Ed esplode dalla prima età adulta in poi.

Ps: ho pubblicato il libro “Giudizio sospeso” lo scorso maggio sui disturbi psichiatrici e sull’ex Opg di Castiglione delle Stiviere.

Femminicidio, i dati dicono in calo. Ma per sociologi e media è aumento

 

Leggere le statistiche è sempre difficile, anzitutto perché i campioni non sono uniformi. L’anno record dei femminicidi in Italia (quando ancora non si chiamavano così), è stato il 2000 con 199 donne vittime di violenza mortale per il 73 per cento in famiglia. Nel 1992 sono state 186 ed ecco scattare l’aumento insolito di 8 anni dopo. Nel 2010 furono 131 e nel 2014 ci fu una impennata che portò il numero di donne uccise a 152, numero che si abbassò nel 2015 (128) e nel 2016 (120). Oggi, che siamo a 6 mesi e mezzo dall’inizio dell’anno, le donne uccise per mano maschile sono 38, se il trend si mantiene uguale (ci sarà un aumento non costante nei mesi) a fine anno dovrebbero essere poco più di 75. Sarebbe un successo enorme.Perché allora i sociologi parlano di aumento? Si basano su un concetto statistico diverso: tutti gli omicidi in Italia sono diminuiti e in costante diminuzione, mentre quelli delle donne si mantengono più o meno nello stesso trend (in percentuale rispetto agli omicidi totali), cioè 0, 9 omicidi di donne ogni 100 mila abitanti. Se guardiano al resto dell’Europa siamo piuttosto in fondo alla statistica, sia degli omicidi totali sia ai femminicidi. In testa, per i femminicidi, ci sono tutti gli Stati dell’Est Europa, ma se leggiamo la percentuale di donne uccise rispetto al totale dei delitti è paradossalmente la Svizzera la prima con il 50 per cento. Motivo? E’ piccola. Più i numeri sono bassi, più le percentuali si alzano. Troppo complicato? Abbastanza. Per questo si dice soltanto che aumentano i femminicidi, mentre non sono affatto aumentati, anzi. Gli ultimi giorni hanno visto 4 donne uccise e non sono tutti femminicidi uguali, benchè tutti siano di genere, cioè si voleva proprio colpire la donna in quanto donna. L’altra curiosità è che in testa alle classifiche ci sono le regioni del Nord e non del Sud. Motivo? Sono più densamente popolate. Le donne in Italia sono circa 20 milioni (dai 15 anni di età) comprese le donne straniere. Cento delitti all’anno con motivazioni culturali di genere sono tantissimi ma in realtà sono una inezia in una popolazione così vasta (61 milioni di abitanti) e con tante differenze culturali (tra italiani stessi e stranieri di diversissime religioni ed etnie).
Cosa ha migliorato la situazione e cosa l’ha peggiorata o non modificata? E ‘ diminuito l’alcolismo (la prima causa di violenza sule donne nelle regioni nordiche e dell’est), è aumentato il benessere e la coscienza femminile, sono aumentate le pene (stalking), i divorzi sono stati facilitati e la cura dei malati è in generale migliorata (ci sono più strutture, più attenzione e più farmaci ansiolitici e antidepressivi), è diminuito il senso del possesso della donna (nei giovani) non tanto per cultura, quanto per disinteresse sentimentale e perché è facile trovarne un’altra immediatamente disponibile. Perché invece non diminuiscono e qual è lo zoccolo duro? I 50-60enni, uomini, che continuano a non accettare l’idea di restare soli dopo il divorzio, l’aumento della solitudine sociale in questa fascia d’età e, nei giovani, le nuove patologie depressive, borderline, bipolarismo, narcisismo, che restano silenti ed esplodono in modo violentissimo durante litigi in cui la donna di oggi non accetta di tacere.
Il caso di Maria, la donna uccisa dal suo convivente trovato un anno dopo l’accoltellamento del marito al quale era sopravvissuta, è un caso a parte: accettare un rapporto riparatore con una persona peggiore o identica alla prima significa che la base traumatica e depressiva (che probabilmente faceva parte di tutta la sua vita) non è stata nemmeno affrontata dalle tante associazioni che lanciano allarmi, ma a conti fatti non salvano chi ha già un piede nella fossa. La statistica ci dice in anticipo che almeno la metà delle prossime vittime di quest’anno sono già a letto con il nemico. E non crediamo mai alla felicità esibita su Facebook o davanti a familiari e amici; la giovane coppia senese (lei grave all’ospedale, lui morto sucida) ne è l’esempio lampante: questi delitti sono  intimi e privati per definizione.

“Madre assassina io ti odio”

Ogni commento lasciato sulla bacheca Facebook di Valentina, la donna di 34 anni di Settimo Torinese che due giorni fa ha gettato il neonato appena partorito in bagno dalla finestra, racconta l’odio che trasuda per ogni atto o pensiero che smuove la rabbia, profondissima, di una grande fetta di italiani. Che sia per un immigrato o un neonato, per un rapinatore o per un pedofilo, per una donna o per un uomo che abbiano compiuto qualcosa di altamente “socialmente” riprovevole, ogni scusa è buona per vomitare una crudeltà e una cattiveria che albergavano più o meno silenziosamente nell’animo umano della gran parte di queste persone. Nelle altre alberga una ignoranza abissale, non tanto di leggi (pazienza) ma di moralità, collegamento dito e pensiero, (così come nella vita reale di bocca e cervello) autocontrollo, dubbio, ricerca, confronto. Insomma di un minimo di cultura e ragionamento, proprio minimi, che ogni italiano si suppone abbia al giorno d’oggi. In Facebook vige una strana “moralità”: posso insultare e odiare pubblicamente chiunque sia lontano da me, posso fare uscire la parte peggiore di me poiché me lo consente stare dietro a un computer e appunto quella “socialmente condivisibile” interpretazione dei fatti e delle persone (che non servono, non sono nessuno per noi). Chi sono queste persone che augurano sofferenza atroce e morte a una donna che (come tante altre) si è sbarazzata (per usare le parole del pm) di  un neonato? Perché ben pochi si chiedono come mai, o aspettano notizie più dettagliate, o non  fanno la semplice, semplicissima equazione: uccidere un figlio per una madre è un atto talmente contro natura da essere folle? Perché non definirla pazza, piuttosto che puttana, stronza, bastarda. ecc.?

Leggendo le notizie riportate dai giornali e ieri dalla tivù, la prima distorsione è causata proprio dal modo in cui vengono riportati i fatti. Non sono obiettivi: danno subito adito a schierarsi in difesa o contro, come se un atto simile potesse sollecitare un giudizio di gusto o sbagliato, finge o dice il vero, è matta per convenienza o lo è davvero. Ad aprire la strada a queste aberrazioni di pensieri crudeli sono stati gli ultimi importanti casi mediatici di madri assassine.  Con una differenza sostanziale: Annamaria Franzoni, che pure ha compiuto un gesto decisamente più crudele e difficilissimo da compiere rispetto al gettare un neonato dalla finestra (fu storicamente un metodo usato da migliaia di madri, quello di sopprimere i neonati, gettarli nei pozzi, sotterrarli, sgozzarli come galline, soffocarli,  buttarli nei fiumi, ecc, a seconda di dove si trovavano e di cosa disponevano sottomano) è stata ampiamente difesa e (poco) ampiamente condannata perché ha tenuto un comportamento totalmente differente da Valentina di Settimo Torinese, e con lei tutta la stampa e la tv. Inutile continuare a illudersi che stampa e tv non abbiano interesse a montare i casi, e per montarli bisogna fomentare il dubbio che non sia vero quando gli inquirenti dicono che è vero (o estrapolarne le parole) e che è vero quando si dice il contrario, oppure si mandano queste donne in cura, cioè negli ospedali psichiatrici giudiziari oggi trasformati in Rems (ps: ho appena pubblicato il libro “Giudizio sospeso”).  La gente, chiamiamola così, non ama usare la testa, la sua, non vuole farsi opinioni, non vuole approfondire e sapere o dovrebbe ricredersi anche sulla sua vita privata, mettere in discussione i propri comportamenti e sentimenti veri, avere meno “amici”, meno consensi e soprattutto dovrebbe mettere in discussione la propria morale che ben conosce… ma si vive meglio senza averla.  Viene da pensare che gli esseri umani hanno la sola capacità di obbedire per paura e convenienza e non quella  di ragionare, a costo di scontrarsi apertamente e restare isolati dalla massa. Ma viene soprattutto da pensare che questa rabbia giunta a livelli inammissibili purtroppo per colpa di Facebook (ma anche ovunque siano assenti le prese di posizione poco convenienti) che non ha nessuna regola morale nè legale (ecco di nuovo l’incapacità di autolimitarsi) sia una grande sofferenza interiore trasformatasi in voglia di vendetta e giustizia, financo a sproposito e contro la persona sbagliata. In sostanza ognuno ributta in un atto i suoi problemi, anche piuttosto seri, e tutti di origine psicologica irrisolta. Non riesco spesso a vedere la differenza tra chi uccide materialmente e viene anche condannato dalla legge oltrechè dallo scontare un dolore a vita, e chi scatena il dolore negli altri, chi giudica in un secondo, chi accusa pubblicamente senza sapere o solo per vendicarsi di qualcosa che è capitato a lui. Esempio: una donna ha lanciato ingiurie alla donna di Settimo perchè lei non riesce ad avere figli. C’entra qualcosa? Nella realtà niente, ma nella fantasia inconscia tantissima. Una sorta di ingiustizia che si cova nell’animo viene catapultata sulla prima persona che la ravviva. Anche se i fatti non hanno legami concreti. Anche Valentina aveva problemi seri, talmente seri da aver gettato il suo bambino dalla finestra che per noi è un bambino ma per lei evidentemente no. Gli inquirenti hanno capito abbastanza in fretta il collegamento tra l’infanticidio e le patologie ereditarie di cui soffrono il marito e la figlioletta di tre anni. Qualcuno di chi insulta e augura la morte, ha mai vissuto una lunghissima depressione o conflitto nevrotico che conduce a uno squilibrio ossessivo e dissociato? Qualcuno di chi insulta ha avuto un marito che per nove mesi non si accorge che la moglie è incinta pur dormendo con lei e magari facendo l’amore? Qualcuno di chi augura la morte ha avuto un marito malato e una figlia malata e un padre che non le parla? Valentina ha confessato che il bambino era suo. Come l’abbia fatto non sappiamo, perché non eravamo presenti  alla ricerca della confessione che facilita il lavoro della polizia, la quale deve rispondere al magistrato del suo operato. Che abbia detto non ricordo o ricordo, è una banale estrapolazione delle poche parole che vogliono dire i magistrati alla stampa in prima battuta.  Avendo seguito tanti casi simili, posso ritenere che la donna, avendo nascosto la gravidanza, non poteva che continuare a nascondere il frutto di quella gravidanza che, ripeto, per noi è un bambino, per lei era “qualcosa” da nascondere. Come si fa? Prima di lei molte donne l’hanno affogato nel water perché è il modo più semplice quando si partorisce in bagno. Non è detto che esista premeditazione cosciente del tipo…quando nasce lo butto dalla finestra.. Anzi. Buttandolo esattamente sottocasa è evidente che di premeditazione non si può parlare e nemmeno di tentativo di nascondere un infanticidio. E come si fa ad accompagnare la figlia a scuola dopo un atto del genere? Io mi sono fatta un’altra domanda: come si fa a camminare dopo un parto e dopo un’emorragia senza nemmeno destare sospetti nei passanti? Qual è la differenza tra le mie domande e gli insulti? La ricerca delle corresponsabilità di chi non vede, non sa, non si mette La mia personale problematica psicologica non entra nel fatto, non si mescola, non accusa chi non c’entra niente con me. Questa donna a me ha provocato solo la giusta sofferenza che permette di andare oltre e capire e cercare di modificare la realtà in meglio. Quello che entra in questa tristissima vicenda, è l’esperienza personale del dolore, il mio e quello ricevuto e assorbito dalle madri assassine che ho conosciuto e che vorrei non esistessero più. Leggendo i commenti, invece, é difficile gestire la frustrazione che genera la stupidità, la cattiveria e l’egoismo. E che contribuiscono solo a fare altro male.

L’epoca delle passioni tristi

Camogli (Genova), gennaio 2017

Dottor Scardovelli, cosa sta succedendo? Omicidi anche minorili, aggressività, rabbia diffusa. Sono aumentati i disturbi psichici?

“Il padre di famiglia che per tutti era buono, se fa qualcosa di grave lascia tutti stupiti. Dentro le persone ci sono nuclei psicotici non riconosciuti che improvvisamente vengono fuori. Escono in momenti storici, quando la pressione sulla psiche è abbastanza forte. Oggi il clima psicologico è completamente cambiato. Quando mi sono laureato io si andava verso un mondo di abbondanza, oggi il futuro per i ragazzi è una minaccia, le prospettive future sono sempre più nere, non ci si può fidare dei politici, a volte nemmeno dei medici, è una società agli estremi. E’ riconosciuto che questo periodo non c’è mai stato, è una crisi antropologica…tutto il sistema della finanza che domina il mondo… l'”Io” personale come vive questa faccenda? L’Io non è stabile, permanente. Dovrebbe essere costante nel tempo, ma quando l’Io diventa impotente nel mondo, questo senso di impotenza provoca una disgregazione della psiche. Cosa succede: la psiche tende a frantumarsi, ad andare in pezzi, qui le subpersonalità prendono forma e diminuisce la forza dell’Io, la ragione sugli impulsi. Gli impulsi umani non sono tutti socievoli: sono violenti, aggressivi, conosciuti da sempre nella storia umana come demoni, parti oscure”.

L’incontro con Mauro Scardovelli sul lungomare della graziosa cittadina di Camogli, provoca sussulti emotivi e domande a cascata. Genovese di nascita, docente di diritto, scrittore, psicoterapeuta per vent’anni e oggi formatore e ricercatore che appare pubblicamente solo nei seminari per divulgare i principi della filosofia umanista e dell’approccio sistemico ed olistico cui fortemente crede, ha una capacità di eloquio straordinaria, quella di chi ha empatia, passione e consapevolezza. La teoria delle subpersonalità – ricorda – è del fondatore della Psicosintesi, lo psichiatra veneziano Roberto Assagioli, classe 1888, un libero pensatore vicino alle teorie di Jung.

“Nella visione junghiana l’Io è una parte della psiche che, nel corso della crescita, diventa come un magnete in grado di coordinare e governare le diverse istanze della personalità, ognuna con i propri impulsi, spinte, desideri, bisogni. Parlando in modo estremamente semplificato, quando l’Io non si forma in modo sufficientemente stabile, o nei momenti della vita in cui perde la capacità di svolgere la sua funzione, si può assistere ad un improvviso ribaltamento interiore”.

Parliamo di narcisismo.

“La definizione di narcisismo in psicologia cognitiva dice: grandiosità, mancanza di empatia e paura del giudizio altrui. Questi sono tre degli aspetti più caratteristici, a cui si accompagnano normalmente: presunzione, arroganza e permalosità. Una persona che ha una subpersonaità narcisistica, non necessariamente è sempre guidata da questa subpersonalità: in certi contesti, situazioni e relazioni, può comportarsi in modo gentile e rispettoso. Per questo motivo, talvolta si dice: “non ti riconosco più, improvvisamente sei diventato un altro”. Non è che l’interlocutore si è trasformato, è diventato un altro: più semplicemente ha preso il potere un’altra subpersonalità. Alcune persone danno segnali frequenti di cambiamento, di umore e di modo di comportarsi. Altre persone sono più imprevedibili: magari esplodono all’improvviso anche dopo 20 o 30 anni”.

Quale è la differenza tra patologia e non patologia, nel narcisismo ad esempio.

“E’ un discorso ovviamente complesso e delicato. Sono abbastanza rare le persone davvero equilibrate. Di solito, o hanno avuto famiglie particolarmente armoniose ed equilibrate, o hanno imparato a gestire le loro subpersonalità. Per la mia formazione giuridica, tendo a vedere una similitudine piuttosto forte tra la struttura della personalità e la struttura della società, imprese governo con una costituzione governo Parlamento alla popolazione. Già Platone sosteneva che c’è una forte corrispondenza tra governo della polis e governo di sè. Dentro un paese ci sono tante componenti diverse che possono rimanere nell’ombra anche per tempi molto lunghi. Pensiamo alla Germania, uno dei paesi più civilizzati e colti al mondo che ha generato il nazismo”.

Che cosa si può fare di fronte a queste evidenze?

“Analisi sono state fatte, infinite, più o meno valide ed intelligenti. Oggi dobbiamo trovare soluzioni. L’umanità deve prendere in seria considerazione che è collettivamente malata. Pensa male, dice male, parla male. Dire male crea malattia fisica e sociale. Oggi siamo in tempi in cui si maledice molto e si benedice assai poco. Il pensiero umano è una risorsa, ma ci espone anche a una grande tragedia. Noi umani siamo gli unici esseri dotati di linguaggio, gli unici in grado di mentire, di essere inautentici, falsi. Mentre un gatto è guidato dagli istinti e si comporta necessariamente da gatto, in modo autentico, l’uomo può sentire e pensare in un modo e dire cose totalmente differenti. Noi esseri umani siamo Homo Sapiens ma anche Demens. Il linguaggio può essere utilizzato per raffinare le qualità dell’essere, ma anche per generare dei tremendi orrori. La tecnologia è un tesoro, e nello stesso tempo un pericolo che abbiamo in mano. Sta a noi decidere, collettivamente, il modo in cui utilizzarla”.

Ci spieghi cos’è l’empatia.

“Quando c’è molta distanza tra chi sta in cima e chi sotto, gli ultimi, quelli che occupano le posizioni più disagiate, sono visti come oggetti da chi sta in cima alla piramide. Maggiore è la distanza, minore è l’empatia. L’empatia è una risonanza tra gli esseri umani che ci fa sentire simili”.

E cos’è la sensibilità?

“Ci sono persone più sensibili alla sofferenza altrui ed altre meno. Ci sono persone più corazzate, più difese, che si proteggono di più. Sono persone così che più spesso salgono verso i gradi alti della scala sociale”.

Quanto incide la genetica?

“Assai meno di quanto siamo propensi a credere. Un ruolo determinante lo riveste l’educazione e la socializzazione ricevute nell’infanzia sulle quali cose è possibile intervenire, se si ha la forza politica per farlo”.

Nelle relazioni cosa succede? Perché spesso non capiamo l’altro?

“Perché non siamo educati all’empatia, alla risonanza con l’altro. Non alleniamo la nostra capacità di metterci nei suoi panni, di guardare il mondo dal suo punto di vista. Assai di frequente siamo proiettivi, cioè non osserviamo l’altro per come è, ma proiettiamo su di lui i nostri vissuti emotivi o un’immagine arbitraria che ci siamo costruiti, che non corrisponde alla realtà”.

Cosa pensa della psichiatria?

“Gran parte della psichiatria moderna ritiene che le sofferenze psicologiche si curino con i farmaci. Psichiatri fenomenologici, che per formazione hanno davvero imparato a risuonare con il paziente, ce ne sono pochi. E’ nella risonanza che si comprende l’unicità dell’altro, non attraverso modelli e teorie astratte. Noi siamo attrezzati biologicamente per risuonare con la complessità. Un gatto è in continua risonanza, ha le antenne sempre tese e decide di conseguenza come agire”.

Che sentimenti stiamo vivendo in questo periodo storico?

“Il compito dell’essere umano è raggiungere la sua pienezza. Oggi, nell’epoca delle passioni tristi, come è definita da alcuni autori, siamo più pessimisti sul fatto che i contesti attuali ci possano portare a una vita piena, in cui i nostri bisogni fondamentali siano soddisfatti. Il senso di impotenza che ci pervade, si collega a un senso di profonda ingiustizia. Qui origina gran parte del malcontento e della rabbia sociale”.

Restringiamo questo concetto al recente efferato delitto dei due minorenni ferraresi?

“Certamente, direi, non hanno avuto l’esperienza di essere stati visti, riconosciuti, compresi dai genitori o da altre figure di riferimento. Essere visti, dalla psiche infantile, è considerato qualcosa di naturale e di dovuto. Quando questo non accade, si genera il senso di ingiustizia e il conseguente desiderio-bisogno di punizione, che può rivolgersi contro gli altri o contro se stessi. La psiche infantile, come la psiche dei greci nel periodo che precede la rivoluzione socratica, non tiene conto dell’elemento soggettivo, cioè non tiene conto delle ragioni che possono aver indotto i genitori o gli altri a comportarsi in modo distorto”.

Siamo esseri relazionali, diceva. In un senso più generale e non strettamente familiare, come incidono gli altri su di noi nella società in cui stiamo vivendo?

“Noi siamo come gli altri ci hanno fatto, diceva Sartre. In altri termini siamo il prodotto delle innumerevoli relazioni che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo. Sta a noi l’arduo compito di discernere ciò che è autenticamente nostro e ciò che è frutto di condizionamento ricevuto. Si tratta di un lavoro che dura tutta la vita. Conosci te stesso, diceva ‘oracolo di Delfi, e conoscerai te stesso e Dio. E questa è una buona notizia”.

Le lezioni-seminari tenute periodicamente dal dottor Mauro Scardovelli, fondatore dell’associazione senza scopo di lucro Aleph Pnl (umanistica integrata biodinamica), sono aperte a psicologi, psicoterapeuti e gente comune. Sono anche disponibili sul canale You tube dello psicoterapeuta.