Dimenticare un figlio, può succedere anche a me?

La giustizia ha cominciato a fare il suo corso, con l’interrogatorio-fiume, fino alle 21 di ieri sera, della mamma toscana che ha dimenticato la figlioletta di 18 mesi in auto, dove ha trovato la morte.
Un lungo interrogatorio è segno che il magistrato ha voluto approfondire bene questa tragedia, così come è un atto dovuto aver disposto l’autopsia sul corpicino della bambina e l’apertura del fascicolo per “omicidio colposo”. La formulazione di omicidio colposo ha escluso, dopo l’interrogatorio, quello doloso, cioè con volontà. Non c’era perciò, secondo il magistrato, nessuna “scelta” di compiere un gesto che avrebbe per forza di cose portato la piccola alla morte, essendo l’auto a finestrini chiusi e sotto il sole. L’autopsia dirà esattamente l’orario della morte ma si può già ritenere che sia sopraggiunta non in sei ore, ma in tempi molto più rapidi e, unica consolazione, senza grande sofferenza: i bambini così piccoli piangono e si addormentano, passando in questo caso dal sonno alla morte che è sopraggiunta per arresto cardiaco.
La notizia, come tante altre che riguardano i bambini, ha suscitato reazioni forti in Italia. Gli psichiatri hanno spiegato (e non è la prima volta che lo fanno) che quanto è successo alla giovane mamma, dipendente comunale di rilievo e responsabilità, è un ìa sorta di corto circuito della memoria, una amnesia dissociativa temporanea dovuta allo stress. Lo stress è emotivo, è bene continuare a ricordarlo, per non confonderlo con la fatica fisica di fare tante cose anche in contemporanea, cui le donne sono molto più abituate degli uomini e ce la fanno anche in condizioni difficilissime. Si pensi solo a chi ha i gemelli e lavora e magari non ha un marito, o a chi fa due lavori e ha figli piccoli a casa affidati al più grande. A chi ha un marito assente per lavoro (e per irresponsabilità) o che ha un’amante e dei figli gli importa solo alla domenica. Perchè dunque quasi tutte le donne ce la fanno e alcune no? Sono una minoranza le donne che, sottoposte a forti e continuati stress emotivi (troppa responsabilità e poca percezione di poterla scaricare) pensano molto, anche prima di addormentarsi e pensano negativamente, coltivando il circolo vizioso del “ce la devo fare ad ogni costo” anzichè il più sano e consapevole “non ce la faccio sempre”. Pensano al mattino appena sveglie, con poche ore di sonno alle spalle, e al primo imprevisto che imprevisto in realtà non è quando si hanno figli che camminano da poco, dipendenti ma non totalmente come i neonati (la maggior parte dei casi di figli dimenticati in auto è nella stessa fascia di età) e più problematici da gestire. Fino ai due anni e mezzo il peso è enorme, ma lo è diventato sempre di più nelle società della “distrazione”. Qualcuno ricorda un video scioccante di una madre cinese che in piscina chatta e sullo sfondo si vede il figlioletto che sta affogando? A scene alquanto simili si assiste ogni giorno per la strada: di fondo c’è stanchezza, voglia di evadere, peso eccessivo e minore responsabilità morale, come se le mamme di oggi avessero più bisogno loro di una mamma, che di esserlo. Lo stesso vale per i padri. La dimenticanza degli oggetti è un primo segnale spesso inascoltato o addirittura giustificato con la paola stress, come se dirlo, perchè se ne sente tanto parlare, non signifchi assoulutamente niente. Di fatto, correre ai ripari è molto più difficile perché significa rinunciare a qualcosa, discutere con qualcuno, cambiare comportamenti e abitudini e spesso farsi valere sia al lavoro che in casa. Normalmente la gente reagisce allo stress urlando, litigando o mettendo i figli davanti alla tivù o al computer (per poi stressarsi di nuovo perché viene considerato sbagliato). Di fatto, il modo di reagire allo stress è spesso irrazionale, ma non arriva a livelli così elevati. Ho letto commenti di persone che dichiarano di aver dimenticato i figli al supermercato, a scuola o dalla nonna. C’è chi li perde sulle spiagge, nella calca di un centro commerciale, negli autogrill. Proprio dimenticati. Qual è la differenza con il dimenticare in auto senza il minimo ricordo della loro presenza e di un atto incompiuto (il lasciarli in mani accudenti e protettive come il nido)? Un profondo black out, non una dimenticanza di tre minuti: questi genitori hanno completamente rimosso i gesti fatti, che pure sono quotidiani, e non si chiedono per ore ed ore, non hanno nemmeno il dubbio, per ore ed ore, di aver saltato qualcosa, di non aver fatto qualcosa delle solite cose di ogni giorno. Perciò no, non può capitare a chiunque (e difatti si contano circa 500 in tutto il mondo automatizzato). Per quanto la amnesia dissociativa sia possibile e comune, non lo è la dimenticanza di un figlio per un tempo indefinito, e soprattutto in un luogo che tutti sappiamo assurdo, non fosse altro perchè viene lasciato solo. I gesti protettivi e accudenti, benchè siano ripetitivi, sono numerosi, e comportano relazioni umane non facilmente dimenticabili nè automatiche come percorrere una strada, la solita, immersi nei pensieri (la consegna del piccolo a qualcuno, per esempio). Perciò queste dimenticanze nascondono non solo alti livelli di stress, ma anche precedenti di emotività non espressa, di molti non detti, di sofferenze interiori trascurate, di divisione tra razionale ed emotivo troppo nette.
Il danno irreparabile è stato compiuto. Provare solo pietà e dolore, sentimenti che appartengono a tutte le persone empatiche e sensibili, però non aiuta ad evitare i prossimi. Le amnesie dissociative sono pericolose e spesso nascondono vere e proprie personalità dissociate che si manifestano proprio nei momenti di alto stress.

La mamma che scoppia

Ilaria svolgeva le funzioni di segretario comunale, presidente del nucleo di osservazione del personale dipendente, presidente di delegazione trattante di parte pubblica, responsabile anticorruzione, responsabile disciplinare per un Comune in provincia di Arezzo. Viveva in un paese vicino, era sposata ed aveva una bambina di 18 mesi. Fino a ieri mattina, forse alle 10 o poco più. Doveva lasciare la figlioletta al nido, ma l’ha scordato e ha parcheggiato come ogni giorno l’auto in piazza del Comune alle 8. A che ora si sarà alzata? Presto come sempre. Lavarsi, vestirsi di corsa, lavare la bambina, vestirla e tanti pensieri in testa. Il lavoro, la responsabilità e chissà cos’altro. Ma è già sufficiente per mettere, il 4 marzo scorso, sulla sua pagina Facebook, un post condiviso dal Fatto Quotidiano che calzava a pennello con la sua situazione: “Maternità e lavoro, perché le donne non ce la fanno più”. Sembrava un post normale: è diventato, oggi, il grido d’allarme inascoltato (anche da se stessa) di un burn out in agguato. Tre mesi dopo, ieri mattina alle 14, è uscita dal lavoro e ha trovato i vigili urbani che cercavano di rianimare la sua bambina ormai morta per il caldo. Nessuno l’ha vista dormire sul seggiolino nella piccola piazza di un piccolo paese, nessuno guarda niente, neppure, in questo caso, i permessi delle auto parcheggiate per tante ore.

Il burn out è un drammatico epilogo di stress prolungato che “brucia” le funzioni cognitive, la memoria prima fra tutte. E’ stato rilevato tra gli infermieri che hanno alta responsabilità verso i malati e sono sottoposti a turni faticosi senza poter riposare a sufficienza. E’ qualcosa che fa dimenticare, dissociare temporaneamente la parte razionale da quella emotiva. Capita a molti dimenticare un oggetto o un appuntamento, addirittura dissociarsi per superare un conflitto emotivo enorme. Ma a questi livelli di gravità è più logico parlare di stress prolungato, e lo stress è sempre emotivo.

C’è però sempre una differenza tra il burn out lavorativo e quello lavorativo-materno che come in altri casi si mescolano fino a diventare un solo lavoro, e un figlio viene dimenticato come fosse un’operazione quotidiana da sbrigare. Una sorta di “devo farlo per forza anche se non ce la faccio”.
E’ successo più spesso ai padri, ma anche le madri sono riuscite a saltare a piè pari il quotidiano gesto di togliere il figlio dal seggiolino, salutarlo e consegnarlo alle maestre. C’è un saluto di mezzo, un bacio, che stride con il quotidiano dovere. Come si fa a dimenticare un figlio? Con il cervello bruciato si può. Come si arriva a bruciarlo? Con un lento conflitto interiore che spesso è anche di coppia e carico familiare eccessivo, con la incapacità di dare priorità e vivere le responsabilità dividendole in compartimenti stagni, dove un bambino è un essere umano, mentre un lavoro, per quanto importante, non lo è. Non è così facile anticipare queste tragedie e certo la soluzione non è il seggiolino che avvisa acusticamente. I casi sono pochi, fortunatamente, ma quei pochi casi dicono più o meno la stessa cosa: il conflitto emotivo interiore esige una soluzione: eliminare il problema maggiore. Non significa che si vuole uccidere un bambino e tanto meno il proprio, ma piuttosto che non si è in grado di sostenere uno stress elevato e prolungato, una sorta di sottomissione al dovere (lavorativo e genitoriale, vissuti entrambi conflitualmente). C’è chi se ne rende conto e corre ai ripari per tempo, e chi mette un post su Facebook. Peccato che quel post avrebbe potuto diventare un altro che diceva “aiuto, non ce la faccio più, devo staccare o dimentico qualcosa di importante, anzi importantissimo”.

Resto convinta che se questa madre 37 enne, come altri genitori, avesse dato una importanza enorme al bacio dell’arrivederci alle 14, dopo il lavoro, sarebbe rimasto impresso fortemente nella sua memoria emotiva e non in quella razionale, che sempre può fallire. Resto convinta che queste madri e questi padri che fanno morire i figlioletti nel calore di un’auto sotto il sole, non siano emotivamente preparati ad essere madri e padri. Cioè assumersi contemporaneamente più responsabilità senza crollare in questa forma subdola e pericolosa che è la dissociazione psichica.

Un errore così grave si paga con una sofferenza indicibile ed eterna, perciò non credo che ci saranno misure restrittive come mai ce ne sono state in questi casi. Non credo però nemmeno alla capacità della psicologia di togliere un senso di colpa in assenza di una vera patologia mentale e penso che questa madre preferirebbe scontare una pena concreta per pagare e poter accettare quello che è accaduto. Ma credo anche, come sempre, che qualcun altro (familiari e capi e colleghi) dovrebbe pagare la sua parte per aver fatto arrivare questa donna a un simile punto di non ritorno: la donna deve poter lavorare e avere figli anche se non è superwoman come la società (e lei stessa) vorrebbero che fosse.

Sintomi di disturbi di personalità

Il bambino di tre anni che non sorride davanti alla macchina fotografica, come se fosse infastidito, da grande ritiene essere quella la foto che lo rappresenta meglio.  Non c’è nulla di tenero, nè di simpatico in quel bambino. Non c’è neppure un vero disagio o una sofferenza. Non è quel “bambino gioioso” che descriveranno i suoi genitori al domandare com’era da piccolo. Non c’è ombra di gioia in nessuna foto di quando era bambino (tutt’al più di sprezzante timidezza)  c’è, però, a tre anni (età delle foto), un episodio  memorizzato.  Chi può ricordare cosa gli è accaduto a tre anni?  Da adulto, lo smemorato selettivo, sa sostenere (con orgoglio) che è stato in ospedale per aver mangiato il veleno per uccidere le lumache e che gli hanno fatto la lavanda gastrica.  Più che ricordo potrebbero averglielo raccontato. Ma raccontato come? Forse preoccupazione per il discolo che era, forse ridendo, forse….sta di fatto che è difficile affermare con orgoglio di avere avuto una lavanda gastrica a tre anni.  In più sorge il dubbio: a tre anni si fa la lavanda gastrica o si usa il carbone attivo? Propendo per il carbone attivo e per il non ricovero.  Potrebbe anche essere una invenzione o l’esagerazione voluta di un episodio minore. E ora vediamo perché.

C’è un altro ricordo ospedaliero improvviso. Sono ricordi importanti perchè di tutta l’infanzia sembra non esserci traccia se non per un rifugio sotto la scrivania della maestra, le penne rubate costantemente ai compagni, la richiesta frequente di andare in bagno, la testa sempre tra le nuvole, il gioco del Lego in solitaria.  Il secondo ricordo ospedaliero è assolutamente casuale, durante una visita da adulto in ospedale: nel computer risulta un ricovero in pediatra a 12 anni. Zero memoria.  Nessuno in famiglia ricorda. Forse, si ipotizza in casa, allergia a un morso di medusa, essendo avvenuto in una città di mare.  Ma sembra alquanto strano, poichè sul computer c’è scritto ricovero e non pronto soccorso pediatrico. Di un ricovero nessun bambino di 12 anni perde la memoria. Ma nemmeno una madre, normale,  scorda un soccorso per allergia di medusa a un figlio. Il computer non mente. Il dubbio, anche in questo caso è chi mente o perchè non ricorda.

A 10 anni ricorda un incidente d’auto su curve a strapiombo sul mare, dove lo zio perde i sensi con i due bambini a bordo. Causa: crisi epilettica in soggetto epilettico. Il ricordo però sembra solo un racconto fatto da altri, senza nessuna emozione nè nessun dettaglio. Teoricamente un trauma peggiore della lavanda gastrica ma non viene, in questo caso, enfatizzato nè in bene nè in male. L’episodio non è inventato.

Più l’infanzia è vicina, si sa, più si ricorda.  A 9 anni, se si vive un gravissimo terremoto per giorni e giorni, anzi due mesi,  con morti e devastazioni totale del paese, si può ricordare solo la paura che i genitori morissero e nient’altro? Ma proprio nient’altro? Nè la perdita degli amichetti o dei nonni, della scuola, della casa natia? Una specie di tabula rasa senza emozioni collaterali: l’unica è la normalissima paura di perdere i genitori-protezione. Ma nei terremoti, si sa, non è certo questo l’unico trauma dei bambini, neppure se i genitori sono tranquilli.

La dissociazione può essere il primo segnale di un disturbo, la mancanza di memoria di un altro. La memoria selettiva ancora di più, in un soggetto che di memoria ne ha a sufficienza e persino eccessivamente precisa per le date. Ma c’è un altro punto di domanda: l’assenza d emozioni sollecitando il ricordo e la scelta di alcuni tipi di ricordi e non di altri.

L’emozione però arriva ed è risentimento, al mostrare scetticismo su altri due ricordi di infanzia: a 7 anni si è spogliato in classe davanti a tutti e non è successo niente, (e la madre nega) e a 8, in mare, un bambino lo voleva affogare.   Risentito al punto da dire, da adulto, che è stato giusto denunciare quel bambino alla nonna che l’ha redarguito davanti ai genitori e insistere sul fatto che un bambino di 8 anni voleva uccidere un coetaneo.  L’unica emozione è non essere creduto (da adulto), ed è una emozione che lavora dentro come un tarlo fino a diventare ossessione e vendetta.

Fin qui ‘infanzia. Ma gli episodi continuano in adolescenza e in età adulta. Cambiando e adattandosi fino a non essere più facilmente riconoscibili, se non per una costante foma di dissociazione cognitivo-emotiva e di emozioni in chiave negativa più che positiva quasi come se quelle positive non fossero conosciute e introiettate tra i ricordi.

Prossimo post: i segnali nell’adolescenza

“Madre assassina io ti odio”

Ogni commento lasciato sulla bacheca Facebook di Valentina, la donna di 34 anni di Settimo Torinese che due giorni fa ha gettato il neonato appena partorito in bagno dalla finestra, racconta l’odio che trasuda per ogni atto o pensiero che smuove la rabbia, profondissima, di una grande fetta di italiani. Che sia per un immigrato o un neonato, per un rapinatore o per un pedofilo, per una donna o per un uomo che abbiano compiuto qualcosa di altamente “socialmente” riprovevole, ogni scusa è buona per vomitare una crudeltà e una cattiveria che albergavano più o meno silenziosamente nell’animo umano della gran parte di queste persone. Nelle altre alberga una ignoranza abissale, non tanto di leggi (pazienza) ma di moralità, collegamento dito e pensiero, (così come nella vita reale di bocca e cervello) autocontrollo, dubbio, ricerca, confronto. Insomma di un minimo di cultura e ragionamento, proprio minimi, che ogni italiano si suppone abbia al giorno d’oggi. In Facebook vige una strana “moralità”: posso insultare e odiare pubblicamente chiunque sia lontano da me, posso fare uscire la parte peggiore di me poiché me lo consente stare dietro a un computer e appunto quella “socialmente condivisibile” interpretazione dei fatti e delle persone (che non servono, non sono nessuno per noi). Chi sono queste persone che augurano sofferenza atroce e morte a una donna che (come tante altre) si è sbarazzata (per usare le parole del pm) di  un neonato? Perché ben pochi si chiedono come mai, o aspettano notizie più dettagliate, o non  fanno la semplice, semplicissima equazione: uccidere un figlio per una madre è un atto talmente contro natura da essere folle? Perché non definirla pazza, piuttosto che puttana, stronza, bastarda. ecc.?

Leggendo le notizie riportate dai giornali e ieri dalla tivù, la prima distorsione è causata proprio dal modo in cui vengono riportati i fatti. Non sono obiettivi: danno subito adito a schierarsi in difesa o contro, come se un atto simile potesse sollecitare un giudizio di gusto o sbagliato, finge o dice il vero, è matta per convenienza o lo è davvero. Ad aprire la strada a queste aberrazioni di pensieri crudeli sono stati gli ultimi importanti casi mediatici di madri assassine.  Con una differenza sostanziale: Annamaria Franzoni, che pure ha compiuto un gesto decisamente più crudele e difficilissimo da compiere rispetto al gettare un neonato dalla finestra (fu storicamente un metodo usato da migliaia di madri, quello di sopprimere i neonati, gettarli nei pozzi, sotterrarli, sgozzarli come galline, soffocarli,  buttarli nei fiumi, ecc, a seconda di dove si trovavano e di cosa disponevano sottomano) è stata ampiamente difesa e (poco) ampiamente condannata perché ha tenuto un comportamento totalmente differente da Valentina di Settimo Torinese, e con lei tutta la stampa e la tv. Inutile continuare a illudersi che stampa e tv non abbiano interesse a montare i casi, e per montarli bisogna fomentare il dubbio che non sia vero quando gli inquirenti dicono che è vero (o estrapolarne le parole) e che è vero quando si dice il contrario, oppure si mandano queste donne in cura, cioè negli ospedali psichiatrici giudiziari oggi trasformati in Rems (ps: ho appena pubblicato il libro “Giudizio sospeso”).  La gente, chiamiamola così, non ama usare la testa, la sua, non vuole farsi opinioni, non vuole approfondire e sapere o dovrebbe ricredersi anche sulla sua vita privata, mettere in discussione i propri comportamenti e sentimenti veri, avere meno “amici”, meno consensi e soprattutto dovrebbe mettere in discussione la propria morale che ben conosce… ma si vive meglio senza averla.  Viene da pensare che gli esseri umani hanno la sola capacità di obbedire per paura e convenienza e non quella  di ragionare, a costo di scontrarsi apertamente e restare isolati dalla massa. Ma viene soprattutto da pensare che questa rabbia giunta a livelli inammissibili purtroppo per colpa di Facebook (ma anche ovunque siano assenti le prese di posizione poco convenienti) che non ha nessuna regola morale nè legale (ecco di nuovo l’incapacità di autolimitarsi) sia una grande sofferenza interiore trasformatasi in voglia di vendetta e giustizia, financo a sproposito e contro la persona sbagliata. In sostanza ognuno ributta in un atto i suoi problemi, anche piuttosto seri, e tutti di origine psicologica irrisolta. Non riesco spesso a vedere la differenza tra chi uccide materialmente e viene anche condannato dalla legge oltrechè dallo scontare un dolore a vita, e chi scatena il dolore negli altri, chi giudica in un secondo, chi accusa pubblicamente senza sapere o solo per vendicarsi di qualcosa che è capitato a lui. Esempio: una donna ha lanciato ingiurie alla donna di Settimo perchè lei non riesce ad avere figli. C’entra qualcosa? Nella realtà niente, ma nella fantasia inconscia tantissima. Una sorta di ingiustizia che si cova nell’animo viene catapultata sulla prima persona che la ravviva. Anche se i fatti non hanno legami concreti. Anche Valentina aveva problemi seri, talmente seri da aver gettato il suo bambino dalla finestra che per noi è un bambino ma per lei evidentemente no. Gli inquirenti hanno capito abbastanza in fretta il collegamento tra l’infanticidio e le patologie ereditarie di cui soffrono il marito e la figlioletta di tre anni. Qualcuno di chi insulta e augura la morte, ha mai vissuto una lunghissima depressione o conflitto nevrotico che conduce a uno squilibrio ossessivo e dissociato? Qualcuno di chi insulta ha avuto un marito che per nove mesi non si accorge che la moglie è incinta pur dormendo con lei e magari facendo l’amore? Qualcuno di chi augura la morte ha avuto un marito malato e una figlia malata e un padre che non le parla? Valentina ha confessato che il bambino era suo. Come l’abbia fatto non sappiamo, perché non eravamo presenti  alla ricerca della confessione che facilita il lavoro della polizia, la quale deve rispondere al magistrato del suo operato. Che abbia detto non ricordo o ricordo, è una banale estrapolazione delle poche parole che vogliono dire i magistrati alla stampa in prima battuta.  Avendo seguito tanti casi simili, posso ritenere che la donna, avendo nascosto la gravidanza, non poteva che continuare a nascondere il frutto di quella gravidanza che, ripeto, per noi è un bambino, per lei era “qualcosa” da nascondere. Come si fa? Prima di lei molte donne l’hanno affogato nel water perché è il modo più semplice quando si partorisce in bagno. Non è detto che esista premeditazione cosciente del tipo…quando nasce lo butto dalla finestra.. Anzi. Buttandolo esattamente sottocasa è evidente che di premeditazione non si può parlare e nemmeno di tentativo di nascondere un infanticidio. E come si fa ad accompagnare la figlia a scuola dopo un atto del genere? Io mi sono fatta un’altra domanda: come si fa a camminare dopo un parto e dopo un’emorragia senza nemmeno destare sospetti nei passanti? Qual è la differenza tra le mie domande e gli insulti? La ricerca delle corresponsabilità di chi non vede, non sa, non si mette La mia personale problematica psicologica non entra nel fatto, non si mescola, non accusa chi non c’entra niente con me. Questa donna a me ha provocato solo la giusta sofferenza che permette di andare oltre e capire e cercare di modificare la realtà in meglio. Quello che entra in questa tristissima vicenda, è l’esperienza personale del dolore, il mio e quello ricevuto e assorbito dalle madri assassine che ho conosciuto e che vorrei non esistessero più. Leggendo i commenti, invece, é difficile gestire la frustrazione che genera la stupidità, la cattiveria e l’egoismo. E che contribuiscono solo a fare altro male.

L’epoca delle passioni tristi

Camogli (Genova), gennaio 2017

Dottor Scardovelli, cosa sta succedendo? Omicidi anche minorili, aggressività, rabbia diffusa. Sono aumentati i disturbi psichici?

“Il padre di famiglia che per tutti era buono, se fa qualcosa di grave lascia tutti stupiti. Dentro le persone ci sono nuclei psicotici non riconosciuti che improvvisamente vengono fuori. Escono in momenti storici, quando la pressione sulla psiche è abbastanza forte. Oggi il clima psicologico è completamente cambiato. Quando mi sono laureato io si andava verso un mondo di abbondanza, oggi il futuro per i ragazzi è una minaccia, le prospettive future sono sempre più nere, non ci si può fidare dei politici, a volte nemmeno dei medici, è una società agli estremi. E’ riconosciuto che questo periodo non c’è mai stato, è una crisi antropologica…tutto il sistema della finanza che domina il mondo… l'”Io” personale come vive questa faccenda? L’Io non è stabile, permanente. Dovrebbe essere costante nel tempo, ma quando l’Io diventa impotente nel mondo, questo senso di impotenza provoca una disgregazione della psiche. Cosa succede: la psiche tende a frantumarsi, ad andare in pezzi, qui le subpersonalità prendono forma e diminuisce la forza dell’Io, la ragione sugli impulsi. Gli impulsi umani non sono tutti socievoli: sono violenti, aggressivi, conosciuti da sempre nella storia umana come demoni, parti oscure”.

L’incontro con Mauro Scardovelli sul lungomare della graziosa cittadina di Camogli, provoca sussulti emotivi e domande a cascata. Genovese di nascita, docente di diritto, scrittore, psicoterapeuta per vent’anni e oggi formatore e ricercatore che appare pubblicamente solo nei seminari per divulgare i principi della filosofia umanista e dell’approccio sistemico ed olistico cui fortemente crede, ha una capacità di eloquio straordinaria, quella di chi ha empatia, passione e consapevolezza. La teoria delle subpersonalità – ricorda – è del fondatore della Psicosintesi, lo psichiatra veneziano Roberto Assagioli, classe 1888, un libero pensatore vicino alle teorie di Jung.

“Nella visione junghiana l’Io è una parte della psiche che, nel corso della crescita, diventa come un magnete in grado di coordinare e governare le diverse istanze della personalità, ognuna con i propri impulsi, spinte, desideri, bisogni. Parlando in modo estremamente semplificato, quando l’Io non si forma in modo sufficientemente stabile, o nei momenti della vita in cui perde la capacità di svolgere la sua funzione, si può assistere ad un improvviso ribaltamento interiore”.

Parliamo di narcisismo.

“La definizione di narcisismo in psicologia cognitiva dice: grandiosità, mancanza di empatia e paura del giudizio altrui. Questi sono tre degli aspetti più caratteristici, a cui si accompagnano normalmente: presunzione, arroganza e permalosità. Una persona che ha una subpersonaità narcisistica, non necessariamente è sempre guidata da questa subpersonalità: in certi contesti, situazioni e relazioni, può comportarsi in modo gentile e rispettoso. Per questo motivo, talvolta si dice: “non ti riconosco più, improvvisamente sei diventato un altro”. Non è che l’interlocutore si è trasformato, è diventato un altro: più semplicemente ha preso il potere un’altra subpersonalità. Alcune persone danno segnali frequenti di cambiamento, di umore e di modo di comportarsi. Altre persone sono più imprevedibili: magari esplodono all’improvviso anche dopo 20 o 30 anni”.

Quale è la differenza tra patologia e non patologia, nel narcisismo ad esempio.

“E’ un discorso ovviamente complesso e delicato. Sono abbastanza rare le persone davvero equilibrate. Di solito, o hanno avuto famiglie particolarmente armoniose ed equilibrate, o hanno imparato a gestire le loro subpersonalità. Per la mia formazione giuridica, tendo a vedere una similitudine piuttosto forte tra la struttura della personalità e la struttura della società, imprese governo con una costituzione governo Parlamento alla popolazione. Già Platone sosteneva che c’è una forte corrispondenza tra governo della polis e governo di sè. Dentro un paese ci sono tante componenti diverse che possono rimanere nell’ombra anche per tempi molto lunghi. Pensiamo alla Germania, uno dei paesi più civilizzati e colti al mondo che ha generato il nazismo”.

Che cosa si può fare di fronte a queste evidenze?

“Analisi sono state fatte, infinite, più o meno valide ed intelligenti. Oggi dobbiamo trovare soluzioni. L’umanità deve prendere in seria considerazione che è collettivamente malata. Pensa male, dice male, parla male. Dire male crea malattia fisica e sociale. Oggi siamo in tempi in cui si maledice molto e si benedice assai poco. Il pensiero umano è una risorsa, ma ci espone anche a una grande tragedia. Noi umani siamo gli unici esseri dotati di linguaggio, gli unici in grado di mentire, di essere inautentici, falsi. Mentre un gatto è guidato dagli istinti e si comporta necessariamente da gatto, in modo autentico, l’uomo può sentire e pensare in un modo e dire cose totalmente differenti. Noi esseri umani siamo Homo Sapiens ma anche Demens. Il linguaggio può essere utilizzato per raffinare le qualità dell’essere, ma anche per generare dei tremendi orrori. La tecnologia è un tesoro, e nello stesso tempo un pericolo che abbiamo in mano. Sta a noi decidere, collettivamente, il modo in cui utilizzarla”.

Ci spieghi cos’è l’empatia.

“Quando c’è molta distanza tra chi sta in cima e chi sotto, gli ultimi, quelli che occupano le posizioni più disagiate, sono visti come oggetti da chi sta in cima alla piramide. Maggiore è la distanza, minore è l’empatia. L’empatia è una risonanza tra gli esseri umani che ci fa sentire simili”.

E cos’è la sensibilità?

“Ci sono persone più sensibili alla sofferenza altrui ed altre meno. Ci sono persone più corazzate, più difese, che si proteggono di più. Sono persone così che più spesso salgono verso i gradi alti della scala sociale”.

Quanto incide la genetica?

“Assai meno di quanto siamo propensi a credere. Un ruolo determinante lo riveste l’educazione e la socializzazione ricevute nell’infanzia sulle quali cose è possibile intervenire, se si ha la forza politica per farlo”.

Nelle relazioni cosa succede? Perché spesso non capiamo l’altro?

“Perché non siamo educati all’empatia, alla risonanza con l’altro. Non alleniamo la nostra capacità di metterci nei suoi panni, di guardare il mondo dal suo punto di vista. Assai di frequente siamo proiettivi, cioè non osserviamo l’altro per come è, ma proiettiamo su di lui i nostri vissuti emotivi o un’immagine arbitraria che ci siamo costruiti, che non corrisponde alla realtà”.

Cosa pensa della psichiatria?

“Gran parte della psichiatria moderna ritiene che le sofferenze psicologiche si curino con i farmaci. Psichiatri fenomenologici, che per formazione hanno davvero imparato a risuonare con il paziente, ce ne sono pochi. E’ nella risonanza che si comprende l’unicità dell’altro, non attraverso modelli e teorie astratte. Noi siamo attrezzati biologicamente per risuonare con la complessità. Un gatto è in continua risonanza, ha le antenne sempre tese e decide di conseguenza come agire”.

Che sentimenti stiamo vivendo in questo periodo storico?

“Il compito dell’essere umano è raggiungere la sua pienezza. Oggi, nell’epoca delle passioni tristi, come è definita da alcuni autori, siamo più pessimisti sul fatto che i contesti attuali ci possano portare a una vita piena, in cui i nostri bisogni fondamentali siano soddisfatti. Il senso di impotenza che ci pervade, si collega a un senso di profonda ingiustizia. Qui origina gran parte del malcontento e della rabbia sociale”.

Restringiamo questo concetto al recente efferato delitto dei due minorenni ferraresi?

“Certamente, direi, non hanno avuto l’esperienza di essere stati visti, riconosciuti, compresi dai genitori o da altre figure di riferimento. Essere visti, dalla psiche infantile, è considerato qualcosa di naturale e di dovuto. Quando questo non accade, si genera il senso di ingiustizia e il conseguente desiderio-bisogno di punizione, che può rivolgersi contro gli altri o contro se stessi. La psiche infantile, come la psiche dei greci nel periodo che precede la rivoluzione socratica, non tiene conto dell’elemento soggettivo, cioè non tiene conto delle ragioni che possono aver indotto i genitori o gli altri a comportarsi in modo distorto”.

Siamo esseri relazionali, diceva. In un senso più generale e non strettamente familiare, come incidono gli altri su di noi nella società in cui stiamo vivendo?

“Noi siamo come gli altri ci hanno fatto, diceva Sartre. In altri termini siamo il prodotto delle innumerevoli relazioni che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo. Sta a noi l’arduo compito di discernere ciò che è autenticamente nostro e ciò che è frutto di condizionamento ricevuto. Si tratta di un lavoro che dura tutta la vita. Conosci te stesso, diceva ‘oracolo di Delfi, e conoscerai te stesso e Dio. E questa è una buona notizia”.

Le lezioni-seminari tenute periodicamente dal dottor Mauro Scardovelli, fondatore dell’associazione senza scopo di lucro Aleph Pnl (umanistica integrata biodinamica), sono aperte a psicologi, psicoterapeuti e gente comune. Sono anche disponibili sul canale You tube dello psicoterapeuta.

Uccidere i genitori è difficile

Riccardo era deciso a farlo. Manuel l’ha fatto. In un certo senso Riccardo, che faceva il bulletto, che mostrava con sfrontatezza quello che possedeva e che di libertà ne aveva tanta, si è dimostrato per quello che è: un vigliacco. Tutto l’incontrario di Manuel, che appariva sottomesso, fragile, che chiedeva, desiderava e non si ribellava, che il padre arriva a definire buono e manipolato dall’amichetto di sempre e la madre, più intuitiva e realistica si domanda con angoscia se poteva uccidere anche loro due. Sì che poteva, Riccardo. Ha dimostrato di essere forte, deciso, capace di fare qualcosa di atroce, difficilissimo per un adulto che odia profondamente, che ha almeno un raptus incontrollabile di rabbia e si trova per caso un’arma a portata di mano, come in tutti i delitti d’impeto. Nella villetta della frazione di Codigoro, nel Ferrarese, non c’è stato nessun impeto e soprattutto è mancata la reazione umana di fronte al massacro: il vomito.

Se i ragazzi fossero stati dissociati, sotto effetto di allucinazioni o di psicosi indotta da droga (anche leggera), dopo il duplice delitto non sarebbero riusciti a fare altro che vomitare e scappare, rifugiandosi lontanissimo dal luogo della mattanza. Arrestati, non sarebbero riusciti a fare altro che piangere o, al massimo, chiudersi nel mutismo più totale. Invece no. Le intercettazioni ambientali in caserma a Codigoro, dove appositamente sono stati lasciati soli (come nel caso di Erika e Omar), stavano cercando di proteggersi dalla pena, non dalla colpa. Lo schiaffo del padre di Manuel al figlio, sempre in caserma dopo la confessione, e l’immediata richiesta di perdono, è di una superficialità disarmante, eppure è quello che tutti si aspettano non solo da un figlio, ma persino da un fidanzato, da un marito, un amico che fa del male. Se ha chiesto perdono vuol dire che è pentito, ha capito che ha provocato dolore. E’ un modo di pensare piuttosto comune, che trova una difesa accettabile per scusare ciò che  non può esserlo. Chiedere perdono, dopo, ha l’unico obiettivo di togliersi le responsabilità e pretendere di essere di nuovo accolti, come se niente, o poco, fosse successo.  Sostenere che questi due ragazzi non si sono resi conto di quello che stavano facendo è paradossale.

Le due famiglie

Benchè diverse, hanno  molti tratti in comune. Apparentemente, per quanto se ne sa finora, Riccardo ce l’aveva con la madre, tanto da comunicarlo apertamente, mostrare apertamente la sua conflittualità e ribellione, e questa madre, da un lato dava e dall’altra proibiva, da un lato era punitiva e dall’altro accettava. Da un lato minacciava l’abbandono e la cacciata del figlio (fatto  piuttosto raro nelle madri, ma non in quelle con altissimi conflitti personali e, direi, tratti narcisisti) e dall’altro non affrontava niente. Suo figlio faceva uso di spinelli, bigiava a scuola, aveva il  motorino, capi firmati e libertà di orari. A 16 anni aveva potuto permettersi di vivere in garage e glielo avevano permesso, perché in fondo andava bene anche a loro. A Riccardo, probabilmente, preferivano il fratello maggiore Alessandro che non era figlio di questa donna ma la considerava madre a tutti gli effetti. Immaginiamo la gelosia non espressa di Riccardo proprio a fronte delle parole lasciate su Facebook da Alessandro: gli avete dato tutto… Appunto. Il ragazzo ha, nei fatti, inconsapevolmente giudicato, non scusato. Avrebbe voluto forse dire gli avete dato troppo…

La famiglia di Manuel faceva i conti con un figlio disabile, che non è poco. Del figlio maggiore, bel ragazzo apparentemente buono, come lo descrive il padre nonostante abbia calato con violenza un’accetta 8 volte sulla testa di due persone che ben conosceva sin da bambino e che probabilmente niente gli avevano mai fatto, sapevano evidentemente niente. Si sono fermati alle regole, alla facciata. Non si sono mai chiesti se aveva empatia, affettività vera. Hanno  notato e contrastato ciò che era fuori dalle regole sociali, ma non hanno messo il becco sul mondo interiore di un adolescente che sicuramente covava un disagio da tanto, tanto tempo. E avrebbe ucciso anche i suoi genitori se fossero stati più apertamente conflittuali come lo erano quelli Riccardo. Non per niente non ha mai rotto l’amicizia con Riccardo, problematico quanto lui e incapace di accettare le frustrazioni quanto lui, non per niente fumava spinelli tanto quanto l’amico e chissà quanti altri amici del bar o della piazza di Codigoro. Nei disagi psichici le droghe fanno da detonatore e ancora si pensa che lo spinello sia innocuo. Bisognerebbe portare i ragazzi a vedere negli ex manicomi giudiziari quanti sono diventati delinquenti con l’uso continuato di droghe leggere.

Bisognerebbe smettere di pensare che queste vicende non facciano soffrire profondamente e si cerchino spiegazioni razionali che tendono a giustificarle. Sono enormi tragedie che nascono in famiglia, si sviluppano in famiglia  e non sono più tanto numericamente ridotte. Certo, la violenza fisica usata in questo caso come in altri, fa sbarellare prima di tutto noi (non coinvolti direttamente), che non sappiamo nè giustificare, nè capire, nè accettare, nè rifiutare. Perciò è meglio provare dolore (non pietà|) per queste “notizie” piuttosto che negarlo e farsi i selfie davanti alla villetta del massacro, sintomo lampante di una società malata, seriamente malata che non può che generare mostri. O, a livelli minori ma non meno pericolosi, vendicativi manipolatori, narcisisti e anaffettivi.

Il carcere minorile

Manuel e Riccardo da ieri sono rinchiusi nel carcere minorile di Bologna, ma uno dei due, probabilmente Riccardo, verrà spostato perché i due non possano incontrarsi. La loro amicizia si dissolverà come neve al sole tra pochissimo. Il loro rimorso, invece, forse non avverrà mai. Dipenderà dall’osservazione psichiatrica cui verranno sottoposti entrambi e che dovrebbe (dico dovrebbe per la freddezza dei comportamenti del prima, durante e dopo) fare emergere un disturbo dell’umore e dell’affettività rilevanti. Il gip ha ritenuto che possono ancora uccidere. Ha già detto tutto.

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovani assassini crudeli

Forse li ho conosciuti, Salvatore Vincelli e Nunzia Di Ganni, uccisi a colpi di ascia in testa mentre dormivano, nella loro casa in provincia di Ferrara, due giorni fa. Dico forse perché sono stata a cena in un ristorantino di Comacchio, cittadina incantevole e romantica , un po’ fuori dai circuiti turistici – e a torto – schiacciata da Ravenna e Venezia. Sono stata, in quel Polesine dove abitavano (Codigoro compresa), una volta cosi in miseria e vuoto e poco ospitale per l’uomo, da costringere a lasciarlo per vivere altrove e ora così normalmente pieno di villette. Non ho riportato grandi emozioni, non mi ha colpito la gente. Anzi, la gente di lì mi è apparsa ibrida un po’ come queste terre create dal Po, buono ma imprevedibile, un po’ come descrive il papà di M. il figlio 17enne che ha massacrato i genitori del suo migliore amico 16 enne. Una storia brutta, di quelle che ci sembra di aver già sentito varie volte e che io ho scritto per altri casi, ma questa non è come le altre. I motivi che spingono ad uccidere non sono molti: rancore, invidia, possesso, vendetta. Fare uccidere a un amico promettendo soldi è la giustificazione dell’assassino mandante e dell’assassino concreto (colui che uccide concretamente) perché un motivo logico bisogna pur sempre trovarlo. Lo stesso motivo logico a cui si aggrappa il papà di M, che nemmeno odiava i genitori del suo amico R. ma da lui era totalmente dipendente. Davvero? Questi due ragazzi non venivano sgridati a caso dai loro genitori. Entrambi. Non a caso sono diventati inseparabili, in una sorta di specchiamento reciproco di disturbo profondo che ha le stesse radici. Se i genitori di R. fossero vivi e morire fossero stati quelli di M, avrebbero detto la stessa cosa del loro figlio: era buono, l ha fatto per…cattiva compagnia, soldi, debolezza, ecc. Quanta debolezza ci può essere nel programmare un duplice omicidio con legami di sangue (il figlio) o di persone che vedi spesso e parli loro, e pranzi e ceni con loro e hai perfettamente chiaro che sono i genitori del tuo amico? Quanta debolezza può esserci nel prendere un’ascia e spaccarla sulla testa 3 volte (l’uomo) e 5 volte (la donna) vedendo il sangue che schizza, il volto che si deturpa, percependo la tua mano che impugna l’arma e violentemente colpisce non due tronchi d’albero ma due esseri umani che dormono e che ben conosci? Quanta debolezza può esserci nel chiedere scusa al papà  che grazie a quel “ravvedimento” tanto immediato, può dire “non lo abbandonerò mai, è un buono”? Quanta bontà può esserci in ragazzi che compiono omicidi per vendetta, malessere, senso dell’ingiustizia? Quanta moralità hanno appreso a 2 anni, età in cui già si può distinguere il bene dal male? Quanta empatia a 4, età in cui si riconosce il dolore dell’altro e si prova compassione? (Compassione non significa simbiosi).

Appena ho letto la notizia del duplice omicidio (titolo e luogo) e il sottotitolo che diceva “i corpi trovati dal figlio 16enne” ho pensato fosse stato il figlio. Benchè solo il caso di Erika, a Novi Ligure, riporti nella cronaca italiana degli ultimi trent’anni quest’età così giovane per delitti tanto efferati, è piuttosto consueto che chi lancia l’allarme sia anche l’assassino. Il cane che non aveva abbaiato a Novi Ligure (come in questo caso) mi aveva fatto pensare la stessa cosa: è stata la figlia. Per cui negare l’orrore non ha senso. I concittadini hanno sempre ritenuto (quasi di fronte all’evidenza) talmente assurdo un fatto eclatante commesso da una persona che conoscevano (per di più giovane e magari educata o figlia di gente normale, come il caso di Garlasco) da volerlo in qualche modo giustificare. In effetti, è ben difficile collocare nella nostra mente la crudeltà dei ragazzi o i loro problemi (chiamiamoli disturbi) compressi sotto un’apparente normalità. Fa spavento. Fa chiedersi come mai non ci si è accorti di niente. Fa persino pensare che se la madre di M. non l’avesse sgridato tanto e il padre di R. non l’avesse punito tanto per raddrizzarlo, non sarebbe successo niente. E poi ci sono i commenti (degli esperti) sul vuoto dei ragazzi d’oggi, sul bisogno dei soldi, sulla ribellione non incanalata, sull’immoralità dilagante. Tutto vero. Ma i delitti familiari ci sono sempre stati e la bassa età di chi li commette significa soltanto che il malessere non visto prima da nessuno, traformatosi in male e punizione, ha avuto l’occasione per farlo: un’amicizia, una folie a duex, che dà potenza e giustifica il successivo scarico di responsabilità, come sempre avviene quando una coppia diabolica viene arrestata e deve pagare la colpa. Perciò sì, i ragazzi sono colpevoli, la scuola è colpevole, i genitori sono colpevoli ,  chi giustifica è colpevole. Anche le vittime che si trasformano in carnefici possono scegliere. M e R. hanno scelto. Peccato che non avranno mai rimorso, ma solo vergogna.