Il tempo si è fermato a Larino

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I nonni abitavano a poca distanza l’uno dall’altra. Famiglie di ceti sociali diversi e uguale provenienza antica: il Napoletano. I primi contadini di terre che producono olio e vino e ortaggi, i secondi retaggio di una nobiltà intellettuale che i Normanni portarono con sè a Larino, Larinum frentana, antica cittadina del primo entroterra del basso Molise che dovette sottostare alle invasioni di popoli italici fino ad inchinarsi, benevolmente, al ricco Romano Impero.  Nella città vecchia di Larino si cammina su un pavimento lastricato e case di alto Medioevo e Roma antica, pulito e lucido chè nemmeno osi gettare a terra un mozzicone di sigaretta, di un bianco accecante già col sole primaverile, che ti catapulta di colpo in un’altra epoca. Quale, non si sa. Io immaginavo i nonni giovani, lui con il cappello nero, lei col velo di pizzo nero sulla testa, salire i gradini della cattedrale, il Duomo dal rosone a tredici raggi che c’è sui libri di storia dell’arte e non ha eguali in Italia. Arte pugliese, dei templari, dei massoni. Il tribunale di Larino (mai chiuso nei secoli come invece hanno fatto per conti sanitari che non tornano con il pronto soccorso dell’ospedale), dove il bisnonno era magistrato, forse di dispute di terre e casali, accresce quell’aura di mistero tra il religioso e l’operoso di questo paesotto di 6700 abitanti acclamato città per decreto di Ciampi nel 2000. Un orgoglio che si vede ancora nelle famiglie (e le loro case) che hanno studiato e contato per almeno un secolo: notai, avvocati, banchieri.

Il treno non passa più. Restano i binari e i bassi ponticelli da attraversare quasi chinando la testa. Nella città vecchia vivono ormai poche famiglie e le attività si sono spente ad una ad una. Restano i bar, attorno al Municipio, in quell’enorme palazzo Ducale che ricorda una Larino feudale ma prima ancora maestosa e scrigno di mosaici quasi unici in Italia. Restano i vecchi abitanti che non hanno avuto le case lesionate dopo il terremoto del 2002, restano i nuovi, pochissimi, che hanno pensato di affittare ai turisti quelle casette bianche, una goduria al solo vederle.

I nonni da qui se ne andarono nel 1920, giorno del loro matrimonio, e fu così che mia mamma nacque a Milano e del sud aveva ben poco, se non alcuni tratti fisici di bellezza mediterranea, educazione e accoglienza e un po’ di testardaggine orgogliosa. Ma di dialetto non sapeva nemmeno una parola. Il dialetto di Larino sembra una lingua a parte, e in fondo lo è. Non assomiglia al pugliese, terra con cui confina, nè all’abruzzese, altra terra di confine con la quale ha spartito fino al 1965 anche la regione al pari di due gemelli che quasi nulla avevano in comune. Conoscere i dialetti difficili aiuterebbe a capire meglio i modi di dire che, ripetitivi e quasi filosofici, formano la cultura di un popolo, benchè piccolo comde questo, e ne mantengono l’identità immutabile.

Mi sembrava di vederli, i nonni, religiosi e lavoratori, come lo sono ancora i larinesi, inerpicarsi sulle stradine in salita o sedersi al fresco di piante verdissime e alte che non so dire come si chamino e sembrano opere d’arte messe apposta per abbellire i paesi e tenere al fresco gli avventori dei bar. Quel rosone della chiesa del patrono San Pardo, eretta nel 1300, è ben più di un simbolo, ben più di un pezzo d’arte che nemmeno il terremoto è riuscito a scalfire. Tutto sommato, è quella chiesa ad unire chi ha scelto di restare.

Lì esce ed entra il busto argenteo del patrono martire durante la Carrese, la festa di maggio che senza interruzione si svolge dall’842.  Un ringraziamento, all’epoca, della popolazione alla fuga dei sanniti, oggi ancora un ringraziamento alla tradizione potente che tiene tutti uniti almeno per tre giorni. E a Larino si torna. Si torna dal Canada, dove emigrarono in tanti (il nonno compreso) i primi anni del secolo e dopo la guerra, si torna dal nord, Milano e Torino o Bologna o Roma, dove sono emigrati stavolta i figli dei figli a cercare lavori nobili o meno nobili ma pur sempre cittadini e non paesani.

E’ lontana Larino. Benchè il Frecciabianca colleghi Termoli (la prima cittadina sul mare) in sei ore esatte a Milano, per arrivare a 400 metri d’altezza tra le colline e gli ulivi, tra i paesini incastonati che spuntano come se fossero abbandonati (e non lo sono) occorre l’auto. Peccato. L’aereoporto più vicino è a Pescara, e chi arriva fino a Larino non lo fa per sbaglio. Ci si va per il Carnevale, a vedere le maschere di cartapesta alte fino ai sei metri. Ci si va per le rovine romane (l’anfitatro e i mosaici). Ci si va per la coloratissima festa di San Pardo, dal 25 al 27 maggio, una delle pochissime rimaste in Italia esattamente come erano nell’800. I 130 carri delle famiglie larinesi, alcuni antichissimi e dipinti a mano, altri più nuovi, tutti infiorati con carta colorata uscita dalle mani delle donne, sono trainati da coppie di buoi o di mucche bianche. Un affascinante mondo antico che sfila tra le strette e labirintiche vie della Larino vecchia, lentamente e ordinatamente, coi bimbi che si affacciano dalle tende di pizzo bianche, o tengono le corde tra le mani. Bambini belli, educati, obbedienti.

Il parroco benedice gli animali e gli uomini (scherzando sul fatto che se lo meritano, un po’ come don Camillo) spruzzandoli di acqua santa alla fonte antica di San Pardo, abbeveratoio di campagna. Arrivano i buoi, alcuni con corna enormi, presi in prestito dai paesi vicini o tenuti anni solo per questa sfilata. Arrivano le mucche bianche o grigie che paiono esse stesse buoi dagli occhi neri e infossati che ti scrutano e muggiscono con suoni lunghi e profondi alzando la testa, impazienti di muoversi.

Molise, terra di tratturi e di transumanza, di mandriani e di uomini e donne ancora gentili con lo straniero che, curioso, è avido di sapere e vedere e partecipare a questa faticosa festa che ha solo i rumori dei muggiti, delle campane al collo degli animali e dello scampanio incessante del Duomo. Le Carresi con la corsa dei buoi e dei cavalli, crudeli e pericolose, sono state bandite solo un mese fa. E quasi è caduto il mondo: di sicuro sono cadute amministrazioni comunali. Qui no. Qui la religione non si mescola con le scommesse. Anzi: è l’orgoglio a mantenere viva la tradizione del carro per il quale si è disposti a spendere soldi.

E’ solo l’ultimo giorno, quando tutti i santi ritornano nelle loro chiese (dopo essere stati portati rigorosamente a spalla) che si fa festa. Un paese intero (e anche quelli vicini) mangiano in lunghe tavolate nelle case di campagna aperte dai proprietari, e ogni proprietario di carro porta il cibo. E che cibo! La cucina molisana non ha paragoni possibili. E’ solo molisana. Le donne sono cuoche con maestria appresa da contadine raffinate. L’orto, gli allevamenti casalinghi, l’olio, il vino nostrano, gli alberi da frutta e l’arte antica di cucinare che resiste a dispetto delle donne lavoratrici, rendono il Molise una terra che c’è, anche se non si vede. E di questo i larinesi ne soffrono. E vorrebbero essere visibili. E chiedono quasi lacrimando aiuto. Non vorrebbero emigrare ancora. Nè loro, nè i loro figli.

L’attaccamento alla terra, qui, non è lo stesso che ho visto altrove. Forse perché è proprio terra, forse perché ci si conosce tutti, imparentati alla lontana, forse perché ha colline morbide e clima dolce, forse perché è a due passi dal mare e dall’Appennino. Forse perché è difficile viverci, ma è anche difficile andarsene.

E poi ci sono, anche qui, in tanta religosità, i misteri di paesi che difendono ciò che resta o che appartiene: la roba. E’ meridione, coi suoi non detti e spifferati, i suoi ossequi a chi conta e i suoi intrecci di piccolo potere locale. Dove ti sembra che non conti niente neppure il comandante dei carabinieri che asserisce con fermezza che vieterà l’alcool per San Pardo e non è vero niente. E che quando il sindaco vieta l’acqua, invece, è verissimo: ogni tanto risulta inquinata.

E poi c’è il mistero della gioventù di oggi. Bullismo quasi inesistente a scuola o ragazzi che suonano la Fanfara dei Bersaglieri o cantano la Carrese, una nenia gregoriana antichissima e vanno dietro ai carri come se andassero a una manifestazione di piazza.

E poi i misteri della politica che dalla Dc alla sinistra si sposta a destra.

E altri ancora. Di cronaca nera.

In uno dei bar del vecchio centro, ti serve una silenziosa signora condannata in primo e secondo grado e poi assolta in Cassazione per l’omicidio del marito.

Di lui non si è mai saputo più niente.

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