Bossetti, se la verità giudiziaria non è più autorevole

 

Le reazioni alla conferma dell’ergastolo per Massimo Bossetti sono state, se possibile, più sorprendenti di quanto mi sarei mai aspettata dopo il caso di Cogne. I cosiddetti innocentisti nei delitti con forte eco nazionale ed emotiva ci sono sempre stati. Ricordate? La belva di via San Gregorio a Milano non confessò e iniziò l’indagine, allora senza l’ombra di una possibile ricerca di Dna. Facile capire perché non confessò: evitare il carcere a vita e la gogna pubblica, essendoci di mezzo omicidi di donne e bambini. Rita Fortis era una bella donna, molto più bella di quella (siciliana) che ha ucciso, in una Milano del dopoguerra che aveva già qualche problema con i meridionali arrivati a frotte, ma non con i veneti come lei, che rappresentavano invece operosità e capacità di riscatto sociale. Pur di non accettare la belva che albergava in Rita Fortis la gente cercava un complice, maschio, appena si poteva trovare un minimo appiglio. Così come chi uccide è spinto da una forte motivazione emozionale (e spesso psichiatrica), anche chi osserva da fuori e ne viene coinvolto da tv e giornali, vive più o meno lo stesso problema (e a volte dramma) psicologico. Ma davvero ci sono belve tra noi?
Ma davvero si può uccidere una bambina? Ma davvero si può uccidere il proprio bambino?

Per chi è del mestiere, è tutto possibile perché tutto ha visto. Chi non lo è usa un solo strumento: essere convinto oltre ogni ragionevole dubbio. Ma chi può convincere coloro che non si convinceranno mai? Nè autorità, nè prove, nè scienza, e a volte persino le confessioni vengono messe in dubbio. Perché è così difficle accettare che qualcuno compia delitti orribili e non, piuttosto, accettare che qualcuno finalmente sia preso e paghi per quei delitti orribili? Perché la genet si identifica in uno, come Bossetti, biondo, bergamasco, occhi celesti, padre e marito, gran lavoratore (bè insomma..) che piange e si dispera, o in una, come Annamaria Franzoni, con una casetta tanto bella e lei e i figli e il marito tanto carucci?
Molto più avanti negli anni, la storia si ripete con altri casi di nobildonne uccise misteriosamente ma innocentisti e colpevolisti in questi casi faticano a schierarsi per evidenti motivi: più che un cerebrale esercizio da detective improvvisato non si può fare. Molti anni più tardi, il massacro di Erba invece si colloca perfettamente nell’Italia alle prese con le prime ondate di extracomunitari sgraditissimi e soprattutto, quelli del NordAfrica, già conosciuti come spacciatori. In più, Erba si trova geograficamente in piena Brianza bianca, bigotta, conservatrice, chiusa, dove i panni sporchi si lavano in casa e la ricchezza va esibita perché frutto del lavoro. Dove non fa effetto un padre che perdona (anzi!) e si deve cercare ad ogni costo un altro colpevole perché il processo è stato manipolato, perché l’unico sopravvissuto ha detto quello che non sapeva, perché, perché, perché. La folie a deux di Rosa e Olindo passa in secondo piano, i loro precedenti con le vittime anche, la confessione di Rosa Bazzi viene ritenuta estorta, solo perché lei stessa ritratta e fa sorgere dubbi sulla violenza della polizia. Diciamo subito che è vero; la polizia non va tanto per il sottile quando vuole una confessione e la vuole perché è molto più semplice e veloce. La polizia però non è un giudice che conduce interrogatori che bisognerebbe leggere attentamente cinquanta volte per capire come vengono fatti. Così come si parla dei giornalisti senza sapere nemmeno come si lavora in un giornale (prendiamo un quotidiano che conosco meglio) , chi lo decide, quando, a che ora, chi sono i capi, le dinamiche, le pressioni, le manipolazioni, le punizioni, gli stipendi, quanti conoscono a menadito come si sviluppa una indagine su un delitto, diciamo rilevante per la comunità?

E ora torno a Bossetti. Caso mediatico, anzitutto, perché qualcuno ha deciso di farlo diventare mediatico. Chi? I giornali. Una ragazzina della cattolica, benestante, razzista e benpensante bergamasca, muore agonizzando in un campo. Può capitare a tutte le bambine, certo che è una notizia più notizia di altre. C’è un primo elemento in ogni giallo, soprattutto sui casi di scomparsa, come è stato questo all’inizio. Va stabilito se è volontaria o no. In due giorni si è capito che era volontaria ma la gente non ci ha fatto caso perché è ben difficile schierarsi contro una “vittima” così giovane e dire se l’è cercata. Quando è stato accusato il tunisino del triplice delitto di Erba, la gente era contenta. Quando sono stati arrestati Rosa e Olindo è rimasta esterreffatta. Così, nel caso Yara, quando è stato arrestato il marocchino Fickri, la gente era contenta, salvo poi, quando è stato finalmente ingoiato a fatica l’errore giudiziario, non riuscire più a trovare un colpevole che potesse abbassare l’ansia collettiva, soprattutto delle mamme ha scatenato una dinamica semi impazzita. Ma la pm, con l’errore del marocchino, si è tirata addosso tutti i dubbi del mondo sulla capacità della giustizia italiana. Di fatto, ritengo che avrebbe dovuto essere estromessa dall’incarico e non tanto perché non sia possibile sbagliare, quanto perché il primo grave errore fa perdere credibilità. Che è quello che poi è accaduto. Nella nostra morale, a volte immorale, collettiva, il giudice dovrebbe stare sempre sopra le parti ed essere inattaccabile. Molti si appellano agli erorri giudiziari senza citarne i casi che so, negli ultimi 50 anni (che pure ci sono stati) e soprattutto di quelli di prima dell’avvento delle nuove “prove” scientifiche di trovare a volte molto velocemente il colpevole. Tantissimi casi di omicidio sono rimasti irrisolti e sono finiti nel dimenticatoio fino al nuovo, più prepotente (e più interessante) che fa discutere. E io mi chiedo perché fa tanto discutere il caso Bossetti. Non sono sufficienti 18 mila prelievi di Dna e uno solo (non tre o dieci o venti) trovato sul corpo? Non è sufficiente la sua fuga all’arresto nel cantiere? Non è sufficiente l’accuratezza di verificare tutto, compreso trovare l’amante della madre di 45 anni prima con il quale ha fatto due figli? Non è sufficiente che tutti sapessero chi era Bossetti e cosa faceva? No, non lo è. Non lo è, probabilmente, perché non mente solo Bossetti, non guarda pornografia solo Bossetti. Non i vecchi, anche i giovani. E tutti dicono che non è grave. Tutti, meno gli psichiatri che inseriscono da decenni l’uso smodato di pornografia e bugie in disturbi della personalità o dell’umore.
Lo fanno tutti è una risposta del cazzo. Allora, anche tutti possono uccidere una ragazzina o ragazza, per sbaglio (così è andata: Yara non doveva essere uccisa, ma sessualmente usata e possibilmente con il suo consenso). Dunque, gli italiani sanno bene cosa fanno e difendono un Bossetti o sua moglie (che fa lo stesso perché c’è sempre correità familiare in questi delitti che non nascono dal niente) perché è difficile mettere insieme tutti i dati e fare uscire un personaggio capace di agganciare una ragazzina consenziente e poi dare fuori di matto al suo forte rifiuto e ucciderla o tentarci. Anzi: non ucciderla, lasciarla morire. Quanti sono capaci di fare una cosa simile? Tutti coloro che hanno le caratteristiche di Bossetti, la sua ignoranza, il luogo dove vive, il suo narcisismo, il suo infantilismo, la sua vigliaccheria, la sua falsa morale cattolica, una moglie uguale a lui, una madre che ha saputo ingannare un marito due volte scegliendosi il più coglione che c’era in giro, una sorella gemella che inventa botte e assalti come una perfetta bordeline (non una depressa) quando tutto il nascosto crolla e crolla miseramente con diverse accuse sociali tra le più infamanti e inaccettabili da sostenere. Bossetti non confessa perché è narcisista, non perché gliene freghi qualcosa del carcere. Ricordo che in carcere, in attesa di giudizio, flirtava con una certa Gina e dire flirtava è una parola innocente che non fa capire l’esatta portata di quel rapporto in carcere.
Come è andata si sa: Yara ha accettato il passaggio di un uomo che gli sembrava innocuo, gentile e bello. Yara è parte di una famiglia conservatrice e rigida. Bossetti ha scelto Yara, non una qualsiasi, perchè lei poteva rispondere alle sue avance. E l’ha fatto. Ogni storia drammatica non è una discussione sul Dna che pure c’è e nemmeno accontenta: il sangue di Bossetti è stato rilevato sugli slip di Yara che non ha tentato di abbassare (non è stata usata violenza sessuale) ma ha tagliato anche quelli trapassando i leggins sottilissimi. Tagli a zig zag sulla schiena (Yara scappava) e le natiche ,che non l’hanno uccisa. Yara, ricordiamolo, è morta di freddo e paura. E che anche Linkiesta abbia dubbi sul metodo di giudizio è davvero una novità: rifare il dna, e perchè? Un detenuto condannato lo chiede e va rifatto? Porti lui prove che non era assolutamente suo o lui non era lì, questo dice il nostro ordinamento giudiziario. Lo stravolgiamo per Bossetti? O per paura dell’autorità?
Per dirla tutta, io non credo nemmeno che a qualcuno interessi davvero se il dna di Bossetti è suo o no. Credo che la gente innocentista, e peggio ancora certi giornali, soffino sul fuoco di altro, molto più politico che a caccia di giustizia.

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Femminicidio, i dati dicono in calo. Ma per sociologi e media è aumento

 

Leggere le statistiche è sempre difficile, anzitutto perché i campioni non sono uniformi. L’anno record dei femminicidi in Italia (quando ancora non si chiamavano così), è stato il 2000 con 199 donne vittime di violenza mortale per il 73 per cento in famiglia. Nel 1992 sono state 186 ed ecco scattare l’aumento insolito di 8 anni dopo. Nel 2010 furono 131 e nel 2014 ci fu una impennata che portò il numero di donne uccise a 152, numero che si abbassò nel 2015 (128) e nel 2016 (120). Oggi, che siamo a 6 mesi e mezzo dall’inizio dell’anno, le donne uccise per mano maschile sono 38, se il trend si mantiene uguale (ci sarà un aumento non costante nei mesi) a fine anno dovrebbero essere poco più di 75. Sarebbe un successo enorme.Perché allora i sociologi parlano di aumento? Si basano su un concetto statistico diverso: tutti gli omicidi in Italia sono diminuiti e in costante diminuzione, mentre quelli delle donne si mantengono più o meno nello stesso trend (in percentuale rispetto agli omicidi totali), cioè 0, 9 omicidi di donne ogni 100 mila abitanti. Se guardiano al resto dell’Europa siamo piuttosto in fondo alla statistica, sia degli omicidi totali sia ai femminicidi. In testa, per i femminicidi, ci sono tutti gli Stati dell’Est Europa, ma se leggiamo la percentuale di donne uccise rispetto al totale dei delitti è paradossalmente la Svizzera la prima con il 50 per cento. Motivo? E’ piccola. Più i numeri sono bassi, più le percentuali si alzano. Troppo complicato? Abbastanza. Per questo si dice soltanto che aumentano i femminicidi, mentre non sono affatto aumentati, anzi. Gli ultimi giorni hanno visto 4 donne uccise e non sono tutti femminicidi uguali, benchè tutti siano di genere, cioè si voleva proprio colpire la donna in quanto donna. L’altra curiosità è che in testa alle classifiche ci sono le regioni del Nord e non del Sud. Motivo? Sono più densamente popolate. Le donne in Italia sono circa 20 milioni (dai 15 anni di età) comprese le donne straniere. Cento delitti all’anno con motivazioni culturali di genere sono tantissimi ma in realtà sono una inezia in una popolazione così vasta (61 milioni di abitanti) e con tante differenze culturali (tra italiani stessi e stranieri di diversissime religioni ed etnie).
Cosa ha migliorato la situazione e cosa l’ha peggiorata o non modificata? E ‘ diminuito l’alcolismo (la prima causa di violenza sule donne nelle regioni nordiche e dell’est), è aumentato il benessere e la coscienza femminile, sono aumentate le pene (stalking), i divorzi sono stati facilitati e la cura dei malati è in generale migliorata (ci sono più strutture, più attenzione e più farmaci ansiolitici e antidepressivi), è diminuito il senso del possesso della donna (nei giovani) non tanto per cultura, quanto per disinteresse sentimentale e perché è facile trovarne un’altra immediatamente disponibile. Perché invece non diminuiscono e qual è lo zoccolo duro? I 50-60enni, uomini, che continuano a non accettare l’idea di restare soli dopo il divorzio, l’aumento della solitudine sociale in questa fascia d’età e, nei giovani, le nuove patologie depressive, borderline, bipolarismo, narcisismo, che restano silenti ed esplodono in modo violentissimo durante litigi in cui la donna di oggi non accetta di tacere.
Il caso di Maria, la donna uccisa dal suo convivente trovato un anno dopo l’accoltellamento del marito al quale era sopravvissuta, è un caso a parte: accettare un rapporto riparatore con una persona peggiore o identica alla prima significa che la base traumatica e depressiva (che probabilmente faceva parte di tutta la sua vita) non è stata nemmeno affrontata dalle tante associazioni che lanciano allarmi, ma a conti fatti non salvano chi ha già un piede nella fossa. La statistica ci dice in anticipo che almeno la metà delle prossime vittime di quest’anno sono già a letto con il nemico. E non crediamo mai alla felicità esibita su Facebook o davanti a familiari e amici; la giovane coppia senese (lei grave all’ospedale, lui morto sucida) ne è l’esempio lampante: questi delitti sono  intimi e privati per definizione.