Il fratello del carabiniere di Latina è l’altra metà dell’inferno

 

Si chiama Gennaro. Oggi parla a ruota libera tentando di difendere Luigi Capasso e le bambine (“le mie principessine”) uccise da suo fratello con determinata volontà. Non ce la fa a dire apertamente che sua cognata è colpevole, e allora ci gira intorno parlando dell’avvocato di lei “che le ha imposto di non fargli vedere le bambine”. Ecco perché ha dato fuori di matto. Gennaro Capasso arriva a dire che suo fratello ha avuto “un black out di 15 minuti”.
Fa niente se ormai è noto che era stato tutto premeditato (5 lettere) e che ancora (e mai lo saranno) non sono stati resi noti i veri motivi della rottura della coppia. Fa niente se suo fratello ha commesso qualcosa di abominevole, rinforzato dal fatto di essere carabiniere. Siccome è morto, poveretto anche lui e qualcuno anche per lui dovrà avere un sentimento di pietà.
La giustificazione per Luigi Capasso è la stessa che ha lasciato viva (perché soffrisse in eterno, si badi bene alla crudeltà del gesto) Antonietta Gargiulo, e ucciso le sue bambine. Se non l’avesse giustificato, se non avesse avuto pietà, se non avesse provato questi enormi sensi di colpa che a noi donne fanno provare sin da bambine e che pesano come macigni in tutte le nostre scelte, rinforzati dalle colpe che ci danno gli altri soprattutto nei matrimoni (prete, colleghi di una e dell’altro, genitori, parenti) a rischio di rottura, ecco, se Antonietta non avesse giustificato in parte suo marito, sarebbe andata diversamente. Gli ha dato un potere enorme di vendicarsi.
Mancano tanti elementi per comprendere, ammesso che lo si voglia fare.
Mancano, soprattutto, gli elementi della vita di coppia (di cui nulla sappiamo e nulla sapremo mai) e dell’infanzia e adolescenza del carabiniere, di cui nulla sapremo mai neppure da chi potrebbe raccontare molto.
Appena questa orribile vicenda di Latina è terminata, ho scritto un post che ha raggiunto centinaia di persone. Era uno dei primissimi, nei social, che oltre a informare diceva anche che l’epilogo della sua vita ha raccontato la sua vita precedente.
Non è vero che si sbarella per un divorzio o una separazione. Si soffre, e molto anche. Si provano svariati sentimenti, spesso potenti e aggressivi. Non è vero che il senso del possesso scatena l’odio omicida. Non è vero che la disperazione o la depressione conseguenti al senso di perdita conducano ad atti contro gli altri così abominevoli. Lo sappiamo tutti: uccidere i propri figli, per di più piccoli, è un atto abominevole.
Il carabiniere aveva subito un provvedimento disciplinare per truffa assicurativa. L’Arma non spiega di più, ma questo aiuta a capire chi era. Qui si parla di un uomo che aveva il senso del diritto (attenzione, non c’entra col possesso!) e l’incapacità di vivere la conseguente frustrazione per non poterlo esercitare.
La moglie non l’ha lasciato per uno schiaffo o una strattonata davanti ai colleghi. In quell’occasione ha fatto un esposto contro di lui. Si badi bene: arrivare all’esposto significa che aveva fatto altro, e non necessariamente altro violento fisicamente. Qui viene richiesta la capacità di interpretazione: ossessivo, geloso, paranoico e con il senso del diritto. E’ chiaramente un disturbo della personalità, ma non signfica matto, squilibrato o incapace di discernere il bene dal male. Nè signfica che si diventa disturbati a seconda degli eventi stressanti, il più potente dei quali, nella scala degli stressor, è l’abbandono del coniuge e la perdita della casa familiare. Il detonatore che ha fatto esplodere la bomba è stato probabilmente il tribunale, cioè il vicino colloquio davanti a un giudice. Nella mente di personalità come quella del carabiniere killer, il giudice è colui che decide della tua vita privata, dei tuoi desideri, dei tuoi diritti negati. Un carabiniere ne soffre ancora di più, ma spesso molti diventano appartenenti delle forze dell’ordine proiprio perchè già soffrono di un senso di inferiorità e lo compensano con divisa, potere, armi.
Non racconto niente di nuovo. La novità è semmai che ritengo impossibile che le forze delll’ordine, o gli avvocati o gli psicologi cui si era rivolta Antonietta, abbiamo gli strumenti per capire la complessa personalità del narcisista che farà boom quando, pur di non andare in frantumi lui (la sua immagine traballante, il suo senso del diritto negato, il suo vittimismo di fondo, la vigliaccheria e dipendenza) manderà in frantumi chi secondo lui ha provocato la sua immane sofferenza.
C’è poco da fare se non cambia la mentalità femminile: il senso di colpa funge da freno in tutte le relazioni disturbate che solo apparentemente funzionavano. E’ evidente che non hanno mai funzionato: galleggiavano nel non-detto. E’ evidente che si sono rette sull’inganno reciproco. E’ evidente che se un uomo arriva ad uccidere, non è solo perché aveva la pistola in mano, ma perché uccidere il nemico era già contemplato persino dalla scelta professionale. Cosa ha fatto il carabiniere? Ha lasciato intendere ai colleghi per otto ore che non era cattivo, e invece lo era. Ha lasciato intendere anche da morto che lui pensa alle figlie pagando loro il funerale. E le ha uccise restando poi a guardarle per otto ore.
In psicologia si chiama narcisismo perverso.

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Il caso (intricato) di Pamela

 

Lo leggeranno gli ormai pochi interessati, perché Pamela non fa più notizia. A me, personalmente, interessa capire come sono andate le cose. Ho cercato di riordinare il caos scritto e televisivo dal 31 gennaio, primo giorno in cui questa storiaccia è apparsa sui giornali con il ritrovamento dei due trolley. Mancano molti riscontri effettivi (non dispongo di orari esatti, celle telefoniche, numeri di telefono chiamati, ecc. e verbali di interrogatori anche solo testimoniali) e non mi sono nemmeno addentrata nell’autopsia non avendo nessun documento ufficiale in mano (e forse anche non credendo ciecamente alla sua veridicità, essendo stata doppia).

IL 29 GENNAIO 2018
Pamela è ospite da ottobre della comunità di recupero Pars di Corridonia, paese che dista circa mezz’ora d’auto da Macerata, nelle Marche, lontano dalla costa. Viene da Roma, dove da diverso tempo era diventata ingestibile in casa e in altra comunità. Pamela, nel 2016, dopo una breve storiella amorosa, conosce un ragazzo problematico e piccolo spacciatore e con lui inizia a drogarsi. Secondo la madre non si fa (cioè non si buca), ma sniffa eroina oltre che hascisc. E’ lei stessa a scriverlo su Facebook all’età di 16 anni: forse un giorno smetterò di fumare. Pamela però non si droga solo perchè ha conosciuto un drogato, ma si droga perchè lei stessa ha un disturbo della personalità che la porta a incontrare le persone come lei. Pamela è immatura. Si affida alla madre che la vuole recuperare e lei stessa è contenta dopo poco tempo della comunità Pars dove ha trenta compagni di sventura ma nel giro di due settimane la individuano per un lavoro di responsabilità: occuparsi della lavanderia. E’, questo, un lavoro vero e proprio molto in uso in tutte le comunità e anche negli ex ospedali psichiatrici e serve a responsabilizzare uno o più ospiti in cura che maggiormente si ritengono in grado di compiere l’attività. A dicembre però Pamela comincia ad accusare malessere. E’ lo zio avvocato (lo stesso che ora difende la famiglia e, per inciso, uomo impegnato in Forza Nuova a Roma) a riferire che vomitava. Da ottobre Pamela non poteva più toccare droga e nemmeno telefonare. Come in tutte le comunità però, una volta maggiorenni, non esiste la coercizione, ma solo convincimento e regole, a volte molto rigide per esempio sui contatti con l’esterno. Nonostante questo, Pamela sistema le sue cose nel trolley e lunedì 29 gennaio imbocca il vialetto principale del Centro di recupero, i cui responsabili diranno poi che hanno tentato di fermarla, inutilmente. Non è escluso invece che non se ne siano nemmeno accorti. Quando se ne accorgono avvertono la famiglia (è la regola) per sapere soprattutto se andrà a casa da loro. Che abbbiano avvertito anche i carabinieri ho i miei dubbi (non ci sono reati) mentre è certo che l’abbia fatto la madre al commissariato di Roma o lo stesso giorno o il giorno successivo.
Si sa per certo che Pamela incontra un’auto mentre cammina in mezzo alla campagna, nell’unica stradina che collega i vari paesi. E’ un Opel guidata da un meccanico della zona che, alle 13 e 30, stava rientrando al lavoro dopo essere stato dalla sorella a pranzo. Carica Pamela in auto e la porta, con il consenso di lei, nel garage della casa della sorella, dalla quale è appena uscito. Stende una coperta (così racconterà lui) e ha un rapporto sessuale con Pamela . La quale Pamela ha bsogno di soldi e cerca solo quelli, disposta anche al meccanico 50enne pur di averli. Il rapporto potrebbe però essersi risolto in uno orale e anche piuttosto veloce, tipico delle ragazze che cercano droga, e degli uomini che tirano su ragazze per la strada di cui hanno immediato sentore di prostituzione. Il meccanico sostiene di aver lasciato Pamela alla stazione più vicina, cioè quella di Piediripa- Mogliano, che dista solo 9 minuti di treno da quella principale di Macerata, verso le 18. In effetti, alle 18 e 53 c’è un treno che arriva a Macerata alle 19,02. Pamela intende andare a Roma, unica destinazione a lei conosciuta (non necessariamente a casa, o avrebbe fatto una telefonata alla madre chiedendo un cellulare in prestito, cosa che fanno tanti giovani) e da Macerata partono i treni per Roma. Sa ben poco della zona (prova ne è che non conosce il servizio di autolinee, nè che avrebbe potuto spostarsi su direttrici più servite) e ha pochi soldi, e perciò deve escludere tutti i treni di alta velocità da qualunque stazione partano. L’arrivo a Macerata è quello di una ragazza spaesata che cerca di capire come muoversi dalla città ma nello stesso è quello di una ragazza che non sta bene (è scappata da un progetto e non ne ha altri) e ha bisogno di aiuto che però non chiede alle persone per bene (magari donne o personale della stazione), ma a uomini che la vedono una preda facile. E’ appunto così che incontra fuori dalla stazione un tassista italiano di Macerata che la invita a cenare a casa sua, lavarsi e dormire. La rivelazione, va detto, è di Quarto Grado, che ha scovato questo “buon samaritano” numero due, dopo 15 giorni puntati solo sui nigeriani. Oggi verrà interrogato.

Il 30 GENNAIO 2018

La mattina dopo verso le 8,30-9, il tassista riporta Pamela in stazione e lì la lascia. Lei andrà subito in biglietteria dove chiede (c’è la testimonianza dell’impiegata) quale treno può prendere per Roma. Uno è già partito (alle 7,34) e il secondo è alle 13,08. Costa 17 euro e 30. E’ inquieta, deve attendere ore in stazione, fa su e giù dentro e fuori, si ferma al binario e vede un ragazzo di colore seduto su una panchina a cui chiede se ha del fumo. Lui gli risponde che lui no, ma ce l’ha un suo amico; Innocent Oseghale. Difficile che si siano contattati per telefono: più facile che il ragazzo gli abbia detto il nome “Innocent” e il luogo dove trovarlo: i giardini di piazza Diaz. Non è un mistero per nessun maceratese e dintorni (fino a Civitanova Marche, sulla costa) che i nigeriani spaccino hascisc davanti alla fermata delle autolinee della piazza. Ma Pamela non conosce Macerata e per arrivare lì deve affidarsi a un tassista. Stavolta è un peruviano. I sudamericani sono curiosi. Così di Pamela, dopo aver trattato il prezzo della corsa (che pagherà due euro meno rispetto alla richiesta di 7 euro) si siede davanti e non perché, come lui spiega, si possa fare, ma perché il tassametro è stato spento avendo trattato sul prezzo della corsa. La distanza è di poco più di un chilometro, ma l’auto deve fare un giro ben più largo. Il peruviano le chiede da dove viene e dove va e lei butta lì che deve tornare a Roma ma prima deve incontrare una persona ai giardini. Il tassista la descrive agitata e con lo sguardo attento a capire chi è Innocent e dove sarà, ma è lo stesso tassista a depositarla davanti alle autololinee, come dire nella bocca del leone. Cosa si sono detti i due, se Innocent non lo svelerà (e io credo che mai lo farà) non possiamo saperlo. Possiamo immaginare che Innocent le abbia detto che aveva solo una dose sola di hascisc (era già stato arrestato per spaccio alle scuole e nessun pusher tiene più di due dosi) e possiamo immaginare che Pamela abbia chiesto qualcosa di più forte. Perché stava male. Innocent Oseghale, che come tutti i pusher sono collegati gli uni agli altri, la accompagna ai giardini dello stadio dall’amico Lucky Demond che invece spaccia anche eroina. Lo stadio è in piazza della Vittoria dove c’è il monumento ai caduti che pochi giorni dopo Luca Traini userà per erigersi a giustiziere della patria, avvolto nella bandiera tricolore, e qui verrà arrestato.
Cosa succede a questo punto? Lucky Demond vende la dose di eroina si suppone tra i 20 e 30 euro (l’effettivo costo è 20 ma Pamela non conosce il mercato e potrebbe aver pagato di più) e resta dov’è. Sono circa le 10 e 30 del mattino. Pamela e Oseghale si avviano verso via Spalato, dove lui ha la casa. E’ lui a dirle che può fermarsi a casa sua, dove sua moglie e sua figlia non ci sono per qualche ora (in realtà soo ospiti di una casa famiglia lontano da Macerata) e lei può riposare e attendere il prossimo treno. E’ lui a dirle, in modo affabile e tranquillo, che l’aiuterà. Cosa vuole Pamela? Essere aiutata, drogarsi, dormire e non pensare a niente per qualche ora. Perchè non fidarsi di Oseghale così gentile che è pronto ad ospitarla anche a casa? Non si era già forse fidata del meccanico e del tassista? E nessun drogato può essere razzista: gli spacciatori sono neri. Pamela ormai deve avere pochissimi soldi in tasca e le servono per il treno. A Roma ci vuole andare, anche se ancora non sa dove. Ma Roma, almeno, la conosce e ha contatti.
Oseghale la conduce in via Spalato ed entrambi decidono di comprare qualcosa da mangiare, sono ormai quasi le 11. Segno che Pamela inende fermarsi diverse ore, se non addirittura un’altra notte a Macerata). I due entrano in un piccolo supermercato a 100 metri da casa sua, in una bella via residenziale: è il supermercato dove lui va sempre anche con la sua compagna e la bambina che vivevano con lui fino a pochi mesi fa. Qui comprano pasta e qualche dolce per un totale di 12 euro. Dieci ce li mette Oseghale, due Pamela. Pochi passi più avanti c’è la farmacia, ma Oseghale non vuole entrare con Pamela ad acquistare la siringa. Non gli importa farsi vedere in giro con Pamela, gli importa non farsi beccare con la droga o lo cacceranno via. Pamela compra la siringa (la farmacista confermerà) alle 11,02 minuti, come dice lo scontrino che verrà poi ritrovato a casa di Oseghale. Intanto però il tassista peruviano casualmente entra nella stessa farmacia e rivede la ragazza col trolley che aveva trasportato poco più di un’ora prima. Non si salutano. La vede anche allontanarsi con uno di colore che l’aspettava sul lato opposto del marciapiedi. Lui dirà anche che li vede entrare insieme al 124 ed è interessante notare che, essendo la farmacia più indietro rispetto alla casa e la strada a senso unico in discesa verso il centro, li deve avere osservati molto attentamente, addirittura aver guardato il numero civico che poi racconterà ai carabinieri e diventerà un tetimone importantissimo. Non è stato l’unico ad avere visto Oseghale con Pamela in un orario in cui le persone scendono dall’autobus poco distante o rientrano a casa per pranzo. E i testimoni infatti confermeranno di aver visto questa ragazza con un grande trolley entrare nella casa di Oseghale. Siamo in provincia, gli estranei destano sempre curiosità.
Sono da poco passate le 11 e i carabinieri nelle loro indagini rilevano le prime telefonate fatte da Oseghale, tutte brevissime.
Ma è dalle ore 12 che l’indagine colloca l’agganciamento delle celle dei tre sospettati (Oseghale e altri due nigeriani) nella cella della zona di via Spalato. Attenzione: aggancio delle celle non signfica che erano presenti in casa, ma che hanno chiamato o ricevuto chiamate o whattsapp o sms. Alle 14 e 30 un certo Antony, nigeriano punto di riferimento dei connazionali per le pratiche di soggiorno e altro, chiama (o è chiamato da Oseghale. Lui riferisce: ci siamo sentiti per il permesso di soggiorno scaduto e lui mi ha riferito che aveva una ragazza in casa che dormiva). Tradurre queste parole non è facile anche perché potrebbero essere inventate. Il senso potrebbe essere stato: non posso parlare adesso, c’è una persona estranea e per di più italiana.
Gli investigatori collocano la morte di Pamela tra le 12 e le 19 di quel pomeriggio. Ma un po’ si contraddicono con i cellulari. In sostanza Oseghale avrebbe fatto una serie spaventosa di telefonate a chiunque “cosa incompatibile con l’ouccparsi contemporaneamente di violentare, uccidere e fare a pezzi una ragazza” scrive il gip nell’ordinanza. Non dispongo del significato esatto di cella telefonica in questo caso: se i due sospettati hanno chiamato Oseghale è evidente che non erano in quella casa, ma si può sapere dov’erano, e invece non viene detto. Uno dei due, Lucky 10, vive ben distante da Macerata, mentre Lucky Desmond lo spacciatore di eroina, vive in città. Lucky 10 non ha nessun mezzo pubblico per raggiungere Macerata perciò i due potrebbero aver passato la notte insieme o addirittura uno dei due nella casa di Oseghale che era abituato ad ospitare connazionali. Lucky 10 è il terzo uomo fermato a Milano dove si presume fosse in fuga con la moglie, nigeriana ospitata invece tra i profughi di Cremona, per raggiungere la Svizzera. Lucky 10 era già andato a Cremona, non si sa quando, per prelevare la moglie, dato che i carabineri hanno intercettato il suo cellulare lungo la via Emilia (in treno) mentre stavano raggiungendo la stazione Centrale di Milano. Li hanno presi sui binari.
A Lucky Demond si è arrivati facilmente perché il suo nome è stato fatto da Oseghale: “lui ha venduto l’eroina a Pamela”.
All’altro nigeriano si è arrivati tramite i numeri di cellulare trovati in quelo di Oseghale e soprattutto agli orari delle chiamate, cioè tra le 11 e le 19. Alle 12 tutti e tre i telefoni risultano spenti, ma non è così, visto che il quarto uomo, considerato il tira fuori guai dei profughi, parla ben due volte al telefono con Oseghale tra le 14 e 30 e le 17 e 30. E’ lui a dire che Oseghale l’ha chiamato per dire che la ragazza che aveva in casa è stata male e non sapeva cosa fare. Il racconto collimerebbe con l’affermazione di Oseghale: Lucky Demond ha venduto l’eroina, lei è stata male e io sono scappato. Forse non è scappato, è stato preso letteralmente dal panico. Dunque cosa ci facevano gli altri due a casa sua, così come li piazzano gli investigatori?

LE ACCUSE
Il quadro accusatorio è violenza di gruppo, o almeno tentata violenza di gruppo. E’ una delle più – scusate -banali motivazioni di un delitto. Ma in questo caso sono tante le cose a non combaciare. Oseghale e Demond sono cattolici, chi l’avrebbe detto? Spacciano, ma non hanno dato nessun segno di essere violenti, nè apertamente squilibrati. Oseghale sì, è uno che male si adatta, che non vuole imparare l’italiano, che si accomoda in una casa affittata da una italiana (e che casa!) , che con lei fa una bambina ma naturalmente non se ne occupa affatto. Ed è uno che va letteralmente nel panico e la sua reazione ansiosa è chiamare mezzo mondo e chiedere aiuto. Se aveva due “amici” in casa perchè ha tanto bisogno di chiedere aiuto all’esterno e fare sapere a tutti che aveva un problema grosso?
Le telefonate e le celle telefoniche agganciate dagli altri due sono la chiave di volta per capire se le cose sono andate come dice la Procura: Oseghale chiama i due amici (che forse si trovano insieme quella mattina) per fare un festino a Pamela che lui è riuscito a portare facilmente in casa. Pamela però ha ampiamente dimostrato di essere una ragazza pronta anche al sesso pur di aere soldi o droga in cambio e anche la gentilezza di un luogo che ricorda una casa senza regole. Vuole cucinare la pasta al suo violentatore? Ma no. Entrambi vogliono delle cose l’uno dall’altra, quelle dei disperati. E non è così scontato che sia il sesso a unire i disperati. E’ così certo che gli altri due siano stati presenti mentre Pamela dormiva o era caduta in uno stato “fatto” non solo da eroina ma anche da hascis e chissà che altro? E’ così sicuro che Oseghale non racconti una piccola parte di verità “è’ stata male” e ha chiamato in aiuto i connazionali e addirittura un terzo (solo al telefono)? Manca però la seconda parte di questa tragedia, chiamiamola annunciata, o meglio tragedia tra disperati: la ragazza è morta o è stata uccisa? Se fosse stata uccisa, logica vuole che Oseghale non avrebbe chiamato un aiuto esterno per risolvere il guaio (o portare via il corpo o salvarla) e logica vuole che il cellulare di Lucky Diamond alle 19 non ricevesse la telefonata di Oseghale se questi fosse stato in casa a sezionare il cadavere. E’ stato lo stesso medico legale a sostenere che il lavoro era accurato e faticoso e richiedeva molto tempo. Oppure richiedeva un grande sforzo pur di non essere accusato di un crimine da spaccio: l’overdose.
Non è il pirmo caso, questo, di un solo uomo che compie un sezionamento in dieci pezzi, numero che è servito a essre diviso in due trolley di discrete dimensioni. I particolari emersi dall’autopsia non sono confermati: perciò non mi addentro nella scarnificazione descritta con enfasi, ma solo nel dissanguamento che effettivamente deve essere stato necessario, sul terrazzo, per la stessa ragione: portare via il corpo “pulito”.
Alle 22 Oseghale chiama l’autista conosciuto dagli extracomunitari, il camerunense che dovrà aiutarlo a far sparire Pamela ormai ridotta molto male. Se chiama lui,è segno che non aveva nessun altro, dopo aver tentato inutilmente di coinvolgere il quarto uomo e ben sapendo che nessun nigeriano possiede un auto. Perchè il camerunense? Semplicemente perché è uno che di solito tiene la bocca chiusa. Ma stavolta non lo fa. Perchè c’è una ragazzina depezzata che lui ha persino visto (è tornato indietro a vedere cosa aveva lasciato nei trolley il suo passeggero) ma ha preferito farsi i fatti suoi. Fino al giorno dopo (la notte porta sempre consiglio).
A questo autista improvvisato, Oseghale chiede di essere portato coi due trolley ch carica lui direttamente in auto, a Tolentino. Caso vuole che sia la stessa città dove vive Luca Traini, pronto a fare una strage di tutti loro. Alle 22 e 20 l’auto incrocia una telecamera che ne registra il passaggio: ha appena deviato dalla statale che porta a Tolentino per entrare in una strada provinciale che costeggia il quartiere chiamato Casette Verdi, prima periferia di Pollanza. E’ un luogo a caso, individuato alla vista per essre ancora tra i campi e non ancora in città. Ma talmente a caso che Oseghale dà lo stop brusco all’autista e sceglie di disfarsi dei due trolley quasi davanti a una grande villa, mezzi buttati dentro un fossato a latere strada. Un gesto veloce, che indica la fretta e l’ansia e la fretta e l’ansia non sono mai buone consigliere. E’ infatti così che lo prenderanno subito.
Nessun criminale farebbe una cosa simile, nessun omicida, nessuno che non volesse sicuramente essere preso.
Oseghale e Lucky Demond però hanno fatto altro insieme, e lo dice il negozio dove hanno acquistato verso le 19 di quella sera (ecco la telefonata) un contenitore di candeggina da 10 litri. Un ripiego, perché cercavano altrettanta quantità di acido muriatico e non l’hanno trovata.
La candeggina non serve a niente, ma molta gente (sopratutto chi è ospite di comunità, centri profughi o hotel) è convinta che serva a cancellare le tracce anche di sangue. Sbianca, non cancella un bel niente. Anzi: se cammini su un pavimento lavato con la candeggina lasci persino le impronte ben visibili. E’ questo appunto che hanno trovato i Ris.
Pamela è stata lavata con la candeggina, probabilmente per la stessa ragione: togliere tutto il sangue che non deve essere stato poco, inzuppare stracci e pulire: corpo e pavimento hanno ricevuto lo stesso trattamento. Da chi? Solo Oseghale, lui con Demdon o tutti e tre? Oseghal e Demond sono entrambi cattolici e questo, oltre allo spaccio di cui vivono, li unisce in una sorta di fratellanza. Insieme giocano anche alle scommesse nel locale proprio a due passi dalla casa di via Spalato. Certamente tra loro l’aiuto è sacrosanto. Lucky 3 invece è impaurito così tanto che non scappa da solo, ma va a prendere la moglie, segno di un legame affettivo al quale non ha rinunciato. E di ben pochi calcoli.
Pamela, il cui corpo è stato descritto come smembrato e quasi scuoiato, a me è apparso invece lavato con cura quasi maniacale, depezzato con disgusto (ricordo che Oseghale, al momento dell’arresto, cioè un giorno dopo, è apparso confuso e ciò esclude la freddezza dello psicopatico) e infine depositato con orrore appena è stato possibile.
Una serie di concatenamenti meschini (degli italiani e del sudamericano) e il potente immischiarsi della politica e del gusto del macabro, hanno reso, a mio parere, una vicenda tristissima di gente ai margini, ignorante e immatura, spaventata e senza regole, simile ad altre (tipo il caso Meredith, violenza di gruppo) senza necessariamente esserlo.
Ps: Gli aggiornamenti ufficiali (della Procura di Macerata) potrebbero modiicare il ragionamento e individuare responsabilità diverse da quelle che mi sono sentita di proporre.

Gli orchi e la bambina

Uno che è stato chiamato Innocent e che finisce in galera accusato di omicidio e vilipendio di cadavere, è già un traditore di se stesso. Uno che di cognome fa Oseghale, e che è accusato di avere sezionato con una mammaia e un coltellaccio in venti pezzi il corpo di una ragazza, deve essere un disgraziato anche nel dna, almeno in Italia, dove questo cognome ha un significato pesante comunque.
Uno così, 30 anni, originario della Nigeria, richiedente asilo dal 2014, e mentre aspetta di essere accolto ha una compagna e una bambina che però non lo vogliono e lo lasciano in un piccolo appartamento intestato chissà a chi, e mentre aspetta di essere accolto refila marijuana e hascish ai ragazzini delle scuole (proprio a loro, facile imbecillità) e lo beccano, a Macerata, città conficcata nelle Marche, lugubre come questa storia, tagliata fuori dal mondo come la povera Pamela, difficile arrivarci, difficile sentirsi accolti, difficile che una farmacista non racconti con orgoglio che lei sa che quella siringa che ha venduto per 20 centesimi a Pamela non è per l’eroina, ma per il cocktail di droghe pesanti, lei sì che è esperta, lei conosce tutti i drogati e tutte le siringhe. E le vende. L’ha venduta anche a una piccola ragazza col cappotto che deve avere avuto la faccia di una bambina. Chissà com’era Pamela nelle sue ultime ore di 18enne incapace di vivere senza il buco che toglie il dolore dell’anima e insieme toglie quelle cancellate, quei divieti, quelle regole sociali che lei no, non voleva. Chissà com’era disperata Pamela per accettare di salire in casa di uno così brutto (ma avete visto la foto?), che dovrebbe fare paura. Brutto da perverso, brutto da perso, brutto da capace di tutto. Pamela Mastropietro ha organizzato la sua fuga con calma e non ha fatto sospettare nessuno. Hanno cercato di fermarla, ma l’hanno fatto con le buone, e lei ha detto no, vado.
Chissà dove voleva andare, senza documenti. Tra la comunità e la città di Macerata c’è un’ora di cammino a piedi. Basta guardare la cartina e si vede che il percorso sono stradine, ma anche senza guardare la cartina, io me le ricordo quelle stradine tutte a curve dove passa una macchina ogni tanto. Se avesse fatto l’autostop qualcuno si sarebbe presentato ai carabinieri. Se è andata a piedi non sappiamo ancora dove, perchè la siringa in farmacia l’ha comprata il martedì mattina alle 11 e la fuga dalla comunità coop sociale Pars è del giorno prima.
A Macerata ci sono vari punti di spaccio dell’eroina. Che beffa. Proprio dove ci sono comunità che cercano di disintossicare i tossici, si trova la droga facile. Uno di questi ritrovi è il terminal delle autolinee.
Il nigeriano Innocent è stato colto dalle telecamere mente l’attendeva un po’ distante dalla farmacia e poi le stesse telecamere li hanno ripresI insieme fermi, vicini. Ha detto che l’ha seguita ma non uccisa. E, invece, sicuramente non l’ha seguita, ma l’ha accompagnata, e sicuramente (per ora sappiamo questo) in casa sua c’era sangue lavato con la candeggina e nemmeno bene, persino sul balcone, dove forse ha appoggiato “gli attrezzi” per lo scempio. Non è detto che l’abbia uccisa lui, ma è altamente improbabile che non l’abbia smembrata lui. E non da solo, come stanno ricostruendo gli inquirenti. E’ stato lui a chiamare l’auto privata che dà i passaggi a pagamento, un autista del Camerun che si guadagna da vivere così e non squartando persone o spacciando droga, e ha depositato le due valigie contenenti i resti della povera Pamela.
Mentre si visionavano le telecamere, il camerunense è andato spontaneamente dai carabinieri a raccontare che aveva preso su un tipo africano con due grandi trolley (uno era quello di Pamela?) che ha poi depositato ai bordi di una strada in un piccolo paese vicino, e così Innocent è stato beccato.
L’autopsia su quello che è rimasto del corpo di Pamela non è riuscita a stabilire le cause della morte. Sembra assurdo, ma i medici legali non sono il popolo di twitter o di Facebook che trae conclusioni in un attimo: tagliata non vuol dire tagliata viva. E per fortuna. Ma sarebbe stato anche impossibile farlo e nessun vicino ha sentito neppure un grido quel pomeriggio. Se Pamela è morta senza gridare ci sono solo due possibilità: o è stata strangolata velocemente con una sciarpa, o è morta di overdose. Delllo strangolamento non sono stati notati segni evidenti sul collo, della possibile overdose si saprà solo dagli esami tossicologici. Il nigeriano era spacciatore di hascich e marjiuana. In casa sua sono stati trovati 70 grammi, poca roba per un pusher, ma abbastaza per vivere. Innocent può aver procurato la droga pesante a Pamela per guadagnarci, ma anche perchè Pamela era una ragazza fragile e bella. le ragazze belle drogate e disperate sono pronte a tutto per un buco. Potrebbe avere promesso sesso in cambio, e poi essersi tirata indietro. Non è stata consumata violenza sessuale, ma non è escluso che possa essere morte di conseguenza ad altro reato, perciò omicidio: ti dò la droga pesante e tagliata male (che costa meno) e tu mi paghi col tuo corpo. Tante ragazze al boschetto di Rogoredo pagano così gli spacciatori. E’ risaputo, ma l’attività di spaccio e violenza sulle donne continua. A Milano.
Quando un tossicodipendente muore di overdose, gli spacciatori o chi è in casa con loro a consumare, prendono il corpo e lo abbandonano. Ma Innocent non aveva l’auto e il lavoro che ha fatto denota anche uno squilibrio mentale notevole, uno di quelli che vengono consumando droghe anche leggere, e che aumenta con gli abbandoni affettivi e il senso di ansia misto a terrore di dover tornare, prima o poi, nel paese dal quale si è fuggiti. Così si perde il controllo e la ragione, e quello che sembra persino ragionevole (disfarsi di un corpo anche se non l’ha ucciso tu, ma è in casa tua) può trasformare in un attimo un ragazzo sbarellato in un freddo mostro calcolatore capace di cose inaudite che no, non fanno nemmeno le tribù africane, come in molti urlano in questi giorni..le fanno gli psicopatici o gli psicotici.
Quando è stato arrestato, Innocent era confuso e pensava solo a difendersi: l’ho seguita, ma non l’ho uccisa. Non ha spiegato perchè ha depostato i pezzi della ragazza in due trolley. Questo sì l’ha fatto lui.
Il codice penale lo chiama vilipendio. Noi lo chiamiamo orrore.
Domani a Macerata la comunità nigeriana sarà in un sit in di protesta contro la barbarie compiuta da un loro compaesano. Tra di loro ci saranno persone per bene, integrate, buone, ed altre no, che spacciano droga leggera e pesante senza distinzioni ad altre Pamela e hanno solo paura dell’ondata razzista che l’Italia gli ha già vomitato addosso.
Pamela non era di qui, era romana e aveva sogni troppo distanti dal suo malessere interiore. Non cercava l’amore, che già aveva, cercava la pace che infine sa darlo, l’amore e sa scegliere a chi. Peccato che l’abbia trovata così, la pace, in una Italia stregata che i suoi figli finge di curarli e poi li dà in pasto agli orchi.
Colpevoli tutti.

Padova, il noir del 1976

Venti gennaio 1976. In via Faggin al numero 27 a Padova, fuori delle mura e non lontano dalla stazione, nella prima di una serie di villette a schiera rinchiuse da un cancello, abita Margherita Magello, 24 enne carina ma non appariscente, tranquilla studentessa lontana dalla politica che invece a Padova da un decennio agita i sonni di carabinieri e poliziotti. E non solo. Continua a leggere

Tallio, lo psicopatico in famiglia

Nova Milanese, Brianza ricca non più di mobilifici ma di aziende di tessuti di arredamento. La stessa per la quale hanno lavorato diversi componenti della famiglia Del Zotto, sede e show room a Seregno. Famiglia grande e fisicamente vicina quella del vecchio Giovanni Battista Del Zotto, scampato alla Russia e ai campi di lavoro forzato, ma non al tallio nella tisana.
Fidarsi di chi non si fa conoscere abbastanza è sempre ad alto rischio.
Mattia Del Zotto, 27 anni, nullafacente, è stato infine arrestato. E’ nipote di Giovanni e Gioia (morta per la stessa ragione) e nipote della zia Patrizia che porta il suo stesso cognome, e di zia Laura, che non è morta ma vive da sopravvissuta alla clinica Maugeri di Pavia da ottobre, e i suoi nonni, ultimi della lista ad essere stati avvelenati, in condizioni critiche da un mese.
Di Mattia ha parlato il gip; isolato, sempre al computer. Invece Mattia ha detto: l’ho fatto per punire gli impuri. E questa frase è stata definita delirante. Poi ha aggiunto: non saprete mai perché ‘ho fatto. Non colllaboro con le istituzioni di questo paese.
Anti sociale, definizione che indica la sociopatia (o psicopatia) e narcisista con varie forme ossessive rigide. Facile non solo per le parole prounciate (contraddittorie) che indicano la bugia degli impuri (erano tutti volontari nel sociale, i suoi familiari) e giudicati tali da uno che, a detta della madre, da un anno e mezzo rifutava ogni contatto con i familiari e a detta di lui seguiva l’ebraismo (non si capisce cosa c’entri con gli impuri) ma anche per quel rifiuto di collaborare con l’autorità. Antisociale e narcisista. Lo si nota già a due-tre anni, nella non empatia coi coetanei, nell’incapacità di provare emozioni genuine, nell’obbedienza eccessiva, e nella rabbia covata nel silenzio della propria cameretta, come un tarlo che mangia e chiede pulizia. Della sua sporcizia, proiettata all’esterno. Considerato bambino imperfetto mentre lui si riteneva superiore a tutti e lo voleva infine dimostrare? L’ha dimostrato, ma ha fatto errori. Errori che però sono stati scoperti tardi, molto tardi, vergognosamente tardi. Si poteva evitare l’avvelenamento dei nonni materni (che per fortuna non sono morti, ma come si vive con il fegato a pezzi dopo gli 80 anni?) e ora, che l’arresto è stato motivato con “l’abbiamo fermato o avrebbe ucciso ancora” è inaccettabile. Un mese di ricerche (nella casa friulana e nelle case dei colpiti) per cercare il tallio e non per capire velocemente, come tutti i profani hanno sospettato, che sotto ci fosse un classico avvelenamento familiare. Classico perchè l’arsenico (cui il tallio assomiglia e che in effetti lui voleva acquistare) viene chiamato il veleno dell’eredità non a caso.
Potevano essere uccisi i sopravvissuti: il marito di Patrizia che è tornato a casa tre giorni fa dopo 59 giorni di ospedale e ha festeggiato il compleanno in famiglia, la zia Laura che è andato a trovare in ospedale, non per non dare nell’occhio come si può pensare, ma perchè gli psicopatici narcisisti sono crudeli e stanno bene al vedere in faccia la sofferenza che hanno provocato. Poteva uccidere o fare altro male ai suoi genitori, che forse solo causalmente non è riuscito a fare fuori costringendoli a bere la tisana e che probabilmente erano il vero obiettivo e poi, per incatenamento di idee, modo di vivere, unione, affettività, tutti gli altri.
Era pericoloso Mattia, ed è stato arrestato solo due mesi dopo la morte dei nonni (provocata lentamente) e solo due mesi dopo sono state trovate le confezioni di tallio in casa sua, comprate da un negoziante padovano che non avrebbe dovuto nemmeno vendergliele. Che razza di indagine è stata?
Il movente lo psicopatico ce l’ha, così come ce l’ha il narcisista maligno, unici due disturbi di personalità capaci di non farsi nemmeno notare (se non per una certa grandiosità e sprezzanti atteggiamenti che si alternano ambiguamente a tenere effusioni con gli animali (aveva un cane sin da bambino) e le ragazze. Di base c’è appunto l’ambiguità di chi appare sottomesso e obbediente, riservato e persino intelligente mentre con il sorriso cova vendette definitive. Mattia, cresciuto nella bambagia di famiglie benestanti brianzole, non aveva bisogno di essere troppo acuto e intelligente. L’intelligenza che aveva l’ha utilizzata per studiare come procurarsi un’arma non-arma, da vigliacchi che nemmeno quando escogitano piani sanno assumersi la responsabilità di colpire a mani nude, faccia a faccia, e pensano, pensano molto a come vendicarsi senza essere puniti (non si sentono spregevoli, ma giusti). Loro hanno, io no. Loro sanno amare, io no. Questo muove le azioni dello psicopatico-narcisista sin da bambino.
Mattia ha un vuoto interiore che col tempo non è ruscito più a gestire con le solite cose evasive dei ragazzi. Ha coltivato un rifiuto dell’autorità genitoriale che ha coinvolto tutti coloro che per lui erano adulti, cioè regole, cioè critiche, cioè doveri. Fino alla decisione di punire annientando persone verso le quali non provava assolutamente niente (per sua stessa ammissione). Ma non si uccide chi non provoca niente: si uccidono coloro che si ritengono responsabili del proprio malessere.
A capire che si trattava di delitti volontari ho impiegato due giorni: il primo l’ho usato per studiare tutti i casi di avvelenamento da tallio e le conseguenze, quasi mai mortali (due casi proprio in Friuli e uno molto vasto a Pietrasanta, in Toscana), il secondo per la vicinanza fisica delle vittime e degli intossicati. A capire che era stato uno dei nipoti ci sono arrivata solo ieri, decidendo di guardare tutti i profili Fb, intrecciare parentele ed età. Il profilo del killer è stata la cosa più facile: giovane, tra i 23 e i 30 anni. E’ questa la fascia d’età in cui esplode la crudeltà nelle stragi familiari.
Ben difficile che ottenga la incapacità di intendere e volere, a Castiglione delle Stiviere (ex Opg, ora Rems) non ho mai sentito raccontare (a parte il discusso caso del parmigiano Ferdinando Carretta) nè visto persone che hanno compiuto una simile strage lucidamente e con premeditazione. Non avrà sconti di pena, nè lo salveranno bravi avvocati.
Questo disturbo che non toglie la capacità decisionale, è in aumento da vent’anni. Ed esplode dalla prima età adulta in poi.

Ps: ho pubblicato il libro “Giudizio sospeso” lo scorso maggio sui disturbi psichiatrici e sull’ex Opg di Castiglione delle Stiviere.

Bossetti, se la verità giudiziaria non è più autorevole

 

Le reazioni alla conferma dell’ergastolo per Massimo Bossetti sono state, se possibile, più sorprendenti di quanto mi sarei mai aspettata dopo il caso di Cogne. I cosiddetti innocentisti nei delitti con forte eco nazionale ed emotiva ci sono sempre stati. Ricordate? La belva di via San Gregorio a Milano non confessò e iniziò l’indagine, allora senza l’ombra di una possibile ricerca di Dna. Facile capire perché non confessò: evitare il carcere a vita e la gogna pubblica, essendoci di mezzo omicidi di donne e bambini. Rita Fortis era una bella donna, molto più bella di quella (siciliana) che ha ucciso, in una Milano del dopoguerra che aveva già qualche problema con i meridionali arrivati a frotte, ma non con i veneti come lei, che rappresentavano invece operosità e capacità di riscatto sociale. Pur di non accettare la belva che albergava in Rita Fortis la gente cercava un complice, maschio, appena si poteva trovare un minimo appiglio. Così come chi uccide è spinto da una forte motivazione emozionale (e spesso psichiatrica), anche chi osserva da fuori e ne viene coinvolto da tv e giornali, vive più o meno lo stesso problema (e a volte dramma) psicologico. Ma davvero ci sono belve tra noi?
Ma davvero si può uccidere una bambina? Ma davvero si può uccidere il proprio bambino?

Per chi è del mestiere, è tutto possibile perché tutto ha visto. Chi non lo è usa un solo strumento: essere convinto oltre ogni ragionevole dubbio. Ma chi può convincere coloro che non si convinceranno mai? Nè autorità, nè prove, nè scienza, e a volte persino le confessioni vengono messe in dubbio. Perché è così difficle accettare che qualcuno compia delitti orribili e non, piuttosto, accettare che qualcuno finalmente sia preso e paghi per quei delitti orribili? Perché la genet si identifica in uno, come Bossetti, biondo, bergamasco, occhi celesti, padre e marito, gran lavoratore (bè insomma..) che piange e si dispera, o in una, come Annamaria Franzoni, con una casetta tanto bella e lei e i figli e il marito tanto carucci?
Molto più avanti negli anni, la storia si ripete con altri casi di nobildonne uccise misteriosamente ma innocentisti e colpevolisti in questi casi faticano a schierarsi per evidenti motivi: più che un cerebrale esercizio da detective improvvisato non si può fare. Molti anni più tardi, il massacro di Erba invece si colloca perfettamente nell’Italia alle prese con le prime ondate di extracomunitari sgraditissimi e soprattutto, quelli del NordAfrica, già conosciuti come spacciatori. In più, Erba si trova geograficamente in piena Brianza bianca, bigotta, conservatrice, chiusa, dove i panni sporchi si lavano in casa e la ricchezza va esibita perché frutto del lavoro. Dove non fa effetto un padre che perdona (anzi!) e si deve cercare ad ogni costo un altro colpevole perché il processo è stato manipolato, perché l’unico sopravvissuto ha detto quello che non sapeva, perché, perché, perché. La folie a deux di Rosa e Olindo passa in secondo piano, i loro precedenti con le vittime anche, la confessione di Rosa Bazzi viene ritenuta estorta, solo perché lei stessa ritratta e fa sorgere dubbi sulla violenza della polizia. Diciamo subito che è vero; la polizia non va tanto per il sottile quando vuole una confessione e la vuole perché è molto più semplice e veloce. La polizia però non è un giudice che conduce interrogatori che bisognerebbe leggere attentamente cinquanta volte per capire come vengono fatti. Così come si parla dei giornalisti senza sapere nemmeno come si lavora in un giornale (prendiamo un quotidiano che conosco meglio) , chi lo decide, quando, a che ora, chi sono i capi, le dinamiche, le pressioni, le manipolazioni, le punizioni, gli stipendi, quanti conoscono a menadito come si sviluppa una indagine su un delitto, diciamo rilevante per la comunità?

E ora torno a Bossetti. Caso mediatico, anzitutto, perché qualcuno ha deciso di farlo diventare mediatico. Chi? I giornali. Una ragazzina della cattolica, benestante, razzista e benpensante bergamasca, muore agonizzando in un campo. Può capitare a tutte le bambine, certo che è una notizia più notizia di altre. C’è un primo elemento in ogni giallo, soprattutto sui casi di scomparsa, come è stato questo all’inizio. Va stabilito se è volontaria o no. In due giorni si è capito che era volontaria ma la gente non ci ha fatto caso perché è ben difficile schierarsi contro una “vittima” così giovane e dire se l’è cercata. Quando è stato accusato il tunisino del triplice delitto di Erba, la gente era contenta. Quando sono stati arrestati Rosa e Olindo è rimasta esterreffatta. Così, nel caso Yara, quando è stato arrestato il marocchino Fickri, la gente era contenta, salvo poi, quando è stato finalmente ingoiato a fatica l’errore giudiziario, non riuscire più a trovare un colpevole che potesse abbassare l’ansia collettiva, soprattutto delle mamme ha scatenato una dinamica semi impazzita. Ma la pm, con l’errore del marocchino, si è tirata addosso tutti i dubbi del mondo sulla capacità della giustizia italiana. Di fatto, ritengo che avrebbe dovuto essere estromessa dall’incarico e non tanto perché non sia possibile sbagliare, quanto perché il primo grave errore fa perdere credibilità. Che è quello che poi è accaduto. Nella nostra morale, a volte immorale, collettiva, il giudice dovrebbe stare sempre sopra le parti ed essere inattaccabile. Molti si appellano agli erorri giudiziari senza citarne i casi che so, negli ultimi 50 anni (che pure ci sono stati) e soprattutto di quelli di prima dell’avvento delle nuove “prove” scientifiche di trovare a volte molto velocemente il colpevole. Tantissimi casi di omicidio sono rimasti irrisolti e sono finiti nel dimenticatoio fino al nuovo, più prepotente (e più interessante) che fa discutere. E io mi chiedo perché fa tanto discutere il caso Bossetti. Non sono sufficienti 18 mila prelievi di Dna e uno solo (non tre o dieci o venti) trovato sul corpo? Non è sufficiente la sua fuga all’arresto nel cantiere? Non è sufficiente l’accuratezza di verificare tutto, compreso trovare l’amante della madre di 45 anni prima con il quale ha fatto due figli? Non è sufficiente che tutti sapessero chi era Bossetti e cosa faceva? No, non lo è. Non lo è, probabilmente, perché non mente solo Bossetti, non guarda pornografia solo Bossetti. Non i vecchi, anche i giovani. E tutti dicono che non è grave. Tutti, meno gli psichiatri che inseriscono da decenni l’uso smodato di pornografia e bugie in disturbi della personalità o dell’umore.
Lo fanno tutti è una risposta del cazzo. Allora, anche tutti possono uccidere una ragazzina o ragazza, per sbaglio (così è andata: Yara non doveva essere uccisa, ma sessualmente usata e possibilmente con il suo consenso). Dunque, gli italiani sanno bene cosa fanno e difendono un Bossetti o sua moglie (che fa lo stesso perché c’è sempre correità familiare in questi delitti che non nascono dal niente) perché è difficile mettere insieme tutti i dati e fare uscire un personaggio capace di agganciare una ragazzina consenziente e poi dare fuori di matto al suo forte rifiuto e ucciderla o tentarci. Anzi: non ucciderla, lasciarla morire. Quanti sono capaci di fare una cosa simile? Tutti coloro che hanno le caratteristiche di Bossetti, la sua ignoranza, il luogo dove vive, il suo narcisismo, il suo infantilismo, la sua vigliaccheria, la sua falsa morale cattolica, una moglie uguale a lui, una madre che ha saputo ingannare un marito due volte scegliendosi il più coglione che c’era in giro, una sorella gemella che inventa botte e assalti come una perfetta bordeline (non una depressa) quando tutto il nascosto crolla e crolla miseramente con diverse accuse sociali tra le più infamanti e inaccettabili da sostenere. Bossetti non confessa perché è narcisista, non perché gliene freghi qualcosa del carcere. Ricordo che in carcere, in attesa di giudizio, flirtava con una certa Gina e dire flirtava è una parola innocente che non fa capire l’esatta portata di quel rapporto in carcere.
Come è andata si sa: Yara ha accettato il passaggio di un uomo che gli sembrava innocuo, gentile e bello. Yara è parte di una famiglia conservatrice e rigida. Bossetti ha scelto Yara, non una qualsiasi, perchè lei poteva rispondere alle sue avance. E l’ha fatto. Ogni storia drammatica non è una discussione sul Dna che pure c’è e nemmeno accontenta: il sangue di Bossetti è stato rilevato sugli slip di Yara che non ha tentato di abbassare (non è stata usata violenza sessuale) ma ha tagliato anche quelli trapassando i leggins sottilissimi. Tagli a zig zag sulla schiena (Yara scappava) e le natiche ,che non l’hanno uccisa. Yara, ricordiamolo, è morta di freddo e paura. E che anche Linkiesta abbia dubbi sul metodo di giudizio è davvero una novità: rifare il dna, e perchè? Un detenuto condannato lo chiede e va rifatto? Porti lui prove che non era assolutamente suo o lui non era lì, questo dice il nostro ordinamento giudiziario. Lo stravolgiamo per Bossetti? O per paura dell’autorità?
Per dirla tutta, io non credo nemmeno che a qualcuno interessi davvero se il dna di Bossetti è suo o no. Credo che la gente innocentista, e peggio ancora certi giornali, soffino sul fuoco di altro, molto più politico che a caccia di giustizia.

Femminicidio, i dati dicono in calo. Ma per sociologi e media è aumento

 

Leggere le statistiche è sempre difficile, anzitutto perché i campioni non sono uniformi. L’anno record dei femminicidi in Italia (quando ancora non si chiamavano così), è stato il 2000 con 199 donne vittime di violenza mortale per il 73 per cento in famiglia. Nel 1992 sono state 186 ed ecco scattare l’aumento insolito di 8 anni dopo. Nel 2010 furono 131 e nel 2014 ci fu una impennata che portò il numero di donne uccise a 152, numero che si abbassò nel 2015 (128) e nel 2016 (120). Oggi, che siamo a 6 mesi e mezzo dall’inizio dell’anno, le donne uccise per mano maschile sono 38, se il trend si mantiene uguale (ci sarà un aumento non costante nei mesi) a fine anno dovrebbero essere poco più di 75. Sarebbe un successo enorme.Perché allora i sociologi parlano di aumento? Si basano su un concetto statistico diverso: tutti gli omicidi in Italia sono diminuiti e in costante diminuzione, mentre quelli delle donne si mantengono più o meno nello stesso trend (in percentuale rispetto agli omicidi totali), cioè 0, 9 omicidi di donne ogni 100 mila abitanti. Se guardiano al resto dell’Europa siamo piuttosto in fondo alla statistica, sia degli omicidi totali sia ai femminicidi. In testa, per i femminicidi, ci sono tutti gli Stati dell’Est Europa, ma se leggiamo la percentuale di donne uccise rispetto al totale dei delitti è paradossalmente la Svizzera la prima con il 50 per cento. Motivo? E’ piccola. Più i numeri sono bassi, più le percentuali si alzano. Troppo complicato? Abbastanza. Per questo si dice soltanto che aumentano i femminicidi, mentre non sono affatto aumentati, anzi. Gli ultimi giorni hanno visto 4 donne uccise e non sono tutti femminicidi uguali, benchè tutti siano di genere, cioè si voleva proprio colpire la donna in quanto donna. L’altra curiosità è che in testa alle classifiche ci sono le regioni del Nord e non del Sud. Motivo? Sono più densamente popolate. Le donne in Italia sono circa 20 milioni (dai 15 anni di età) comprese le donne straniere. Cento delitti all’anno con motivazioni culturali di genere sono tantissimi ma in realtà sono una inezia in una popolazione così vasta (61 milioni di abitanti) e con tante differenze culturali (tra italiani stessi e stranieri di diversissime religioni ed etnie).
Cosa ha migliorato la situazione e cosa l’ha peggiorata o non modificata? E ‘ diminuito l’alcolismo (la prima causa di violenza sule donne nelle regioni nordiche e dell’est), è aumentato il benessere e la coscienza femminile, sono aumentate le pene (stalking), i divorzi sono stati facilitati e la cura dei malati è in generale migliorata (ci sono più strutture, più attenzione e più farmaci ansiolitici e antidepressivi), è diminuito il senso del possesso della donna (nei giovani) non tanto per cultura, quanto per disinteresse sentimentale e perché è facile trovarne un’altra immediatamente disponibile. Perché invece non diminuiscono e qual è lo zoccolo duro? I 50-60enni, uomini, che continuano a non accettare l’idea di restare soli dopo il divorzio, l’aumento della solitudine sociale in questa fascia d’età e, nei giovani, le nuove patologie depressive, borderline, bipolarismo, narcisismo, che restano silenti ed esplodono in modo violentissimo durante litigi in cui la donna di oggi non accetta di tacere.
Il caso di Maria, la donna uccisa dal suo convivente trovato un anno dopo l’accoltellamento del marito al quale era sopravvissuta, è un caso a parte: accettare un rapporto riparatore con una persona peggiore o identica alla prima significa che la base traumatica e depressiva (che probabilmente faceva parte di tutta la sua vita) non è stata nemmeno affrontata dalle tante associazioni che lanciano allarmi, ma a conti fatti non salvano chi ha già un piede nella fossa. La statistica ci dice in anticipo che almeno la metà delle prossime vittime di quest’anno sono già a letto con il nemico. E non crediamo mai alla felicità esibita su Facebook o davanti a familiari e amici; la giovane coppia senese (lei grave all’ospedale, lui morto sucida) ne è l’esempio lampante: questi delitti sono  intimi e privati per definizione.