Femminicidio, i dati dicono in calo. Ma per sociologi e media è aumento

 

Leggere le statistiche è sempre difficile, anzitutto perché i campioni non sono uniformi. L’anno record dei femminicidi in Italia (quando ancora non si chiamavano così), è stato il 2000 con 199 donne vittime di violenza mortale per il 73 per cento in famiglia. Nel 1992 sono state 186 ed ecco scattare l’aumento insolito di 8 anni dopo. Nel 2010 furono 131 e nel 2014 ci fu una impennata che portò il numero di donne uccise a 152, numero che si abbassò nel 2015 (128) e nel 2016 (120). Oggi, che siamo a 6 mesi e mezzo dall’inizio dell’anno, le donne uccise per mano maschile sono 38, se il trend si mantiene uguale (ci sarà un aumento non costante nei mesi) a fine anno dovrebbero essere poco più di 75. Sarebbe un successo enorme.Perché allora i sociologi parlano di aumento? Si basano su un concetto statistico diverso: tutti gli omicidi in Italia sono diminuiti e in costante diminuzione, mentre quelli delle donne si mantengono più o meno nello stesso trend (in percentuale rispetto agli omicidi totali), cioè 0, 9 omicidi di donne ogni 100 mila abitanti. Se guardiano al resto dell’Europa siamo piuttosto in fondo alla statistica, sia degli omicidi totali sia ai femminicidi. In testa, per i femminicidi, ci sono tutti gli Stati dell’Est Europa, ma se leggiamo la percentuale di donne uccise rispetto al totale dei delitti è paradossalmente la Svizzera la prima con il 50 per cento. Motivo? E’ piccola. Più i numeri sono bassi, più le percentuali si alzano. Troppo complicato? Abbastanza. Per questo si dice soltanto che aumentano i femminicidi, mentre non sono affatto aumentati, anzi. Gli ultimi giorni hanno visto 4 donne uccise e non sono tutti femminicidi uguali, benchè tutti siano di genere, cioè si voleva proprio colpire la donna in quanto donna. L’altra curiosità è che in testa alle classifiche ci sono le regioni del Nord e non del Sud. Motivo? Sono più densamente popolate. Le donne in Italia sono circa 20 milioni (dai 15 anni di età) comprese le donne straniere. Cento delitti all’anno con motivazioni culturali di genere sono tantissimi ma in realtà sono una inezia in una popolazione così vasta (61 milioni di abitanti) e con tante differenze culturali (tra italiani stessi e stranieri di diversissime religioni ed etnie).
Cosa ha migliorato la situazione e cosa l’ha peggiorata o non modificata? E ‘ diminuito l’alcolismo (la prima causa di violenza sule donne nelle regioni nordiche e dell’est), è aumentato il benessere e la coscienza femminile, sono aumentate le pene (stalking), i divorzi sono stati facilitati e la cura dei malati è in generale migliorata (ci sono più strutture, più attenzione e più farmaci ansiolitici e antidepressivi), è diminuito il senso del possesso della donna (nei giovani) non tanto per cultura, quanto per disinteresse sentimentale e perché è facile trovarne un’altra immediatamente disponibile. Perché invece non diminuiscono e qual è lo zoccolo duro? I 50-60enni, uomini, che continuano a non accettare l’idea di restare soli dopo il divorzio, l’aumento della solitudine sociale in questa fascia d’età e, nei giovani, le nuove patologie depressive, borderline, bipolarismo, narcisismo, che restano silenti ed esplodono in modo violentissimo durante litigi in cui la donna di oggi non accetta di tacere.
Il caso di Maria, la donna uccisa dal suo convivente trovato un anno dopo l’accoltellamento del marito al quale era sopravvissuta, è un caso a parte: accettare un rapporto riparatore con una persona peggiore o identica alla prima significa che la base traumatica e depressiva (che probabilmente faceva parte di tutta la sua vita) non è stata nemmeno affrontata dalle tante associazioni che lanciano allarmi, ma a conti fatti non salvano chi ha già un piede nella fossa. La statistica ci dice in anticipo che almeno la metà delle prossime vittime di quest’anno sono già a letto con il nemico. E non crediamo mai alla felicità esibita su Facebook o davanti a familiari e amici; la giovane coppia senese (lei grave all’ospedale, lui morto sucida) ne è l’esempio lampante: questi delitti sono  intimi e privati per definizione.

Annunci

“Madre assassina io ti odio”

Ogni commento lasciato sulla bacheca Facebook di Valentina, la donna di 34 anni di Settimo Torinese che due giorni fa ha gettato il neonato appena partorito in bagno dalla finestra, racconta l’odio che trasuda per ogni atto o pensiero che smuove la rabbia, profondissima, di una grande fetta di italiani. Che sia per un immigrato o un neonato, per un rapinatore o per un pedofilo, per una donna o per un uomo che abbiano compiuto qualcosa di altamente “socialmente” riprovevole, ogni scusa è buona per vomitare una crudeltà e una cattiveria che albergavano più o meno silenziosamente nell’animo umano della gran parte di queste persone. Nelle altre alberga una ignoranza abissale, non tanto di leggi (pazienza) ma di moralità, collegamento dito e pensiero, (così come nella vita reale di bocca e cervello) autocontrollo, dubbio, ricerca, confronto. Insomma di un minimo di cultura e ragionamento, proprio minimi, che ogni italiano si suppone abbia al giorno d’oggi. In Facebook vige una strana “moralità”: posso insultare e odiare pubblicamente chiunque sia lontano da me, posso fare uscire la parte peggiore di me poiché me lo consente stare dietro a un computer e appunto quella “socialmente condivisibile” interpretazione dei fatti e delle persone (che non servono, non sono nessuno per noi). Chi sono queste persone che augurano sofferenza atroce e morte a una donna che (come tante altre) si è sbarazzata (per usare le parole del pm) di  un neonato? Perché ben pochi si chiedono come mai, o aspettano notizie più dettagliate, o non  fanno la semplice, semplicissima equazione: uccidere un figlio per una madre è un atto talmente contro natura da essere folle? Perché non definirla pazza, piuttosto che puttana, stronza, bastarda. ecc.?

Leggendo le notizie riportate dai giornali e ieri dalla tivù, la prima distorsione è causata proprio dal modo in cui vengono riportati i fatti. Non sono obiettivi: danno subito adito a schierarsi in difesa o contro, come se un atto simile potesse sollecitare un giudizio di gusto o sbagliato, finge o dice il vero, è matta per convenienza o lo è davvero. Ad aprire la strada a queste aberrazioni di pensieri crudeli sono stati gli ultimi importanti casi mediatici di madri assassine.  Con una differenza sostanziale: Annamaria Franzoni, che pure ha compiuto un gesto decisamente più crudele e difficilissimo da compiere rispetto al gettare un neonato dalla finestra (fu storicamente un metodo usato da migliaia di madri, quello di sopprimere i neonati, gettarli nei pozzi, sotterrarli, sgozzarli come galline, soffocarli,  buttarli nei fiumi, ecc, a seconda di dove si trovavano e di cosa disponevano sottomano) è stata ampiamente difesa e (poco) ampiamente condannata perché ha tenuto un comportamento totalmente differente da Valentina di Settimo Torinese, e con lei tutta la stampa e la tv. Inutile continuare a illudersi che stampa e tv non abbiano interesse a montare i casi, e per montarli bisogna fomentare il dubbio che non sia vero quando gli inquirenti dicono che è vero (o estrapolarne le parole) e che è vero quando si dice il contrario, oppure si mandano queste donne in cura, cioè negli ospedali psichiatrici giudiziari oggi trasformati in Rems (ps: ho appena pubblicato il libro “Giudizio sospeso”).  La gente, chiamiamola così, non ama usare la testa, la sua, non vuole farsi opinioni, non vuole approfondire e sapere o dovrebbe ricredersi anche sulla sua vita privata, mettere in discussione i propri comportamenti e sentimenti veri, avere meno “amici”, meno consensi e soprattutto dovrebbe mettere in discussione la propria morale che ben conosce… ma si vive meglio senza averla.  Viene da pensare che gli esseri umani hanno la sola capacità di obbedire per paura e convenienza e non quella  di ragionare, a costo di scontrarsi apertamente e restare isolati dalla massa. Ma viene soprattutto da pensare che questa rabbia giunta a livelli inammissibili purtroppo per colpa di Facebook (ma anche ovunque siano assenti le prese di posizione poco convenienti) che non ha nessuna regola morale nè legale (ecco di nuovo l’incapacità di autolimitarsi) sia una grande sofferenza interiore trasformatasi in voglia di vendetta e giustizia, financo a sproposito e contro la persona sbagliata. In sostanza ognuno ributta in un atto i suoi problemi, anche piuttosto seri, e tutti di origine psicologica irrisolta. Non riesco spesso a vedere la differenza tra chi uccide materialmente e viene anche condannato dalla legge oltrechè dallo scontare un dolore a vita, e chi scatena il dolore negli altri, chi giudica in un secondo, chi accusa pubblicamente senza sapere o solo per vendicarsi di qualcosa che è capitato a lui. Esempio: una donna ha lanciato ingiurie alla donna di Settimo perchè lei non riesce ad avere figli. C’entra qualcosa? Nella realtà niente, ma nella fantasia inconscia tantissima. Una sorta di ingiustizia che si cova nell’animo viene catapultata sulla prima persona che la ravviva. Anche se i fatti non hanno legami concreti. Anche Valentina aveva problemi seri, talmente seri da aver gettato il suo bambino dalla finestra che per noi è un bambino ma per lei evidentemente no. Gli inquirenti hanno capito abbastanza in fretta il collegamento tra l’infanticidio e le patologie ereditarie di cui soffrono il marito e la figlioletta di tre anni. Qualcuno di chi insulta e augura la morte, ha mai vissuto una lunghissima depressione o conflitto nevrotico che conduce a uno squilibrio ossessivo e dissociato? Qualcuno di chi insulta ha avuto un marito che per nove mesi non si accorge che la moglie è incinta pur dormendo con lei e magari facendo l’amore? Qualcuno di chi augura la morte ha avuto un marito malato e una figlia malata e un padre che non le parla? Valentina ha confessato che il bambino era suo. Come l’abbia fatto non sappiamo, perché non eravamo presenti  alla ricerca della confessione che facilita il lavoro della polizia, la quale deve rispondere al magistrato del suo operato. Che abbia detto non ricordo o ricordo, è una banale estrapolazione delle poche parole che vogliono dire i magistrati alla stampa in prima battuta.  Avendo seguito tanti casi simili, posso ritenere che la donna, avendo nascosto la gravidanza, non poteva che continuare a nascondere il frutto di quella gravidanza che, ripeto, per noi è un bambino, per lei era “qualcosa” da nascondere. Come si fa? Prima di lei molte donne l’hanno affogato nel water perché è il modo più semplice quando si partorisce in bagno. Non è detto che esista premeditazione cosciente del tipo…quando nasce lo butto dalla finestra.. Anzi. Buttandolo esattamente sottocasa è evidente che di premeditazione non si può parlare e nemmeno di tentativo di nascondere un infanticidio. E come si fa ad accompagnare la figlia a scuola dopo un atto del genere? Io mi sono fatta un’altra domanda: come si fa a camminare dopo un parto e dopo un’emorragia senza nemmeno destare sospetti nei passanti? Qual è la differenza tra le mie domande e gli insulti? La ricerca delle corresponsabilità di chi non vede, non sa, non si mette La mia personale problematica psicologica non entra nel fatto, non si mescola, non accusa chi non c’entra niente con me. Questa donna a me ha provocato solo la giusta sofferenza che permette di andare oltre e capire e cercare di modificare la realtà in meglio. Quello che entra in questa tristissima vicenda, è l’esperienza personale del dolore, il mio e quello ricevuto e assorbito dalle madri assassine che ho conosciuto e che vorrei non esistessero più. Leggendo i commenti, invece, é difficile gestire la frustrazione che genera la stupidità, la cattiveria e l’egoismo. E che contribuiscono solo a fare altro male.

L’epoca delle passioni tristi

Camogli (Genova), gennaio 2017

Dottor Scardovelli, cosa sta succedendo? Omicidi anche minorili, aggressività, rabbia diffusa. Sono aumentati i disturbi psichici?

“Il padre di famiglia che per tutti era buono, se fa qualcosa di grave lascia tutti stupiti. Dentro le persone ci sono nuclei psicotici non riconosciuti che improvvisamente vengono fuori. Escono in momenti storici, quando la pressione sulla psiche è abbastanza forte. Oggi il clima psicologico è completamente cambiato. Quando mi sono laureato io si andava verso un mondo di abbondanza, oggi il futuro per i ragazzi è una minaccia, le prospettive future sono sempre più nere, non ci si può fidare dei politici, a volte nemmeno dei medici, è una società agli estremi. E’ riconosciuto che questo periodo non c’è mai stato, è una crisi antropologica…tutto il sistema della finanza che domina il mondo… l'”Io” personale come vive questa faccenda? L’Io non è stabile, permanente. Dovrebbe essere costante nel tempo, ma quando l’Io diventa impotente nel mondo, questo senso di impotenza provoca una disgregazione della psiche. Cosa succede: la psiche tende a frantumarsi, ad andare in pezzi, qui le subpersonalità prendono forma e diminuisce la forza dell’Io, la ragione sugli impulsi. Gli impulsi umani non sono tutti socievoli: sono violenti, aggressivi, conosciuti da sempre nella storia umana come demoni, parti oscure”.

L’incontro con Mauro Scardovelli sul lungomare della graziosa cittadina di Camogli, provoca sussulti emotivi e domande a cascata. Genovese di nascita, docente di diritto, scrittore, psicoterapeuta per vent’anni e oggi formatore e ricercatore che appare pubblicamente solo nei seminari per divulgare i principi della filosofia umanista e dell’approccio sistemico ed olistico cui fortemente crede, ha una capacità di eloquio straordinaria, quella di chi ha empatia, passione e consapevolezza. La teoria delle subpersonalità – ricorda – è del fondatore della Psicosintesi, lo psichiatra veneziano Roberto Assagioli, classe 1888, un libero pensatore vicino alle teorie di Jung.

“Nella visione junghiana l’Io è una parte della psiche che, nel corso della crescita, diventa come un magnete in grado di coordinare e governare le diverse istanze della personalità, ognuna con i propri impulsi, spinte, desideri, bisogni. Parlando in modo estremamente semplificato, quando l’Io non si forma in modo sufficientemente stabile, o nei momenti della vita in cui perde la capacità di svolgere la sua funzione, si può assistere ad un improvviso ribaltamento interiore”.

Parliamo di narcisismo.

“La definizione di narcisismo in psicologia cognitiva dice: grandiosità, mancanza di empatia e paura del giudizio altrui. Questi sono tre degli aspetti più caratteristici, a cui si accompagnano normalmente: presunzione, arroganza e permalosità. Una persona che ha una subpersonaità narcisistica, non necessariamente è sempre guidata da questa subpersonalità: in certi contesti, situazioni e relazioni, può comportarsi in modo gentile e rispettoso. Per questo motivo, talvolta si dice: “non ti riconosco più, improvvisamente sei diventato un altro”. Non è che l’interlocutore si è trasformato, è diventato un altro: più semplicemente ha preso il potere un’altra subpersonalità. Alcune persone danno segnali frequenti di cambiamento, di umore e di modo di comportarsi. Altre persone sono più imprevedibili: magari esplodono all’improvviso anche dopo 20 o 30 anni”.

Quale è la differenza tra patologia e non patologia, nel narcisismo ad esempio.

“E’ un discorso ovviamente complesso e delicato. Sono abbastanza rare le persone davvero equilibrate. Di solito, o hanno avuto famiglie particolarmente armoniose ed equilibrate, o hanno imparato a gestire le loro subpersonalità. Per la mia formazione giuridica, tendo a vedere una similitudine piuttosto forte tra la struttura della personalità e la struttura della società, imprese governo con una costituzione governo Parlamento alla popolazione. Già Platone sosteneva che c’è una forte corrispondenza tra governo della polis e governo di sè. Dentro un paese ci sono tante componenti diverse che possono rimanere nell’ombra anche per tempi molto lunghi. Pensiamo alla Germania, uno dei paesi più civilizzati e colti al mondo che ha generato il nazismo”.

Che cosa si può fare di fronte a queste evidenze?

“Analisi sono state fatte, infinite, più o meno valide ed intelligenti. Oggi dobbiamo trovare soluzioni. L’umanità deve prendere in seria considerazione che è collettivamente malata. Pensa male, dice male, parla male. Dire male crea malattia fisica e sociale. Oggi siamo in tempi in cui si maledice molto e si benedice assai poco. Il pensiero umano è una risorsa, ma ci espone anche a una grande tragedia. Noi umani siamo gli unici esseri dotati di linguaggio, gli unici in grado di mentire, di essere inautentici, falsi. Mentre un gatto è guidato dagli istinti e si comporta necessariamente da gatto, in modo autentico, l’uomo può sentire e pensare in un modo e dire cose totalmente differenti. Noi esseri umani siamo Homo Sapiens ma anche Demens. Il linguaggio può essere utilizzato per raffinare le qualità dell’essere, ma anche per generare dei tremendi orrori. La tecnologia è un tesoro, e nello stesso tempo un pericolo che abbiamo in mano. Sta a noi decidere, collettivamente, il modo in cui utilizzarla”.

Ci spieghi cos’è l’empatia.

“Quando c’è molta distanza tra chi sta in cima e chi sotto, gli ultimi, quelli che occupano le posizioni più disagiate, sono visti come oggetti da chi sta in cima alla piramide. Maggiore è la distanza, minore è l’empatia. L’empatia è una risonanza tra gli esseri umani che ci fa sentire simili”.

E cos’è la sensibilità?

“Ci sono persone più sensibili alla sofferenza altrui ed altre meno. Ci sono persone più corazzate, più difese, che si proteggono di più. Sono persone così che più spesso salgono verso i gradi alti della scala sociale”.

Quanto incide la genetica?

“Assai meno di quanto siamo propensi a credere. Un ruolo determinante lo riveste l’educazione e la socializzazione ricevute nell’infanzia sulle quali cose è possibile intervenire, se si ha la forza politica per farlo”.

Nelle relazioni cosa succede? Perché spesso non capiamo l’altro?

“Perché non siamo educati all’empatia, alla risonanza con l’altro. Non alleniamo la nostra capacità di metterci nei suoi panni, di guardare il mondo dal suo punto di vista. Assai di frequente siamo proiettivi, cioè non osserviamo l’altro per come è, ma proiettiamo su di lui i nostri vissuti emotivi o un’immagine arbitraria che ci siamo costruiti, che non corrisponde alla realtà”.

Cosa pensa della psichiatria?

“Gran parte della psichiatria moderna ritiene che le sofferenze psicologiche si curino con i farmaci. Psichiatri fenomenologici, che per formazione hanno davvero imparato a risuonare con il paziente, ce ne sono pochi. E’ nella risonanza che si comprende l’unicità dell’altro, non attraverso modelli e teorie astratte. Noi siamo attrezzati biologicamente per risuonare con la complessità. Un gatto è in continua risonanza, ha le antenne sempre tese e decide di conseguenza come agire”.

Che sentimenti stiamo vivendo in questo periodo storico?

“Il compito dell’essere umano è raggiungere la sua pienezza. Oggi, nell’epoca delle passioni tristi, come è definita da alcuni autori, siamo più pessimisti sul fatto che i contesti attuali ci possano portare a una vita piena, in cui i nostri bisogni fondamentali siano soddisfatti. Il senso di impotenza che ci pervade, si collega a un senso di profonda ingiustizia. Qui origina gran parte del malcontento e della rabbia sociale”.

Restringiamo questo concetto al recente efferato delitto dei due minorenni ferraresi?

“Certamente, direi, non hanno avuto l’esperienza di essere stati visti, riconosciuti, compresi dai genitori o da altre figure di riferimento. Essere visti, dalla psiche infantile, è considerato qualcosa di naturale e di dovuto. Quando questo non accade, si genera il senso di ingiustizia e il conseguente desiderio-bisogno di punizione, che può rivolgersi contro gli altri o contro se stessi. La psiche infantile, come la psiche dei greci nel periodo che precede la rivoluzione socratica, non tiene conto dell’elemento soggettivo, cioè non tiene conto delle ragioni che possono aver indotto i genitori o gli altri a comportarsi in modo distorto”.

Siamo esseri relazionali, diceva. In un senso più generale e non strettamente familiare, come incidono gli altri su di noi nella società in cui stiamo vivendo?

“Noi siamo come gli altri ci hanno fatto, diceva Sartre. In altri termini siamo il prodotto delle innumerevoli relazioni che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo. Sta a noi l’arduo compito di discernere ciò che è autenticamente nostro e ciò che è frutto di condizionamento ricevuto. Si tratta di un lavoro che dura tutta la vita. Conosci te stesso, diceva ‘oracolo di Delfi, e conoscerai te stesso e Dio. E questa è una buona notizia”.

Le lezioni-seminari tenute periodicamente dal dottor Mauro Scardovelli, fondatore dell’associazione senza scopo di lucro Aleph Pnl (umanistica integrata biodinamica), sono aperte a psicologi, psicoterapeuti e gente comune. Sono anche disponibili sul canale You tube dello psicoterapeuta.

Uccidere i genitori è difficile

Riccardo era deciso a farlo. Manuel l’ha fatto. In un certo senso Riccardo, che faceva il bulletto, che mostrava con sfrontatezza quello che possedeva e che di libertà ne aveva tanta, si è dimostrato per quello che è: un vigliacco. Tutto l’incontrario di Manuel, che appariva sottomesso, fragile, che chiedeva, desiderava e non si ribellava, che il padre arriva a definire buono e manipolato dall’amichetto di sempre e la madre, più intuitiva e realistica si domanda con angoscia se poteva uccidere anche loro due. Sì che poteva, Riccardo. Ha dimostrato di essere forte, deciso, capace di fare qualcosa di atroce, difficilissimo per un adulto che odia profondamente, che ha almeno un raptus incontrollabile di rabbia e si trova per caso un’arma a portata di mano, come in tutti i delitti d’impeto. Nella villetta della frazione di Codigoro, nel Ferrarese, non c’è stato nessun impeto e soprattutto è mancata la reazione umana di fronte al massacro: il vomito.

Se i ragazzi fossero stati dissociati, sotto effetto di allucinazioni o di psicosi indotta da droga (anche leggera), dopo il duplice delitto non sarebbero riusciti a fare altro che vomitare e scappare, rifugiandosi lontanissimo dal luogo della mattanza. Arrestati, non sarebbero riusciti a fare altro che piangere o, al massimo, chiudersi nel mutismo più totale. Invece no. Le intercettazioni ambientali in caserma a Codigoro, dove appositamente sono stati lasciati soli (come nel caso di Erika e Omar), stavano cercando di proteggersi dalla pena, non dalla colpa. Lo schiaffo del padre di Manuel al figlio, sempre in caserma dopo la confessione, e l’immediata richiesta di perdono, è di una superficialità disarmante, eppure è quello che tutti si aspettano non solo da un figlio, ma persino da un fidanzato, da un marito, un amico che fa del male. Se ha chiesto perdono vuol dire che è pentito, ha capito che ha provocato dolore. E’ un modo di pensare piuttosto comune, che trova una difesa accettabile per scusare ciò che  non può esserlo. Chiedere perdono, dopo, ha l’unico obiettivo di togliersi le responsabilità e pretendere di essere di nuovo accolti, come se niente, o poco, fosse successo.  Sostenere che questi due ragazzi non si sono resi conto di quello che stavano facendo è paradossale.

Le due famiglie

Benchè diverse, hanno  molti tratti in comune. Apparentemente, per quanto se ne sa finora, Riccardo ce l’aveva con la madre, tanto da comunicarlo apertamente, mostrare apertamente la sua conflittualità e ribellione, e questa madre, da un lato dava e dall’altra proibiva, da un lato era punitiva e dall’altro accettava. Da un lato minacciava l’abbandono e la cacciata del figlio (fatto  piuttosto raro nelle madri, ma non in quelle con altissimi conflitti personali e, direi, tratti narcisisti) e dall’altro non affrontava niente. Suo figlio faceva uso di spinelli, bigiava a scuola, aveva il  motorino, capi firmati e libertà di orari. A 16 anni aveva potuto permettersi di vivere in garage e glielo avevano permesso, perché in fondo andava bene anche a loro. A Riccardo, probabilmente, preferivano il fratello maggiore Alessandro che non era figlio di questa donna ma la considerava madre a tutti gli effetti. Immaginiamo la gelosia non espressa di Riccardo proprio a fronte delle parole lasciate su Facebook da Alessandro: gli avete dato tutto… Appunto. Il ragazzo ha, nei fatti, inconsapevolmente giudicato, non scusato. Avrebbe voluto forse dire gli avete dato troppo…

La famiglia di Manuel faceva i conti con un figlio disabile, che non è poco. Del figlio maggiore, bel ragazzo apparentemente buono, come lo descrive il padre nonostante abbia calato con violenza un’accetta 8 volte sulla testa di due persone che ben conosceva sin da bambino e che probabilmente niente gli avevano mai fatto, sapevano evidentemente niente. Si sono fermati alle regole, alla facciata. Non si sono mai chiesti se aveva empatia, affettività vera. Hanno  notato e contrastato ciò che era fuori dalle regole sociali, ma non hanno messo il becco sul mondo interiore di un adolescente che sicuramente covava un disagio da tanto, tanto tempo. E avrebbe ucciso anche i suoi genitori se fossero stati più apertamente conflittuali come lo erano quelli Riccardo. Non per niente non ha mai rotto l’amicizia con Riccardo, problematico quanto lui e incapace di accettare le frustrazioni quanto lui, non per niente fumava spinelli tanto quanto l’amico e chissà quanti altri amici del bar o della piazza di Codigoro. Nei disagi psichici le droghe fanno da detonatore e ancora si pensa che lo spinello sia innocuo. Bisognerebbe portare i ragazzi a vedere negli ex manicomi giudiziari quanti sono diventati delinquenti con l’uso continuato di droghe leggere.

Bisognerebbe smettere di pensare che queste vicende non facciano soffrire profondamente e si cerchino spiegazioni razionali che tendono a giustificarle. Sono enormi tragedie che nascono in famiglia, si sviluppano in famiglia  e non sono più tanto numericamente ridotte. Certo, la violenza fisica usata in questo caso come in altri, fa sbarellare prima di tutto noi (non coinvolti direttamente), che non sappiamo nè giustificare, nè capire, nè accettare, nè rifiutare. Perciò è meglio provare dolore (non pietà|) per queste “notizie” piuttosto che negarlo e farsi i selfie davanti alla villetta del massacro, sintomo lampante di una società malata, seriamente malata che non può che generare mostri. O, a livelli minori ma non meno pericolosi, vendicativi manipolatori, narcisisti e anaffettivi.

Il carcere minorile

Manuel e Riccardo da ieri sono rinchiusi nel carcere minorile di Bologna, ma uno dei due, probabilmente Riccardo, verrà spostato perché i due non possano incontrarsi. La loro amicizia si dissolverà come neve al sole tra pochissimo. Il loro rimorso, invece, forse non avverrà mai. Dipenderà dall’osservazione psichiatrica cui verranno sottoposti entrambi e che dovrebbe (dico dovrebbe per la freddezza dei comportamenti del prima, durante e dopo) fare emergere un disturbo dell’umore e dell’affettività rilevanti. Il gip ha ritenuto che possono ancora uccidere. Ha già detto tutto.

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovani assassini crudeli

Forse li ho conosciuti, Salvatore Vincelli e Nunzia Di Ganni, uccisi a colpi di ascia in testa mentre dormivano, nella loro casa in provincia di Ferrara, due giorni fa. Dico forse perché sono stata a cena in un ristorantino di Comacchio, cittadina incantevole e romantica , un po’ fuori dai circuiti turistici – e a torto – schiacciata da Ravenna e Venezia. Sono stata, in quel Polesine dove abitavano (Codigoro compresa), una volta cosi in miseria e vuoto e poco ospitale per l’uomo, da costringere a lasciarlo per vivere altrove e ora così normalmente pieno di villette. Non ho riportato grandi emozioni, non mi ha colpito la gente. Anzi, la gente di lì mi è apparsa ibrida un po’ come queste terre create dal Po, buono ma imprevedibile, un po’ come descrive il papà di M. il figlio 17enne che ha massacrato i genitori del suo migliore amico 16 enne. Una storia brutta, di quelle che ci sembra di aver già sentito varie volte e che io ho scritto per altri casi, ma questa non è come le altre. I motivi che spingono ad uccidere non sono molti: rancore, invidia, possesso, vendetta. Fare uccidere a un amico promettendo soldi è la giustificazione dell’assassino mandante e dell’assassino concreto (colui che uccide concretamente) perché un motivo logico bisogna pur sempre trovarlo. Lo stesso motivo logico a cui si aggrappa il papà di M, che nemmeno odiava i genitori del suo amico R. ma da lui era totalmente dipendente. Davvero? Questi due ragazzi non venivano sgridati a caso dai loro genitori. Entrambi. Non a caso sono diventati inseparabili, in una sorta di specchiamento reciproco di disturbo profondo che ha le stesse radici. Se i genitori di R. fossero vivi e morire fossero stati quelli di M, avrebbero detto la stessa cosa del loro figlio: era buono, l ha fatto per…cattiva compagnia, soldi, debolezza, ecc. Quanta debolezza ci può essere nel programmare un duplice omicidio con legami di sangue (il figlio) o di persone che vedi spesso e parli loro, e pranzi e ceni con loro e hai perfettamente chiaro che sono i genitori del tuo amico? Quanta debolezza può esserci nel prendere un’ascia e spaccarla sulla testa 3 volte (l’uomo) e 5 volte (la donna) vedendo il sangue che schizza, il volto che si deturpa, percependo la tua mano che impugna l’arma e violentemente colpisce non due tronchi d’albero ma due esseri umani che dormono e che ben conosci? Quanta debolezza può esserci nel chiedere scusa al papà  che grazie a quel “ravvedimento” tanto immediato, può dire “non lo abbandonerò mai, è un buono”? Quanta bontà può esserci in ragazzi che compiono omicidi per vendetta, malessere, senso dell’ingiustizia? Quanta moralità hanno appreso a 2 anni, età in cui già si può distinguere il bene dal male? Quanta empatia a 4, età in cui si riconosce il dolore dell’altro e si prova compassione? (Compassione non significa simbiosi).

Appena ho letto la notizia del duplice omicidio (titolo e luogo) e il sottotitolo che diceva “i corpi trovati dal figlio 16enne” ho pensato fosse stato il figlio. Benchè solo il caso di Erika, a Novi Ligure, riporti nella cronaca italiana degli ultimi trent’anni quest’età così giovane per delitti tanto efferati, è piuttosto consueto che chi lancia l’allarme sia anche l’assassino. Il cane che non aveva abbaiato a Novi Ligure (come in questo caso) mi aveva fatto pensare la stessa cosa: è stata la figlia. Per cui negare l’orrore non ha senso. I concittadini hanno sempre ritenuto (quasi di fronte all’evidenza) talmente assurdo un fatto eclatante commesso da una persona che conoscevano (per di più giovane e magari educata o figlia di gente normale, come il caso di Garlasco) da volerlo in qualche modo giustificare. In effetti, è ben difficile collocare nella nostra mente la crudeltà dei ragazzi o i loro problemi (chiamiamoli disturbi) compressi sotto un’apparente normalità. Fa spavento. Fa chiedersi come mai non ci si è accorti di niente. Fa persino pensare che se la madre di M. non l’avesse sgridato tanto e il padre di R. non l’avesse punito tanto per raddrizzarlo, non sarebbe successo niente. E poi ci sono i commenti (degli esperti) sul vuoto dei ragazzi d’oggi, sul bisogno dei soldi, sulla ribellione non incanalata, sull’immoralità dilagante. Tutto vero. Ma i delitti familiari ci sono sempre stati e la bassa età di chi li commette significa soltanto che il malessere non visto prima da nessuno, traformatosi in male e punizione, ha avuto l’occasione per farlo: un’amicizia, una folie a duex, che dà potenza e giustifica il successivo scarico di responsabilità, come sempre avviene quando una coppia diabolica viene arrestata e deve pagare la colpa. Perciò sì, i ragazzi sono colpevoli, la scuola è colpevole, i genitori sono colpevoli ,  chi giustifica è colpevole. Anche le vittime che si trasformano in carnefici possono scegliere. M e R. hanno scelto. Peccato che non avranno mai rimorso, ma solo vergogna.

Dario Argento: il male dentro di me

Gianni Canova (critico cinematografico) intervista Dario Argento

Riesci a parlare con tutti..

Non lo so, forse i temi che affronto, anche i giovani molto giovani.. penso che tutto sia legato a come faccio il cinema io, le storie che affronto, esprimo le mie idee, non è legato a una generazione. Più che altro a uno stato d’animo, la mia sincerità.

Nei film di Dario Argento c’è una vitalità rabbiosa. I tuoi film sono molto vitali. Morte-vita è il paradosso. In Usa piace moltissimo il tuo cinema.

Io racconto la mia parte oscura, i miei pensieri più brutali e nascosti, c’è una parte psicologica nel mio cinema  che ha influenzato quello americano e orientale.

Il tuo libro Paura presentato a Milano. Ci sono flash di Dario Argento al lavoro.

Io scrivo in uno stato di trance, non sono ma andato in analisi, quando emerge un conflitto mi butto in un film.. Nel libro ho raccontato del mio passato, la mia infanzia filtrata attraverso la mia memoria, pure fallace. C’ho sempre questo pensiero che la famiglia è l’origine dele nostre pulsioni. I miei assassini dei film hanno sempre avuto passaggi gravi nella loro famiglia.

Il tuo miglior film?

Non so quale sia in assoluto. Per alcuni versi Profondo Rosso, per altri Suspiria, Phenomena. Usavo le giovani ragazze protagoniste.. a Tenebre sono molto affezionato..

Quale è la tua concezione del male?

E’ dentro di noi, lo vediamo riflesso nella faccia dei nostri conoscenti, al Tiggì è una malattia diffusa, ma quello che tocco io è più profondo, non è quello che vediamo al Tiggì, è un male che viene dai miei pensieri un po’ strani, un po’ perversi ma molto raccontati. E’ come se i trovassi in una stanza tutta chiusa e fuori c’è il panorama…

 

 

 

 

 

 

darioargento-12

L’anestesista e l’infermiera

I primi commenti di due criminologi intervistati subito dopo l’arresto di Leonardo Cazzaniga, vice primario di anestesia dell’ospedale di Saronno e dell’infermiera Laura Taroni,  hanno definito lui narcisista (patologico) dominante e lei  fortemente subalterna. Le affermazioni fatte a caldo, soprattutto nella cronaca nera, sono sempre un po’ rischiose. Nel 2012 Laura Taroni aveva già ampiamente dato segni di voler risolvere con l’omicidio la relazione con il marito che, a detta di lei (ma magari è anche vero) era uomo che la costringeva a pratiche sessuali innaturali. Ha impiegato due anni per farlo fuori (con farmaci) e alla fine ce l’ha fatta. A parte la stupidità dell’uomo che mai ha avuto dubbi sui suoi strani malesseri fino a farsi persino convincere che avesse il diabete, il rapporto tra i due varrebbe la pena di essere analizzato per arrivare a capire come la donna in 40 anni non abbia dato altri segni di squilibrio in famiglia. L’avvelenamento del consorte è di antichissima memoria storica e la Taroni non ha inventato niente se non il differenziarlo coi più comodi farmaci ospedalieri rispetto agli intrugli del passato. Le donne sanno uccidere più facilmente in modo subdolo e apparentemente meno aggressivo rispetto agli uomini e, dice sempre la cronaca antica e anche meno antica, per punire i mariti dai torti subiti. Chi uccide una prima volta di solito smette perché ha raggiunto l’obiettivo, ma nel caso dell’infermiera l’odio covato verso la famiglia di lui e verso la sua stessa famiglia era talmente incancrenito da decidere che via il primo via anche il secondo e la terza e forse la quarta componente familiare. Una escalation che benchè possa avere nel passato della donna una qualche valida ragione, resta una escalation criminale di cui, al giorno d’oggi (semmai è questo il dramma) non si accorge nessuno facendo almeno due più due fa quattro. La sindaca del Comune di Lomazzo, dove la donna abitava coi bambini, intervistata in televisione, ammette che c’erano problemi per le numerose assenze dei bambini a scuola, ma siccome avevano perso il padre, nessuno si è premurato di capire se per caso stava succedendo qualcosa di più grave, cosa che in effetti stava avvenendo (somministrazione di psicofarmaci al maschietto). Leggo anche che i bambini, secondo gli esperti, potranno ” riassettare” il cervello col tempo e l’Istituto dove sono ospitati, soprattutto il maschio di 11 anni, dimenticando non si sa come le  frasi deliranti della madre intercettate nei due anni di indagini della Procura di Busto Arsizio affidate ai carabinieri. Solo l’atto finale dell’omicidio del marito e padre dei bambini è stato compiuto dal suo amante (sempre secondo quanto riportato dai giornali) nel 2013 con il falso prelievo di sangue per evitare le accuse di omicidio. Prelievo che farà scattare la prima denuncia anonima (per timore di ritorsioni) di un medico donna che è anche cugina dell’infermiera. E dal 2013 arriviam a fermare i due a fine 2016…
Anche questa dottoressa è stata indagata perché non ha esplicitato in un esposto all’ospedale quanto aveva visto e saputo. Corretto, ma va riconosciuto almeno (cosa che la Procura farà) che questo medico è stato l’unico a tentare di smuovere le acque per qualcosa di grave che era avvenuto. Fanno tutti così negli ospedali? Direi di no. Saronno è soltanto la punta di un iceberg che ha scoperchiato alcune pratiche diffusissime soprattutto nella sanità: tacere. Tacciono i colleghi, tacciono i sottoposti, tace la direzione. Possono essere stato così protetti dal sistema sanitario ospedaliero  un anestesista e la sua amante infermiera? Ben difficile. Semmai la protezione indica la non volontà di smascherare scandali decisamente costosi in termini economici e di immagine e infine anche di perdita di potere con rimozioni di incarichi manageriali o spostamenti interni. Era ben noto che Cazzaniga facesse uso di cocaina. Ora, in un ospedale viene ammesso un cocainome? E un cocainome può avere in mano un paziente, addormentarlo per un intervento chirurgico e sperare che non sbagli i dosaggi? Quello che fa rabbrividire, ben più della coppia, è che si sapesse che un medico operativo fosse cocainomane e che dal 2013 una infermiera, con il suo aiuto, fosse sospettata di avere ucciso il di lei marito. Siamo in un ospedale pubblico dell’area milanese-lombarda, non dell’Angola. L’onnipotenza di lui, leggo sui giornali, che movente ha? Questa domanda, se non facesse rabbrividire visto gli esiti finali (i decessi) farebbe impietosire per la sua assurdità. Che movente c’è nel delirio di onnipotenza di un cocainome squilbrato in simbiosi con una squilibrata? Certamente, come hanno obiettato psichiatri che lavorano nel campo carcerario, c’è anche il fascino del male, e ci sono coppie che si cercano e si trovano proprio nel momento in cui il rispettivo malessere interiore sta esplodendo, creando un collante talmente forte e simbiotico per poter giustificare e darsi una mano vicendevolmente nel loro bisogno di vendetta. Di che? Del niente apparentemente, per il medico che nemmeno conosceva quei pazienti. Del marito, suocero e madre e zia, cioè della famiglia, per l’infermiera. Il movente del crimine è sempre fare del male a chi ci ha fatto del male, vero o presunto. Se fosse vero però non toglierebbe nessuna responsabilità a chi compie la vendetta agendo con le sue mani (cioè togliendo una vita). La chiamano folie a deux, oppure, come in questo caso, con complicità di omertosi silenzi che hanno consentito al delirio onnipotente di trovare anche una giustificazione plausibile, quella data dal medico: erano malati terminali, abbreviavo le loro sofferenze. Detto così è financo accettabile, segno che non di follia psicotica si tratta, ma di una decente lucidità e assenza di rimorso (ecco qua: narcisismo e psicopatia hanno lo stesso nucleo). I giornali riportano ogni giorno dal 30 novembre cose piuttosto diverse l’uno dall’altro e più spesso dimenticano di raccontare la storia dall’inizio non in senso morboso (come per la coppia diabolica dell’acido) ma di informazione per capirci qualcosa. I numerosi stralci di intercettazioni consegnati dalla magistratura alla stampa fanno intuire cose  che poi vengono ridimensionate (voleva uccidere anche i figli)  perché prese fuori contesto. I due vivevano insieme e a quanto pare Cazzaniga era affezionato ai bambini. La di loro madre invece, che fa sapere anche in Facebook di voler bene al suo bambino, sembra avere verso di lui, almeno negli ultimi tempi, una sorta di rapporto ambiguo: ti proteggo e ti coinvolgo, mi giustifico e ti insegno, ti tengo fuori e ti tiro dentro. Direi un rapporto materno distorto, ma pur sempre madre-figlio, perciò importante. Stesso rapporto importante, ma amoroso-sessuale, con l’amante che poi diventa a tutti gli effetti compagno di vita (e poteva essere diversamente?) in cui la manipolazione psicologica-affettiva è evidente. A questo punto viene da chiedersi: chi è il narcisista maligno e chi il suo braccio? Si potrebbe dire entrambi sono narcisisti patologici (appunto maligni) e si sono rinforzati a vicenda con modalità differenti. Ma torniamo in ospedale, dove sono accadute cose di cui ancora poco di sa. Le cartelle cliniche sequestrate: non significano che Cazzaniga abbia fatto fuori tutti, ma soltanto che una volta aperta l’indagine si spulcia tutto e molti parenti sospettosi si fanno avanti per avere giustizia magari di un morto che sarebbe morto comunque. E’ un atteggiamento psicologico dei parenti ampiamente riscontrato in altri casi appunto ospedalieri. Così come psicologico è il fenomeno di Facebook con una valanga di insulti all’infermiera. Naturalmente, come è diventato normale e liberatorio di questi tempi, tutti insulti con accezione sessuale (nemmeno il medico viene risparmiato dalle accuse di impotenza sessuale..) , voglia di vendetta, ecc. ecc. Normale che questo caso scateni rabbia molto più di altri, ma la prima rabbia dovrebbe essere contro la struttura, i suoi vertici e quei lavoratori che hanno accentuato il pericolo e, se i due non venivano fermati dall’arresto, potevano continuare indisturbati fino al vero e grande passo falso che prima o poi anche gli onnipotenti finiscono col fare proprio perché onnipotenti non sono (per esempio uccidere chiunque perché non hanno più niente da perdere e vogliono essere fermati) .

Anche sull’indagine ci sarebbe da dire. Due anni per verificare sono decisamente troppi in questo contesto pubblico. Solo a gennaio i due erano stati messi in condizione di non nuocere (emarginati diciamo…) all’interno dell’ospedale e chissà quante cose si sapevano e venivano dette sul loro conto e nei confronti di altri Un ospedale dovrebbe essere luogo non solo sicuro, ma anche di fiducia, e di assenza di veleni interni. Saronno ha scoperchiato soltanto quello che avviene in molti altri luoghi pubblici sanitari o delicati perché hanno a che fare con le persone. Peccato che tutto resterà concentrato sulla coppia diabolica per mettere a tacere anche le nostre paure e poterli definire due pazzi isolati.

Ps: non ho seguito il caso e nemmeno letto le accuse del Pm. Le mie fonti sono esclusivamente quelle riportate o fatte emergere tramite interviste da altri colleghi. Mi occupo di nera da trent’anni e qualche volta ho sbagliato la mia ipotesi iniziale di colpevolezza. In molti casi invece, l’esperienza mi ha aiutato a capire velocemente.