Lidia Macchi può attendere

Trent’anni dopo, è l’anatomopatologa forense Cristina Cattaneo a venire chiamata d’urgenza per risolvere un rompicapo che rischia di far fare una figura barbina alla Procura di Milano. La prima testa saltata per “gravi inadempienze” e addirittura per “aver favorito il killer di Lidia Macchi” è stata quella del pm Agostino Abate che ha perso i vetrini con lo sperma trovato sul corpo di Lidia ucciso con 29 coltellate, ha perso la borsa di Lidia, non ha indagato per bene su tutti gli amici di Lidia, Stefano Binda compreso, oggi a processo (e in carcere da un anno e mezzo) come sospettato numero due. Il primo, il suo amico sacerdote, era stato già scagionato. Cristina Cattaneo deve fare l’acrobata per prelevare dall’imene della povera Lidia invece misteriosamente conservato a Pavia per 30 anni, un possibile difficilissimo dna dell’accusato al quale solo lo scorso gennaio hanno prelevato in carcere il dna. Lidia Macchi non ha rifiutato il rapporto sessuale a cui è seguita la sua morte violenta. Il movente di questo delitto tipicamente passionale per il numero delle coltellate inferte (con rabbia) è stato codificato, così come tutti i reperti e le “prove” che mantengono Binda in carcere, con una prima spiegazione classica: lui la forza al rapporto, lei poi forse lo denuncerà o farà a sapere a tutti cosa ha fatto e perciò, spaventato, la uccide. Seconda spiegazione: lui e lei sono attratti l’una dall’altro, anzi lei è innamorata, ma lui è drogato di eroina e perciò rabbioso e la rabbia al termine del rapporto si trasforma in furia omicida per pentimento. Qualcosa sta in piedi? Sembra, in tutta questa vicenda, che ci siano persone da salvare, altre da colpevolizzare, altre ancora da punire. E poi spunta la prima fidanzata di Binda che lo accusa di essere l’assassino, dopo 30 anni, perchè vede il programma tv Quarto Grado e riconosce la grafia della lettera anonima “in morte di un’amica” inviata alla famiglia il giorno del funerale della studentessa di giurisprudenza alla Statale. Tutti concordi i magistrati; quella lettera è la prova della descrizione di un omicidio. L’ho letta mille volte: io ci leggo una farneticazione religiosa con parole messe a casaccio,termini ricercati o conosciuti, finta pietà e classica forma di depistare con l’uso dell’anonimato. Ma perchè mai un killer nostrano dovrebbe mandare una lettera anonima alla famiglia per dire povera anima sacrificale senza nemmeno dire ho fatto bene ad ucciderla? Poi ci si mettono i criminologi da tv che affermano che Binda ha il profilo del killer perché “è disoccupato, vive ancora con madre e sorella a 48 anni, in più è single”. Anche la sorella, a questo punto, potrebbe avere il profilo di un killer.
Non è facile capire chi ha ucciso Lidia, nè scagionare Binda o accusarlo. Prima di lui, è stato colpevolizzato Piccolomo, un imbianchino assassino già in cella per aver ucciso una 80 enne del Varesotto. E’ stato accusato dalle figlie che ce l’hanno a morte con lui e se potessero gli darebbero tre ergastoli perchè lo ritengono colpevole anche di avere ucciso la di loro madre. E’ stata proprio la denuncia delle figlie di Piccolomo e il suo venire scagionato (per il Dna, ma quale dna se non c’è più niente?) a fare drizzare i capelli alla famiglia di Lidia che, in cerca spasmodica di giustizia, è riuscita a far spostare i fascicoli da Varese a Milano. Grazie soprattutto a quella testimone (P.B) che ha raccontato molte cose di Binda, suo primo amore giovanile di Cl, chissà perchè solo 30 anni dopo. La ex ragazza era oltretutto amica di Lidia e teneva diari un po’ polizieschi piuttosto in voga tra i ciellini pompati di quegli anni, pieni di frasi sospette dopo l’omcidio, ma conservati per 30 anni nel cassetto.
Binda non parla, ma per lui parlano tutti gli altri. Anzi: un anno e mezzo dopo il suo arresto spunta un testimone che si affida a un avvocato di Brescia per fare sapere che la lettera anonima il giorno del funerale l’ha scritta lui e non Binda. Ci sono di mezzo professionisti, gli avvocati, e perciò è escluso che si tratti di un mitomane. Allora la perizia calligrafica su Binda è stata sbagliata? E’ diventata la prima prova contro di lui e adesso lo è già meno.
Il caso di Lidia Macchi è stato il primo a poter usufrire del Dna e la prova scientifica è servita solo a scagionare tante persone subito dopo. Amici di Cl poi diventati sacerdoti, meno uno: Binda. A rigor di logica proprio un ciellino che compie un atto simile e non lo confessa mai, avrebbe dovuto farsi prete. Ma qui di logica ce ne è poca. Lidia aveva 21 anni e studiava alla Statale di Milano, Il 5 gennaio, giornata ancora di festa, è a casa sua a Varese e sul tardi va all’ospedale di Cittiglio a trovare un’amica. Strano l’orario in cui esce dall’ospedale: le 20,10 riferito dall’amica ricoverata. Nonostante il buio e la neve, alcune persone da casa vedono due auto, quella di Lidia e quella presumibilmente di Stefano. Lei non prende la sua auto parcheggiata ma sale su quella di lui. Volontariamente, e perciò si deduce che i due avessero appuntamento. Come se lo sono dati? Per telefono. Si deduce dalle agende di entrambi che hanno segnato i nomi (e cognome) di entrambi. Che Lidia fosse innamorata di Stefano si deduce dalla lettera che lei tiene in borsa, lettera d’amore senza destinatario, e da una poesia di Pavese, ma anche da libri sulla droga che a quei tempi circola a fiumi e che guarda caso ha ingabbiato anche Stefano, leader carismatico, piacente e intellettuale benchè solo 19enne e perciò immaturo. E’ proprio tra i boschi dello spaccio nei pressi dell’ospedale di Cittiglio che Stefano avrebbe portato Lidia per fare sesso con lei e poi ucciderla. E’ piuttosto comune portare una ragazza nei luoghi dove compri l’eroina? Direi di no, allora meno di oggi. Perchè Lidia non era una drogata ed entrambi avevamo una reputazione da difendere. Più facile pensare che sia stato un luogo casuale, appunto un bosco, dove potersi appartare. Le 29 coltellate per gli inquirenti indicano che dopo il sesso “estorto” ci sia stato un litigio e da qui la reazione. Ma l’arma del delitto deve pur essersela portata dietro questo assassino. E lomicidio sarebbe premeditato. Oppure, il coltellino era in auto per usarlo come difesa. Comune tra i giovani. Ma non propriamente gli studenti ciellini. E non si capisce, appunto, il movente, se non quello di far fuori una innamorata scomoda da “accontentare” e poi castigare. Ma insomma chi era Lidia? Perchè è finita in una trappola così sciocca? Trasgressione? Libertà? Amore cieco? E’ stata anche ipotizzata la voglia di salvare lui dall’eroina. Forse i libri sull’eroina erano destinati a lui? Giustificherebbe almeno l’incontro.
L’unica cosa certa è che il ragazzo o l’uomo al quale si è affidata, non le faceva affatto paura.
Fanno più paura le indagini che si ingarbugliano a volte per banalità, a volte per omertosi silenzi, a volte per pressioni fastidiose. Nessuno si indigna per Binda in carcere senza una prova concreta ma tanti piccoli indizi non molto verificabili, e mi pare che questo si possa giustificare con la presa di posizione dell’opinione pubblica che dopo 30 anni sta dalla parte di una famiglia che vuole un colpevole.
Buna Bianchi