Roma, eternamente abbandonata

Sono stata a Roma lo scorso aprile. Per la prima volta per capirla nelle sue parti più oscure.
Ho viaggiato molto, più spesso in luoghi problematici che in quelli puliti. Ho aumentato, negli anni, le percezioni immediate, di pancia prima che di testa. A Roma sono andata a vedere il quartiere San Lorenzo che non conoscevo, pur avendo letto moltissimo per la fama che ha del grave bombardamento del 1943.  Ho parlato con tutte le persone che ho trovato per la strada, al mercato, nei bar.  Ho camminato diverse ore, tra le strade del quartiere, l’Università La Sapienza (dove è stata uccisa Marta Russo con un colpo di pistola sparato da due studenti alla finestra) e il cimitero monumentale del Verano dove sono sepolti tutti i grandi.

In una di queste strade di San Lorenzo, è stata violentata e uccisa Desirèe, una ragazza di 16 anni. Il suo corpo è stato trovato giovedì sera su denuncia di una sua amica. L’autopsia, fatta oggi, ha stabilito che è stata violentata da diverse persone (4 o 5) ed è morta per overdose di droga, cioè è stata drogata per poterla abusare in gruppo.

Desirèe era all’interno di un luogo occupato. Luogo non luogo, dove si spaccia, si bivacca, si fanno affari sporchi e si è sporchi per definizione perché lì, rasoterra e nascosti da un muro, si sceglie di stare. Una ragazza è come un punchball per sfogare tutta la rabbia del mondo, ma invece di picchiarla si può umiliarla e usarla a più non posso in una escalation di schifo (il nostro) compiuto da persone che invece provano sollievo e normalità nel fare del male. Chi delinque e compie crimini aberranti non vede neppure la differenza tra normalità e crimine finchè non scattano le manette e qualcuno glielo ricorda. Ma anche in questo caso, il crimine, nei bassifondi dell’emarginazione, non ha lo stesso significato che possiamo dare noi che proviamo rabbia, schifo e pietà.

Basta vedere San Lorenzo per capire che i ragazzi universitari che oggi riempiono le case di un paio di strade, hanno accettato di vivere in un luogo non luogo dove ci sono delinquenti che ti dicono apertamente di esserlo, con orgoglio, e scritte sui muri che piangono delinquenti uccisi da altri. Scritte fasciste e naziste si mescolano con quelle rosse e di sinistra e gli anziani ti mostrano e raccontano le case bombardate che hanno sistemato come fossero musei all’aperto senza esserlo.  Chi non fa affari con gli studenti, vive nella stessa povertà e stessa emarginazione (reale e culturale) di 70 anni fa: anche allora Roma viaggiava sul doppio binario politico di appoggio e opposizione al Duce, di poveri e furbi, di vittime e colpevoli. I ragazzi che studiano all’Università, al domandarglielo, neppure sanno cos’è successo qui nel 1943 e quelli che ci abitano nemmeno sanno che quel quartiere non è solo baretti per ragazzi ma che lì c’è la ferrovia e degrado. Proprio per quello scalo ferroviario è avvenuto il feroce bombardamento a tappeto dei tedeschi e proprio lì, a ridosso della ferrovia, sono andata e quasi subito tornata indietro. Avevo la netta sensazione di essere in Sudamerica e con la stessa sensazione di pericolo che dà un luogo dove tutti si possono nascondere e non sai dove, dove tutto è disastrato, rotto, abbandonato e non sai chi vive in quell’abbandono. Ora lo sappiamo. Ma i romani lo sapevano anche prima. Che fossero extracomunitari non significa molto. La delinquenza ha spesso una connotazione politica di estrema destra per il fatto di essere messa in atto da anti-sociali: lo sono spesso i galeotti e gli ex galeotti, i loro sostenitori e i nostalgici. Per quanto qui siano conosciute le associazioni di sinistra, è la destra romana, quella fascista e delinquenziale a dare l’impronta al quartiere. Cosa c’entra con Desirèe? C’entra con il non visto non di un governo, ma di tutti i governi che hanno messo le mani su Roma senza mai fare interventi seri, strutturali, fuori dal centro storico per turisti, rovinato dai turisti, assaltato dai tursiti dove non si sa più se è il turismo (e le centinaia di ministeri e derivazioni pubbliche) a mangiarsi Roma o Roma ad essere mangiata. Tutto, nei quartieri periferici di Roma si attorciglia su se stesso e camminando camminando percepisci e vedi con gli occhi un degrado insopportabile. Di anni, di secoli. Strutturale. Parte di questa enorme città che ha ancora ovini qua e là, asfalto rotto così come sanpietrini rotti, spazzatura che non è sporcizia, ma una spazzatura come quella dei bassifondi Napoli o addrittura di un campo-rom.   Se parli con gli spazzini te lo spiegano e quello che arriva non è la verità ma una sorta di indolenza romana, statale, pubblica (che mi frega, io prendo lo stipendio), dove solo la classe alta e borghese (che con fortuna vive in zone o case eleganti o accettabili) e culturalmente elevata ha trovato il modo per amare Roma e chiudere gli occhi su tutto quello che è insopportabile anche solo alla vista. Sono stata a Roma tantissime volte in un quartiere periferico accettabile. Non bello, non perfetto, non antico, ma accettabile. Ricordo che odiavo il traffico, vedevo solo quello. Ma lo odiavo perchè non capivo come si potesse accettare o addirittura provocare. Non sapevo ancora osservare oltre, nè parlavo con le persone come faccio invece da molti anni. Roma è bellissima se non attraversi, da estraneo, l’anima dei suoi abitanti. Se accetti, se ammiri, se fai il turista di passaggio che niente di più si aspetta. I romani sanno quanto sia difficile viverci, ma non sanno distinguere il significato del pericolo in Italia, abituati solo a quello che vedono, evitano o ci vivono in mezzo.

Desirèe era una ragazzina senza difese e non solo per l’età. Era senza basi forti, senza morale forte, senza “io” forte. Non sappiamo ancora perchè fosse lì, ma se era lì è perchè era un ambiente che non le faceva così paura o che credeva di conoscere e controllare. Sedici anni è un’età pericolosa in certi luoghi non luoghi d’Italia che non sembrano neppure tanto periferia (diamine, c’è una famosissima Università!) eppure lo sono irrimediabilmente. Lasciati a se stessi, incontrollati, con la parvenza (ancora peggio!) della vivibilità e cultura. Inutile che Salvini faccia i suoi show acchiappavoti o che la sindaca Raggi si mostri costernata. Inutili le proteste della gente che ben più di me (che ho visto solo ad aprile) sapevano bene che queste aree di disagio accumulano disagio e come il boschetto di Rogoredo a Milano e diventano luoghi pericolosissimi e non per lo spaccio in sè, come si pensa, ma per quello di chi occupa indisturbato le terre di nessuno per fare quello che vuole, dalo spaccio, al consumo alla violenza sulle ragazze.  Le terre di nessuno sono sempre di chi se le prende con la forza (e per forza si tratta di poveri, disagiati,  irregolari, deliquenti, gente ai margini) con la compiacenza di chi gli sta intorno e finge di non sapere e non vedere perchè “cosa posso fare io?”. Non è stato fatto niente da nessuno e qualcuno invece fa e fa molto, in questa libertà di vendere tramezzini agli studenti, affittare case agli studenti e lasciare merda due strade più in là. Persino il bellissimo cimitero del Verano è pietosamente senza cure come se a Roma interessasse solo lo specchietto per le allodole dei Fori, il Colosseo, Transtevere e poco altro con tutto lo spaventoso indotto del turismo orario da spennare a più non posso.  E i primi a spennare chiunque sono i romani, in quel malcostume eterno che viene incentivato anzichè frenato e regolato. La bellezza folgorante nasconde sempre il marcio. Eccolo emergere due volte in pochi giorni:  una ragazzina uccisa da un branco famelico e una scala mobile impazzita.  Il non controllo provoca il discontrollo. Peggio del bombardamento del ’43.

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La normalità dell’omicidio di Manuela

La sorella di Manuela Bailo è stata la prima a pensare che l’ansia per la sua scomparsa le provocava anche un sordo dolore. Ci sono strane premonizioni nell’ansia. La prima, e più importante fra tutte, è la novità del sentimento. Diverso. Sconosciuto. Non collocabile tra i ricordi emotivi di altri timori che qualcosa di brutto e terribilmente doloroso stia per investirci.  Al  Caf, il centro fiscale della Uil di Brescia, Manuela aveva salutato tutti il 27 luglio. Era un venerdì. Ha spento il computer ed è andata a casa: l’indomani sarebbero iniziate le vacanze estive. Aveva in programma un viaggio in Grecia con l’amica Francesca ma non ha lasciato trapelare nulla di quello che pensava, cioè che quella vacanza era un ripiego come lo era stata quella dell’anno precedente senza lui, l’uomo per il quale aveva perso la testa. E persa davvero. Le storie impossibili sono storie impossibili e non si raccontano troppo in giro. Della sua relazione con un rappresentante sindacale dei Trasporti della stessa categoria, si era saputo per forza. Si erano conosciuti due anni prima proprio nell’ufficio dove lei era capo e lui si era fatto fare la dichiarazione dei redditi. Fabrizio Pasini era un uomo con un certo fascino, ma era sposato e con due figli. Manuela aveva appena chiuso la storia con Matteo, quasi senza spiegazioni forti quale può essere il non ti amo più, o vorrei un altro al mio fianco. Con Matteo ha continuato a vivere nella stessa casa. Lui dice che l’amava ancora, che non ha mai smesso di amarla. Difficile restare sotto lo stesso tetto se uno ti ama e l’altro no. Se uno soffre per non essere più amato e l’altro ha già una storia, per quanto poco importante, con un altro. A Matteo forse sembrava poco importante, ma Matteo osservava i comportamenti della sua ex per capire se l’aveva persa per sempre oppure no. Tra di loro nonostante tutto il non detto che non si poteva dire, c’era la lealtà della convivenza, tanto che alle 10 di sera del 28 luglio, sabato, Manuela le manda un sms avvertendolo che avrebbe dormito al lago, a Rivoltella, dove i suoi genitori hanno una casa di vacanze. Invece Manuela, sin dalle sei di quel pomeriggio era con Fabrizio per una serata insieme prima delle rispettive partenze per le vacanze. Fabrizio Pasini era solo a Ospitaletto, dove viveva con la moglie e i figli che doveva raggiungere in Sardegna a giorni. Con loro c’era anche sua mamma, come una normale famiglia che condivide la vacanza con nuora e nipoti.

Sembrava normale la vita del 48enne  Fabrizio Pasini. Lavoratore, sposato con prole, impegnato attivamente nel sindacato di categoria, simpatico, pieno di amici, giocatore appassionato di rugby e di softair. Ecco. Il softair lo rendeva invece un po’ sospetto, perchè non è un gioco, come viene definito per sminuirne la portata psicologica e ideologica: è una simulazione di violenza di guerra. Tradotto significa tiro tattico sportivo che simula appunto tattiche militari con l’uso delle armi.

A Nave, in provincia di Brescia, dove Manuela viveva con l’ex compagno di vita e poi solo di alloggio, Matteo, erano state installate telecamere di sicurezza. Molte villette in provincia di Brescia le hanno messe, su strada, come deterrente per rapine e furti. Manuela si vede uscire, prendere l’auto e sparire dalla strada. La sua auto verrà ritrovata solo dopo molti giorni a Brescia, in via Milano, nel parcheggio di un supermercato Esselunga. Ce l’ha messa lei. Lì ha dato appuntamento a Fabrizio e si è spostata sulla sua auto per passare qualche ora insieme. Ai carabinieri, che l’hanno interrogato dopo la scomparsa della ragazza, ha detto: sì l’ho vista venerdì per un aperitivo con i colleghi al sindacato, sì abbiamo avuto una relazion, ma era finita da un anno.

No, la relazione con un uomo sposato che ti piace molto e che speri lasci la moglie per te, è difficile da chiudere. Ancora di più lo è se lui afferma continuamente che sì, la lascia, che ti ama, che vuole solo te, però alle parole non fa mai seguire nessun fatto.  Sposato o no, Fabrizio aveva le idee chiarissime: con Manuela voleva quello che lei offriva e lui era costretto a dirle bugie per tenersela. Si badi bene: costretto. E’ questa una parola che nasce da una precisa distorsione mentale, visto che nessuno può costringere un altro a mentire. E’, questo, un concetto distorto che serve a mantenere l’ego intatto: lei mi vuole, lei non mi può rifiutare, lei non mi può obbligare. Però io voglio, e per avere devo mentire.  Se lei non chiedesse, io non dovrei mentire.

E’ chiaro?

Così si comincia a tratteggiare l’identikit di un narcisista. Proprio quello che attraeva tanto Manuela, confusa dalle sue parole contraddittorie ma non dai suoi atti contradditori. Incapace di liberarsene (perchè in fondo con lui male non si sta) e di smettere di sperare (perchè in fondo lui non la lascia e rischia anche lui, nascondendo la doppia vita alla moglie). Anche Manuela finisce nella menzogna, senza volerlo davvero. Del resto per amare un bugiardo bisogna accettare anche le sue bugie, giustificarle, sperare che smetta di dirle e che l’amore faccia il miracolo.

Dell’infanzia di Fabrizio Pasini non si sa niente. Lo sapranno, forse, i giudici, nel caso venisse fatta fare una perizia. Lo sa di sicuro sua madre, anche se magari l’ha scordato o l’ha giustificato perchè bambino. Fabrizio, con ogni probabilità, ha sempre usato la menzogna.

Adesso ha 48 anni e mentire diventa un gioco da ragazzi. Appena l’hanno arrestato ha ammesso di averla uccisa e l’ha motivato così: “E’ caduta dalle scale durante un litigio”.  La menzogna, dopo un arresto con l’accusa di omicidio, è piuttosto normale. E’ una difesa. Ma non tutti mentono. Non mente chi ha ucciso e non voleva farlo. Non mente chi ha ucciso e soffre amaramente per averlo fatto. E’ persino disposto a pagare e pagare duramente.

Fabrizio no. E’ uno che non vuole pagare mai. Non so perché, ma scommetto che era anche tirchio, e se pagava lo faceva solo ogni tanto, peché doveva ottenere qualcosa.

Manuela e Fabrizio sono andati a casa della mamma di lui, a Ospitaletto, dove è successo qualcosa che ancora non sappiamo. Sappiamo però che in due o tre ore in quella casa lui si è incrinato una costola. Un uomo grande e robusto e sportivo può incrinarsela mentre gioca a rugby o durante la tattica di guerra. Difficile pensare che Manuela, con i suoi 35 anni, donna e fisico normale, possa avergli dato un manrovescio tale da provocare un danno simile. Di fatto però sono andati al pronto soccorso degli Spedali Riuniti di Brescia insieme e tra l’attesa e la visita hanno trascorso diverse ore tanto da rientrare a Ospitaletto, a casa della madre di lui, solo alle 3,59. L’orario è precisissimo perché è stato ripreso dalla telecamera della vicina di casa che punta dritto sull’auto che Fabrizio parcheggia mentre Manuela lo attende sul marciapiedi. La stessa telecamera inquadra, con la prima luce del giorno, Fabrizio da solo alle 6,04, in ciabatte e a torso nudo. Il suo avvocato dirà poi: “Si vede che non stava bene, la camminatura indica una persona fisicamente sofferente, perciò non può essere stato un omicidio premeditato”.

Dopo avere ucciso la tua amante tagliandole la carotide col coltellino, sicuramente non stai bene.

Il cadavere di Manuela è rimasto in quella casa un paio di giorni. Forse Fabrizio non era in grado di pensare come disfarsene ma quando l’idea è venuta l’ha fatto alla perfezione, da freddo omicida. Ha avvolto Manuela in un sacco di plastica nero, l’ha caricata nel baule e trasportata in un luogo che ben conosceva: i campi del Cremonese che confinano con la provincia di Brescia. L’ha seppellita dentro un contenitore di letame di una cascina, proprio lì dove andava con gli amici a giocare alla guerra.  C’è una sorta di sfregio psichico in questa tomba, oltre alla necessità di occultare un corpo.

Il giorno successivo è andato al sindacato a salutare prima che questo chiudesse per ferie. Non gli uffici del Caf, ma quelli di categoria dei trasporti e regionali. Lo ricordano, i dirigenti, assolutamente normale. Come era sempre stato. Non ha fatto trapelare neppure una lacrima di sudore da ansia di venire scoperto.

Per non fare insospettire i familiari dell’assenza di Manuela, ha inviato vari sms, ma proprio questi, invece,hanno puntato su di lui l’attenzione. Perché la scrittura, anche se con una tastiera, rivela molte cose di noi.

Freddo, calcolatore, senza alcun rimorso. Preoccupao solo di non farsi beccare e fingere nuovamente una vita normale di bravo marito, padre, figlio, lavoratore e sindacalista.

E poi è partito, come da programmi, per raggiungere la famiglia in Sardegna dove è rimasto, come da progammi, 15 giorni. Appena a casa ha trovato i carabineri che l’ aspettavano per mettergli le manette.

A lui erano arrivati abbastanza in fretta, grazie alle telecamere e alla famiglia di Manuela, che sapeva della storia con l’uomo sposato e ha sospettato di lui e non dell’ex Matteo che è stato accusato subito sui social, ma non dal Prouratore che indagava, perché si presume che un ex debba essere l’assassino.

Perché Fabrizio ha ucciso Manuela? La confessione completa e veritiera non c’è stata, ma a parlare per lui c’è il comportamento tenuto e questo dovrebbe bastare. Invece non basta. Non basta alla gente, non basta all’ex compagno, non basta alla famiglia. Al sindacato non sanno cosa pensare. Sono sconvolti. Non ricordano Manuela preoccupata o tesa l’ultimo giorno di lavoro. Non ricordano niente che possa avere detto o persino nascosto. Invece Manuela teneva nascosta una relazione che sperava un giorno si potesse mostrare alla luce del sole. E forse nascondeva anche tanta rabbia.

C’è del vero nelle poche affermazioni fatte da Pasini all’arresto (abbiamo litigato) ? Forse sì. Forse lei ha anche alzato il tiro del litigio, incapace di accettare ancora una volta che lui preferisse la moglie a lei. Che lui non fosse capace, menozognero quale era, di raccontare una  bugia alla moglie e riuscire a fare almeno qualche giorno di vacanza insieme.  Se così fose andata, però, si esclude il delitto premeditato che invece sospetta fortemente la Procura per via, soprattutto, di quei due coltellini (uno  non si trova) che Fabrizio aveva in auto. Ma anche della casa-trappola, dell’appuntamento prima di allontanarsi, del momento favorevole (poca gente in giro) per compiere un delitto che desiderava mettere in atto. Perché, probabilmente, il conflitto tra menzogna e verità era diventato insopportabile anche a se stesso.

Sono girate voci, prive di fondamento, subito dopo l’arresto e il ritrovamento del corpo. Manuela era incinta. Manuela le ha imposto di lasciare la moglie o glielo avrebbe fatto sapere.  Nessuno ha fatto trapelare ufficialmente niente, perciò  sono prive di fondamento le tipiche motivazioni che hanno provocato altri femminicidi, il peggiore proprio a Brescia, quello della sudamericana Marilia, uccisa e bruciata dal pilota-amante.

Manuela ha pagato con la vita, anche lei, l’avere sottovalutato i segnali di pericolo, sfidando il lupo cattivo che alberga nei narcisisti maligni come Fabrizio Pasini.

Di tutta questa storia io mi chiedo solo una cosa, e ossessivamente: come ha fatto Pasini a restare 15 giorni con figli, moglie e genitori senza fare trapelare niente dell’orrore che aveva saputo compiere e che non era più solo un gioco violento nei campi.  Me lo chiedo pur avendo, purtroppo, anche la risposta: i narcisisti maligni sono falsi e non sanno provare nè amore, nè dolore, nè rimorso.

 

SE FOSSE OGGI IL DELITTO DELLA CATTOLICA

24 luglio 1971, sabato mattina, Università Cattolica di Milano.

Una ragazza di 26 anni, Simonetta Ferrero, muore accoltellata nei bagni.

 

Dopo 48 anni  e tanti altri femminicidi come questo, un nuovo sguardo sulle indagini di allora e le numerose imprecisioni riportate nel corso degli anni da giornali e blog di nera su uno dei rari delitti efferati avvenuti a Milano. Un cold case che forse tanto freddo non è.

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La ricostruzione dell’omicidio di Simonetta mi stava particolarmente a cuore. Una sorta di testardaggine che ho verso tutti i casi irrisolti di donne massacrate e in particolare di questo, avvenuto nella mia città, e che ho conosciuto solo dopo molti anni, quando ero già giornalista di cronaca nera ma non avevo ancora l’esperienza di oggi.  In rete si trova moltissimo di questo caso ripreso un po’ da tutti i colleghi neristi e da altri che tengono solo in piedi i vecchi casi senza aggiuNgere nulla di più.  La prima cosa che salta all’occhio è la mancanza di fonti certe, come se nessuno abbia avuto accesso ai verbali dell’indagine di allora, con il risultato che le coltellate date a Simonetta sono per alcuni 33 e per altri 44, che Simonetta per alcuni è andata in corso Vercelli da un tappezzerie e per altri dal tappezzerie di via Lulli non sarebbe mai arrivata. Che si sarebbe alzata alle 9,30 e sarebbe uscita alle 10 e 30 da casa e sarebbe stata uccisa prima di mezzogiorno dopo aver fatto almeno tre soste per acquisti in una zona non vicina a casa sua. Che gli operai che quel giorno lavoravano lì sarebbero usciti alle 12 e insomma, l’imprecisione non aiuta a ricostruire, anche se, nel 1971, si presuppone che le indagini della Questura di Milano questa confusione non l’abbiano fatta. Perciò, quello che conta oggi è rileggere con occhi diversi un mistero che mistero potrebbe non essere. Di sicuro, solo 15 anni dopo, il dna avrebbe fatto uscire o entrare nella scena del delitto le persone che erano presenti quella mattina in Università. Poche, pochissime: una cinquantina. Di sicuro, i casi come quello di Simonetta, o di Lidia Macchi, anche lei della Cattolica ma uccisa a Cittiglio (Varese), che invece nell’87 ha rivelato il dna restando comunque irrisolto per 40 anni, sono stati casi difficili perché interpretati con pochi e conosciuti metodi di indagine.

Milano nel 1971 aveva i tram colore verde militare. Era una città in subbuglio, cupa, violenta, ribelle e repressiva. Contava un milione e 700 mila abitanti con classi sociali più basse che alte, periferie cresciute in fretta e furia, rapinatori in bande, uomini che mostravano i genitali alle ragazze per la strada o le importunavano apertamente, con rivolte studentesche e operaie, manifestazioni e cariche della polizia. Con arrampicatori sociali senza scrupoli e trame nascoste di potere finanziario a livelli alti, altissimi, quelli che poi decideranno le sorti dell’Italia. C’erano movimenti ribelli, non solo politicamente. C’erano gli hippy, quelli che si spulciavano in pubblico (come li definiva allora il Corriere della Sera), figli dei fiori importati da altre culture, e c’erano gli scontri tra destra e sinistra, fili neri di stragi che diventeranno una vera strategia della tensione dal 1969 con la bomba di piazza Fontana. C’erano occupazioni di stabili, come quella proprio in piazza Fontana. C’era disagio e voglia di reagire al disagio, chi in un modo chi nell’altro. C’era, sicuramente, una violenza diffusa, ammessa ma repressa senza guardare troppo verso chi si dirigeva. Come la notte al Vigorelli del 5 luglio 1971 quando la polizia ha caricato una folla mista che inneggiava con potenza ribelle ai Led Zeppelin e le loro urla di guerra vichinghe e la voce di un Gianni Morandi che ben rappresentava la massa che voleva dimenticare la difficile quotidianità.  Le temperature di quell’anno non erano così alte. Era una estate, come alcune precedenti e alcune successive, considerata fresca, cioè intorno ai 27 gradi. E agosto era più caldo di luglio. La gente andava in vacanza tutta insieme, per 15 giorni al massimo. Le attività riaprivano subito dopo Ferragosto.

Chi poteva permettersi vacanze più lunghe era considerato ricco e ricco lo era davvero. In generale, chi era in età di lavoro, qualunque professione facesse, restava anche a fabbriche chiuse a controllare, andava e veniva dal mare, ma restava, come si direbbe oggi, reperibile. I commercianti, allora tantissimi a Milano, staccavano lasciando anche la città in mutande solo nelle zone centrali e per una decina di giorni. I numerosi meridionali tornavano a casa, le scuole chiudevano per tre mesi e si andava alle colonie estive in Liguria o a Clusone o in quelle cittadine, come il Trotter.

Simonetta Ferrero era di famiglia benestante. Era nata a Casale Monferrato, in Piemonte, e si era trasferita alla fine dell’adolescenza a Milano perché il padre, ragioniere, aveva trovato posto alla Montedison appena nata (la fusione tra Montecatini e Edison) con sede in piazzale Cadorna. Erano andati ad abitare in una zona da un lato bella e dall’altro no, scomoda per il centro, e a quei tempi, a tratti,  persino pericolosa: via Osoppo, vicinissima a piazzale Brescia e alla sua monumentale chiesa.

Simonetta era molto credente e praticante, così come la sua famiglia. In famiglia c’era uno zio monsignore e lei aveva studiato dai salesiani prima di iscriversi alla Cattolica. Era molto impegnata anche in associazioni di volontariato tipiche di allora: la San Vincenzo e la Croce Rossa. Mondi abbastanza altolocati ambiti proprio dalle famiglie introdotte nel circuito della Chiesa.  Simonetta, seconda di tre figlie, viene descritta per quello che era: poche parole, nessun fidanzato nè flirt conosciuto in casa, rigida, studiosa e con ambizioni ben chiare: fare un lavoro importante e sposare a tempo debito uno importante. La prima ambizione viene presto raggiunta, a fine università, Scienze politiche, considerata di preparazione generica e non specialistica: il padre, come allora si usava fare con grande facilità, la fa entrare alla Montedison dove subito si occupa di decidere le sorti dei neo laureati che vogliono far parte del più importante gruppo economico di allora. E’ professionalmente dura: risponde alle direttive e non lascia margini alle intuizioni. Razionale e calcolatrice non ha sensi di colpa, ma doveri e morale cui rispondere.

La sua obbedienza a direttive superiori fatte proprie, deve averle dato una buona dose di senso di indipendenza se quella mattina del 24 luglio ha previsto di fare diverse cose in poche ore, solo in parte di aiuto alla famiglia e altre per sè che chi aveva un po’ di soldi, così giovane e in quell’epoca, poteva permettersi. La sua autonomia di quella mattina perciò va inquadrata in quel “io posso” farlo, io ce la faccio da sola. Non sappiamo se la sua famiglia fosse in completo accordo con lei, però sappiamo che hanno atteso poche ore a fare la denuncia di scomparsa e sappiamo che alla notizia della sua atroce morte, padre e madre hanno avuto un malore e neppure se la sono sentita di riconoscere il cadavere.

La scala G dell’Università Cattolica, l’ex antico convento con preziosa biblioteca dell’attigua Basilica di Sant’Ambrogio, si trova nel secondo cortile ideato dell’architetto Filarete, lo stesso che ha progettato quelli dell’Università Statale quando sorse come ospedale cittadino sotto i Visconti. E’ una scala stretta che porta al secondo e ultimo piano. Essendo sati concepiti come piani alti, c’è un ammezzato che sembra un primo piano. Oggi c’è una porta chiusa, e i bagni sono stati distrutti, ma nel 1971 c’era il portone che conduceva ai bagni delle donne. Si badi bene: portoni alti e robusti. E si badi ancora bene: i bagni, anche oggi, di donne e uomini sono ben divisi e lontani l’uno dall’altro. Perciò, chi entrava in quel portone, poteva solo essere donna e solo avere bisogno della toilette.

Quel sabato del 24 luglio 1971, Simonetta è uscita di casa verso le 9,30 (le notizie riportate non coincidono, qui si cerca l’orario più logico) dicendo che sarebbe rientrata per pranzo. A che ora? Si può supporre che a quel tempo e in quella casa un po’ borghese si pranzasse intorno alle 13. Aveva molte cose da sbrigare Simonetta, forse un po’ troppe per i tempi stretti. Per andare in corso Vercelli, sua prima tappa per comprare un dizionarietto tascabile italiano-francese dovendo partire la sera stessa con la nave per la Corsica in vacanza con la famiglia, ha dovuto prendere il tram numero 16 (e non il 15 come è scritto ovunque) unico che fermava in piazzale Brescia angolo via Osoppo e percorreva corso Vercelli e corso Magenta. Sappiamo poco delle sue soste con orari precisi perchè non esistevano gli scontrini fiscali e perché, pare, nessuno si ricordi di lei. Però sappiamo con certezza che nella sua borsa gli acquisti fatti sono stati ritrovati dalla polizia.

Simonetta andava in una zona che ben conosceva perché la percorreva ogni giorno e potrebbe essere solo questo il motivo per cui ha scelto di fare acquisti in quella zona e non nella sua. Ma c’è un altro motivo: il tappezziere al quale doveva portare dei campioni di stoffa per le sedie di casa, commissione datale dalla madre. Un po’ strana per la verità il 24 di luglio, a ridosso della chiusura estiva, ma non si può escludere che gli artigiani lavorassero in agosto e la famiglia pensò di trovarsi il lavoro pronto al rientro. Ciò che è certo è l’acquisto del vocabolarietto, della stoffa mai consegnata e dei profumi acquistati in Galleria Borella che si trova tra via Carducci e le due piazze, quella della Basilica di Sant’Ambrogio e quella della Cattolica, largo Gemelli. Oggi non passano più le auto, ma a quel tempo sì. Perciò dobbiamo immaginare una Milano trafficata, con gente in giro e donne benestanti della zona che al sabato mattina andavano in profumeria. Pare ovvio che quella profumeria è stata scelta da Simonetta perchè la conosceva o non avrebbe senso il giro che ha fatto. La sua laurea risale a 2 anni prima e quella galleria, essendo nascosta e di collegamento, è nota ai residenti o a chi frequenta la Cattolica. C’è comunque una stranezza anche nel percorso di Simonetta: se  proveniva da corso Vercelli che poi prosegue in corso Magenta, a piedi o in tram, è sbucata di fronte al bar Magenta di via Carducci e nessun universitario passa da via Carducci, semmai dalla vietta laterale che in due minuti conduce a largo Gemelli, di fianco alla sede, enorme, della polizia, che da sempre è anche un convitto per poliziotti non residenti a Milano. Anche chi vorrebbe andare in un negozio della Galleria taglia nello stesso punto. Perchè è così importante? Perchè si sarebbe trovata alla Università subito e non dopo l’acquisto di profumi. Perciò dobbiamo fare altre ipotesi: Simonetta non passa mai da via Carducci, ma taglia, come tutti,  dal retro del bar Magenta, attraversa largo Gemelli e va alla Galleria. Solo all’uscita decide di andare in Università dove ha messo piede l’ultima volta due settimane prima per prendere delle dispense per la sua amica, dispense che però non le ha consegnato, essendo state trovate in casa sua. Se effettivamente doveva andare anche in via Lulli, che si raggiunge proprio fiancheggiando la Cattolica e la caserma della polizia, il percorso è corretto. Quindi, regge l’ipotesi che in Cattolica ci sia andata perchè aveva bisogno del bagno e il bisogno l’ha avuto solo dopo aver comprato in profumeria dove non si ricordano di lei per il numero di clienti presenti e forse la fretta dell’acquisto.  Quella del bisogno del bagno è una ipotesi di polizia fatta tenuto conto di due fattori; uno, che è stata uccisa nei bagni, due che l’autopsia ha trovato la vescica svuotata, cosa impossibile se non avesse effettivamente evacuato, avendo fatto colazione intorno alle 9. La polizia però si è un po’ rotta la testa sul perché avesse scelto proprio quei bagni. Non erano della sua facoltà e nemmeno i più vicini all’entrata. Ci viene in aiuto la logica femminile: Simonetta sa che il 24 luglio le facoltà sono chiuse. Sa anche che la biblioteca è aperta e si trova proprio in quell’area dell’Università. Ma sa anche che se fosse andata nei primi bagni vicini all’entrata, col portiere che tutto può vedere da lì, si sarebbe un po’ vergognata ad usare l’Università che non frequenta più da due anni solo per una questione fisologica come fosse stato un bagno pubblico. Non è la sola a fare la stessa cosa: io uso lo stesso criterio. Perciò questo escluderebbe un ragionamento complesso, tipo quello dell’appuntamento segreto, nei pressi della biblioteca, che pure è stato tenuto in considerazione.

Quella mattina ci sono diversi persone. Che ore erano? Facendo calcoli un po’ approssimativi, probabilmente era poco prima di mezzogiorno. Il tram da attendere, il percoso di 20 minuti, i due negozi, la camminata e infine la pipì. Però siamo abbastanza sicuri che fosse prima di mezzogiorno, perchè i muratori sotto l’ammezzato hanno staccato giusto a quell’ora, come tutti i muratori.

Certo quei muratori sono provvidenziali all’assassino e una grande sfortuna per Simonetta, perchè usano il martello pneumatico e nessuno sente le sue probabilissime urla.

Simonetta entra in bagno tranquilla, con la borsa nera in mano. All’uscita, nell’antibagno, apre un rubinetto dell’acqua per lavarsi le mani e non si accorge di una persona che è entrata e non è una donna. Anzi: è una furia con un coltello in mano. Come nei peggiori thriller, il luogo dove la donna e più indifesa e la sorpresa giocano un ruolo fondamentale. Nonostante tutto, Simonetta si difende cercando di evitare i colpi. Si sa quello che ha cercato di fare, dalle ferite sulle mani, tipiche da difesa, e dalle manate di sangue lasciate ovunque nel piccolo anti bagno. Non riesce però ad uscire, segno che l’assassino oltre a colpire ripetutamente, la costringe più a difendersi che a tentare di scappare. Lui è furibondo e deciso; le infila un coltello di almeno 15 centimetri di lunghezza e due di larghezza nel petto e nell’addome e nel collo. I colpi sono 33 o 44, ma poco conta: quelli mortali sono 7 e il numero alto indica soltanto l’energia e il desiderio di uccidere in questo caso rinforzato dalle difese di lei che prolungano la volontà di ammazzamento calda, bollente, decisa.

In criminologia si definisce overkilling e si inserisce tra i delitti passionali (passione non significa della sfera affettiva specifica verso quella persona) con o senza intenzione di violenza sessuale. Che infatti non c’è stata e nemmeno tentata. E sarebbe più corretto deinirlo delitto pulsionale.

Le indagini hanno cercato di capire soprattutto due cose; come è uscito di lì, senza farsi vedere da nessuno, l’assassino? E come ha potuto uscire imbrattato di sangue?

Che lo fosse pare evidente: le ferite di Simonetta sono numerose, profonde alcune e superficiali altre, e hanno prodotto moltissimo sangue, sicuramente anche a schizzo. I movimenti della ragazza inoltre, hanno comportato anche quelli dell’assassino che cercava di colpire con un coltello da subito scivoloso essendo il sangue vischioso. E’ parso evidente subito che l’assassino si debba essere ferito alle mani a sua volta proprio per i numerosi colpi inferti a un soggetto in rapido e continuo movimento e per la scivolosità del coltello che inpugnava. Motivo di più per non capire come abbia pensato di uscire senza essere notato e, addirittura, senza lasciare sgocciolamenti ovunque. In effetti le ricostruzioni su questi punti sono davvero lacunose; sembra quasi che non sia stata rilevata nessuna traccia di sangue, nè orme insanguinate, dall’ammezzato all’uscita, neppure sui gradini. Cosa quasi impossibile. Si è trovato però una cosa ben peggiore, per un assassino così fortunato o preparato a non essere visto da nessuno: sulla porta del bagno, esternamente, c’era una manata interpretata come quella di uno che si appoggia per vedere se passa qualcuno prima di fuggire. Quella manata indica il gruppo sanguigno e l’altezza del killer; sopra l’1,80. A quell’epoca non era facile trovare altezze simili. Forse solo in alcune zone d’Italia, i nati tra il 30 e il 50 (ipotizzo un’età plausibile, essendo il 1971), avevano genitori alti. La maggior parte era al Nord. Ma la maggior parte non è accettabile come ricerca di possibile killer. Il gruppo sanguigno è stato definito comune, e perciò si intende il gruppo A. Il dna non era possibile trovarlo all’epoca, perciò restava l’uso del cervello e il controllo degli alibi: ben 350 persone sono state convocate e controllate.  Niente. O niente allora.

L’università chiude. Tutti escono. Nessuno usa i bagni. Nessuno sa che lì c’è stata una lotta ed ora è un mattatoio con un cadavere nel mezzo.

Ore 8,45 di lunedi mattina, due giorni dopo. Una ragazza appena arrivata forse da fuori Milano, sale all’ammezzato ed entra in bagno. La maniglia della porta è sporca, è sangue rappreso, ma la ragazza non lo sa e la apre lo stesso. Vede Simonetta a terra rannicchiata e un disastro tutto intorno a lei e sui muri. Scappa e va dal portiere di corsa. Il portiere chiama la polizia. Al pomeriggio si presenta un seminarista di 21 anni che viene da ìl Monferrato, esattamente dal seminario di Mirabello dei salesiani di don Bosco dove vive. Racconta una strana storia:

Questa mattina sono andato in Cattolica, dove sono iscritto a Filosofia, per controllare la posta in ufficio posto nel corpo G, e passando sulla scala ho sentito provenire un rumore di scroscio d’acqua da una porta. In seminario mi hanno abituato a non sprecare nulla e perciò ho deciso di andare a chiudere quel rubinetto. Ho visto il corpo e preso dal panico sono scappato. Ho preso il treno e sono tornato in Monferrato.

Il seminarista si chiama Mario Toso, ha 21 anni ed è nato a Mogliano Veneto, in provincia di Treviso. Presumendo che sia stato iscritto a Filosofia da due anni, la prima incongruenza è che nel suo curriculum, corposo, che si trova in internet, la sua laurea è del 1978.

La polizia di lui sospetta, ovviamente. Dice di avere trovato il cadavere,  dice di essere scappato, e nemmeno a farlo apposta, quel seminario salesiano, come scuola superiore, è stato frequentato anche da Simonetta. I due però hanno 5 anni di differenza e non potevano conoscersi.

Il capo della Mobile Enzo Caracciolo rumina come i cavalli: che diavolo ci faceva in un bagno femminile un maschio e per di più futuro prete?

L’avvocato di Toso sostiene due cose, quasi inattaccabili: non ha ferite da taglio alle mani nè macchie sui vestiti, che sono gli stessi che indossava.

Sì, ma quando? Sabato? E chi poteva dirlo? E come vestivano i salesiani allora?

Toso vene ordinato prete nel 1978, giusto l’anno della sua laurea.

La polizia che è certa delle ferite che l’assassino dovrebbe avere riportato, non trova nulla a suo carico. E non verrà mai più disturbato.

Mario Toso farà una carriera di tutto rispetto nella Chiesa. Dopo la laurea alla Cattolica ne prende un’altra a Roma, in Teologia e inizia a insegnare Filosofia all’Università Pontificia salesiana. Resta a Roma fino al 2015. Benedetto XVI lo ordina vescovo nel 2009 e intanto ricopre la carica di segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace (dal 2009 al 2015). Collabora alla stesura del Cariras in Veritate del Papa.

Ne 2015 Papa Bergoglio lo manda nella diocesi di Faenza Modigliana, in Emilia, 120 mila fedeli, dove si trova tuttora.

Da dove è fugguto l’assassino quella mattina di 48 anni fa?

Si è sempre ipotizzato dal portone centrale. Il portiere, che dice di non averlo visto, o  non aver visto nessun sospetto, non è affidabile: io stessa sono entrata due giorni fa (ma anche molte altre volte nel passato) e stava parlando con alcune persone. Eppure le lezioni sono finite e non si sa bene cosa ci stia a fare un portiere che lascia entrare persone adulte che non conosce come professori. Nessuno però ha ipotizzato, per lo meno dalle ricostruzioni che ho trovato, che potesse essere uscito, e magari anche entrato, dal cancello secondario, subito dopo il cortile, che sfocia sulla piccola via San Pio V che si snoda poi in  via Lanzone, vecchia Milano medioevale dove passano pochissime persone anche nei giorni feriali. Se il cancello fosse stato chiuso (ma chissà), non era impossibile scavalcare o conoscere punti facili per farlo. Già. Ma come la mettiamo con i vestiti insanguinati? Una ipotesi è che si sia coperto con qualcosa di lungo (e non certo come ho letto, che potesse essere nudo durante l’omicidio o che si sia cambiato proprio in quel bagno!). E le ferite alle mani? Se avesse avuto i guanti spessi li avrebbe tenuti anche prima di uscire e mai avrebbe lasciato l’impronta della mano sulla porta. Ma siamo sicuri che si è ferito alle mani solo perché tutto lo lascia presupporre?

Questo è un omicidio premeditato.

Uno che si porta un coltello di 15 o 20 centimetri da casa ha previsto di usarlo. E di usarlo contro una ragazza.

E il movente?

Rabbia, rancore, narcisismo, psicopatia. Bisogno di fare del male, molto e molto, per vendicare il proprio male patito o immaginato. O per un conflitto insopportabile che deve sfogare nel peggiore dei modi.

E Simonetta?

Vittima a caso, ma non del tutto. Vittima in università, in un bagno e donna. Perché? Perchè parrebbe luogo conosciuto dal killer, perché le ragazze sono bersagli favoriti dagli psicopatici e il bagno implica sopresa e vulnerabilità superiore al normale e luogo nascosto ai più. Chi uccide scegliendo di uccidere non lo fa in piazza (o in un cortile universitario). Si nasconde perché non vuole essere preso. E infatti è andata esattamente così.

Il killer è perciò un vigliacco capace di grandi cose (narcisista) che sa tornare sul luogo sul delitto e poi compensarsi senza uccidere mai più. E senza mai venire allo scoperto.

Il capo della Mobile rimuginò su quel ragazzo quasi prete che raccontò di essere entrato nel bagno femminile per chiudere un rubinetto senza preoccuparsi dell’imbarazzo,  e poi di avere avuto paura e non pietà di fronte a un corpo martoriato.

Ipotesi. Suffragate dal nulla.

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Bruna Bianchi, giornalista

Milano

 

 

(Grazie alla dottoressa Malke Ursula Franco, criminologa, per le spiegazioni scientifiche)

 

Non è possibile copiare in parte o riprodurre senza autorizzazione.

E ‘ possibile condividire dal blog

 

 

 

 

 

 

 

 

Carlotto spiega il crimine in tv. Ma è un pregiudicato per femminicidio.

Massimo Carlotto e la paradossale difesa della sinistra anche 40 anni dopo.
Detto da una nerista di sinistra, anzi, estrema.

Stasera inizia la trasmissione “Criminal Minds” sui Rai4, una delle tante che vivisezionano per il pubblico i casi discutibili, quelli che fanno più audience che ricerca di verità. Non siamo nelle campo delle indagini, ma della ricostruzione dei casi.
Nemmeno a dirlo, chi sarà il conduttore? Lo scrittore Massimo Carlotto, considerato esponente di spicco del noir italiano.
Il primo ad attaccare la trasmissione è stato Il Giornale che si è fatto portavoce della famiglia, o quella parte politicizzata di essa, che ha chiesto di preservare la memoria della loro parente, Margherita Magello, la ragazza uccisa e Padova per il cui omicidio Carlotto è stato condannato, fuggito all’estero come molti intelettuali di sinistra (ma allora era un ragazzino di 19 anni…) e infine graziato su richiesta della sua famiglia dal presidente Ciampi.
Il Giornale fa una filippica di destra contro la Rai. E Il Manifesto una di sinistra, contro la famiglia, persino più dura.
Nessuna delle due entra nel merito nel caso Carlotto, giudiziario, nè del femminicidio per il quale è stato condannato, nè dell’opportunità, non tanto per la famiglia, ma per ragioni puramente morali, di mettere in tv uno che la giustizia ha ritenuto colpevole. I suoi libri si pssono comprare o no, ma la Tv è pubblica e il ragionamento va fatto. Come sempre è stato fatto per esponenti evidentemente di destra, o mafiosi, anche soltanto intervistati. Che privilegi ha Carlotto, a parte quello di essere stato graziato e dichiararsi innocente come tantissimi altri assassini? E perchè la sinistra ancora oggi (e cito il Manifesto di cui ho letto l’articolo in cultura) non entra nel merito del caso invece di fare il difensore politico a un fatto di cronaca nera, anzi, un femminicidio di una ragazza non politicizzata, 40 anni fa?
Io mi sono presa la briga di ricostruire quell’omicidio lo scorso gennaio. Ho impiegato diverso tempo e fatto diverse interviste, ho letto tutto quanto era disponibile e sono stata anche a Padova per rendermi conto con i miei occhi, come ho sempre fatto. Non mi sono, nemmeno per un momento, lasciata condizionare dalla politica di allora, stessa area mia, nè dai famosi avvocati (Pisapia) di allora o da tutta l’area che allora si è schierata con un ragazzino di 19 anni che ha raccontato, come fanno tutti coloro che non confessano (e perciò non ha nessun valore investigativo) come sono andate le cose secondo lui.
Il fatto incredibile, in un caso come questo, è che c’entri allora come oggi la politica. Qui si tratta di un banale, mi si passi il termine, caso di femmincidio dove non ci sono stati altri imputati nè sospettati e dove il futuro condannato ha ammesso di essere stato addirittura sulla scena del delitto ed essere poi fuggito. Quello che dispiace, e lo dico con amarezza, è che la destra o la famiglia che di sinistra non è (ma nemmeno è fascista) abbiano il potere di fare chiudere la sinistra e i cosiddetti intellettuali di sinistra a riccio su un caso di comune criminalità, neppure uno di quelli (tipo Battisti) che si possono inserire in un contesto politico dell’epoca. La morte di Margherita non ha niente di politico, proprio niente. E’ stato un omicidio scaturito da un impulso di natura sessuale. Purtroppo come tanti.
Massimo Carlotto si ritiene da sempre vittima di un errore giudiziario, come tanti. Vorrebbe, lui, come tutti gli intellettuali di fama, che si dimenticasse il passato. E invece, proprio per chi non ammette la sua colpa (e perciò nemmeno si è mai pentito), il passato resta vivo e deve restarlo per tutti. Chi crede all’innocenza di Carlotto, è libero di farlo. Come tantissimi credono ancora all’innocenza di Massimo Bossetti o di Annamaria Franzoni. Ma per avvocati, criminologi, giudici, magistrati e anche giornalisti di indagine, i casi discutibili (cioè quelli che lasciano qualche dubbio in assenza di confessione) l’unica verità vera è la condanna, in questo caso di primo e secondo grado, finché è sopraggiunta la grazia.
Siamo sicuri di essere coerenti? Siamo sicuri di non dare spazio alla destra solo perché la sinistra ha deciso che qualcuno è più intoccabile di altri? Siamo sicuri che un femminicidio consenta a uno condannato anche se 40 anni fa per femminicinidio (la grazia è del ’93) di intattenere il pubblico, spiegare, dettare ragioni, dall’alto delle sue conoscenze di crimine, in una tv pubblica?
I casi controversi sono sempre casi per i quali la difesa a spada tratta, se non è ben motivata nel merito, si ritorcono contro chi li sostiene.
Io sostengo che i partigiani hanno fatto bene ad uccidere. Ma non sostengo che un partigiano possa aver fatto bene ad uccidere una donna che non ci stava, solo perché mi conviene sostenere la lotta partigiana.

Ecco qui la mia ricostruzione del caso Magello-Carlotto.

Venti gennaio 1976. In via Faggin al numero 27 a Padova, fuori delle mura e non lontano dalla stazione, nella prima di una serie di villette a schiera rinchiuse da un cancello, abita Margherita Magello, 24 enne carina ma non appariscente, tranquilla studentessa lontana dalla politica che invece a Padova da un decennio agita i sonni di carabinieri e poliziotti. E non solo. Suo padre Giovanni, ingegnere, se ne era andato da quella casa a tre piani lasciando i due figli, Carlo e Margherita, con la moglie che tutti chiamano Mimì. Al piano di sopra, affittato giusto per non lasciarlo vuoto, abita una giovane donna con il marito tenente dell’Aeronautica. Ogni tanto un ragazzo va a trovare la sorella, ma più che andarla a trovare, ci va a studiare. La casa dove vive con il padre, un commercialista che a Padova conosce tutti, non è altrettanto silenziosa, e così il ragazzo, che fa ancora il liceo, ne approfitta. Se la sorella e il cognato non sono a casa, lui passa al piano terra dai Magello dove sa di trovare una copia delle chiavi pronte per lui. Con Margherita ci sono pochi scambi, anche se ormai si conoscono da tempo. Lei adesso ha quasi cinque anni più di lui, è fidanzata con Mario e si deve sposare, perciò i suoi pensieri sono altrove. Massimo, nella Padova divisa tra destra e sinistra, dura la prima come è dura la seconda, prova in fretta simpatia per Lotta Continua che nelle scuole fa propaganda e attira ragazzi che vogliono cambiare l’Italia, spesso in conflitto con i genitori di ben altra area politica. L’Italia è in subbuglio, nel 1976. Dal 1969 è iniziata la strategia della tensione, i neofascisti di Ordine Nuovo, tra Treviso e Padova, si mettono in moto per mettere bombe nelle banche e sui treni, e trent’anni di processi ingarbugliato le cose ma non le responsabilità. Anche il terrorismo rosso trova linfa vitale in questa stessa zona e, in mezzo, la sinistra extraparlamentare che ha già compiuto il salto di qualità dell’estremismo con l’uccisione di Calabresi nel 1972 a Milano. In questo caldo ideologico infernale che fa ribollire l’Italia, Massimo è un ragazzo che ha trovato amici che prendono a braccia aperte chi è pronto a fare qualcosa. C’è molto da fare anche a Padova, che è piccola e pettegola, ricca e operaia, arrogante e umile, capace di esprimere forti ed estreme contraddizioni. E bisogna tenere a bada i fascisti.

Sono circa le 17 del 20 gennaio e ormai è quasi buio. Una bicicletta entra nel cancello che rinchiude la stretta via privata e si ferma davanti alla villetta. Suona il campanello Magello. All’interno c’è solo Margherita, al telefono con una amica. Sta per sautarla e andare a farsi una doccia prima che la madre torni da Torino, e le dice in fretta: ti lascio, c’è uno alla porta. Margherita si era già tolta i pantaloni e la camicetta, e per andare ad aprire, scendendo i gradini, si butta addosso un accappatoio.

“Lui entra e le chiede le chiavi per andare, come di consueto, al terzo piano a studiare. Ma quel giorno non era uno qualsiasi. Aveva litigato con la ragazza, è stato rifiutato, era pieno di rabbia. Davanti a lui c’era una ragazza sola in casa e deve aver pensato a come era fatta sotto l’accappatoio”.

La mente comincia a fantasticare e infine a provarci. Una prova secca, che fa subito tirare indietro Margherita. Lui si carica di quella furia che hanno le menti annebbiate dai rifiuti e da altri rifiuti ancora più lontani nel tempo e ora la insidia, la vuole ad ogni costo e lei scappa, prima indietreggiando e poi correndo su per le scale perché altro non viene in mente quando ci si sente braccati. Arriva in camera sua e lì è in trappola: la casa è terminata. C’è il suo letto e sul letto verranno trovate le chiavi dell’appartamento del piano di sopra, ormai inservibili.

Lui ha un coltellino che porta sempre con sè, come fanno tanti ragazzi e come a quel tempo si faceva anche di più pensando a possibili aggressioni per la strada tra fazioni opposte. Scatta così, come scatta il coltellino serramanico, il bisogno urgente di colpire come se quella non fosse una ragazza, non fosse un corpo, ma fosse il diavolo dei suoi pensieri cattivi che lo tormentano e non trovano sbocco. Ti volevo, non mi hai voluto, mi piacevi, non ti sono piaciuto. Ti uccido.

Margherita si rifugia nell’unico luogo che è rimasto: il guardaroba-sgabuzzino, e lì si accoccola, ma non riesce a proteggersi da 56 colpi.

Lui la vede nel sangue, sente il mugulio lieve della sofferenza mortale e comincia a lavarla e sistemare l’accappatoio attorno al suo corpo, con cura, e attorno al capo le mette una fascia. Bella, composta. I criminologi lo chiamano undoing, cioè fingere che nulla sia accaduto in una sorta di affettuosa pietà.

Mezz’ora dopo, mamma Mimì ferma il taxi davanti a casa e vede subito che la porta d’entrata è aperta. Ha paura. Chiama la figlia e la figlia non risponde. Resta in strada, pensando ai ladri che forse sono ancora lì dentro, quando proprio in quel momento arriva il tenente dal lavoro, l’inquilino affittuario del terzo piano. Lo prega di entrare insieme con lei. In cucina non c’è nessuno e allora salgono le scale. Nella sua camera da letto tutto è in ordine e allora salgono ancora le scale fno alla camera di Margherita. La prima cosa che nota Mimì sono le chiavi sul letto, di fianco a una camicetta buttata lì. E’ il tenente a trovare il corpo, ormai morente, che spunta dallo sgabuzzino.

Quattro ore dopo, un ragazzo, Massimo Carlotto, si presenta alla caserma dei carabinieri di Prato della Valle in compagnia di amici e di un legale. Racconta una storia:

“Stavo andando a fare una ricognizione nell’area che è di spaccio di eroina per conto del movimento cui appartengo, Lotta Continua, quando ho sentito delle urla provenire dalla casa dove abita mia sorella. Sono andato a vedere e ho trovato Margherita Magello, che abita al piano terra della stessa villetta, in fin di vita. Ho raccolto le sue ultime parole: cosa mi hai fatto..io ti ho dato tutto.. Sono scappato per paura”. I suoi vestiti sono macchiati di sangue, ma lui ammette di averla toccata.

I carabinieri e il magistrato non credono alla sua versione e lo accusano di omicidio volontario (oggi si chiamerebbe femminicidio).

La sinistra si schiera con Carlotto, si muove anche lo storico difensore, l’avvocato Gian Domenico Pisapia. Carlotto è un militante, è certamente vittima di un complotto contro la sinistra. La teoria che lo difende però non trova sostegno forte nelle file della stessa sinistra italiana e per lui non si fanno manifestazioni. Non ci sono stati scontri con l’estrema destra, nè botte dei poliziotti: la perplessità, anche tra i giovani, è forte.

Undici processi e una fuga in Sud America così come aveva fatto il trevigiano neofascista Ventura, e una in Francia, protetto da Mitterand e uno stuolo di intellettuali. Non perchè volessero difendere un ragazzino padovano, benchè di Lotta Continua, ma perchè Carlotto, ormai nel gotha dei protetti solo per il fatto di appartenere a movimenti contrari allo Stato di allora, nel frattempo, in quei pochi anni di carcere, ha anche incominciato a scrivere romanzi, quelli che ti ficcano sorde coltellate raso terra e raso terra individuano il lato buio, il noir. Da scrittore diventa uomo di cultura e da uomo di cultura un intoccabile.

Massimo Carlotto si è sempre dichiarato innocente nonostante le condanne di primo e secondo grado. Il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro gli ha concesso la grazia nel 1993, non richiesta da lui (avrebbe dovuto ritenersi colpevole) ma dai suoi genitori.

Da uomo definitivamente libero ha detto: Margherita è una vittima che ha avuto giustizia, io no.

Massimo Carlotto vive tra Padova e Cagliari. E’ ritenuto il maggiore esponente italiano del noir.

Ps: la ricostruzione del delitto di Margherita Magello, 42 anni dopo, è stata fatta in base ai verbali , alle testimonianze e i ricordi dei familiari che preferiscono non apparire per discrezione e per la notorietà del personaggio in questione.

Ps2: pur essendo stata nell’area della sinistra extraparlamentare in quegli anni, e pur riconoscendo il clima di tensione che ha consentito di far regnare sovrana la confusione, ritengo l’omicidio di Margherita un femminicidio come tanti altri, con l’aggravante, semmai, che intellettuali, editori e autori, abbiano scelto di stendere un velo, non pietoso, ma di indifferenza su un caso giudiziario cui la parola fine è stata messa dalla grazia ma non dall’assassino.

Donna, io ti uccido

10 gennaio    Sozzago, provincia di Novara: una donna di 45 anni viene uccisa a botte dal convivente con precedenti per violenza.

20 gennaio    Dalmine, provincia di Bergamo: ex operaio bergamasco di 62 anni spara in testa in un hotel all’amante nigeriana di 37 anni che voleva lasciarlo.

24 gennaio    Cremona: cinese uccide con la mannaia la moglie e il figlioletto di tre anni

31 gennaio    Macerata, provincia di Ancona: nigeriano fa a pezzi una ragazza di 18 anni: probabile rifiuto sessuale

10 febbraio   Milano: tranviere milanese uccide a coltellate una ragazza di 18 anni che lo rifiuta sessualmente

10 marzo       Cisterna di Latina, provincia di Roma: carabiniere spara alla moglie con la pistola d’ordinanza, si barrica in casa , uccide le figlie e si suicida. Era separato da mesi. La donna lo aveva denunciato e cambiato la serratura di casa.

15 marzo      Giussano, provicia di Milano: ragazzo di 28 anni uccide madre e nonna nel sonno e si suicida. Lascia un biglietto: i soldi sono finiti.

17 marzo      Reggio Calabria: donna di 48 anni uccisa con quattro colpi di pistola in testa mentre è appartata in auto con un esponente delle cosche mafiose calabresi. Lui  viene solo ferito di striscio.

18 marzo      Canicattini Bagni, provincia di Siracusa: 27enne uccide a coltellate la compagna di 20 anni, madre di suo figlio di 8 mesi, e la getta in un pozzo artesiano. Litigavano da anni.

19 marzo     Terzigno, provincia di Napoli: 31enne separata da pochi mesi viene raggiunta davanti alla scuola della figlioletta e uccisa con la pistola. Il marito aveva lasciato un biglietto: mi faccio giustizia da solo. Si è suicidato.

Letti in sequenza, i femminicidi e le stragi compiuti in due mesi (18 gennaio-20 marzo) fanno aggrottare la fronte: adesso a chi tocca?

Letti in sequenza, i provvedimenti di prevenzione del crimine di genere, dal 2013 al 2017, sembrano invece acqua e sapone per lavare il sangue: la legge 119 del 2013 ha inasprito le pene (per uomini e donne) che compiono atti persecutori, il cosiddetto stalking che comprende atti di pedinamento, offese, minacce e appostamenti con qualunque mezzo, dal telefono all’auto, dalle scritte sui muri alle piccoli ritorsioni dagli insulti verbali a quelli scritti anonimi, dalla “triangolazione” (cioè l’utilizzo di terze persone) per diffamare, all’uso di facebook per spiare e creare stati ansiogeni. Nel 2017 al Senato è stata istituita la commissione parlamentare di indagine sul femminicidio e ogni forma di violenza. Dal 2017 la data dell’8 marzo è centrata contro la violenza sulle donne in tutto il mondo con scioperi generali.

Femminicidio: vocabolo entrato (a fatica) nella comunicazione dei mass media solo da pochi anni. E’ stato coniato nel 1990 negli Stati Uniti dalla docente americana Jane Caputi e dalla criminologa Diana Russell individuando una categoria criminologica vera e propria che fonda il movente dell’omicidio di genere nella cultura patriarcale del diritto maschile sulla donna.

In Italia i femminicidi sono in calo da diversi anni, così come lo sono gli omicidi (343 all’anno), ma aumenta la sproporzione: un omicidio ogni due è di genere, cioè si uccide la donna in quanto tale. Lo scorso anno sono stati 117.

L’Italia non è in testa a nessuna lista nera di assassinii di donne, neppure in Europa. Sono i giornali ad enfatizzare alcuni femminicidi, e in particolare quelli di ragazze molto giovani, di mamme, di donne uccise da extracomunitari o di stragi familiari. Quello di Reggio Calabria, che pure è evidentemente un femminicidio, l’ho trovato cercando i casi del 2018. La donna-amante e per di più di un esponente delle cosche è una notizia fastidiosa o una notizia locale. Così come l’omicidio della nigeriana in uno squallido hotel dove si incontrava da tempo (ma non era prostituta) con un bergamasco che non ammetteva di essere da lei lasciato. Il caso di Pamela Mastrogiacomo è stato addirittura trasformato in un serial horror a discapito persino della verità, e la componente razzziale ha avuto la meglio persino su quella sociale (lei tossicodipendente) con la conseguenza che abbiamo visto a Macerata. Chi ha armato Traini, vendicatore fasullo di Pamela? La sua mente predisposta alla difesa della razza bianca, la potente manipolazione politica su un soggetto predisposto a delinquere e l’altrettanto potente suggestione generata da dialoghi, immagini e fantasie di stampa, televisione e bar di paese.

C’è una possibilità – e se lo chiedono in molti da diversi anni – che esista l’effetto manipolatorio su personalità fragili e predisposte ad agire il vissuto del male, cioè lo sperimentare di persona il fare del male a qualcuno?

No. La risposta è sempre stata no. E’ stata no per i videogiochi violenti, è stata no per gli americani che uccidono nelle scuole, è stata no persino nei suicidi. Con una precisazione: circa 15 anni fa ci si era accorti che ogni volta che si scriveva di una persona che si buttava da un ponte, alcuni giorni dopo se ne buttava un’altra. Peggio è stata la sequenza di suicidi per asfissia in auto; una vera ecatombe, tanto da fare prendere la decisione ai giornali di non pubblicare più alcun suicidio a meno che non fosse collegato a una vicenda di rilievo. Nonostante la stampa non ne parli, i suicidi sotto i treni in superficie e sottoterra nelle città, continuano con picchi nei mesi che sono stati ampiamenti studiati: vicino alle vacanze di Natale (prima o dopo), vicino a quelle estive (prima, durante o dopo) e l’inizio dell’autunno e della primavera (mesi in particolare che incidono sui disturbi di depressioni bipolari e ciclotimici, quelle a più alto rischio di suicidio).

I suicidi, nonostante non se ne abbia neppure notizia se non si è direttamente coinvolti, sono un numero spaventoso: 4000 all’anno. A niente è servita la prevenzione “fisica” ad esempio sul Duomo di Milano o sui ponti noti per buttarsi di sotto da grandi altezze (il ponte di Paderno o quello di Spoleto) con reti e barriere di impedimento. Chi non può più suicidarsi lanciandosi nel vuoto da un punto alto che gli assicura la morte istantanea, ripiega sull’ultimo piano di casa, il metrò, i treni, i farmaci, i coltelli. Se la decisione è quella di morire, si muore. Perciò sì, quando si è cessato di scrivere dettagliatamente come si era sucidato qualcuno col gas di casa o il gas di scarico in auto questi tipi di suicidi sono diminuiti e hanno almeno (per le case) evitato qualche morte di innocente. Ma chi aveva deciso di morire l’ha fatto lo stesso. Cosa scattava nella mente allora, leggendo un articolo o sentendo una notizia in radio e tivù?. L’idea del come, non del perché. Chi  cerca di morire cerca idee su come morire senza soffrire. Basta mettere in google queste parole ed escono automaticamente, segno che la ricerca è numerosa anche se non signfica automaticamente che tutti coloro che cercano poi si siano davvero uccisi. Per uccidersi occorrono diversi fattori, primi fra tutti quelli chimici che regolano l’umore. Le motivazioni che a noi sembrano a volte riduttive, puerili e incomprensibili, nel cervello di una persona in disequilibrio psichico-emotivo assumono sembianze totalmente diverse e ogni rifiuto o fallimento si ingigantisce. E’ sbagliato parlare genericamente di depressione, ma sono occorsi anni anche alla psichiatria per capirlo. A noi ne seviranno molti di più finché i titoli della stampa saranno sempre: era depresso, ha ucciso la moglie. Oppure, peggio ancora: era geloso, ha ucciso la moglie. La depressione in sè non fa uccidere (anzi: è il ripiegamento su se stessi per poi risalire), così come il sentimento della gelosia, benché faccia soffrire chi lo prova, e anche molto, non è collegato al desiderio di soppressione fisica ma piuttosto mentale dell’altro. Le persone patologicamente gelose, sono persone che hanno già manifestato precedentemente comportamenti passati inosservati e non per forza violenti nel termine che conosciamo (per esempio sono ossessive, pignole, controllanti o/e incapaci di autocontrollo), uno dei quali si esprime con quella che definiamo gelosia. Tutti siamo gelosi, tutti non vogliamo perdere qualcosa cui teniamo molto, ma pochissimi di noi uccidono o perdurano nel fare del male all’altro o mettono on atto meccanismi disfunzionali per ottenere ciò che vorrebbero. Quei pochissimi che lo fanno (ma tanti nel resto del mondo e in particolare in America Latina, in Asia e in Spagna) sono una sorta di borderline (non nel senso psichiatrico ma di personalità limite) che già contiene la possibilità di non accettare la perdita. Si definiscono disturbi dell’attaccamento. E sono di entrambi i sessi, ma nell’uomo vengono elaborati anche secondo la cultura di massa.

Sono tutti casi psichiatrici? La maggior parte dei femminicidi viene commessa da personalità paranoiche, dipendenti e narcisiste. Nei giovani prevale invece il disturbo borderline, la depressione bipolare e l’uso delle droghe. Queste ultimi sono in netto aumento e non a caso spiccano negli omicidi e persino nelle stragi familiari ragazzi tra i 24 e i 35 anni.

Che siano aumentate le forme depressive nei bambini e negli adolescenti è fenomeno ampiamente studiato e confermato dagli neuropsichiatri in tutto il mondo. Che siano più difficili da riconoscere e si manifestino in modo differente rispetto a quello che più o meno conosciamo, anche. Il bullismo, ad esempio, è considerata una espressione di disagio non sociale ma emotiva che a volte combacia anche con quello ambientale e a volte no. Il ritorno della droga che cerca in chi la assume di combattere la depressione (l’eroina) lo spiega ancora di più. Ma anche le droghe casalinghe che si sniffano (trielina, gas  butano) considerate innocue, vengono assunte per trovare uno sbocco al disagio esistenziale con la conseguenza di portare soggetti predisposti (appunto coloro che cercano soluzioni al disagio) a forme di dissociazione e psicosi. Senza parlare della cocaina e di tutte le mentafetamine di cui si conosce l’enorme consumo ma non si indaga mai su chi sono gli assuntori e in quale quantità la assumono. Tutte le droghe sintetiche stimolanti agiscono sulle cellule nervose e modificano lentamente i comportamenti. Noi sappiamo che chi ha ucciso ha usato droghe solo se era un tossicodipendente, ma non sappiamo mai se chi ha ucciso faceva uso saltuario di droghe e lo teneva ben nascosto.

Alcn femminicidi fanno riflettere più di altri: può uno che aveva amanti essere geloso della moglie? Sembra un controsenso. Eppure il carabiniere di Cisterna di Latina le amanti le aveva. E, anzi, è stato proprio questo uno dei motivi scatenanti della richiesta di separazione. E dovremmo smettere di pensare che lui aveva amanti perché con la moglie non aveva un rapporto soddisfacente. Chi ha amanti (o va a prostitute) compie scelte precise, cercando più o meno lo stsso effetto della droga che schiaccia il problema e lo rende innocuo. Ma il problema resta e, anzi, si ingigantisce.

Perciò io non credo che nei femminicidi si possa parlare di emulazione nonstante ne vediamo dolorosamente uno dietro l’altro. A leggeri bene sono tutti casi diversi e anche la reazione delle donne nel rapporto è stata diversa. Chi ha lasciato e chi no, chi ha avuto subito un nuovo parter e chi no, chi litigava da anni e chi taceva da anni.

Chi vuole uccidere, uccide. Basta una esplosione interiore al percepire la fine, una rabbia covata, un senso del diritto che impedisce il dialogo, un fragilissimo “io” che sta andando in mille pezzi e non ha idea di come ricomporsi se non quella appresa negli ambienti che ha frequentato (famiglia, scuola, società, lavoro e perchè no, social pieni di odio come lo è Facebook o le innumerevoli e dettagliatissime descrizioni di come fare soffrire il partner che si trovano in internet).

Io non credo alla prevenzione, nel rapporto di coppia, come se fosse il mettere la cintura in auto per non morire in caso di incidente. Credo, fermamente, che le prime a rendersi conto dei segnali debbano sempre essere le donne e che chi potenzialmente è capace di uccidere dà segnali di vario tipo, tutti che fanno provare disagio (a volte rabbia) alla donna.  Credo femamente che gli organi di polizia che raccolgono denunce debbano essere preparati a stilare una serie di domande intelligenti, e non queste: ha ricevuto minacce di morte? Manda messaggi insistenti? Si fa trovare sottocasa o al lavoro? Ha cambiato la serratura?  Credo fermamente che tutti i centri anti-violenza debbano smettere di studiare e ficcarsi fisicamente nelle situazioni difficili facendo da cuscinetto con la fermezza di chi sa esattamente capire cosa potrebbe succedere in quella casa o appena fuori da quella. Credo fermamente che siano in mano a gente totalmente incompetente che ha a che fare con donne piene zeppe di sensi di colpa tipicamente femminili, riparatrici come lo sono le donne, comprensive come sono le donne, e a volte, fatemi correre il termine, stupide come lo sono le donne romantiche, sfidanti il pericolo, o quelle dipendenti senza una vera ragione economica di esserlo.

Le donne all’ultimo appuntamento ci vanno, e se non ci vanno e hanno cambiato la serratura di casa o hanno mille protezioni di avvocati e centri per donne maltrattate, vengono inseguite e braccate lo stesso come Antonietta a Cisterna di Latina.

Immacolata, uccisa solo ieri, come altre donne che non amano più e hanno deciso di tagliare per sempre, ha fatto errori che ha pagato con la vita. Il primo errore è sempre quello di non comprendere fino in fondo il proprio compagno, soprattutto coi figli di mezzo (che non sono amati da questi assassini, si badi bene, ma vissuti come ulteriore perdita di potere maschile). Tutte le zone d’ombra di una persona vengono sempre a galla e fortemente solo nei rapporti affettivi. Non per niente il femminicidio è un delitto passionale, cioè della sfera della passionalità (da non confondere con l’amore: sono pulsioni affettive interne) e non per niente si è giunti a modificargli il nome. Fare entrare nella cultura mondiale il concetto di benevolenza ( volere bene) è una impresa titanica. I narcisisti sono egocentrati e l’egocentrismo interpreta i segnali esterni in senso introverso: lei osa lasciarmi, lei osa sminuirmi, lei osa impormi scelte, lei osa…ecc. ecc. Ma al momento delle sepearazioni accade qualcosa di molto più grave per uomo e donna: il dolore del fallimento che è ben più bruciante, all’inizio, di quello della perdita. E’ qui che interviene il soccorso del narcisismo positivo che noi chiamiamo autostima, dove il suo improvviso crollo viene soppiantato naturalmente da un lento e doloroso percorso di risalita. Quando questo meccanismo si inceppa malamentee l’ossessione ha il sopravvento, e la perdita viene vissuta in modo tragico, chedere aiuto agli psicologi serve, ma non basta. I veri alleati restano i farmaci che regolano l’umore nei momenti di squilibrio pericoloso per sè e per gli altri.

Perciò io non credo all’emulazione nei casi di femminicidio. Credo che l’idea di come uccidere può avere il suo peso (così come nei suicidi) ma la forza di togliere una vita richiede un basso concetto morale della vita altrui (anche prima) e la certezza che la propria morte conseguente (il sucidio) o l’arresto, toglieranno definitivamente il dolore. In effetti è così: in carcere, gli assassini si sentono contenuti e uguali ad altri che hanno comesso crimini. Lasciando un uomo che ha ucciso la sua compagna in giro, pardossalemente, gli procureremmo una ancor più grave sofferenza  psicologica. Uccidendo ha sì risolto il dolore lacerate della frustrazione abbandonica, ha sì compiuto un gesto che gli ha ridato autostima, ha sì ristabilito il potere dell’uomo sulla donna, ma sbollito il senso di grandiosità, non saprà più che farsene. Il carcere che contiene con autorità tutti gli impulsi, è spesso vissuto da questi uomini come l’ancora di salvezza dal dolore potente che provavano prima. Ma nei fatti non cambia nulla dentro di loro. Ho visto assassini usciti dal carcere a pena scontata, dire: tanti anni fa ho compiuto un reato. Nemmeno dopo, la donna è una donna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il fratello del carabiniere di Latina è l’altra metà dell’inferno

 

Si chiama Gennaro. Oggi parla a ruota libera tentando di difendere Luigi Capasso e le bambine (“le mie principessine”) uccise da suo fratello con determinata volontà. Non ce la fa a dire apertamente che sua cognata è colpevole, e allora ci gira intorno parlando dell’avvocato di lei “che le ha imposto di non fargli vedere le bambine”. Ecco perché ha dato fuori di matto. Gennaro Capasso arriva a dire che suo fratello ha avuto “un black out di 15 minuti”.
Fa niente se ormai è noto che era stato tutto premeditato (5 lettere) e che ancora (e mai lo saranno) non sono stati resi noti i veri motivi della rottura della coppia. Fa niente se suo fratello ha commesso qualcosa di abominevole, rinforzato dal fatto di essere carabiniere. Siccome è morto, poveretto anche lui e qualcuno anche per lui dovrà avere un sentimento di pietà.
La giustificazione per Luigi Capasso è la stessa che ha lasciato viva (perché soffrisse in eterno, si badi bene alla crudeltà del gesto) Antonietta Gargiulo, e ucciso le sue bambine. Se non l’avesse giustificato, se non avesse avuto pietà, se non avesse provato questi enormi sensi di colpa che a noi donne fanno provare sin da bambine e che pesano come macigni in tutte le nostre scelte, rinforzati dalle colpe che ci danno gli altri soprattutto nei matrimoni (prete, colleghi di una e dell’altro, genitori, parenti) a rischio di rottura, ecco, se Antonietta non avesse giustificato in parte suo marito, sarebbe andata diversamente. Gli ha dato un potere enorme di vendicarsi.
Mancano tanti elementi per comprendere, ammesso che lo si voglia fare.
Mancano, soprattutto, gli elementi della vita di coppia (di cui nulla sappiamo e nulla sapremo mai) e dell’infanzia e adolescenza del carabiniere, di cui nulla sapremo mai neppure da chi potrebbe raccontare molto.
Appena questa orribile vicenda di Latina è terminata, ho scritto un post che ha raggiunto centinaia di persone. Era uno dei primissimi, nei social, che oltre a informare diceva anche che l’epilogo della sua vita ha raccontato la sua vita precedente.
Non è vero che si sbarella per un divorzio o una separazione. Si soffre, e molto anche. Si provano svariati sentimenti, spesso potenti e aggressivi. Non è vero che il senso del possesso scatena l’odio omicida. Non è vero che la disperazione o la depressione conseguenti al senso di perdita conducano ad atti contro gli altri così abominevoli. Lo sappiamo tutti: uccidere i propri figli, per di più piccoli, è un atto abominevole.
Il carabiniere aveva subito un provvedimento disciplinare per truffa assicurativa. L’Arma non spiega di più, ma questo aiuta a capire chi era. Qui si parla di un uomo che aveva il senso del diritto (attenzione, non c’entra col possesso!) e l’incapacità di vivere la conseguente frustrazione per non poterlo esercitare.
La moglie non l’ha lasciato per uno schiaffo o una strattonata davanti ai colleghi. In quell’occasione ha fatto un esposto contro di lui. Si badi bene: arrivare all’esposto significa che aveva fatto altro, e non necessariamente altro violento fisicamente. Qui viene richiesta la capacità di interpretazione: ossessivo, geloso, paranoico e con il senso del diritto. E’ chiaramente un disturbo della personalità, ma non signfica matto, squilibrato o incapace di discernere il bene dal male. Nè signfica che si diventa disturbati a seconda degli eventi stressanti, il più potente dei quali, nella scala degli stressor, è l’abbandono del coniuge e la perdita della casa familiare. Il detonatore che ha fatto esplodere la bomba è stato probabilmente il tribunale, cioè il vicino colloquio davanti a un giudice. Nella mente di personalità come quella del carabiniere killer, il giudice è colui che decide della tua vita privata, dei tuoi desideri, dei tuoi diritti negati. Un carabiniere ne soffre ancora di più, ma spesso molti diventano appartenenti delle forze dell’ordine proiprio perchè già soffrono di un senso di inferiorità e lo compensano con divisa, potere, armi.
Non racconto niente di nuovo. La novità è semmai che ritengo impossibile che le forze delll’ordine, o gli avvocati o gli psicologi cui si era rivolta Antonietta, abbiamo gli strumenti per capire la complessa personalità del narcisista che farà boom quando, pur di non andare in frantumi lui (la sua immagine traballante, il suo senso del diritto negato, il suo vittimismo di fondo, la vigliaccheria e dipendenza) manderà in frantumi chi secondo lui ha provocato la sua immane sofferenza.
C’è poco da fare se non cambia la mentalità femminile: il senso di colpa funge da freno in tutte le relazioni disturbate che solo apparentemente funzionavano. E’ evidente che non hanno mai funzionato: galleggiavano nel non-detto. E’ evidente che si sono rette sull’inganno reciproco. E’ evidente che se un uomo arriva ad uccidere, non è solo perché aveva la pistola in mano, ma perché uccidere il nemico era già contemplato persino dalla scelta professionale. Cosa ha fatto il carabiniere? Ha lasciato intendere ai colleghi per otto ore che non era cattivo, e invece lo era. Ha lasciato intendere anche da morto che lui pensa alle figlie pagando loro il funerale. E le ha uccise restando poi a guardarle per otto ore.
In psicologia si chiama narcisismo perverso.

Il caso (intricato) di Pamela

 

Lo leggeranno gli ormai pochi interessati, perché Pamela non fa più notizia. A me, personalmente, interessa capire come sono andate le cose. Ho cercato di riordinare il caos scritto e televisivo dal 31 gennaio, primo giorno in cui questa storiaccia è apparsa sui giornali con il ritrovamento dei due trolley. Mancano molti riscontri effettivi (non dispongo di orari esatti, celle telefoniche, numeri di telefono chiamati, ecc. e verbali di interrogatori anche solo testimoniali) e non mi sono nemmeno addentrata nell’autopsia non avendo nessun documento ufficiale in mano (e forse anche non credendo ciecamente alla sua veridicità, essendo stata doppia).

IL 29 GENNAIO 2018
Pamela è ospite da ottobre della comunità di recupero Pars di Corridonia, paese che dista circa mezz’ora d’auto da Macerata, nelle Marche, lontano dalla costa. Viene da Roma, dove da diverso tempo era diventata ingestibile in casa e in altra comunità. Pamela, nel 2016, dopo una breve storiella amorosa, conosce un ragazzo problematico e piccolo spacciatore e con lui inizia a drogarsi. Secondo la madre non si fa (cioè non si buca), ma sniffa eroina oltre che hascisc. E’ lei stessa a scriverlo su Facebook all’età di 16 anni: forse un giorno smetterò di fumare. Pamela però non si droga solo perchè ha conosciuto un drogato, ma si droga perchè lei stessa ha un disturbo della personalità che la porta a incontrare le persone come lei. Pamela è immatura. Si affida alla madre che la vuole recuperare e lei stessa è contenta dopo poco tempo della comunità Pars dove ha trenta compagni di sventura ma nel giro di due settimane la individuano per un lavoro di responsabilità: occuparsi della lavanderia. E’, questo, un lavoro vero e proprio molto in uso in tutte le comunità e anche negli ex ospedali psichiatrici e serve a responsabilizzare uno o più ospiti in cura che maggiormente si ritengono in grado di compiere l’attività. A dicembre però Pamela comincia ad accusare malessere. E’ lo zio avvocato (lo stesso che ora difende la famiglia e, per inciso, uomo impegnato in Forza Nuova a Roma) a riferire che vomitava. Da ottobre Pamela non poteva più toccare droga e nemmeno telefonare. Come in tutte le comunità però, una volta maggiorenni, non esiste la coercizione, ma solo convincimento e regole, a volte molto rigide per esempio sui contatti con l’esterno. Nonostante questo, Pamela sistema le sue cose nel trolley e lunedì 29 gennaio imbocca il vialetto principale del Centro di recupero, i cui responsabili diranno poi che hanno tentato di fermarla, inutilmente. Non è escluso invece che non se ne siano nemmeno accorti. Quando se ne accorgono avvertono la famiglia (è la regola) per sapere soprattutto se andrà a casa da loro. Che abbbiano avvertito anche i carabinieri ho i miei dubbi (non ci sono reati) mentre è certo che l’abbia fatto la madre al commissariato di Roma o lo stesso giorno o il giorno successivo.
Si sa per certo che Pamela incontra un’auto mentre cammina in mezzo alla campagna, nell’unica stradina che collega i vari paesi. E’ un Opel guidata da un meccanico della zona che, alle 13 e 30, stava rientrando al lavoro dopo essere stato dalla sorella a pranzo. Carica Pamela in auto e la porta, con il consenso di lei, nel garage della casa della sorella, dalla quale è appena uscito. Stende una coperta (così racconterà lui) e ha un rapporto sessuale con Pamela . La quale Pamela ha bsogno di soldi e cerca solo quelli, disposta anche al meccanico 50enne pur di averli. Il rapporto potrebbe però essersi risolto in uno orale e anche piuttosto veloce, tipico delle ragazze che cercano droga, e degli uomini che tirano su ragazze per la strada di cui hanno immediato sentore di prostituzione. Il meccanico sostiene di aver lasciato Pamela alla stazione più vicina, cioè quella di Piediripa- Mogliano, che dista solo 9 minuti di treno da quella principale di Macerata, verso le 18. In effetti, alle 18 e 53 c’è un treno che arriva a Macerata alle 19,02. Pamela intende andare a Roma, unica destinazione a lei conosciuta (non necessariamente a casa, o avrebbe fatto una telefonata alla madre chiedendo un cellulare in prestito, cosa che fanno tanti giovani) e da Macerata partono i treni per Roma. Sa ben poco della zona (prova ne è che non conosce il servizio di autolinee, nè che avrebbe potuto spostarsi su direttrici più servite) e ha pochi soldi, e perciò deve escludere tutti i treni di alta velocità da qualunque stazione partano. L’arrivo a Macerata è quello di una ragazza spaesata che cerca di capire come muoversi dalla città ma nello stesso è quello di una ragazza che non sta bene (è scappata da un progetto e non ne ha altri) e ha bisogno di aiuto che però non chiede alle persone per bene (magari donne o personale della stazione), ma a uomini che la vedono una preda facile. E’ appunto così che incontra fuori dalla stazione un tassista italiano di Macerata che la invita a cenare a casa sua, lavarsi e dormire. La rivelazione, va detto, è di Quarto Grado, che ha scovato questo “buon samaritano” numero due, dopo 15 giorni puntati solo sui nigeriani. Oggi verrà interrogato.

Il 30 GENNAIO 2018

La mattina dopo verso le 8,30-9, il tassista riporta Pamela in stazione e lì la lascia. Lei andrà subito in biglietteria dove chiede (c’è la testimonianza dell’impiegata) quale treno può prendere per Roma. Uno è già partito (alle 7,34) e il secondo è alle 13,08. Costa 17 euro e 30. E’ inquieta, deve attendere ore in stazione, fa su e giù dentro e fuori, si ferma al binario e vede un ragazzo di colore seduto su una panchina a cui chiede se ha del fumo. Lui gli risponde che lui no, ma ce l’ha un suo amico; Innocent Oseghale. Difficile che si siano contattati per telefono: più facile che il ragazzo gli abbia detto il nome “Innocent” e il luogo dove trovarlo: i giardini di piazza Diaz. Non è un mistero per nessun maceratese e dintorni (fino a Civitanova Marche, sulla costa) che i nigeriani spaccino hascisc davanti alla fermata delle autolinee della piazza. Ma Pamela non conosce Macerata e per arrivare lì deve affidarsi a un tassista. Stavolta è un peruviano. I sudamericani sono curiosi. Così di Pamela, dopo aver trattato il prezzo della corsa (che pagherà due euro meno rispetto alla richiesta di 7 euro) si siede davanti e non perché, come lui spiega, si possa fare, ma perché il tassametro è stato spento avendo trattato sul prezzo della corsa. La distanza è di poco più di un chilometro, ma l’auto deve fare un giro ben più largo. Il peruviano le chiede da dove viene e dove va e lei butta lì che deve tornare a Roma ma prima deve incontrare una persona ai giardini. Il tassista la descrive agitata e con lo sguardo attento a capire chi è Innocent e dove sarà, ma è lo stesso tassista a depositarla davanti alle autololinee, come dire nella bocca del leone. Cosa si sono detti i due, se Innocent non lo svelerà (e io credo che mai lo farà) non possiamo saperlo. Possiamo immaginare che Innocent le abbia detto che aveva solo una dose sola di hascisc (era già stato arrestato per spaccio alle scuole e nessun pusher tiene più di due dosi) e possiamo immaginare che Pamela abbia chiesto qualcosa di più forte. Perché stava male. Innocent Oseghale, che come tutti i pusher sono collegati gli uni agli altri, la accompagna ai giardini dello stadio dall’amico Lucky Demond che invece spaccia anche eroina. Lo stadio è in piazza della Vittoria dove c’è il monumento ai caduti che pochi giorni dopo Luca Traini userà per erigersi a giustiziere della patria, avvolto nella bandiera tricolore, e qui verrà arrestato.
Cosa succede a questo punto? Lucky Demond vende la dose di eroina si suppone tra i 20 e 30 euro (l’effettivo costo è 20 ma Pamela non conosce il mercato e potrebbe aver pagato di più) e resta dov’è. Sono circa le 10 e 30 del mattino. Pamela e Oseghale si avviano verso via Spalato, dove lui ha la casa. E’ lui a dirle che può fermarsi a casa sua, dove sua moglie e sua figlia non ci sono per qualche ora (in realtà soo ospiti di una casa famiglia lontano da Macerata) e lei può riposare e attendere il prossimo treno. E’ lui a dirle, in modo affabile e tranquillo, che l’aiuterà. Cosa vuole Pamela? Essere aiutata, drogarsi, dormire e non pensare a niente per qualche ora. Perchè non fidarsi di Oseghale così gentile che è pronto ad ospitarla anche a casa? Non si era già forse fidata del meccanico e del tassista? E nessun drogato può essere razzista: gli spacciatori sono neri. Pamela ormai deve avere pochissimi soldi in tasca e le servono per il treno. A Roma ci vuole andare, anche se ancora non sa dove. Ma Roma, almeno, la conosce e ha contatti.
Oseghale la conduce in via Spalato ed entrambi decidono di comprare qualcosa da mangiare, sono ormai quasi le 11. Segno che Pamela inende fermarsi diverse ore, se non addirittura un’altra notte a Macerata). I due entrano in un piccolo supermercato a 100 metri da casa sua, in una bella via residenziale: è il supermercato dove lui va sempre anche con la sua compagna e la bambina che vivevano con lui fino a pochi mesi fa. Qui comprano pasta e qualche dolce per un totale di 12 euro. Dieci ce li mette Oseghale, due Pamela. Pochi passi più avanti c’è la farmacia, ma Oseghale non vuole entrare con Pamela ad acquistare la siringa. Non gli importa farsi vedere in giro con Pamela, gli importa non farsi beccare con la droga o lo cacceranno via. Pamela compra la siringa (la farmacista confermerà) alle 11,02 minuti, come dice lo scontrino che verrà poi ritrovato a casa di Oseghale. Intanto però il tassista peruviano casualmente entra nella stessa farmacia e rivede la ragazza col trolley che aveva trasportato poco più di un’ora prima. Non si salutano. La vede anche allontanarsi con uno di colore che l’aspettava sul lato opposto del marciapiedi. Lui dirà anche che li vede entrare insieme al 124 ed è interessante notare che, essendo la farmacia più indietro rispetto alla casa e la strada a senso unico in discesa verso il centro, li deve avere osservati molto attentamente, addirittura aver guardato il numero civico che poi racconterà ai carabinieri e diventerà un tetimone importantissimo. Non è stato l’unico ad avere visto Oseghale con Pamela in un orario in cui le persone scendono dall’autobus poco distante o rientrano a casa per pranzo. E i testimoni infatti confermeranno di aver visto questa ragazza con un grande trolley entrare nella casa di Oseghale. Siamo in provincia, gli estranei destano sempre curiosità.
Sono da poco passate le 11 e i carabinieri nelle loro indagini rilevano le prime telefonate fatte da Oseghale, tutte brevissime.
Ma è dalle ore 12 che l’indagine colloca l’agganciamento delle celle dei tre sospettati (Oseghale e altri due nigeriani) nella cella della zona di via Spalato. Attenzione: aggancio delle celle non signfica che erano presenti in casa, ma che hanno chiamato o ricevuto chiamate o whattsapp o sms. Alle 14 e 30 un certo Antony, nigeriano punto di riferimento dei connazionali per le pratiche di soggiorno e altro, chiama (o è chiamato da Oseghale. Lui riferisce: ci siamo sentiti per il permesso di soggiorno scaduto e lui mi ha riferito che aveva una ragazza in casa che dormiva). Tradurre queste parole non è facile anche perché potrebbero essere inventate. Il senso potrebbe essere stato: non posso parlare adesso, c’è una persona estranea e per di più italiana.
Gli investigatori collocano la morte di Pamela tra le 12 e le 19 di quel pomeriggio. Ma un po’ si contraddicono con i cellulari. In sostanza Oseghale avrebbe fatto una serie spaventosa di telefonate a chiunque “cosa incompatibile con l’ouccparsi contemporaneamente di violentare, uccidere e fare a pezzi una ragazza” scrive il gip nell’ordinanza. Non dispongo del significato esatto di cella telefonica in questo caso: se i due sospettati hanno chiamato Oseghale è evidente che non erano in quella casa, ma si può sapere dov’erano, e invece non viene detto. Uno dei due, Lucky 10, vive ben distante da Macerata, mentre Lucky Desmond lo spacciatore di eroina, vive in città. Lucky 10 non ha nessun mezzo pubblico per raggiungere Macerata perciò i due potrebbero aver passato la notte insieme o addirittura uno dei due nella casa di Oseghale che era abituato ad ospitare connazionali. Lucky 10 è il terzo uomo fermato a Milano dove si presume fosse in fuga con la moglie, nigeriana ospitata invece tra i profughi di Cremona, per raggiungere la Svizzera. Lucky 10 era già andato a Cremona, non si sa quando, per prelevare la moglie, dato che i carabineri hanno intercettato il suo cellulare lungo la via Emilia (in treno) mentre stavano raggiungendo la stazione Centrale di Milano. Li hanno presi sui binari.
A Lucky Demond si è arrivati facilmente perché il suo nome è stato fatto da Oseghale: “lui ha venduto l’eroina a Pamela”.
All’altro nigeriano si è arrivati tramite i numeri di cellulare trovati in quelo di Oseghale e soprattutto agli orari delle chiamate, cioè tra le 11 e le 19. Alle 12 tutti e tre i telefoni risultano spenti, ma non è così, visto che il quarto uomo, considerato il tira fuori guai dei profughi, parla ben due volte al telefono con Oseghale tra le 14 e 30 e le 17 e 30. E’ lui a dire che Oseghale l’ha chiamato per dire che la ragazza che aveva in casa è stata male e non sapeva cosa fare. Il racconto collimerebbe con l’affermazione di Oseghale: Lucky Demond ha venduto l’eroina, lei è stata male e io sono scappato. Forse non è scappato, è stato preso letteralmente dal panico. Dunque cosa ci facevano gli altri due a casa sua, così come li piazzano gli investigatori?

LE ACCUSE
Il quadro accusatorio è violenza di gruppo, o almeno tentata violenza di gruppo. E’ una delle più – scusate -banali motivazioni di un delitto. Ma in questo caso sono tante le cose a non combaciare. Oseghale e Demond sono cattolici, chi l’avrebbe detto? Spacciano, ma non hanno dato nessun segno di essere violenti, nè apertamente squilibrati. Oseghale sì, è uno che male si adatta, che non vuole imparare l’italiano, che si accomoda in una casa affittata da una italiana (e che casa!) , che con lei fa una bambina ma naturalmente non se ne occupa affatto. Ed è uno che va letteralmente nel panico e la sua reazione ansiosa è chiamare mezzo mondo e chiedere aiuto. Se aveva due “amici” in casa perchè ha tanto bisogno di chiedere aiuto all’esterno e fare sapere a tutti che aveva un problema grosso?
Le telefonate e le celle telefoniche agganciate dagli altri due sono la chiave di volta per capire se le cose sono andate come dice la Procura: Oseghale chiama i due amici (che forse si trovano insieme quella mattina) per fare un festino a Pamela che lui è riuscito a portare facilmente in casa. Pamela però ha ampiamente dimostrato di essere una ragazza pronta anche al sesso pur di aere soldi o droga in cambio e anche la gentilezza di un luogo che ricorda una casa senza regole. Vuole cucinare la pasta al suo violentatore? Ma no. Entrambi vogliono delle cose l’uno dall’altra, quelle dei disperati. E non è così scontato che sia il sesso a unire i disperati. E’ così certo che gli altri due siano stati presenti mentre Pamela dormiva o era caduta in uno stato “fatto” non solo da eroina ma anche da hascis e chissà che altro? E’ così sicuro che Oseghale non racconti una piccola parte di verità “è’ stata male” e ha chiamato in aiuto i connazionali e addirittura un terzo (solo al telefono)? Manca però la seconda parte di questa tragedia, chiamiamola annunciata, o meglio tragedia tra disperati: la ragazza è morta o è stata uccisa? Se fosse stata uccisa, logica vuole che Oseghale non avrebbe chiamato un aiuto esterno per risolvere il guaio (o portare via il corpo o salvarla) e logica vuole che il cellulare di Lucky Diamond alle 19 non ricevesse la telefonata di Oseghale se questi fosse stato in casa a sezionare il cadavere. E’ stato lo stesso medico legale a sostenere che il lavoro era accurato e faticoso e richiedeva molto tempo. Oppure richiedeva un grande sforzo pur di non essere accusato di un crimine da spaccio: l’overdose.
Non è il pirmo caso, questo, di un solo uomo che compie un sezionamento in dieci pezzi, numero che è servito a essre diviso in due trolley di discrete dimensioni. I particolari emersi dall’autopsia non sono confermati: perciò non mi addentro nella scarnificazione descritta con enfasi, ma solo nel dissanguamento che effettivamente deve essere stato necessario, sul terrazzo, per la stessa ragione: portare via il corpo “pulito”.
Alle 22 Oseghale chiama l’autista conosciuto dagli extracomunitari, il camerunense che dovrà aiutarlo a far sparire Pamela ormai ridotta molto male. Se chiama lui,è segno che non aveva nessun altro, dopo aver tentato inutilmente di coinvolgere il quarto uomo e ben sapendo che nessun nigeriano possiede un auto. Perchè il camerunense? Semplicemente perché è uno che di solito tiene la bocca chiusa. Ma stavolta non lo fa. Perchè c’è una ragazzina depezzata che lui ha persino visto (è tornato indietro a vedere cosa aveva lasciato nei trolley il suo passeggero) ma ha preferito farsi i fatti suoi. Fino al giorno dopo (la notte porta sempre consiglio).
A questo autista improvvisato, Oseghale chiede di essere portato coi due trolley ch carica lui direttamente in auto, a Tolentino. Caso vuole che sia la stessa città dove vive Luca Traini, pronto a fare una strage di tutti loro. Alle 22 e 20 l’auto incrocia una telecamera che ne registra il passaggio: ha appena deviato dalla statale che porta a Tolentino per entrare in una strada provinciale che costeggia il quartiere chiamato Casette Verdi, prima periferia di Pollanza. E’ un luogo a caso, individuato alla vista per essre ancora tra i campi e non ancora in città. Ma talmente a caso che Oseghale dà lo stop brusco all’autista e sceglie di disfarsi dei due trolley quasi davanti a una grande villa, mezzi buttati dentro un fossato a latere strada. Un gesto veloce, che indica la fretta e l’ansia e la fretta e l’ansia non sono mai buone consigliere. E’ infatti così che lo prenderanno subito.
Nessun criminale farebbe una cosa simile, nessun omicida, nessuno che non volesse sicuramente essere preso.
Oseghale e Lucky Demond però hanno fatto altro insieme, e lo dice il negozio dove hanno acquistato verso le 19 di quella sera (ecco la telefonata) un contenitore di candeggina da 10 litri. Un ripiego, perché cercavano altrettanta quantità di acido muriatico e non l’hanno trovata.
La candeggina non serve a niente, ma molta gente (sopratutto chi è ospite di comunità, centri profughi o hotel) è convinta che serva a cancellare le tracce anche di sangue. Sbianca, non cancella un bel niente. Anzi: se cammini su un pavimento lavato con la candeggina lasci persino le impronte ben visibili. E’ questo appunto che hanno trovato i Ris.
Pamela è stata lavata con la candeggina, probabilmente per la stessa ragione: togliere tutto il sangue che non deve essere stato poco, inzuppare stracci e pulire: corpo e pavimento hanno ricevuto lo stesso trattamento. Da chi? Solo Oseghale, lui con Demdon o tutti e tre? Oseghal e Demond sono entrambi cattolici e questo, oltre allo spaccio di cui vivono, li unisce in una sorta di fratellanza. Insieme giocano anche alle scommesse nel locale proprio a due passi dalla casa di via Spalato. Certamente tra loro l’aiuto è sacrosanto. Lucky 3 invece è impaurito così tanto che non scappa da solo, ma va a prendere la moglie, segno di un legame affettivo al quale non ha rinunciato. E di ben pochi calcoli.
Pamela, il cui corpo è stato descritto come smembrato e quasi scuoiato, a me è apparso invece lavato con cura quasi maniacale, depezzato con disgusto (ricordo che Oseghale, al momento dell’arresto, cioè un giorno dopo, è apparso confuso e ciò esclude la freddezza dello psicopatico) e infine depositato con orrore appena è stato possibile.
Una serie di concatenamenti meschini (degli italiani e del sudamericano) e il potente immischiarsi della politica e del gusto del macabro, hanno reso, a mio parere, una vicenda tristissima di gente ai margini, ignorante e immatura, spaventata e senza regole, simile ad altre (tipo il caso Meredith, violenza di gruppo) senza necessariamente esserlo.
Ps: Gli aggiornamenti ufficiali (della Procura di Macerata) potrebbero modiicare il ragionamento e individuare responsabilità diverse da quelle che mi sono sentita di proporre.