La matrigna cattiva

 

Il Pesciolino è stato trovato. Aveva 8 anni, era scomparso da 12 giorni in Almeria, desertica regione del sud della Spagna in una località con sole venti anime di inverno e pieno di buche, pozzi, sabbia e rocce.
In questi 12 giorni Gabriel, per volere di sua mamma, era diventato il Pescaito, sopranome affettuoso che gli avevano dato i genitori, e la Spagna si è rotta la testa per trovarlo indossando una maglietta con un pesciolino o appendendo disegni alle finestre. Tra tweet, facebook, condivisioni di foto e appelli ogni dove. Una ricerca affettuosa e disperata e piena zeppa di fantasie, false piste, persino di un arresto.
Tutti hanno pensato che fosse stato un uomo a portarselo via in 12 metri, tanti erano quelli dai quali è scomparso alla vista tra la casa della nonna e quella della zia, in una piccola curva che ha fermato la sguardo di entrambe. Era pomeriggio di festa in Andalucia dove Gabriel viveva con la mamma separata dal marito, e a lui era stato affidato. I due ex andavano d’accordo e Gabriel passava due weekend alla settimana col padre ma ogni giorno i genitori si sentivano per telefono per condividere ogni cosa del loro bambino.
La gente ha pensato subito al rapimento opera di un marocchino o anche di un gruppo di marocchini. Poi a un ex della madre instabile e anche al padre di lui. Gabriel doveva essere stato vitima di un pedofilo, di sicuro.
Invece Ana Julia, la compagna del padre, lo aveva soffocato in quei dodici metri e messo sottoterra. Ieri, quando ormai i sospetti erano tutti su di lei perché lei, che sempre è stata presente nelle ricerche e abbracciava davanti a tutti madre e padre del bambino, si è tradita facendo trovare la maglietta del bimbo per caso in una stradina a pochi chilometri da casa. Da quel momento l’hanno pedinata. Ana Julia ha lasciato il suo compagno e poi è andata recuperare il cadavere di Gabriel, timorosa che infine lo trovassero. Pieno di terra com’era, l’ha avvolto in una coperta e l’ha messo nel baule dell’auto, e con lui ha guidato per 73 km fino alla casa dove viveva col suo compagno, il papà di Gabriel. E’ qui, appena giunta, che la polizia le ha fatto aprire il baule e lei ancora ha negato: non so chi l’ha messo lì.
La mamma di Gabriel ha subito detto che non vuole odio, non vuole brutte parole, non vuole che si parli di Ana Julia, nè in bene nè in male. Non vuole che le si auguri la morte, come stanno facendo in tanti, così emotivamente coinvolti in questi dodici brutti giorni pieni di speranza. Vuole, invece, che si ricordi la generosità degli spagnoli che hanno aiutato a cercarlo e hanno sofferto con lei in questi 12 giorni.
Ana Julia era venuta ad Almeria dalla repubblica dominicana. Aveva 42 anni. Ventidue anni prima aveva due bambine, figlie seenza padre, e una di queste a soli due anni è morta cadendo da una finestra. Il caso era stato archiviato come incidente, ma ora verrà riaperto. Sei anni fa si era messa con un uomo, un bulgaro, e con lui ha aperto un locale ad Almeria, un bar chiamato Black che non è durato molto. Benchè lui continuasse ad amarla, Ana Julia se ne è andata via e subito si è messa con il padre di Gabriel, che era solo e forse troppo ingenuo per chiederle del suo passato. Stavano insieme da un anno e mezzo, ma con il bambino non aveva legato. Anzi. Gabriel aveva detto chiaro e tondo alla madre che non le piaceva la nuova compagna di papà e sperava che se andasse a Santo Domingo.
Ana Julia non sopportava Gabriel, ma meno ancora sopportava il rapporto che il banbino aveva col padre e la madre e meno ancora quello che i due genitori continuavano ad avere per colpa sua.
Gabriel, povero pesciolino, è finito nelle grinfie della matrigna, che nelle favole ben rappresenta il femminile invidioso e assassino.
Ma questa non è una favola.

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Tallio, lo psicopatico in famiglia

Nova Milanese, Brianza ricca non più di mobilifici ma di aziende di tessuti di arredamento. La stessa per la quale hanno lavorato diversi componenti della famiglia Del Zotto, sede e show room a Seregno. Famiglia grande e fisicamente vicina quella del vecchio Giovanni Battista Del Zotto, scampato alla Russia e ai campi di lavoro forzato, ma non al tallio nella tisana.
Fidarsi di chi non si fa conoscere abbastanza è sempre ad alto rischio.
Mattia Del Zotto, 27 anni, nullafacente, è stato infine arrestato. E’ nipote di Giovanni e Gioia (morta per la stessa ragione) e nipote della zia Patrizia che porta il suo stesso cognome, e di zia Laura, che non è morta ma vive da sopravvissuta alla clinica Maugeri di Pavia da ottobre, e i suoi nonni, ultimi della lista ad essere stati avvelenati, in condizioni critiche da un mese.
Di Mattia ha parlato il gip; isolato, sempre al computer. Invece Mattia ha detto: l’ho fatto per punire gli impuri. E questa frase è stata definita delirante. Poi ha aggiunto: non saprete mai perché ‘ho fatto. Non colllaboro con le istituzioni di questo paese.
Anti sociale, definizione che indica la sociopatia (o psicopatia) e narcisista con varie forme ossessive rigide. Facile non solo per le parole prounciate (contraddittorie) che indicano la bugia degli impuri (erano tutti volontari nel sociale, i suoi familiari) e giudicati tali da uno che, a detta della madre, da un anno e mezzo rifutava ogni contatto con i familiari e a detta di lui seguiva l’ebraismo (non si capisce cosa c’entri con gli impuri) ma anche per quel rifiuto di collaborare con l’autorità. Antisociale e narcisista. Lo si nota già a due-tre anni, nella non empatia coi coetanei, nell’incapacità di provare emozioni genuine, nell’obbedienza eccessiva, e nella rabbia covata nel silenzio della propria cameretta, come un tarlo che mangia e chiede pulizia. Della sua sporcizia, proiettata all’esterno. Considerato bambino imperfetto mentre lui si riteneva superiore a tutti e lo voleva infine dimostrare? L’ha dimostrato, ma ha fatto errori. Errori che però sono stati scoperti tardi, molto tardi, vergognosamente tardi. Si poteva evitare l’avvelenamento dei nonni materni (che per fortuna non sono morti, ma come si vive con il fegato a pezzi dopo gli 80 anni?) e ora, che l’arresto è stato motivato con “l’abbiamo fermato o avrebbe ucciso ancora” è inaccettabile. Un mese di ricerche (nella casa friulana e nelle case dei colpiti) per cercare il tallio e non per capire velocemente, come tutti i profani hanno sospettato, che sotto ci fosse un classico avvelenamento familiare. Classico perchè l’arsenico (cui il tallio assomiglia e che in effetti lui voleva acquistare) viene chiamato il veleno dell’eredità non a caso.
Potevano essere uccisi i sopravvissuti: il marito di Patrizia che è tornato a casa tre giorni fa dopo 59 giorni di ospedale e ha festeggiato il compleanno in famiglia, la zia Laura che è andato a trovare in ospedale, non per non dare nell’occhio come si può pensare, ma perchè gli psicopatici narcisisti sono crudeli e stanno bene al vedere in faccia la sofferenza che hanno provocato. Poteva uccidere o fare altro male ai suoi genitori, che forse solo causalmente non è riuscito a fare fuori costringendoli a bere la tisana e che probabilmente erano il vero obiettivo e poi, per incatenamento di idee, modo di vivere, unione, affettività, tutti gli altri.
Era pericoloso Mattia, ed è stato arrestato solo due mesi dopo la morte dei nonni (provocata lentamente) e solo due mesi dopo sono state trovate le confezioni di tallio in casa sua, comprate da un negoziante padovano che non avrebbe dovuto nemmeno vendergliele. Che razza di indagine è stata?
Il movente lo psicopatico ce l’ha, così come ce l’ha il narcisista maligno, unici due disturbi di personalità capaci di non farsi nemmeno notare (se non per una certa grandiosità e sprezzanti atteggiamenti che si alternano ambiguamente a tenere effusioni con gli animali (aveva un cane sin da bambino) e le ragazze. Di base c’è appunto l’ambiguità di chi appare sottomesso e obbediente, riservato e persino intelligente mentre con il sorriso cova vendette definitive. Mattia, cresciuto nella bambagia di famiglie benestanti brianzole, non aveva bisogno di essere troppo acuto e intelligente. L’intelligenza che aveva l’ha utilizzata per studiare come procurarsi un’arma non-arma, da vigliacchi che nemmeno quando escogitano piani sanno assumersi la responsabilità di colpire a mani nude, faccia a faccia, e pensano, pensano molto a come vendicarsi senza essere puniti (non si sentono spregevoli, ma giusti). Loro hanno, io no. Loro sanno amare, io no. Questo muove le azioni dello psicopatico-narcisista sin da bambino.
Mattia ha un vuoto interiore che col tempo non è ruscito più a gestire con le solite cose evasive dei ragazzi. Ha coltivato un rifiuto dell’autorità genitoriale che ha coinvolto tutti coloro che per lui erano adulti, cioè regole, cioè critiche, cioè doveri. Fino alla decisione di punire annientando persone verso le quali non provava assolutamente niente (per sua stessa ammissione). Ma non si uccide chi non provoca niente: si uccidono coloro che si ritengono responsabili del proprio malessere.
A capire che si trattava di delitti volontari ho impiegato due giorni: il primo l’ho usato per studiare tutti i casi di avvelenamento da tallio e le conseguenze, quasi mai mortali (due casi proprio in Friuli e uno molto vasto a Pietrasanta, in Toscana), il secondo per la vicinanza fisica delle vittime e degli intossicati. A capire che era stato uno dei nipoti ci sono arrivata solo ieri, decidendo di guardare tutti i profili Fb, intrecciare parentele ed età. Il profilo del killer è stata la cosa più facile: giovane, tra i 23 e i 30 anni. E’ questa la fascia d’età in cui esplode la crudeltà nelle stragi familiari.
Ben difficile che ottenga la incapacità di intendere e volere, a Castiglione delle Stiviere (ex Opg, ora Rems) non ho mai sentito raccontare (a parte il discusso caso del parmigiano Ferdinando Carretta) nè visto persone che hanno compiuto una simile strage lucidamente e con premeditazione. Non avrà sconti di pena, nè lo salveranno bravi avvocati.
Questo disturbo che non toglie la capacità decisionale, è in aumento da vent’anni. Ed esplode dalla prima età adulta in poi.

Ps: ho pubblicato il libro “Giudizio sospeso” lo scorso maggio sui disturbi psichiatrici e sull’ex Opg di Castiglione delle Stiviere.

Gli invidiosi

Sarebbe facile dire che chi soffre di invidia soffre e ben gli sta. Così come sarebbe facile pensare che lo si riconosca agire con chiunque. Stava male, ma grazie all’invidia sta meglio. E’ invidioso, ma non di tutti, e si mimetizza perfettamente perché, miei cari, i tempi sono cambiati e, benchè i disturbi caratteriali e mentali siano rimasti più o meno uguali, è il modo di manifestarli ad essere diverso.

L’invidia è un sentimento generato dalla frustrazione, quel tipo di frustrazione che non ha molto a che vedere con la realtà, bensì con se stessi. Ci sono persone che per non soffrire invidiano, e, prima ancora, che per non soffrire si sentono frustrati. Una sorta di circolo vizioso che si autoalimenta e trova conferme sia nella visione distorta della realtà (vittimismo, colpevolizzazione degli altri) sia nell’attacco diretto e/o indiretto verso chi viene a contatto con la categoria degli invidiosi. A mio parere l’invidia pura è un disturbo mentale, benchè invece non sia catalogato come tale. Lo è nel momento in cui è disfunzionale e rigido, sorto dall’ incapacità di gestire le proprie emozioni e distorce le relazioni cercando costantemente il capro espiatorio o anche trovandolo a caso, ma non uno quaslsiasi, proprio quello, quello che a loro infastidisce e non riescono a controllare come vorrebbero. Di solito le persone invidiose sono anche pettegole e morbose, cioè trascorrono molto tempo in silenzio a spiare e fare congetture per poter costruire un muro di mattoni pronti da scagliare. Non necessaiamente l’invidioso vuole avere più cose, più soldi, più amore. Non necessariamente invidia “cose” a quella persona con la quale se la prende. Queste sono le evidenze di cui parla o che lascia trapelare. Le altre, molto nascoste, e quasi sempre nascoste anche a lui o lei, hanno a che fare prima di tutto con la frustrazione dei bambini piccoli, sì proprio quella. Mai superata con la maturità.

Gli invidiosi perciò sono persone capricciose, innanzitutto, che possono tacere per molto molto tempo e poi di colpo parlare a raffica e dire cose orribili che mai ti saresti aspettato. O alzare la voce, o parlare per coprire le tue risposte, o non dire assolutamente niente a te ma farti piccole, continue vendette che è ben difficile non chiamare provocazioni. Può scriverle per mail, o addirittura mettere su Facebook in forma indiretta i pensieri rancorosi che ha covato a lungo. Gli invidiosi non possono che essere anche vigliacchi. Parlano a te, a te che non sei frustrato (ma non necessariamente felice o che hai tutto) , a te che hai mille sentimenti che ti fanno a pezzi, o una vita complicata, ma non sai nemmeno cosa sia l’invidia.

Da piccoli si apprende a superare la frustrazione facendo, non smettendo di fare, non disperandosi o facendo i capricci, ma accettando l’attesa e l’impossibilità di ottenere. Se questa capacità è venuta meno, appena ci si trova nella stessa situazione emotiva, si riattiva. E prtroppo non solo con i capricci tipici dei bambini.

Ed è  qui, nell’essere adulti con infantilità irrisolte, che si scatena la vipera velenosa.

Gli invidiosi covano il loro rancore quotidiano dandosi messaggi continui non di scarsa autostima, come ai più parrebbe, bensì il contrario: io sono il migliore.  Per esserlo però bisognerebbe anche dimostrarlo, e siccome è difficilissimo, se non impossibile, la fantasia si trasforma in attacco a volte maldestro a volte a segno, sotto forma di coltellate affilate  o di veri e propri sproloqui fini a se stessi. Accusatori; sempre. Riflessivi: mai.

La capacità degli invidiosi di darsi sempre ragione e stravolgere i fatti è incredibile. Ho impiegato decenni a capire come riconscerli (e le patologie che spesso accompagnano questo sentimento sottovalutato), ma non ho ancora capito come non farmi coinvolgere nei loro meccanismi.

Gli invidiosi non amano, non vogliono bene, non stimano, non rispettano. Il contrario: controllano, rubano, feriscono, usano. Per difendersi anche da un ipotetico pericolo emotivo, attaccano. Non una, cento volte. Non si capisce nemmeno se vogliono la rottura, ma la generano per poter ottenere la soddisfazione della vittoria.