Carlotto spiega il crimine in tv. Ma è un pregiudicato per femminicidio.

Massimo Carlotto e la paradossale difesa della sinistra anche 40 anni dopo.
Detto da una nerista di sinistra, anzi, estrema.

Stasera inizia la trasmissione “Criminal Minds” sui Rai4, una delle tante che vivisezionano per il pubblico i casi discutibili, quelli che fanno più audience che ricerca di verità. Non siamo nelle campo delle indagini, ma della ricostruzione dei casi.
Nemmeno a dirlo, chi sarà il conduttore? Lo scrittore Massimo Carlotto, considerato esponente di spicco del noir italiano.
Il primo ad attaccare la trasmissione è stato Il Giornale che si è fatto portavoce della famiglia, o quella parte politicizzata di essa, che ha chiesto di preservare la memoria della loro parente, Margherita Magello, la ragazza uccisa e Padova per il cui omicidio Carlotto è stato condannato, fuggito all’estero come molti intelettuali di sinistra (ma allora era un ragazzino di 19 anni…) e infine graziato su richiesta della sua famiglia dal presidente Ciampi.
Il Giornale fa una filippica di destra contro la Rai. E Il Manifesto una di sinistra, contro la famiglia, persino più dura.
Nessuna delle due entra nel merito nel caso Carlotto, giudiziario, nè del femminicidio per il quale è stato condannato, nè dell’opportunità, non tanto per la famiglia, ma per ragioni puramente morali, di mettere in tv uno che la giustizia ha ritenuto colpevole. I suoi libri si pssono comprare o no, ma la Tv è pubblica e il ragionamento va fatto. Come sempre è stato fatto per esponenti evidentemente di destra, o mafiosi, anche soltanto intervistati. Che privilegi ha Carlotto, a parte quello di essere stato graziato e dichiararsi innocente come tantissimi altri assassini? E perchè la sinistra ancora oggi (e cito il Manifesto di cui ho letto l’articolo in cultura) non entra nel merito del caso invece di fare il difensore politico a un fatto di cronaca nera, anzi, un femminicidio di una ragazza non politicizzata, 40 anni fa?
Io mi sono presa la briga di ricostruire quell’omicidio lo scorso gennaio. Ho impiegato diverso tempo e fatto diverse interviste, ho letto tutto quanto era disponibile e sono stata anche a Padova per rendermi conto con i miei occhi, come ho sempre fatto. Non mi sono, nemmeno per un momento, lasciata condizionare dalla politica di allora, stessa area mia, nè dai famosi avvocati (Pisapia) di allora o da tutta l’area che allora si è schierata con un ragazzino di 19 anni che ha raccontato, come fanno tutti coloro che non confessano (e perciò non ha nessun valore investigativo) come sono andate le cose secondo lui.
Il fatto incredibile, in un caso come questo, è che c’entri allora come oggi la politica. Qui si tratta di un banale, mi si passi il termine, caso di femmincidio dove non ci sono stati altri imputati nè sospettati e dove il futuro condannato ha ammesso di essere stato addirittura sulla scena del delitto ed essere poi fuggito. Quello che dispiace, e lo dico con amarezza, è che la destra o la famiglia che di sinistra non è (ma nemmeno è fascista) abbiano il potere di fare chiudere la sinistra e i cosiddetti intellettuali di sinistra a riccio su un caso di comune criminalità, neppure uno di quelli (tipo Battisti) che si possono inserire in un contesto politico dell’epoca. La morte di Margherita non ha niente di politico, proprio niente. E’ stato un omicidio scaturito da un impulso di natura sessuale. Purtroppo come tanti.
Massimo Carlotto si ritiene da sempre vittima di un errore giudiziario, come tanti. Vorrebbe, lui, come tutti gli intellettuali di fama, che si dimenticasse il passato. E invece, proprio per chi non ammette la sua colpa (e perciò nemmeno si è mai pentito), il passato resta vivo e deve restarlo per tutti. Chi crede all’innocenza di Carlotto, è libero di farlo. Come tantissimi credono ancora all’innocenza di Massimo Bossetti o di Annamaria Franzoni. Ma per avvocati, criminologi, giudici, magistrati e anche giornalisti di indagine, i casi discutibili (cioè quelli che lasciano qualche dubbio in assenza di confessione) l’unica verità vera è la condanna, in questo caso di primo e secondo grado, finché è sopraggiunta la grazia.
Siamo sicuri di essere coerenti? Siamo sicuri di non dare spazio alla destra solo perché la sinistra ha deciso che qualcuno è più intoccabile di altri? Siamo sicuri che un femminicidio consenta a uno condannato anche se 40 anni fa per femminicinidio (la grazia è del ’93) di intattenere il pubblico, spiegare, dettare ragioni, dall’alto delle sue conoscenze di crimine, in una tv pubblica?
I casi controversi sono sempre casi per i quali la difesa a spada tratta, se non è ben motivata nel merito, si ritorcono contro chi li sostiene.
Io sostengo che i partigiani hanno fatto bene ad uccidere. Ma non sostengo che un partigiano possa aver fatto bene ad uccidere una donna che non ci stava, solo perché mi conviene sostenere la lotta partigiana.

Ecco qui la mia ricostruzione del caso Magello-Carlotto.

Venti gennaio 1976. In via Faggin al numero 27 a Padova, fuori delle mura e non lontano dalla stazione, nella prima di una serie di villette a schiera rinchiuse da un cancello, abita Margherita Magello, 24 enne carina ma non appariscente, tranquilla studentessa lontana dalla politica che invece a Padova da un decennio agita i sonni di carabinieri e poliziotti. E non solo. Suo padre Giovanni, ingegnere, se ne era andato da quella casa a tre piani lasciando i due figli, Carlo e Margherita, con la moglie che tutti chiamano Mimì. Al piano di sopra, affittato giusto per non lasciarlo vuoto, abita una giovane donna con il marito tenente dell’Aeronautica. Ogni tanto un ragazzo va a trovare la sorella, ma più che andarla a trovare, ci va a studiare. La casa dove vive con il padre, un commercialista che a Padova conosce tutti, non è altrettanto silenziosa, e così il ragazzo, che fa ancora il liceo, ne approfitta. Se la sorella e il cognato non sono a casa, lui passa al piano terra dai Magello dove sa di trovare una copia delle chiavi pronte per lui. Con Margherita ci sono pochi scambi, anche se ormai si conoscono da tempo. Lei adesso ha quasi cinque anni più di lui, è fidanzata con Mario e si deve sposare, perciò i suoi pensieri sono altrove. Massimo, nella Padova divisa tra destra e sinistra, dura la prima come è dura la seconda, prova in fretta simpatia per Lotta Continua che nelle scuole fa propaganda e attira ragazzi che vogliono cambiare l’Italia, spesso in conflitto con i genitori di ben altra area politica. L’Italia è in subbuglio, nel 1976. Dal 1969 è iniziata la strategia della tensione, i neofascisti di Ordine Nuovo, tra Treviso e Padova, si mettono in moto per mettere bombe nelle banche e sui treni, e trent’anni di processi ingarbugliato le cose ma non le responsabilità. Anche il terrorismo rosso trova linfa vitale in questa stessa zona e, in mezzo, la sinistra extraparlamentare che ha già compiuto il salto di qualità dell’estremismo con l’uccisione di Calabresi nel 1972 a Milano. In questo caldo ideologico infernale che fa ribollire l’Italia, Massimo è un ragazzo che ha trovato amici che prendono a braccia aperte chi è pronto a fare qualcosa. C’è molto da fare anche a Padova, che è piccola e pettegola, ricca e operaia, arrogante e umile, capace di esprimere forti ed estreme contraddizioni. E bisogna tenere a bada i fascisti.

Sono circa le 17 del 20 gennaio e ormai è quasi buio. Una bicicletta entra nel cancello che rinchiude la stretta via privata e si ferma davanti alla villetta. Suona il campanello Magello. All’interno c’è solo Margherita, al telefono con una amica. Sta per sautarla e andare a farsi una doccia prima che la madre torni da Torino, e le dice in fretta: ti lascio, c’è uno alla porta. Margherita si era già tolta i pantaloni e la camicetta, e per andare ad aprire, scendendo i gradini, si butta addosso un accappatoio.

“Lui entra e le chiede le chiavi per andare, come di consueto, al terzo piano a studiare. Ma quel giorno non era uno qualsiasi. Aveva litigato con la ragazza, è stato rifiutato, era pieno di rabbia. Davanti a lui c’era una ragazza sola in casa e deve aver pensato a come era fatta sotto l’accappatoio”.

La mente comincia a fantasticare e infine a provarci. Una prova secca, che fa subito tirare indietro Margherita. Lui si carica di quella furia che hanno le menti annebbiate dai rifiuti e da altri rifiuti ancora più lontani nel tempo e ora la insidia, la vuole ad ogni costo e lei scappa, prima indietreggiando e poi correndo su per le scale perché altro non viene in mente quando ci si sente braccati. Arriva in camera sua e lì è in trappola: la casa è terminata. C’è il suo letto e sul letto verranno trovate le chiavi dell’appartamento del piano di sopra, ormai inservibili.

Lui ha un coltellino che porta sempre con sè, come fanno tanti ragazzi e come a quel tempo si faceva anche di più pensando a possibili aggressioni per la strada tra fazioni opposte. Scatta così, come scatta il coltellino serramanico, il bisogno urgente di colpire come se quella non fosse una ragazza, non fosse un corpo, ma fosse il diavolo dei suoi pensieri cattivi che lo tormentano e non trovano sbocco. Ti volevo, non mi hai voluto, mi piacevi, non ti sono piaciuto. Ti uccido.

Margherita si rifugia nell’unico luogo che è rimasto: il guardaroba-sgabuzzino, e lì si accoccola, ma non riesce a proteggersi da 56 colpi.

Lui la vede nel sangue, sente il mugulio lieve della sofferenza mortale e comincia a lavarla e sistemare l’accappatoio attorno al suo corpo, con cura, e attorno al capo le mette una fascia. Bella, composta. I criminologi lo chiamano undoing, cioè fingere che nulla sia accaduto in una sorta di affettuosa pietà.

Mezz’ora dopo, mamma Mimì ferma il taxi davanti a casa e vede subito che la porta d’entrata è aperta. Ha paura. Chiama la figlia e la figlia non risponde. Resta in strada, pensando ai ladri che forse sono ancora lì dentro, quando proprio in quel momento arriva il tenente dal lavoro, l’inquilino affittuario del terzo piano. Lo prega di entrare insieme con lei. In cucina non c’è nessuno e allora salgono le scale. Nella sua camera da letto tutto è in ordine e allora salgono ancora le scale fno alla camera di Margherita. La prima cosa che nota Mimì sono le chiavi sul letto, di fianco a una camicetta buttata lì. E’ il tenente a trovare il corpo, ormai morente, che spunta dallo sgabuzzino.

Quattro ore dopo, un ragazzo, Massimo Carlotto, si presenta alla caserma dei carabinieri di Prato della Valle in compagnia di amici e di un legale. Racconta una storia:

“Stavo andando a fare una ricognizione nell’area che è di spaccio di eroina per conto del movimento cui appartengo, Lotta Continua, quando ho sentito delle urla provenire dalla casa dove abita mia sorella. Sono andato a vedere e ho trovato Margherita Magello, che abita al piano terra della stessa villetta, in fin di vita. Ho raccolto le sue ultime parole: cosa mi hai fatto..io ti ho dato tutto.. Sono scappato per paura”. I suoi vestiti sono macchiati di sangue, ma lui ammette di averla toccata.

I carabinieri e il magistrato non credono alla sua versione e lo accusano di omicidio volontario (oggi si chiamerebbe femminicidio).

La sinistra si schiera con Carlotto, si muove anche lo storico difensore, l’avvocato Gian Domenico Pisapia. Carlotto è un militante, è certamente vittima di un complotto contro la sinistra. La teoria che lo difende però non trova sostegno forte nelle file della stessa sinistra italiana e per lui non si fanno manifestazioni. Non ci sono stati scontri con l’estrema destra, nè botte dei poliziotti: la perplessità, anche tra i giovani, è forte.

Undici processi e una fuga in Sud America così come aveva fatto il trevigiano neofascista Ventura, e una in Francia, protetto da Mitterand e uno stuolo di intellettuali. Non perchè volessero difendere un ragazzino padovano, benchè di Lotta Continua, ma perchè Carlotto, ormai nel gotha dei protetti solo per il fatto di appartenere a movimenti contrari allo Stato di allora, nel frattempo, in quei pochi anni di carcere, ha anche incominciato a scrivere romanzi, quelli che ti ficcano sorde coltellate raso terra e raso terra individuano il lato buio, il noir. Da scrittore diventa uomo di cultura e da uomo di cultura un intoccabile.

Massimo Carlotto si è sempre dichiarato innocente nonostante le condanne di primo e secondo grado. Il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro gli ha concesso la grazia nel 1993, non richiesta da lui (avrebbe dovuto ritenersi colpevole) ma dai suoi genitori.

Da uomo definitivamente libero ha detto: Margherita è una vittima che ha avuto giustizia, io no.

Massimo Carlotto vive tra Padova e Cagliari. E’ ritenuto il maggiore esponente italiano del noir.

Ps: la ricostruzione del delitto di Margherita Magello, 42 anni dopo, è stata fatta in base ai verbali , alle testimonianze e i ricordi dei familiari che preferiscono non apparire per discrezione e per la notorietà del personaggio in questione.

Ps2: pur essendo stata nell’area della sinistra extraparlamentare in quegli anni, e pur riconoscendo il clima di tensione che ha consentito di far regnare sovrana la confusione, ritengo l’omicidio di Margherita un femminicidio come tanti altri, con l’aggravante, semmai, che intellettuali, editori e autori, abbiano scelto di stendere un velo, non pietoso, ma di indifferenza su un caso giudiziario cui la parola fine è stata messa dalla grazia ma non dall’assassino.

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Donna, io ti uccido

10 gennaio    Sozzago, provincia di Novara: una donna di 45 anni viene uccisa a botte dal convivente con precedenti per violenza.

20 gennaio    Dalmine, provincia di Bergamo: ex operaio bergamasco di 62 anni spara in testa in un hotel all’amante nigeriana di 37 anni che voleva lasciarlo.

24 gennaio    Cremona: cinese uccide con la mannaia la moglie e il figlioletto di tre anni

31 gennaio    Macerata, provincia di Ancona: nigeriano fa a pezzi una ragazza di 18 anni: probabile rifiuto sessuale

10 febbraio   Milano: tranviere milanese uccide a coltellate una ragazza di 18 anni che lo rifiuta sessualmente

10 marzo       Cisterna di Latina, provincia di Roma: carabiniere spara alla moglie con la pistola d’ordinanza, si barrica in casa , uccide le figlie e si suicida. Era separato da mesi. La donna lo aveva denunciato e cambiato la serratura di casa.

15 marzo      Giussano, provicia di Milano: ragazzo di 28 anni uccide madre e nonna nel sonno e si suicida. Lascia un biglietto: i soldi sono finiti.

17 marzo      Reggio Calabria: donna di 48 anni uccisa con quattro colpi di pistola in testa mentre è appartata in auto con un esponente delle cosche mafiose calabresi. Lui  viene solo ferito di striscio.

18 marzo      Canicattini Bagni, provincia di Siracusa: 27enne uccide a coltellate la compagna di 20 anni, madre di suo figlio di 8 mesi, e la getta in un pozzo artesiano. Litigavano da anni.

19 marzo     Terzigno, provincia di Napoli: 31enne separata da pochi mesi viene raggiunta davanti alla scuola della figlioletta e uccisa con la pistola. Il marito aveva lasciato un biglietto: mi faccio giustizia da solo. Si è suicidato.

Letti in sequenza, i femminicidi e le stragi compiuti in due mesi (18 gennaio-20 marzo) fanno aggrottare la fronte: adesso a chi tocca?

Letti in sequenza, i provvedimenti di prevenzione del crimine di genere, dal 2013 al 2017, sembrano invece acqua e sapone per lavare il sangue: la legge 119 del 2013 ha inasprito le pene (per uomini e donne) che compiono atti persecutori, il cosiddetto stalking che comprende atti di pedinamento, offese, minacce e appostamenti con qualunque mezzo, dal telefono all’auto, dalle scritte sui muri alle piccoli ritorsioni dagli insulti verbali a quelli scritti anonimi, dalla “triangolazione” (cioè l’utilizzo di terze persone) per diffamare, all’uso di facebook per spiare e creare stati ansiogeni. Nel 2017 al Senato è stata istituita la commissione parlamentare di indagine sul femminicidio e ogni forma di violenza. Dal 2017 la data dell’8 marzo è centrata contro la violenza sulle donne in tutto il mondo con scioperi generali.

Femminicidio: vocabolo entrato (a fatica) nella comunicazione dei mass media solo da pochi anni. E’ stato coniato nel 1990 negli Stati Uniti dalla docente americana Jane Caputi e dalla criminologa Diana Russell individuando una categoria criminologica vera e propria che fonda il movente dell’omicidio di genere nella cultura patriarcale del diritto maschile sulla donna.

In Italia i femminicidi sono in calo da diversi anni, così come lo sono gli omicidi (343 all’anno), ma aumenta la sproporzione: un omicidio ogni due è di genere, cioè si uccide la donna in quanto tale. Lo scorso anno sono stati 117.

L’Italia non è in testa a nessuna lista nera di assassinii di donne, neppure in Europa. Sono i giornali ad enfatizzare alcuni femminicidi, e in particolare quelli di ragazze molto giovani, di mamme, di donne uccise da extracomunitari o di stragi familiari. Quello di Reggio Calabria, che pure è evidentemente un femminicidio, l’ho trovato cercando i casi del 2018. La donna-amante e per di più di un esponente delle cosche è una notizia fastidiosa o una notizia locale. Così come l’omicidio della nigeriana in uno squallido hotel dove si incontrava da tempo (ma non era prostituta) con un bergamasco che non ammetteva di essere da lei lasciato. Il caso di Pamela Mastrogiacomo è stato addirittura trasformato in un serial horror a discapito persino della verità, e la componente razzziale ha avuto la meglio persino su quella sociale (lei tossicodipendente) con la conseguenza che abbiamo visto a Macerata. Chi ha armato Traini, vendicatore fasullo di Pamela? La sua mente predisposta alla difesa della razza bianca, la potente manipolazione politica su un soggetto predisposto a delinquere e l’altrettanto potente suggestione generata da dialoghi, immagini e fantasie di stampa, televisione e bar di paese.

C’è una possibilità – e se lo chiedono in molti da diversi anni – che esista l’effetto manipolatorio su personalità fragili e predisposte ad agire il vissuto del male, cioè lo sperimentare di persona il fare del male a qualcuno?

No. La risposta è sempre stata no. E’ stata no per i videogiochi violenti, è stata no per gli americani che uccidono nelle scuole, è stata no persino nei suicidi. Con una precisazione: circa 15 anni fa ci si era accorti che ogni volta che si scriveva di una persona che si buttava da un ponte, alcuni giorni dopo se ne buttava un’altra. Peggio è stata la sequenza di suicidi per asfissia in auto; una vera ecatombe, tanto da fare prendere la decisione ai giornali di non pubblicare più alcun suicidio a meno che non fosse collegato a una vicenda di rilievo. Nonostante la stampa non ne parli, i suicidi sotto i treni in superficie e sottoterra nelle città, continuano con picchi nei mesi che sono stati ampiamenti studiati: vicino alle vacanze di Natale (prima o dopo), vicino a quelle estive (prima, durante o dopo) e l’inizio dell’autunno e della primavera (mesi in particolare che incidono sui disturbi di depressioni bipolari e ciclotimici, quelle a più alto rischio di suicidio).

I suicidi, nonostante non se ne abbia neppure notizia se non si è direttamente coinvolti, sono un numero spaventoso: 4000 all’anno. A niente è servita la prevenzione “fisica” ad esempio sul Duomo di Milano o sui ponti noti per buttarsi di sotto da grandi altezze (il ponte di Paderno o quello di Spoleto) con reti e barriere di impedimento. Chi non può più suicidarsi lanciandosi nel vuoto da un punto alto che gli assicura la morte istantanea, ripiega sull’ultimo piano di casa, il metrò, i treni, i farmaci, i coltelli. Se la decisione è quella di morire, si muore. Perciò sì, quando si è cessato di scrivere dettagliatamente come si era sucidato qualcuno col gas di casa o il gas di scarico in auto questi tipi di suicidi sono diminuiti e hanno almeno (per le case) evitato qualche morte di innocente. Ma chi aveva deciso di morire l’ha fatto lo stesso. Cosa scattava nella mente allora, leggendo un articolo o sentendo una notizia in radio e tivù?. L’idea del come, non del perché. Chi  cerca di morire cerca idee su come morire senza soffrire. Basta mettere in google queste parole ed escono automaticamente, segno che la ricerca è numerosa anche se non signfica automaticamente che tutti coloro che cercano poi si siano davvero uccisi. Per uccidersi occorrono diversi fattori, primi fra tutti quelli chimici che regolano l’umore. Le motivazioni che a noi sembrano a volte riduttive, puerili e incomprensibili, nel cervello di una persona in disequilibrio psichico-emotivo assumono sembianze totalmente diverse e ogni rifiuto o fallimento si ingigantisce. E’ sbagliato parlare genericamente di depressione, ma sono occorsi anni anche alla psichiatria per capirlo. A noi ne seviranno molti di più finché i titoli della stampa saranno sempre: era depresso, ha ucciso la moglie. Oppure, peggio ancora: era geloso, ha ucciso la moglie. La depressione in sè non fa uccidere (anzi: è il ripiegamento su se stessi per poi risalire), così come il sentimento della gelosia, benché faccia soffrire chi lo prova, e anche molto, non è collegato al desiderio di soppressione fisica ma piuttosto mentale dell’altro. Le persone patologicamente gelose, sono persone che hanno già manifestato precedentemente comportamenti passati inosservati e non per forza violenti nel termine che conosciamo (per esempio sono ossessive, pignole, controllanti o/e incapaci di autocontrollo), uno dei quali si esprime con quella che definiamo gelosia. Tutti siamo gelosi, tutti non vogliamo perdere qualcosa cui teniamo molto, ma pochissimi di noi uccidono o perdurano nel fare del male all’altro o mettono on atto meccanismi disfunzionali per ottenere ciò che vorrebbero. Quei pochissimi che lo fanno (ma tanti nel resto del mondo e in particolare in America Latina, in Asia e in Spagna) sono una sorta di borderline (non nel senso psichiatrico ma di personalità limite) che già contiene la possibilità di non accettare la perdita. Si definiscono disturbi dell’attaccamento. E sono di entrambi i sessi, ma nell’uomo vengono elaborati anche secondo la cultura di massa.

Sono tutti casi psichiatrici? La maggior parte dei femminicidi viene commessa da personalità paranoiche, dipendenti e narcisiste. Nei giovani prevale invece il disturbo borderline, la depressione bipolare e l’uso delle droghe. Queste ultimi sono in netto aumento e non a caso spiccano negli omicidi e persino nelle stragi familiari ragazzi tra i 24 e i 35 anni.

Che siano aumentate le forme depressive nei bambini e negli adolescenti è fenomeno ampiamente studiato e confermato dagli neuropsichiatri in tutto il mondo. Che siano più difficili da riconoscere e si manifestino in modo differente rispetto a quello che più o meno conosciamo, anche. Il bullismo, ad esempio, è considerata una espressione di disagio non sociale ma emotiva che a volte combacia anche con quello ambientale e a volte no. Il ritorno della droga che cerca in chi la assume di combattere la depressione (l’eroina) lo spiega ancora di più. Ma anche le droghe casalinghe che si sniffano (trielina, gas  butano) considerate innocue, vengono assunte per trovare uno sbocco al disagio esistenziale con la conseguenza di portare soggetti predisposti (appunto coloro che cercano soluzioni al disagio) a forme di dissociazione e psicosi. Senza parlare della cocaina e di tutte le mentafetamine di cui si conosce l’enorme consumo ma non si indaga mai su chi sono gli assuntori e in quale quantità la assumono. Tutte le droghe sintetiche stimolanti agiscono sulle cellule nervose e modificano lentamente i comportamenti. Noi sappiamo che chi ha ucciso ha usato droghe solo se era un tossicodipendente, ma non sappiamo mai se chi ha ucciso faceva uso saltuario di droghe e lo teneva ben nascosto.

Alcn femminicidi fanno riflettere più di altri: può uno che aveva amanti essere geloso della moglie? Sembra un controsenso. Eppure il carabiniere di Cisterna di Latina le amanti le aveva. E, anzi, è stato proprio questo uno dei motivi scatenanti della richiesta di separazione. E dovremmo smettere di pensare che lui aveva amanti perché con la moglie non aveva un rapporto soddisfacente. Chi ha amanti (o va a prostitute) compie scelte precise, cercando più o meno lo stsso effetto della droga che schiaccia il problema e lo rende innocuo. Ma il problema resta e, anzi, si ingigantisce.

Perciò io non credo che nei femminicidi si possa parlare di emulazione nonstante ne vediamo dolorosamente uno dietro l’altro. A leggeri bene sono tutti casi diversi e anche la reazione delle donne nel rapporto è stata diversa. Chi ha lasciato e chi no, chi ha avuto subito un nuovo parter e chi no, chi litigava da anni e chi taceva da anni.

Chi vuole uccidere, uccide. Basta una esplosione interiore al percepire la fine, una rabbia covata, un senso del diritto che impedisce il dialogo, un fragilissimo “io” che sta andando in mille pezzi e non ha idea di come ricomporsi se non quella appresa negli ambienti che ha frequentato (famiglia, scuola, società, lavoro e perchè no, social pieni di odio come lo è Facebook o le innumerevoli e dettagliatissime descrizioni di come fare soffrire il partner che si trovano in internet).

Io non credo alla prevenzione, nel rapporto di coppia, come se fosse il mettere la cintura in auto per non morire in caso di incidente. Credo, fermamente, che le prime a rendersi conto dei segnali debbano sempre essere le donne e che chi potenzialmente è capace di uccidere dà segnali di vario tipo, tutti che fanno provare disagio (a volte rabbia) alla donna.  Credo femamente che gli organi di polizia che raccolgono denunce debbano essere preparati a stilare una serie di domande intelligenti, e non queste: ha ricevuto minacce di morte? Manda messaggi insistenti? Si fa trovare sottocasa o al lavoro? Ha cambiato la serratura?  Credo fermamente che tutti i centri anti-violenza debbano smettere di studiare e ficcarsi fisicamente nelle situazioni difficili facendo da cuscinetto con la fermezza di chi sa esattamente capire cosa potrebbe succedere in quella casa o appena fuori da quella. Credo fermamente che siano in mano a gente totalmente incompetente che ha a che fare con donne piene zeppe di sensi di colpa tipicamente femminili, riparatrici come lo sono le donne, comprensive come sono le donne, e a volte, fatemi correre il termine, stupide come lo sono le donne romantiche, sfidanti il pericolo, o quelle dipendenti senza una vera ragione economica di esserlo.

Le donne all’ultimo appuntamento ci vanno, e se non ci vanno e hanno cambiato la serratura di casa o hanno mille protezioni di avvocati e centri per donne maltrattate, vengono inseguite e braccate lo stesso come Antonietta a Cisterna di Latina.

Immacolata, uccisa solo ieri, come altre donne che non amano più e hanno deciso di tagliare per sempre, ha fatto errori che ha pagato con la vita. Il primo errore è sempre quello di non comprendere fino in fondo il proprio compagno, soprattutto coi figli di mezzo (che non sono amati da questi assassini, si badi bene, ma vissuti come ulteriore perdita di potere maschile). Tutte le zone d’ombra di una persona vengono sempre a galla e fortemente solo nei rapporti affettivi. Non per niente il femminicidio è un delitto passionale, cioè della sfera della passionalità (da non confondere con l’amore: sono pulsioni affettive interne) e non per niente si è giunti a modificargli il nome. Fare entrare nella cultura mondiale il concetto di benevolenza ( volere bene) è una impresa titanica. I narcisisti sono egocentrati e l’egocentrismo interpreta i segnali esterni in senso introverso: lei osa lasciarmi, lei osa sminuirmi, lei osa impormi scelte, lei osa…ecc. ecc. Ma al momento delle sepearazioni accade qualcosa di molto più grave per uomo e donna: il dolore del fallimento che è ben più bruciante, all’inizio, di quello della perdita. E’ qui che interviene il soccorso del narcisismo positivo che noi chiamiamo autostima, dove il suo improvviso crollo viene soppiantato naturalmente da un lento e doloroso percorso di risalita. Quando questo meccanismo si inceppa malamentee l’ossessione ha il sopravvento, e la perdita viene vissuta in modo tragico, chedere aiuto agli psicologi serve, ma non basta. I veri alleati restano i farmaci che regolano l’umore nei momenti di squilibrio pericoloso per sè e per gli altri.

Perciò io non credo all’emulazione nei casi di femminicidio. Credo che l’idea di come uccidere può avere il suo peso (così come nei suicidi) ma la forza di togliere una vita richiede un basso concetto morale della vita altrui (anche prima) e la certezza che la propria morte conseguente (il sucidio) o l’arresto, toglieranno definitivamente il dolore. In effetti è così: in carcere, gli assassini si sentono contenuti e uguali ad altri che hanno comesso crimini. Lasciando un uomo che ha ucciso la sua compagna in giro, pardossalemente, gli procureremmo una ancor più grave sofferenza  psicologica. Uccidendo ha sì risolto il dolore lacerate della frustrazione abbandonica, ha sì compiuto un gesto che gli ha ridato autostima, ha sì ristabilito il potere dell’uomo sulla donna, ma sbollito il senso di grandiosità, non saprà più che farsene. Il carcere che contiene con autorità tutti gli impulsi, è spesso vissuto da questi uomini come l’ancora di salvezza dal dolore potente che provavano prima. Ma nei fatti non cambia nulla dentro di loro. Ho visto assassini usciti dal carcere a pena scontata, dire: tanti anni fa ho compiuto un reato. Nemmeno dopo, la donna è una donna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il fratello del carabiniere di Latina è l’altra metà dell’inferno

 

Si chiama Gennaro. Oggi parla a ruota libera tentando di difendere Luigi Capasso e le bambine (“le mie principessine”) uccise da suo fratello con determinata volontà. Non ce la fa a dire apertamente che sua cognata è colpevole, e allora ci gira intorno parlando dell’avvocato di lei “che le ha imposto di non fargli vedere le bambine”. Ecco perché ha dato fuori di matto. Gennaro Capasso arriva a dire che suo fratello ha avuto “un black out di 15 minuti”.
Fa niente se ormai è noto che era stato tutto premeditato (5 lettere) e che ancora (e mai lo saranno) non sono stati resi noti i veri motivi della rottura della coppia. Fa niente se suo fratello ha commesso qualcosa di abominevole, rinforzato dal fatto di essere carabiniere. Siccome è morto, poveretto anche lui e qualcuno anche per lui dovrà avere un sentimento di pietà.
La giustificazione per Luigi Capasso è la stessa che ha lasciato viva (perché soffrisse in eterno, si badi bene alla crudeltà del gesto) Antonietta Gargiulo, e ucciso le sue bambine. Se non l’avesse giustificato, se non avesse avuto pietà, se non avesse provato questi enormi sensi di colpa che a noi donne fanno provare sin da bambine e che pesano come macigni in tutte le nostre scelte, rinforzati dalle colpe che ci danno gli altri soprattutto nei matrimoni (prete, colleghi di una e dell’altro, genitori, parenti) a rischio di rottura, ecco, se Antonietta non avesse giustificato in parte suo marito, sarebbe andata diversamente. Gli ha dato un potere enorme di vendicarsi.
Mancano tanti elementi per comprendere, ammesso che lo si voglia fare.
Mancano, soprattutto, gli elementi della vita di coppia (di cui nulla sappiamo e nulla sapremo mai) e dell’infanzia e adolescenza del carabiniere, di cui nulla sapremo mai neppure da chi potrebbe raccontare molto.
Appena questa orribile vicenda di Latina è terminata, ho scritto un post che ha raggiunto centinaia di persone. Era uno dei primissimi, nei social, che oltre a informare diceva anche che l’epilogo della sua vita ha raccontato la sua vita precedente.
Non è vero che si sbarella per un divorzio o una separazione. Si soffre, e molto anche. Si provano svariati sentimenti, spesso potenti e aggressivi. Non è vero che il senso del possesso scatena l’odio omicida. Non è vero che la disperazione o la depressione conseguenti al senso di perdita conducano ad atti contro gli altri così abominevoli. Lo sappiamo tutti: uccidere i propri figli, per di più piccoli, è un atto abominevole.
Il carabiniere aveva subito un provvedimento disciplinare per truffa assicurativa. L’Arma non spiega di più, ma questo aiuta a capire chi era. Qui si parla di un uomo che aveva il senso del diritto (attenzione, non c’entra col possesso!) e l’incapacità di vivere la conseguente frustrazione per non poterlo esercitare.
La moglie non l’ha lasciato per uno schiaffo o una strattonata davanti ai colleghi. In quell’occasione ha fatto un esposto contro di lui. Si badi bene: arrivare all’esposto significa che aveva fatto altro, e non necessariamente altro violento fisicamente. Qui viene richiesta la capacità di interpretazione: ossessivo, geloso, paranoico e con il senso del diritto. E’ chiaramente un disturbo della personalità, ma non signfica matto, squilibrato o incapace di discernere il bene dal male. Nè signfica che si diventa disturbati a seconda degli eventi stressanti, il più potente dei quali, nella scala degli stressor, è l’abbandono del coniuge e la perdita della casa familiare. Il detonatore che ha fatto esplodere la bomba è stato probabilmente il tribunale, cioè il vicino colloquio davanti a un giudice. Nella mente di personalità come quella del carabiniere killer, il giudice è colui che decide della tua vita privata, dei tuoi desideri, dei tuoi diritti negati. Un carabiniere ne soffre ancora di più, ma spesso molti diventano appartenenti delle forze dell’ordine proiprio perchè già soffrono di un senso di inferiorità e lo compensano con divisa, potere, armi.
Non racconto niente di nuovo. La novità è semmai che ritengo impossibile che le forze delll’ordine, o gli avvocati o gli psicologi cui si era rivolta Antonietta, abbiamo gli strumenti per capire la complessa personalità del narcisista che farà boom quando, pur di non andare in frantumi lui (la sua immagine traballante, il suo senso del diritto negato, il suo vittimismo di fondo, la vigliaccheria e dipendenza) manderà in frantumi chi secondo lui ha provocato la sua immane sofferenza.
C’è poco da fare se non cambia la mentalità femminile: il senso di colpa funge da freno in tutte le relazioni disturbate che solo apparentemente funzionavano. E’ evidente che non hanno mai funzionato: galleggiavano nel non-detto. E’ evidente che si sono rette sull’inganno reciproco. E’ evidente che se un uomo arriva ad uccidere, non è solo perché aveva la pistola in mano, ma perché uccidere il nemico era già contemplato persino dalla scelta professionale. Cosa ha fatto il carabiniere? Ha lasciato intendere ai colleghi per otto ore che non era cattivo, e invece lo era. Ha lasciato intendere anche da morto che lui pensa alle figlie pagando loro il funerale. E le ha uccise restando poi a guardarle per otto ore.
In psicologia si chiama narcisismo perverso.

Il caso (intricato) di Pamela

 

Lo leggeranno gli ormai pochi interessati, perché Pamela non fa più notizia. A me, personalmente, interessa capire come sono andate le cose. Ho cercato di riordinare il caos scritto e televisivo dal 31 gennaio, primo giorno in cui questa storiaccia è apparsa sui giornali con il ritrovamento dei due trolley. Mancano molti riscontri effettivi (non dispongo di orari esatti, celle telefoniche, numeri di telefono chiamati, ecc. e verbali di interrogatori anche solo testimoniali) e non mi sono nemmeno addentrata nell’autopsia non avendo nessun documento ufficiale in mano (e forse anche non credendo ciecamente alla sua veridicità, essendo stata doppia).

IL 29 GENNAIO 2018
Pamela è ospite da ottobre della comunità di recupero Pars di Corridonia, paese che dista circa mezz’ora d’auto da Macerata, nelle Marche, lontano dalla costa. Viene da Roma, dove da diverso tempo era diventata ingestibile in casa e in altra comunità. Pamela, nel 2016, dopo una breve storiella amorosa, conosce un ragazzo problematico e piccolo spacciatore e con lui inizia a drogarsi. Secondo la madre non si fa (cioè non si buca), ma sniffa eroina oltre che hascisc. E’ lei stessa a scriverlo su Facebook all’età di 16 anni: forse un giorno smetterò di fumare. Pamela però non si droga solo perchè ha conosciuto un drogato, ma si droga perchè lei stessa ha un disturbo della personalità che la porta a incontrare le persone come lei. Pamela è immatura. Si affida alla madre che la vuole recuperare e lei stessa è contenta dopo poco tempo della comunità Pars dove ha trenta compagni di sventura ma nel giro di due settimane la individuano per un lavoro di responsabilità: occuparsi della lavanderia. E’, questo, un lavoro vero e proprio molto in uso in tutte le comunità e anche negli ex ospedali psichiatrici e serve a responsabilizzare uno o più ospiti in cura che maggiormente si ritengono in grado di compiere l’attività. A dicembre però Pamela comincia ad accusare malessere. E’ lo zio avvocato (lo stesso che ora difende la famiglia e, per inciso, uomo impegnato in Forza Nuova a Roma) a riferire che vomitava. Da ottobre Pamela non poteva più toccare droga e nemmeno telefonare. Come in tutte le comunità però, una volta maggiorenni, non esiste la coercizione, ma solo convincimento e regole, a volte molto rigide per esempio sui contatti con l’esterno. Nonostante questo, Pamela sistema le sue cose nel trolley e lunedì 29 gennaio imbocca il vialetto principale del Centro di recupero, i cui responsabili diranno poi che hanno tentato di fermarla, inutilmente. Non è escluso invece che non se ne siano nemmeno accorti. Quando se ne accorgono avvertono la famiglia (è la regola) per sapere soprattutto se andrà a casa da loro. Che abbbiano avvertito anche i carabinieri ho i miei dubbi (non ci sono reati) mentre è certo che l’abbia fatto la madre al commissariato di Roma o lo stesso giorno o il giorno successivo.
Si sa per certo che Pamela incontra un’auto mentre cammina in mezzo alla campagna, nell’unica stradina che collega i vari paesi. E’ un Opel guidata da un meccanico della zona che, alle 13 e 30, stava rientrando al lavoro dopo essere stato dalla sorella a pranzo. Carica Pamela in auto e la porta, con il consenso di lei, nel garage della casa della sorella, dalla quale è appena uscito. Stende una coperta (così racconterà lui) e ha un rapporto sessuale con Pamela . La quale Pamela ha bsogno di soldi e cerca solo quelli, disposta anche al meccanico 50enne pur di averli. Il rapporto potrebbe però essersi risolto in uno orale e anche piuttosto veloce, tipico delle ragazze che cercano droga, e degli uomini che tirano su ragazze per la strada di cui hanno immediato sentore di prostituzione. Il meccanico sostiene di aver lasciato Pamela alla stazione più vicina, cioè quella di Piediripa- Mogliano, che dista solo 9 minuti di treno da quella principale di Macerata, verso le 18. In effetti, alle 18 e 53 c’è un treno che arriva a Macerata alle 19,02. Pamela intende andare a Roma, unica destinazione a lei conosciuta (non necessariamente a casa, o avrebbe fatto una telefonata alla madre chiedendo un cellulare in prestito, cosa che fanno tanti giovani) e da Macerata partono i treni per Roma. Sa ben poco della zona (prova ne è che non conosce il servizio di autolinee, nè che avrebbe potuto spostarsi su direttrici più servite) e ha pochi soldi, e perciò deve escludere tutti i treni di alta velocità da qualunque stazione partano. L’arrivo a Macerata è quello di una ragazza spaesata che cerca di capire come muoversi dalla città ma nello stesso è quello di una ragazza che non sta bene (è scappata da un progetto e non ne ha altri) e ha bisogno di aiuto che però non chiede alle persone per bene (magari donne o personale della stazione), ma a uomini che la vedono una preda facile. E’ appunto così che incontra fuori dalla stazione un tassista italiano di Macerata che la invita a cenare a casa sua, lavarsi e dormire. La rivelazione, va detto, è di Quarto Grado, che ha scovato questo “buon samaritano” numero due, dopo 15 giorni puntati solo sui nigeriani. Oggi verrà interrogato.

Il 30 GENNAIO 2018

La mattina dopo verso le 8,30-9, il tassista riporta Pamela in stazione e lì la lascia. Lei andrà subito in biglietteria dove chiede (c’è la testimonianza dell’impiegata) quale treno può prendere per Roma. Uno è già partito (alle 7,34) e il secondo è alle 13,08. Costa 17 euro e 30. E’ inquieta, deve attendere ore in stazione, fa su e giù dentro e fuori, si ferma al binario e vede un ragazzo di colore seduto su una panchina a cui chiede se ha del fumo. Lui gli risponde che lui no, ma ce l’ha un suo amico; Innocent Oseghale. Difficile che si siano contattati per telefono: più facile che il ragazzo gli abbia detto il nome “Innocent” e il luogo dove trovarlo: i giardini di piazza Diaz. Non è un mistero per nessun maceratese e dintorni (fino a Civitanova Marche, sulla costa) che i nigeriani spaccino hascisc davanti alla fermata delle autolinee della piazza. Ma Pamela non conosce Macerata e per arrivare lì deve affidarsi a un tassista. Stavolta è un peruviano. I sudamericani sono curiosi. Così di Pamela, dopo aver trattato il prezzo della corsa (che pagherà due euro meno rispetto alla richiesta di 7 euro) si siede davanti e non perché, come lui spiega, si possa fare, ma perché il tassametro è stato spento avendo trattato sul prezzo della corsa. La distanza è di poco più di un chilometro, ma l’auto deve fare un giro ben più largo. Il peruviano le chiede da dove viene e dove va e lei butta lì che deve tornare a Roma ma prima deve incontrare una persona ai giardini. Il tassista la descrive agitata e con lo sguardo attento a capire chi è Innocent e dove sarà, ma è lo stesso tassista a depositarla davanti alle autololinee, come dire nella bocca del leone. Cosa si sono detti i due, se Innocent non lo svelerà (e io credo che mai lo farà) non possiamo saperlo. Possiamo immaginare che Innocent le abbia detto che aveva solo una dose sola di hascisc (era già stato arrestato per spaccio alle scuole e nessun pusher tiene più di due dosi) e possiamo immaginare che Pamela abbia chiesto qualcosa di più forte. Perché stava male. Innocent Oseghale, che come tutti i pusher sono collegati gli uni agli altri, la accompagna ai giardini dello stadio dall’amico Lucky Demond che invece spaccia anche eroina. Lo stadio è in piazza della Vittoria dove c’è il monumento ai caduti che pochi giorni dopo Luca Traini userà per erigersi a giustiziere della patria, avvolto nella bandiera tricolore, e qui verrà arrestato.
Cosa succede a questo punto? Lucky Demond vende la dose di eroina si suppone tra i 20 e 30 euro (l’effettivo costo è 20 ma Pamela non conosce il mercato e potrebbe aver pagato di più) e resta dov’è. Sono circa le 10 e 30 del mattino. Pamela e Oseghale si avviano verso via Spalato, dove lui ha la casa. E’ lui a dirle che può fermarsi a casa sua, dove sua moglie e sua figlia non ci sono per qualche ora (in realtà soo ospiti di una casa famiglia lontano da Macerata) e lei può riposare e attendere il prossimo treno. E’ lui a dirle, in modo affabile e tranquillo, che l’aiuterà. Cosa vuole Pamela? Essere aiutata, drogarsi, dormire e non pensare a niente per qualche ora. Perchè non fidarsi di Oseghale così gentile che è pronto ad ospitarla anche a casa? Non si era già forse fidata del meccanico e del tassista? E nessun drogato può essere razzista: gli spacciatori sono neri. Pamela ormai deve avere pochissimi soldi in tasca e le servono per il treno. A Roma ci vuole andare, anche se ancora non sa dove. Ma Roma, almeno, la conosce e ha contatti.
Oseghale la conduce in via Spalato ed entrambi decidono di comprare qualcosa da mangiare, sono ormai quasi le 11. Segno che Pamela inende fermarsi diverse ore, se non addirittura un’altra notte a Macerata). I due entrano in un piccolo supermercato a 100 metri da casa sua, in una bella via residenziale: è il supermercato dove lui va sempre anche con la sua compagna e la bambina che vivevano con lui fino a pochi mesi fa. Qui comprano pasta e qualche dolce per un totale di 12 euro. Dieci ce li mette Oseghale, due Pamela. Pochi passi più avanti c’è la farmacia, ma Oseghale non vuole entrare con Pamela ad acquistare la siringa. Non gli importa farsi vedere in giro con Pamela, gli importa non farsi beccare con la droga o lo cacceranno via. Pamela compra la siringa (la farmacista confermerà) alle 11,02 minuti, come dice lo scontrino che verrà poi ritrovato a casa di Oseghale. Intanto però il tassista peruviano casualmente entra nella stessa farmacia e rivede la ragazza col trolley che aveva trasportato poco più di un’ora prima. Non si salutano. La vede anche allontanarsi con uno di colore che l’aspettava sul lato opposto del marciapiedi. Lui dirà anche che li vede entrare insieme al 124 ed è interessante notare che, essendo la farmacia più indietro rispetto alla casa e la strada a senso unico in discesa verso il centro, li deve avere osservati molto attentamente, addirittura aver guardato il numero civico che poi racconterà ai carabinieri e diventerà un tetimone importantissimo. Non è stato l’unico ad avere visto Oseghale con Pamela in un orario in cui le persone scendono dall’autobus poco distante o rientrano a casa per pranzo. E i testimoni infatti confermeranno di aver visto questa ragazza con un grande trolley entrare nella casa di Oseghale. Siamo in provincia, gli estranei destano sempre curiosità.
Sono da poco passate le 11 e i carabinieri nelle loro indagini rilevano le prime telefonate fatte da Oseghale, tutte brevissime.
Ma è dalle ore 12 che l’indagine colloca l’agganciamento delle celle dei tre sospettati (Oseghale e altri due nigeriani) nella cella della zona di via Spalato. Attenzione: aggancio delle celle non signfica che erano presenti in casa, ma che hanno chiamato o ricevuto chiamate o whattsapp o sms. Alle 14 e 30 un certo Antony, nigeriano punto di riferimento dei connazionali per le pratiche di soggiorno e altro, chiama (o è chiamato da Oseghale. Lui riferisce: ci siamo sentiti per il permesso di soggiorno scaduto e lui mi ha riferito che aveva una ragazza in casa che dormiva). Tradurre queste parole non è facile anche perché potrebbero essere inventate. Il senso potrebbe essere stato: non posso parlare adesso, c’è una persona estranea e per di più italiana.
Gli investigatori collocano la morte di Pamela tra le 12 e le 19 di quel pomeriggio. Ma un po’ si contraddicono con i cellulari. In sostanza Oseghale avrebbe fatto una serie spaventosa di telefonate a chiunque “cosa incompatibile con l’ouccparsi contemporaneamente di violentare, uccidere e fare a pezzi una ragazza” scrive il gip nell’ordinanza. Non dispongo del significato esatto di cella telefonica in questo caso: se i due sospettati hanno chiamato Oseghale è evidente che non erano in quella casa, ma si può sapere dov’erano, e invece non viene detto. Uno dei due, Lucky 10, vive ben distante da Macerata, mentre Lucky Desmond lo spacciatore di eroina, vive in città. Lucky 10 non ha nessun mezzo pubblico per raggiungere Macerata perciò i due potrebbero aver passato la notte insieme o addirittura uno dei due nella casa di Oseghale che era abituato ad ospitare connazionali. Lucky 10 è il terzo uomo fermato a Milano dove si presume fosse in fuga con la moglie, nigeriana ospitata invece tra i profughi di Cremona, per raggiungere la Svizzera. Lucky 10 era già andato a Cremona, non si sa quando, per prelevare la moglie, dato che i carabineri hanno intercettato il suo cellulare lungo la via Emilia (in treno) mentre stavano raggiungendo la stazione Centrale di Milano. Li hanno presi sui binari.
A Lucky Demond si è arrivati facilmente perché il suo nome è stato fatto da Oseghale: “lui ha venduto l’eroina a Pamela”.
All’altro nigeriano si è arrivati tramite i numeri di cellulare trovati in quelo di Oseghale e soprattutto agli orari delle chiamate, cioè tra le 11 e le 19. Alle 12 tutti e tre i telefoni risultano spenti, ma non è così, visto che il quarto uomo, considerato il tira fuori guai dei profughi, parla ben due volte al telefono con Oseghale tra le 14 e 30 e le 17 e 30. E’ lui a dire che Oseghale l’ha chiamato per dire che la ragazza che aveva in casa è stata male e non sapeva cosa fare. Il racconto collimerebbe con l’affermazione di Oseghale: Lucky Demond ha venduto l’eroina, lei è stata male e io sono scappato. Forse non è scappato, è stato preso letteralmente dal panico. Dunque cosa ci facevano gli altri due a casa sua, così come li piazzano gli investigatori?

LE ACCUSE
Il quadro accusatorio è violenza di gruppo, o almeno tentata violenza di gruppo. E’ una delle più – scusate -banali motivazioni di un delitto. Ma in questo caso sono tante le cose a non combaciare. Oseghale e Demond sono cattolici, chi l’avrebbe detto? Spacciano, ma non hanno dato nessun segno di essere violenti, nè apertamente squilibrati. Oseghale sì, è uno che male si adatta, che non vuole imparare l’italiano, che si accomoda in una casa affittata da una italiana (e che casa!) , che con lei fa una bambina ma naturalmente non se ne occupa affatto. Ed è uno che va letteralmente nel panico e la sua reazione ansiosa è chiamare mezzo mondo e chiedere aiuto. Se aveva due “amici” in casa perchè ha tanto bisogno di chiedere aiuto all’esterno e fare sapere a tutti che aveva un problema grosso?
Le telefonate e le celle telefoniche agganciate dagli altri due sono la chiave di volta per capire se le cose sono andate come dice la Procura: Oseghale chiama i due amici (che forse si trovano insieme quella mattina) per fare un festino a Pamela che lui è riuscito a portare facilmente in casa. Pamela però ha ampiamente dimostrato di essere una ragazza pronta anche al sesso pur di aere soldi o droga in cambio e anche la gentilezza di un luogo che ricorda una casa senza regole. Vuole cucinare la pasta al suo violentatore? Ma no. Entrambi vogliono delle cose l’uno dall’altra, quelle dei disperati. E non è così scontato che sia il sesso a unire i disperati. E’ così certo che gli altri due siano stati presenti mentre Pamela dormiva o era caduta in uno stato “fatto” non solo da eroina ma anche da hascis e chissà che altro? E’ così sicuro che Oseghale non racconti una piccola parte di verità “è’ stata male” e ha chiamato in aiuto i connazionali e addirittura un terzo (solo al telefono)? Manca però la seconda parte di questa tragedia, chiamiamola annunciata, o meglio tragedia tra disperati: la ragazza è morta o è stata uccisa? Se fosse stata uccisa, logica vuole che Oseghale non avrebbe chiamato un aiuto esterno per risolvere il guaio (o portare via il corpo o salvarla) e logica vuole che il cellulare di Lucky Diamond alle 19 non ricevesse la telefonata di Oseghale se questi fosse stato in casa a sezionare il cadavere. E’ stato lo stesso medico legale a sostenere che il lavoro era accurato e faticoso e richiedeva molto tempo. Oppure richiedeva un grande sforzo pur di non essere accusato di un crimine da spaccio: l’overdose.
Non è il pirmo caso, questo, di un solo uomo che compie un sezionamento in dieci pezzi, numero che è servito a essre diviso in due trolley di discrete dimensioni. I particolari emersi dall’autopsia non sono confermati: perciò non mi addentro nella scarnificazione descritta con enfasi, ma solo nel dissanguamento che effettivamente deve essere stato necessario, sul terrazzo, per la stessa ragione: portare via il corpo “pulito”.
Alle 22 Oseghale chiama l’autista conosciuto dagli extracomunitari, il camerunense che dovrà aiutarlo a far sparire Pamela ormai ridotta molto male. Se chiama lui,è segno che non aveva nessun altro, dopo aver tentato inutilmente di coinvolgere il quarto uomo e ben sapendo che nessun nigeriano possiede un auto. Perchè il camerunense? Semplicemente perché è uno che di solito tiene la bocca chiusa. Ma stavolta non lo fa. Perchè c’è una ragazzina depezzata che lui ha persino visto (è tornato indietro a vedere cosa aveva lasciato nei trolley il suo passeggero) ma ha preferito farsi i fatti suoi. Fino al giorno dopo (la notte porta sempre consiglio).
A questo autista improvvisato, Oseghale chiede di essere portato coi due trolley ch carica lui direttamente in auto, a Tolentino. Caso vuole che sia la stessa città dove vive Luca Traini, pronto a fare una strage di tutti loro. Alle 22 e 20 l’auto incrocia una telecamera che ne registra il passaggio: ha appena deviato dalla statale che porta a Tolentino per entrare in una strada provinciale che costeggia il quartiere chiamato Casette Verdi, prima periferia di Pollanza. E’ un luogo a caso, individuato alla vista per essre ancora tra i campi e non ancora in città. Ma talmente a caso che Oseghale dà lo stop brusco all’autista e sceglie di disfarsi dei due trolley quasi davanti a una grande villa, mezzi buttati dentro un fossato a latere strada. Un gesto veloce, che indica la fretta e l’ansia e la fretta e l’ansia non sono mai buone consigliere. E’ infatti così che lo prenderanno subito.
Nessun criminale farebbe una cosa simile, nessun omicida, nessuno che non volesse sicuramente essere preso.
Oseghale e Lucky Demond però hanno fatto altro insieme, e lo dice il negozio dove hanno acquistato verso le 19 di quella sera (ecco la telefonata) un contenitore di candeggina da 10 litri. Un ripiego, perché cercavano altrettanta quantità di acido muriatico e non l’hanno trovata.
La candeggina non serve a niente, ma molta gente (sopratutto chi è ospite di comunità, centri profughi o hotel) è convinta che serva a cancellare le tracce anche di sangue. Sbianca, non cancella un bel niente. Anzi: se cammini su un pavimento lavato con la candeggina lasci persino le impronte ben visibili. E’ questo appunto che hanno trovato i Ris.
Pamela è stata lavata con la candeggina, probabilmente per la stessa ragione: togliere tutto il sangue che non deve essere stato poco, inzuppare stracci e pulire: corpo e pavimento hanno ricevuto lo stesso trattamento. Da chi? Solo Oseghale, lui con Demdon o tutti e tre? Oseghal e Demond sono entrambi cattolici e questo, oltre allo spaccio di cui vivono, li unisce in una sorta di fratellanza. Insieme giocano anche alle scommesse nel locale proprio a due passi dalla casa di via Spalato. Certamente tra loro l’aiuto è sacrosanto. Lucky 3 invece è impaurito così tanto che non scappa da solo, ma va a prendere la moglie, segno di un legame affettivo al quale non ha rinunciato. E di ben pochi calcoli.
Pamela, il cui corpo è stato descritto come smembrato e quasi scuoiato, a me è apparso invece lavato con cura quasi maniacale, depezzato con disgusto (ricordo che Oseghale, al momento dell’arresto, cioè un giorno dopo, è apparso confuso e ciò esclude la freddezza dello psicopatico) e infine depositato con orrore appena è stato possibile.
Una serie di concatenamenti meschini (degli italiani e del sudamericano) e il potente immischiarsi della politica e del gusto del macabro, hanno reso, a mio parere, una vicenda tristissima di gente ai margini, ignorante e immatura, spaventata e senza regole, simile ad altre (tipo il caso Meredith, violenza di gruppo) senza necessariamente esserlo.
Ps: Gli aggiornamenti ufficiali (della Procura di Macerata) potrebbero modiicare il ragionamento e individuare responsabilità diverse da quelle che mi sono sentita di proporre.

Pamela, Jessica e le altre

Non so se possa esistere un omicidio peggiore di un altro. Se l’uso di una decina di coltellate per uccidere faccia meno effetto di una morte seguita da depezzamento. Se un tranviere milanese a Milano procuri meno orrore di uno spacciatore nigeriano a Macerata. Non lo so. Ne ho visti tanti, ne ho seguiti tanti di casi come questi, ne ho scritto infinite volte. Non ce n’era uno peggio di un altro: per me sono stati tutti tristi omicidi di ragazze incapaci di difendersi.
Le storie di Pamela e Jessica si assomigliano. Così come le loro età, il loro bel volto pulito, i capelli curati, le parole – scarne – affidate a Facebook. E così come la distanza irrisoria tra la morte dell’una e dell’altra.
Non ho ancora capito bene come sono andate le cose nella morte di Pamela e fatico a ricostruire perché gli elementi reali sono scarsissimi, taciuti o non ancora conosciuti e quelli fantasiosi invece inquinati da tantissimi, cruenti, persino morbosi e crudeli dettagli scritti da colleghi di cui mi vergogno e che disprezzo per avere insultato una professione importante, e utile e bella. Così come mi vergogno, oggi, di avere ammirato tutti i tranvieri di Milano indistintamente, soltanto perchè guidano un mezzo romantico che riporta ai tempi andati che ci immaginamo sempre migliori. In questi tempi di cartapesta pronta a disfacersi, si svelano retroscena insopportabili alla vista. E si soffre.
Pamela era sostenuta da madre e nonna. Ufficialmente. Ma di fronte ai suoi resti e allo scempio che di questi ne hanno fatto i giornali, senza pudore o rispetto (perchè di pudore e rispetto non ne posseggono) e tutto quello che ne è venuto dopo esplodendo come una miccia sopra una catasta di legna messa lì con attenzione meticolosa ai dettagli (ma non all’indagine, nè tantomeno alle storie che questo delitto sbatte in faccia), di fronte ai miseri resti di Pamela non riusciamo più ad analizzare la realtà. Che è complessa e occultata. Dai politici e da noi tutti.
Di Pamela si sa molto, se si interpretano i suoi ultimi passi e non le parole di sua madre. Il maceratese 45enne ha abusato di Pamela senza scrupolo per la sua giovanissima età e, anzi, proprio per questo e perchè fragile e drogata, ha potuto avere il sopravvento, e a lui non verrà fatto assolutamente niente.
La gente dimenticherà, e lui farà lo stesso.
Eppure, il comportamento del maceratese profittatore, è la chiave di volta di questa storia che poteva andare in tutt’altra maniera. Mettiamola così: incontro una ragazza con la valigia che mi chiede un passaggio in aperta campagna e glielo offro. In auto capisco da dove viene e le faccio domande. La porto a casa, le offro un tè caldo e la trattengo mentre avverto le forze dell’ordine. Oppure, se la ragazza non accetta, le regalo soldi e chiamo le forze dell’ordine, così, giusto per capire come mai una ragazza giovane circoli senza denaro facendo pericolosi autostop. Così, giusto per scrupolo, così giusto per essere civili, così, almeno perché quando ero bambino ho letto da qualche parte che il viandante va aiutato e non scopato. Non è andata così perchè i tipi come questo sono tanti, tantissimi. Sono nelle campagne come nelle città, nei borghi medioevali benestanti come nelle periferie disastrate, al sud come al nord, nelle valli come nelle pianure, nei condomini come nelle villette. Tante di noi li hanno incontrati una o più volte nella loro giovinezza. E poi ancora, mentre raccontano prodezze in piazza o nei bar, nelle discoteche o nei locali da ballo con il silenzio assenso delle donne, anche le loro. Così come quella squallida moglie del tranviere che sapeva e favoriva “per salvare il matrimonio”. Milano, quartiere Stadera lo chiamano, ma è a due passi dai Navigli e dall’Università Bocconi.
Jessica era stata ferita da incomprensibili rifiuti di famiglie affidatarie da bambina, più di una. Bionda e occhi azzurri ma non era perfetta e allora no, non la vogliamo, allora no, non ce la facciamo, e allora no, riprendetevela. Finché finisce incinta perchè gli assistenti sociali nemmeno istruiscono le ragazze e vabbè sono perse, che ci importa. ci pagano poco, sono tante le ragazze come Jessica. Jessica non aveva diritti perchè era un pacchetto rifiutato e sballottato di qua e di là, senza soldi, senza casa e senza famiglia. Se ne occupavano, prima, finchè era piccola, perché questo dice la legge. Ma se non funziona, i piccoli crescono, e alla maggiore età se non ce l’hai fatta sei fottuto. Si sappia, adesso, che a Milano non va meglio che altrove.
Anche Alessandro Garlaschi aveva il potere di fare andare diversamente la storia di Jessica, che rivoleva il suo bimbo e lottava per risorgere.
E invece. Jessica era una cosa da usare, anche sessualmente.
Si è ribellata ed è morta.
Perchè il Papa non la fa santa come Maria Goretti?
Quel ragazzino con cui il 6 febbraio Jessica si sbaciucchia in auto (un giorno prima di morire) è un altro perso, un delinquentello incazzoso e dannato che il giorno del ritrovamento del suo cadavere non è riuscito nemmeno a dire due parole centrate, benchè le abbia scritte, accostate a un selfie. Un altro derelitto che farà parlare di sè e ne parleremo male se mai lo faremo.
Il tranviere è stato trattato coi guanti al momento dell’arresto. Che fastidio. Voleva abusare di Jessica che si fidava di lui e siccome ha detto no, mi fai schifo, l’ha uccisa. Non buttata fuori di casa: uccisa. Poi è stato curato con gentilezza e delicatezza alle mani ferite nell’accoltellamento di una19enne, abbandonata da bambina e madre-bambina, senza famiglia e senza affetti. Maiale. Mostro. Neppure la punizione di fasciargli le mani con sgarbo, come fanno con i barboni ubriachi. L’arresto del nigeriano è stato ben diverso: trascinato e afferrato come un animale senza nemmeno sapere se fosse stato lui o no ad uccidere Pamela e depezzarla.
E Traini il giustiziere terrorista? I carabinieri gli hanno parlato come fosse un amico, gli hanno lasciato la bandiera sulle spalle, lo hanno fatto fotografare come un reuccio e non per quello che è: un fascista assassino che non ha ucciso solo perchè non ha mira.
Quale assassinio è peggio dell’altro? Quale omicidio fa più male?
L’anziana signora intervistata dal Tg sabato scorso dopo la sparatoria a Macerata ha espresso bene quello che sentiamo in molti: “E’ troppo”.
Statisticamente no, il crimine non è aumentato. Emotivamente lo sè. Colpa dei social, colpa della stampa, colpa dei politici. Non c’è analisi, non c’è razionalità, non c’è memoria, non c’è libertà di giudizio e non c’è più nemmeno il buon senso e la pietà sincera per le vittime che fa agire meglio della rabbia, fuoco di paglia che non cambia nemmeno le decisioni del voto il 4 marzo.
Per Traini si parla di matto (e non lo è), per Innocent Oseghale si farnetica di libertà o al contrario lo si bolla come omicida da film americano, per Alessandro Garlaschi, adescatore di ragazzine, che guidava i nostri tram provocando incidenti e che giocava d’azzardo da anni, qualche insulto dei vicini di casa, timido, quasi da vergognarsene.

Padova, il noir del 1976

Venti gennaio 1976. In via Faggin al numero 27 a Padova, fuori delle mura e non lontano dalla stazione, nella prima di una serie di villette a schiera rinchiuse da un cancello, abita Margherita Magello, 24 enne carina ma non appariscente, tranquilla studentessa lontana dalla politica che invece a Padova da un decennio agita i sonni di carabinieri e poliziotti. E non solo. Continua a leggere

Bossetti, se la verità giudiziaria non è più autorevole

 

Le reazioni alla conferma dell’ergastolo per Massimo Bossetti sono state, se possibile, più sorprendenti di quanto mi sarei mai aspettata dopo il caso di Cogne. I cosiddetti innocentisti nei delitti con forte eco nazionale ed emotiva ci sono sempre stati. Ricordate? La belva di via San Gregorio a Milano non confessò e iniziò l’indagine, allora senza l’ombra di una possibile ricerca di Dna. Facile capire perché non confessò: evitare il carcere a vita e la gogna pubblica, essendoci di mezzo omicidi di donne e bambini. Rita Fortis era una bella donna, molto più bella di quella (siciliana) che ha ucciso, in una Milano del dopoguerra che aveva già qualche problema con i meridionali arrivati a frotte, ma non con i veneti come lei, che rappresentavano invece operosità e capacità di riscatto sociale. Pur di non accettare la belva che albergava in Rita Fortis la gente cercava un complice, maschio, appena si poteva trovare un minimo appiglio. Così come chi uccide è spinto da una forte motivazione emozionale (e spesso psichiatrica), anche chi osserva da fuori e ne viene coinvolto da tv e giornali, vive più o meno lo stesso problema (e a volte dramma) psicologico. Ma davvero ci sono belve tra noi?
Ma davvero si può uccidere una bambina? Ma davvero si può uccidere il proprio bambino?

Per chi è del mestiere, è tutto possibile perché tutto ha visto. Chi non lo è usa un solo strumento: essere convinto oltre ogni ragionevole dubbio. Ma chi può convincere coloro che non si convinceranno mai? Nè autorità, nè prove, nè scienza, e a volte persino le confessioni vengono messe in dubbio. Perché è così difficle accettare che qualcuno compia delitti orribili e non, piuttosto, accettare che qualcuno finalmente sia preso e paghi per quei delitti orribili? Perché la genet si identifica in uno, come Bossetti, biondo, bergamasco, occhi celesti, padre e marito, gran lavoratore (bè insomma..) che piange e si dispera, o in una, come Annamaria Franzoni, con una casetta tanto bella e lei e i figli e il marito tanto carucci?
Molto più avanti negli anni, la storia si ripete con altri casi di nobildonne uccise misteriosamente ma innocentisti e colpevolisti in questi casi faticano a schierarsi per evidenti motivi: più che un cerebrale esercizio da detective improvvisato non si può fare. Molti anni più tardi, il massacro di Erba invece si colloca perfettamente nell’Italia alle prese con le prime ondate di extracomunitari sgraditissimi e soprattutto, quelli del NordAfrica, già conosciuti come spacciatori. In più, Erba si trova geograficamente in piena Brianza bianca, bigotta, conservatrice, chiusa, dove i panni sporchi si lavano in casa e la ricchezza va esibita perché frutto del lavoro. Dove non fa effetto un padre che perdona (anzi!) e si deve cercare ad ogni costo un altro colpevole perché il processo è stato manipolato, perché l’unico sopravvissuto ha detto quello che non sapeva, perché, perché, perché. La folie a deux di Rosa e Olindo passa in secondo piano, i loro precedenti con le vittime anche, la confessione di Rosa Bazzi viene ritenuta estorta, solo perché lei stessa ritratta e fa sorgere dubbi sulla violenza della polizia. Diciamo subito che è vero; la polizia non va tanto per il sottile quando vuole una confessione e la vuole perché è molto più semplice e veloce. La polizia però non è un giudice che conduce interrogatori che bisognerebbe leggere attentamente cinquanta volte per capire come vengono fatti. Così come si parla dei giornalisti senza sapere nemmeno come si lavora in un giornale (prendiamo un quotidiano che conosco meglio) , chi lo decide, quando, a che ora, chi sono i capi, le dinamiche, le pressioni, le manipolazioni, le punizioni, gli stipendi, quanti conoscono a menadito come si sviluppa una indagine su un delitto, diciamo rilevante per la comunità?

E ora torno a Bossetti. Caso mediatico, anzitutto, perché qualcuno ha deciso di farlo diventare mediatico. Chi? I giornali. Una ragazzina della cattolica, benestante, razzista e benpensante bergamasca, muore agonizzando in un campo. Può capitare a tutte le bambine, certo che è una notizia più notizia di altre. C’è un primo elemento in ogni giallo, soprattutto sui casi di scomparsa, come è stato questo all’inizio. Va stabilito se è volontaria o no. In due giorni si è capito che era volontaria ma la gente non ci ha fatto caso perché è ben difficile schierarsi contro una “vittima” così giovane e dire se l’è cercata. Quando è stato accusato il tunisino del triplice delitto di Erba, la gente era contenta. Quando sono stati arrestati Rosa e Olindo è rimasta esterreffatta. Così, nel caso Yara, quando è stato arrestato il marocchino Fickri, la gente era contenta, salvo poi, quando è stato finalmente ingoiato a fatica l’errore giudiziario, non riuscire più a trovare un colpevole che potesse abbassare l’ansia collettiva, soprattutto delle mamme ha scatenato una dinamica semi impazzita. Ma la pm, con l’errore del marocchino, si è tirata addosso tutti i dubbi del mondo sulla capacità della giustizia italiana. Di fatto, ritengo che avrebbe dovuto essere estromessa dall’incarico e non tanto perché non sia possibile sbagliare, quanto perché il primo grave errore fa perdere credibilità. Che è quello che poi è accaduto. Nella nostra morale, a volte immorale, collettiva, il giudice dovrebbe stare sempre sopra le parti ed essere inattaccabile. Molti si appellano agli erorri giudiziari senza citarne i casi che so, negli ultimi 50 anni (che pure ci sono stati) e soprattutto di quelli di prima dell’avvento delle nuove “prove” scientifiche di trovare a volte molto velocemente il colpevole. Tantissimi casi di omicidio sono rimasti irrisolti e sono finiti nel dimenticatoio fino al nuovo, più prepotente (e più interessante) che fa discutere. E io mi chiedo perché fa tanto discutere il caso Bossetti. Non sono sufficienti 18 mila prelievi di Dna e uno solo (non tre o dieci o venti) trovato sul corpo? Non è sufficiente la sua fuga all’arresto nel cantiere? Non è sufficiente l’accuratezza di verificare tutto, compreso trovare l’amante della madre di 45 anni prima con il quale ha fatto due figli? Non è sufficiente che tutti sapessero chi era Bossetti e cosa faceva? No, non lo è. Non lo è, probabilmente, perché non mente solo Bossetti, non guarda pornografia solo Bossetti. Non i vecchi, anche i giovani. E tutti dicono che non è grave. Tutti, meno gli psichiatri che inseriscono da decenni l’uso smodato di pornografia e bugie in disturbi della personalità o dell’umore.
Lo fanno tutti è una risposta del cazzo. Allora, anche tutti possono uccidere una ragazzina o ragazza, per sbaglio (così è andata: Yara non doveva essere uccisa, ma sessualmente usata e possibilmente con il suo consenso). Dunque, gli italiani sanno bene cosa fanno e difendono un Bossetti o sua moglie (che fa lo stesso perché c’è sempre correità familiare in questi delitti che non nascono dal niente) perché è difficile mettere insieme tutti i dati e fare uscire un personaggio capace di agganciare una ragazzina consenziente e poi dare fuori di matto al suo forte rifiuto e ucciderla o tentarci. Anzi: non ucciderla, lasciarla morire. Quanti sono capaci di fare una cosa simile? Tutti coloro che hanno le caratteristiche di Bossetti, la sua ignoranza, il luogo dove vive, il suo narcisismo, il suo infantilismo, la sua vigliaccheria, la sua falsa morale cattolica, una moglie uguale a lui, una madre che ha saputo ingannare un marito due volte scegliendosi il più coglione che c’era in giro, una sorella gemella che inventa botte e assalti come una perfetta bordeline (non una depressa) quando tutto il nascosto crolla e crolla miseramente con diverse accuse sociali tra le più infamanti e inaccettabili da sostenere. Bossetti non confessa perché è narcisista, non perché gliene freghi qualcosa del carcere. Ricordo che in carcere, in attesa di giudizio, flirtava con una certa Gina e dire flirtava è una parola innocente che non fa capire l’esatta portata di quel rapporto in carcere.
Come è andata si sa: Yara ha accettato il passaggio di un uomo che gli sembrava innocuo, gentile e bello. Yara è parte di una famiglia conservatrice e rigida. Bossetti ha scelto Yara, non una qualsiasi, perchè lei poteva rispondere alle sue avance. E l’ha fatto. Ogni storia drammatica non è una discussione sul Dna che pure c’è e nemmeno accontenta: il sangue di Bossetti è stato rilevato sugli slip di Yara che non ha tentato di abbassare (non è stata usata violenza sessuale) ma ha tagliato anche quelli trapassando i leggins sottilissimi. Tagli a zig zag sulla schiena (Yara scappava) e le natiche ,che non l’hanno uccisa. Yara, ricordiamolo, è morta di freddo e paura. E che anche Linkiesta abbia dubbi sul metodo di giudizio è davvero una novità: rifare il dna, e perchè? Un detenuto condannato lo chiede e va rifatto? Porti lui prove che non era assolutamente suo o lui non era lì, questo dice il nostro ordinamento giudiziario. Lo stravolgiamo per Bossetti? O per paura dell’autorità?
Per dirla tutta, io non credo nemmeno che a qualcuno interessi davvero se il dna di Bossetti è suo o no. Credo che la gente innocentista, e peggio ancora certi giornali, soffino sul fuoco di altro, molto più politico che a caccia di giustizia.