La pena a vita

Irina Lucidi, madre delle gemelline svizzere scomparse a gennaio, ha detto recentemente in un’intervista che suo marito era un ossessivo. Pretendeva regole ferree in casa e le applicava con rigidità costringendo la famiglia a sottostare alle sue decisioni. Le bambine, così piccole com’erano, non devono nemmeno essersi accorte di avere un padre affetto da una patologia e non soltanto da un carattere particolarmente imponente. Irina invece se ne era accorta, tant’è che ha tentato, come si fa in ogni coppia con problemi, prima di risolverli con lui, poi con l’aiuto di uno psicologo. Non è servito a niente, ha detto. Gli psicologi servono quando esiste la consapevolezza del problema, che ovviamente Mathias Shepp non aveva e se l’aveva non intendeva affatto risolverlo. Ce lo dicono con certezza, oggi, la sua fine e la scomparsa delle sue figlie.  Irina si è alfine separata dal marito come fanno molte coppie che tentano di risolvere i problemi dapprima cercando di individuarli affrontandoli e in seguito si danno per vinti con la famosa frase “incompatibilità di carattere”. Spesso, solo molti anni dopo, si comprendono le vere ragioni di quell’incompatibilità, espressione decisamente riduttiva che si usa nei tribunali e negli studi legali per non indagare le vere cause delle separazioni,  che spetta appunto ai singoli o tutt’al più agli psicologi e agli psichiatri se si intendono coinvolgere. Ma la storia di Irina e Mathias è del tutto particolare e per fortuna rara. La sua evoluzione ha generato un mostro, lo stesso che forse lei aveva intravisto (ma negato) quando obbligava tutti a cenare alle 7 di sera e andare a letto alle 9 senza possibilità di discuterne. Nelle vecchie generazioni questo era un classico e non un’ossessione. E difficilmente generava mostri. Più semplicemente creava rancori familiari dove uno solo comandava (e manteneva la situazione sotto controllo) e gli altri obbedivano (in silenzio e soffrendo). E allora dov’è la differenza tra il patriarcato di un tempo (ma ancora presente in moltissime case italiane) e la famiglia italo-svizzera finita in una tragedia immane? I segnali di allarme colti da Irina, donna indipendente e moderna, colta e aperta hanno scatenato la rabbia latente di Mathias Shepp. Lei non voleva essere controllata e umiliata, nè subire imposizioni da un marito-coetaneo. Impossibile darle torto. Il fatto che non usasse la violenza fisica non sposta di una virgola il problema: Mathias Shepp era un violento e l’ha ampiamente dimostrato, sia facendo sparire le bambine nascondendo, ingannando e depistando, sia uccidendosi contro la locomotiva di un treno (anche la scelta del  modo di suicidarsi parla delle persone). Non sappiamo realmente cosa abbiano percepito le piccole Alessia e Livia, ma la logica dice che non avevano paura del loro padre perché con loro non aveva motivo di entrare in conflitto. Il problema era la moglie. Perchè non ha ucciso lei invece delle figlie e di se stesso? Poche ore fa è stata riportata una dichiarazione illuminante del pluriassassino norvegese cui il giudice ha confermato altre settimane di isolamento in carcere: l’isolamento è noioso. E’ una tortura crudele, ha detto Breivik, senza mai mostrare nessun rimorso per gli 85 ragazzi uccisi.

 Thomas Shepp voleva garantire alla moglie l’isolamento di una cella, torturarla sadicamente per sempre, anche da morto, vendicarsi della sua ribellione al potere maschile che voleva rappresentare indiscutibilmente e non poteva farlo se non dandole una pena a vita, lenta e crudele: uccidere le sue figlie e non fargliene mai più ritrovare. Lui invece ha sofferto pochissimo lanciandosi contro il treno. Quindi si rifletta bene sulla pena di morte che a volte si invoca contro gli assassini più crudeli. Breivik, il mostro  di Oslo,  finalmente soffre del male che ha provocato. Peccato che non sia riusciti a a localizzare Shepp quando era in viaggio dalla Francia alla Corsica all’Italia, prima del suo suicidio.

La saliva delle gemelline

Non si comprende mai perchè ci vogliano tanti mesi per analizzare bene un reperto importante per le indagini. Mattias Shepp si è suicidato a Cerignola, in provincia di Foggia, in una stazione defilata e buia, il 3 febbraio scorso. La sua auto, una berlina nera, era parcheggiata appena fuori, chiusa a chiave. Quattro mesi dopo il sostituto procuratore della Repubblica di Foggia ha annunciato che le indagini scientifiche hanno rilevato una minuscola particella biologica di una delle due bambine scomparse, e precisamente una microscopica goccia di saliva. Le due bimbe di sei anni e mezzo sono state cercate a lungo dapprima in Italia (nei pozzi vicini alla stazione) poi in Corsica, sulle tracce di testimonianze vaghe , ma soprattutto di un ultimo viaggio compiuto dal padre ingegnere  svizzero che aveva ed ha ancora dell’inverosimile. Gli inquirenti le hanno sempre cercate morte. Uccise poco prima del suicidio del padre sotto il treno, oppure sul traghetto che porta in Corsica o, ancora, in qualche caletta della bellissima isola corsa. Poi è arrivata la volta della Svizzera. Andando a ritroso nel tempo, controllando gli orari, le telefonate, gli spostamenti del cellulare (che pecca sempre di errori di chilometri), l’uscita dall’autostrada in territorio francese, le immagini delle telecamere nel parcheggio sotterraneo di Marsiglia che lo ritraggono indubbiamente solo così come quelle riprese dal bancomat della stessa città francese, si è cominciato a pensare che Alessia e Livia non fossero neppure mai uscite dalla Svizzera. E gli svizzeri hanno cominciato a cercarle sepolte. Solo le televisioni, i giornali e la gente comune (in Facebook per esempio) ha seguito le altre piste, cioè, quelle delle testimonianze di avvistamento o dell’ipotesi, pur se peregrina, che l’uomo avesse potuto darle in affidamento a qualcuno pur di salvarle. I primi giorni di questa bruttissima storia ho scritto che le bambine potevano essere nel lago di Losanna, forse dentro le due valigie mai ritrovate e sicuramente sparite dalla casa paterna. Il ragionamento proveniva dall’attenzione verso i dettagli (diversi), di cui uno in particolare: i seggiolini dell’auto trovati in casa, all’entrata, quasi abbandonati lì come gli zainetti delle bambine. Sapendo che gli svizzeri da decenni usano i seggiolini e non disobbediscono ai codici della strada, suonava alquanto improbabile che Shepp avesse portato via le bimbe senza assicurarle come aveva sicuramente fatto centinaia di volte, in forma addirittura automatica. Pensarle nel lago rendeva logico il motivo del renderle introvabili (il lago non restituisce i corpi e, se zavorrati, non riemergeranno mai neppure in caso di movimenti violenti delle onde) e il trasporto in auto da morte e non da vive. Un caso del lago di Iseo (a Tavernola) era stato un esempio: due coniugi si erano suicidati gettandosi in acqua con l’auto e molto tempo dopo i sub professionisti che lì si allenano, avevano trovato la borsetta della donna (coi documenti intati) che si era arenata su una scogliera sommersa, ben più in alto dell’auto colata a picco. Un ritrovo assolutamente casuale, dunque legato a più di una circostanza fortunata. 

Nei giorni successivi la teoria del lago di Losanna, è sopraggiunta la pietà verso le piccole e il bisogno di cercarle vive. Questo significa che chi indaga non dovrebbe neppure chiamare per nome le vittime per ragionare a mente fredda e non farsi prendere dalle emozioni. L’indagine, benchè sempre spronata da sentimenti di pietà, non può farsi condizionare da niente, tantomeno dalla speranza di un risultato che non sia doloroso per nessuno.

A distanza di tanto tempo la saliva ritrovata sul tappetino del bagagliaio, benchè minucola traccia che non consente per il momento nessuna certezza (portata da un oggetto della bimba, per esempio) dice ancora una volta che è la logica a dover guidare le ricerche. La saliva nel baule di un’auto significa normalmente che lì c’è stato un essere umano. Avvelenato? Non credo. Il veleno è dolorissisimo e non uccide in pochi secondi senza far soffrire. Invece una massiccia dose di farmaci addormenta fino alla morte. Le valigie diventano contenuitori per due corpicini morti da nascondere in un luogo dove non verranno trovate. L’obettivo di Sheppe era questo, non dimentichiamolo.  Dove sarebbero allora le due piccole? Nel lago di Losanna, o a Nord o a Sud di San Sulpice, dove lui e la moglie abitavano benchè in case separate. Dove le avrebbe addormentate a morte? In casa sua, luogo più sicuro e lontano da occhi indiscreti. Un bicchiere d’acqua prima di promettere loro di andare insieme al ristorante alle 13, per esempio. Due bicchieri c’erano, sul tavolo della cucina, ma non contenevano alcuna sostanza. Shepp era molto furbo: se ha usato bicchieri o bottiglie d’acqua con sostanze sciolte per uccidere le figlie ha buttato tutto insieme perchè sapeva che il suo vantaggio sulla moglie che avrebbe cercato in casa non era tantissimo. E, infatti, la moglie avrebbe potuto fermarlo prima che si suicidasse se soltanto avesse funzionato anche in Italia il tam tam partito dalla polizia di Marsiglia il giorno successivo per fare arrestare un uomo accusato di furto d’auto (l’escamotage che il bravissimo ispettore di Marsiglia aveva trovato). Irina l’avrebbe forse visto marcire in manicomio o in galera, ma delle bambine, c’è da giurarlo, lui non avrebbe mai detto una sola parola.

Il volto di Shepp

La nuova foto di Shepp in auto, mentre paga il pedaggio al casello di Nizza, resa nota oggi, ma che risale al 2 febbraio alle 9 e 13 del mattino, conferma solo quello che ampiamente si sopsettava. E cioè: le bambine sono rimaste in Corsica, o in Svizzera, o nella parte francese che comprende Annecy, Lyon fino a Marsiglia. Già a Marsiglia, le foto che lo ritraggono ai vari bancomat e nel parcheggio lo mostrano solo. Ma è il volto di Shepp a incuriosire nelle immagini. Pare un uomo che stia compiendo un viaggio, un po’ sospettoso ma non teso, nè troppo frettoloso. E infatti sta appunto compiendo un viaggio nei suoi sentimenti, l’ultimo, per andare a morire. Certo, non avevamo mai visto prima d’ora un assassino dei suoi figli comportarsi in modo così normale per tanto tempo (se le ha uccise il 30 gennaio nel primo pomeriggio, nei pressi di Saint Sulpice) ed è proprio questo a fare coltivare le speranze. Leggendolo però in un altro modo, un assassino che poi si suicida ha solo il mente il suo suicidio e nient’altro. Il percorso di Shepp è strano per noi che siamo razionali, soprattutto nella parte che riguarda questo passaggio a Nizza, sbarcando dalla nave che da Bastia porta a Tolone, con una puntata la stessa mattina prestissimo nei pressi di Tolone (all’interno, almeno una trentina di km) per imbucare  una cartolina alla moglie e dirle che è disperato. Certo, tutto appare strano e illogico: poteva imbarcarsi a Bastia e sbarcare a Napoli e da lì continuare per lo stesso percorso della memoria ma che ne sappiamo noi della sua memoria personale? Cosa voleva vedere in Italia? Quanto la voleva assaporare prima di cercarsi un luogo tranquillo e isolato come è la stazione di Cerignola? Anche lì, in attesa del treno giusto, è rimasto almeno un paio d’ore perchè il coraggio è difficile da chiamare a sè, anche in casi come questi dove tutto è già deciso con la mente.

Il volto di Shepp rivela pensieri cupi, doveri da compiere e altri già compiuti. Peccato che il gps sia inservibile e non chiarirà tutti i misteri rimasti, e invece se anche non si trova il registratore non mi pare così importante. Escludo che Shepp abbia detto cosa ne ha fatto delle figliolette per poi distruggere con se stesso quel nastro. Avrà raccontato nel  nastro molte altre cose personali, magari anche delle sue figlie, ma ritengo decisametne improbabile che abbia raccontato a ses stesso il dove. Avrà espresso solo il suo sconforto, così credo.  Se voleva dirlo a qualcuno l’avrebbe fatto inviando una lettera perchè quel registratore era suo, una sorta di alter ego che doveva morire con lui.

In tutta questa storia l’assenza più rilevante è quella dei suoi genitori, ai quali non ha scritto nemmeno una riga, nè nel testamento scritto lasciato a casa, nè in quello ideale inviato solo ad  Irina poco prima di suicidarsi. Per la madre, nel momento peggiore della sua vita, nemmeno una parola nè di accusa nè di richiesta di perdono. Niente di niente. Oltretutto, Shepp ha imbucato le ultime buste, quelle che contengono la confessione sulla sorte delle bambine e una con una parte del denaro reinviato, in una cassetta fuori uso da tempo. Impossibile che non se ne sia accorto. Basta guardare sulla pagina di Facebook dedicata da oltre un anno alla stazione di Cerignola Campagna per protesta dei residenti, le foto di quel luogo lugubre, vuoto e isolato 7 km dal paese. Curioso che chi ha scovato quelle lettere nella cassetta postale, dopo la morte di Shepp, abbia fotografato il suo contenuto dal buco e l’abbia consegnato ai carabineri.

La tragedia dentro di noi

E’ difficile non identificarsi nella bruttissima storia delle gemelline e dei loro genitori. In momenti così oscuri per tutti, sembrano crollare le poche certezze, come ai tempi in cui Anamaria Franzoni era accusata di aver ucciso suo figlio di tre anni e mezza Italia diceva no, non è possibile. Vi ricordate di Annamaria Franzoni? Oggi, moltissimi italiani che commentano in Facebook la pagina delle missing little girls di Saint Sulpice, si chiedono: ma siamo sicuri che quello che si è è suicidato a Cerignola era davvero Shepp? Ecco. Non è cambiato niente. Non importa se si continua a scrivere che sì, è proprio Shepp. Lo ha detto il Procuratore di Foggia, non uno spazzino di Cerignola. Hanno verificato perchè è legge e perchè i dubbi sono venuti anche a loro, che si crede? Una storia così assurda (ma realmente avvenuta) fa venire tanti dubbi anche a chi indaga. E invece bisogna accettare che un padre amorevole, biondo, normale ai nostri occhi possa uccida le proprie figlie, così come tanti padri lo hanno fatto prima di lui e altrettante madri. La tragedia greca ne sia d’esempio.
Anche quella avvenuta a cavallo tra gennaio e febbraio del 2011 è una tragedia. Ci sono gli ingredienti del possesso, della gelosia, dell’ossessione, del rancore, della punzione e del non detto. Irina ha confessato: non mi aveva mai parlato così chiaramente come nelle lettere che mi ha inviato quando ormai era tardi. Perchè due persone non si parlano più pur avendo provato con terapie di coppia e rapporti di buon vicinato? Potrei azzardare l’ipotesi che Irina si è messa nelle mani del suo carnefice sicura che non l’avrebbe mai uccisa. Benchè sia difficile e scorretto immaginare rapporti di coppia quando non si è nella coppia, questa storia di dominio pubblico consente delle riflessioni. Quale madre lascerebbe la casa coniugale che le spetta di diritto? Quale madre accetterebbe di mandare le figlie di sei anni, 3 settimane in barca ai Caraibi col marito che non ama più da tre anni? Irina l’ha fatto, dice che le è costato ma l’ha fatto. Ha dato, in un certo senso, il manico del coltello in mano all’ex marito. Gli ha dato due messaggi in contemporanea: mi voglio fidare di te ma non mi fido più di te, tant’è vero che non oscillo nella decisione di lasciarti. Separati ma vicini di casa per il bene delle figlie. Qual era il bene delle figlie? Forse lo sanno bene i tribunali e gli psicologi, quelli che fanno tanta paura nelle separazioni. Ora sappiamo che Irina ha messo le figlie in mano al diavolo e per sopravvivere al suo fallimento di donna e di madre non può che negarlo. Credo che lo faremmo tutti o non resterebbe che la morte. Un amico ieri mi ha tramortito quasi gridandomi in faccia odio verso questa madre, vista solo in tv. Ha sostenuto che lei deve averlo diretto a bacchetta per anni, lui succube di lei, lei sempre perfetta e come si dice da noi, coi calzoni in casa. Il mio amico ha visto quello che io sinceramente non vedevo, forse in quanto donna. Di Irina mi hanno infastidito alcune cose e le ho considerate un campanello d’allarme importante nella mia indagine: non le si è mai incrinata la voce nei racconti più emotivi in tv e  ha atteso molto tempo prima di rispondere all’sms di Shepp in auto. Inoltre non ha parlato direttamente al telefono con le figlie per tutto il weekend del 29 e 30 gennaio. Almeno questo è quello che è arrivato fino a noi nelle sue testimonianze.
Ho scritto una mail, tempo fa, all’indirizzo della pagina di Facebook aperta dalla famiglia. Chiedevo soltanto poche cose ma esatte e in lingua originale: gli orari e i contenuti di sms e lettere inviati da Shepp alla ex moglie. Mi sono presentata, ho lasciato tutti i miei recapiti e non ho ricevuto nessuna risposta. Mi sono chiesta perché,  finché un collega di Mediaset mi ha detto: Irina non accetta di parlare con tutti. Però con la televisione sì. Come mai non vuole aiuto dalla carta stampata? La stessa cosa mi è successa con Swiss Missing al cui presidente ho chiesto chiarimenti sulla sua dichiarazione a Quarto Grado e cioè la coppia intercettata a Lione proveniente da Fiumicino. Mi ha risposto dopo molti giorni soltanto inviandomi un’inutilissima agenzia locale sulle ricerche. Quindi ne ho dedotto che non c’era nessuna pista di coppia in attesa a Lione. Così come la testimonianza di Sanremo. Fatte alcune verifiche non risulta niente. Anzi. Mi sono soffermata su una parola della testimone: picciriddu. Non è pugliese, è siciliano. Ma la teste parlava di pugliesi. Quindi? Si inventa per la tv. Uno dei miei scolaretti del giornale, al chiedergli perchè proviamo tanta ansia per i delitti resi televisivi ha risposto candido: perchè così , generando ansia e aspettative, riguarderemo il programma la settimana successiva. Corretto. Questo bambino ha dieci anni e ha già capito tutto.
Allora torniamo a Shepp e alle tante incongruenze. Una di queste è Cerignola. Ieri ho scoperto (non per caso..indago da un mese sulle gemelline molte ore al giorno) che la stazione di Cerignola Campagna ha una pagina in Facebook con 1600 sostenitori. Interessante, no? E’ la stazione più isolata e abbandonata d’Italia….Partire dalla fine aiuta a risalire all’inizio. Rileggendo tutto al contrario. Dai rapporti tra i coniugi, a due bambine suppostamente amate da entrambi ma non considerate figlie della coppia. Dalle foto si intuiscono delle cose. La prima è la normalità delle famiglie, la seconda l’esatto contario. C’è del non detto sui volti di tutti, ahimè anche delle gemelline.
Non riesco ancora a capire come le abbia uccise, ormai convinta che l’abbia fatto tra le 13 e le 15 e 50, cioè quando ha avvisato Irina che le avrebbe tenute  una notte in più ma solo per allontanarla dalle sue tracce e non metterla in agitazione. Anche il cellulare spento ha la stessa motivazione, così come le cose razionali che ha fatto in una parte del suo viaggio. Penso persino il prelievo dei soldi: se è vero che avevano il conto cointestato (altra assurdità) aver prelevato il massinmo possibile  non consentiva alla moglie di prelevare niente per due giorni almeno, restava senza soldi e quindi lui aveva più tempo davanti per il suo piano di fuga. A fine piano, cioè il suicidio, restituisce tutto quello che non gli serve più. Non capisco come le abbia uccise per tre ragioni;  non aveva i seggiolini per portarle in auto e non avevano mangiato e perciò scalpitavano, e queste sono motivazioni logiche. Un duplice delitto non facile (non erano neonate) si compie all’alba, nel sonno, soprattutto se non è d’impeto. Quella irrazionale (emotiva) mi dice che non era un tipo violento e perciò  gli deve essere costato moltissimo, però nonostante questo ha atteso 4 giorni prima di morire. Oltretutto ha rischiaro di essere arrestato e finire in carcere i suoi giorni.

Le immagini che lo ritraggono al bancomat e nel parcheggio mi hanno mostrato un uomo circospetto, che teme di essere visto, e un uomo sfatto anche fisicamente. In uno di quei fotogrammi (nel parcheggio di Marsiglia) ci ho visto il volto di un criminale.

L’insostenibile tragedia di Medea e Giasone

Vista l’indifferenza di Giasone suo sposo, Medea medita una tremenda vendetta.  Uccide i figli avuti con lui per assicurarsi che non abbia discendenza.  La perdita dei figli porta Giasone al sucidio.

Come accadde per Annamaria Franzoni, ci si chiede se Schepp abbia veramente ucciso i suoi figli o addirittura se Shepp sia veramente morto suicida sotto il treno.

La tragedia greca è dentro di noi.

Anche così:

Vista l’indifferenza di Medea sua sposa, Giasone uccide i figli avuti con lei. La perdita dei suoi figli porta Giasone al suicidio.