Non è figo nemmeno avere avuto un ictus

Lo so, arrivo seconda. E non parlo neppure di tumori, malattia che colpisce un italiano su tre, e per questo Nadia Toffa sapeva di fare centro.

Lo so, non ho scritto quello che subito, appena ho letto la rivelazione di Nadia  “ho avuto un cancro”,  mi ha dato fastidio.

Ho avuto una emorragia cerebrale proprio lì, al San Raffaele, nei sotterranei. Dentro la Tac. Nel reparto di Neurochirurgia dove hanno ricoverato lei, ci sono stata anche io. In rianimazione per la precisione. Di tumori al cervello e all’ipofisi, aneurismi, rotture di fistole artero venose, meningiomi, credo di essere diventata esperta durante la mia degenza muta, sdraiata a letto per forza, con i tubi nelle braccia che facevano arrivare sacche, infinite, al recupero della vita che ha rischiato di andarsene in un momento, anzi “in pieno benessere” come hanno scritto i medici.

Sì, proprio come Nadia. Io ero al giornale. Un mal di testa forte e neppure sono mai svenuta. Peccato, perché ricordo tutto, proprio tutto.

Poi c’è stato l’intervento per aggiustare il guaio che era capitato nella testa, guaio con cui ero nata e non si poteva certo sapere.

La mia ripresa è avvenuta in 4 mesi e mezzo esatti e già dopo due mesi  mi hanno portata a un centro che studia i malati di Parkinson perchè avevo ripreso a camminare, male, malissimo,  ma in temi rapidi rispetto all’estesa emorragia, e volevano studiarlo.

Sono tornata a lavorare dopo tanto tempo trascorso tra ospedale e casa, e un collega che faceva  i turni mi aveva messo subito in quello di notte. Il  capo mi ha tolto, per fortuna.

Non ho avuto la pietà di nessuno, nè l’ho cercata. Ero concentrata solo sul mio recupero, sul tornare a camminare, scrivere, guidare e fare l’inviato come prima. In borsa tenevo la citrosodina per gli attacchi di nausea che mi venivano camminando, e sulla mia agenda e anche nel cassetto della scrivania, c’era in bella vista il numero di telefono e il nome del neurochirurgo. Avevo una fottuta paura. E’ durata cinque anni. E per dieci non sono riuscita a voltare la testa.  Non se ne accorgeva nessuno, ma io sì.

Vivevo sola e mi sono sforzata di non pesare su nessuno.  Per molti mesi, dopo il lavoro, andavo al San Raffaele alla sera per stare insieme alle infermiere che sapevano quanto sia dura riprendere una vita normale senza campanelli da schiacciare per farle accorrere.

Avevo paura, una fottuta paura che ricapitasse.

Il ricordo della morte vicina dicono che sia indelebile. Lo è.

Il ricordo di un grave trauma in pieno benessere dicono che sia un trauma che resta irrisolto. E’ vero.

Sono passati 27 anni da allora,  e un pezzo di me non è mai risorto.

Non lo è nemmeno fisicamente, benché non si veda e la gente minimizzi per non doversene occupare: no, il mio equilibrio non è quello di prima. No, al buio barcollo e mi devo aggrappare. No, salire e scendere sui sentieri di montagna mi provoca attacchi di panico. E cado facilmente.

No, non sono più la stessa. Non si è più gli stessi dopo un trauma fisico e psicologico.

Perciò, anche se non sono la prima a dirlo, nè ho avuto un tumore (dal quale non sappiamo nemmeno se si guarisce definitivamente), con la malattia si convive, non si guarisce mai.  Anche perché si soffre così tanto che il corpo te ne prepara subito un’altra e poi altre ancora e per superare tutto bisogna davvero essere fighi.  Esserlo per 27 anni,  cara Nadia, ogni giorno, di questi fottuti  anni, finchè di colpo ti accorgi che quello che hai evitato di fare per non vedere di non saperlo più fare, il tuo corpo non lo sa fare davvero. Correre: io non so più correre.

Pensa, Nadia, che la cosa che mi ha infastidito del tuo annuncio è stata quella specie di sberleffo ai tantissimi malati che ho visto in Neurochirurgia e quelli che ho visto come me al taglio dei capelli. Ma che si raccontano a fare queste cose? Chi le può capire? Ecco perché mi ha dato fastidio: aiutare gli altri, come ho fatto io, scrivendo, può avere un senso, ma dire ho avuto un cancro è brutto e anche un pò  sbagliato: il cancro-malattia non sono piccole operazioni che tolgono tutto. Diciamo che i medici hanno scoperto qualcosa di maligno e l’hanno tolto.  Ecco perchè hai offeso chi patisce per anni, o figli di chi ha visto patire e anche morire i propri cari.  In geerale non mi piacciono le persone  che hanno sofferto e spiattellano tutto come fosse uno show: eccomi qua, alla faccia vostra sono una guerriera.

Avevo la tua età quando è successo il guaio nella mia testa e la prima cosa che ho fatto è stato il volontariato in ospedale. Con i bambini, al pronto soccorso pediatrico. Ci andavo alla mattina presto e di pomeriggio lavoravo fino a sera.

Ho continuato a scrivere di malattie, a parlarne, e aiutare la gente a informarsi sulla tempestività del soccorso. Ho anche imparato a farli, i soccorsi, e ho studiato tantissimo perché per divulgare queste cose bisogna essere preparati. Fguriamoci per dirlo in tivù o farlo uscire sui giornali.

Io non sono mai stata intervistata e mi piacerebbe che qualcuno chiedesse a me, giornalista di cronaca nera brutta e pericolosa, come ho vissuto il dopo-ictus.

Perchè sai,  ho scoperto solo tantissimi anni dopo, che il trauma psichico che ti lascia un’esperienza così potente, è talmente profondo da condizionare tutta la vita.  E ho scoperto che nemmeno fisicamente sono guarita del tutto, nonostante i medici mi avessero detto di sì.

Ho una lunghissima cicatrice sulla testa che guai a chi osa toccare.

Cerco, ma spesso non ottengo,  rispetto al dolore e alla difficoltà quotidiana. Ma insisto, so che ce la farò a fare uscire l’umanità e l’empatia vera dalle persone.

Sai Nadia, non mi sento figa, nè eroe, nè guerriera. Io mi sento una sopravvissuta.

 

 

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Sintomi di disturbi di personalità

Il bambino di tre anni che non sorride davanti alla macchina fotografica, come se fosse infastidito, da grande ritiene essere quella la foto che lo rappresenta meglio.  Non c’è nulla di tenero, nè di simpatico in quel bambino. Non c’è neppure un vero disagio o una sofferenza. Non è quel “bambino gioioso” che descriveranno i suoi genitori al domandare com’era da piccolo. Non c’è ombra di gioia in nessuna foto di quando era bambino (tutt’al più di sprezzante timidezza)  c’è, però, a tre anni (età delle foto), un episodio  memorizzato.  Chi può ricordare cosa gli è accaduto a tre anni?  Da adulto, lo smemorato selettivo, sa sostenere (con orgoglio) che è stato in ospedale per aver mangiato il veleno per uccidere le lumache e che gli hanno fatto la lavanda gastrica.  Più che ricordo potrebbero averglielo raccontato. Ma raccontato come? Forse preoccupazione per il discolo che era, forse ridendo, forse….sta di fatto che è difficile affermare con orgoglio di avere avuto una lavanda gastrica a tre anni.  In più sorge il dubbio: a tre anni si fa la lavanda gastrica o si usa il carbone attivo? Propendo per il carbone attivo e per il non ricovero.  Potrebbe anche essere una invenzione o l’esagerazione voluta di un episodio minore. E ora vediamo perché.

C’è un altro ricordo ospedaliero improvviso. Sono ricordi importanti perchè di tutta l’infanzia sembra non esserci traccia se non per un rifugio sotto la scrivania della maestra, le penne rubate costantemente ai compagni, la richiesta frequente di andare in bagno, la testa sempre tra le nuvole, il gioco del Lego in solitaria.  Il secondo ricordo ospedaliero è assolutamente casuale, durante una visita da adulto in ospedale: nel computer risulta un ricovero in pediatra a 12 anni. Zero memoria.  Nessuno in famiglia ricorda. Forse, si ipotizza in casa, allergia a un morso di medusa, essendo avvenuto in una città di mare.  Ma sembra alquanto strano, poichè sul computer c’è scritto ricovero e non pronto soccorso pediatrico. Di un ricovero nessun bambino di 12 anni perde la memoria. Ma nemmeno una madre, normale,  scorda un soccorso per allergia di medusa a un figlio. Il computer non mente. Il dubbio, anche in questo caso è chi mente o perchè non ricorda.

A 10 anni ricorda un incidente d’auto su curve a strapiombo sul mare, dove lo zio perde i sensi con i due bambini a bordo. Causa: crisi epilettica in soggetto epilettico. Il ricordo però sembra solo un racconto fatto da altri, senza nessuna emozione nè nessun dettaglio. Teoricamente un trauma peggiore della lavanda gastrica ma non viene, in questo caso, enfatizzato nè in bene nè in male. L’episodio non è inventato.

Più l’infanzia è vicina, si sa, più si ricorda.  A 9 anni, se si vive un gravissimo terremoto per giorni e giorni, anzi due mesi,  con morti e devastazioni totale del paese, si può ricordare solo la paura che i genitori morissero e nient’altro? Ma proprio nient’altro? Nè la perdita degli amichetti o dei nonni, della scuola, della casa natia? Una specie di tabula rasa senza emozioni collaterali: l’unica è la normalissima paura di perdere i genitori-protezione. Ma nei terremoti, si sa, non è certo questo l’unico trauma dei bambini, neppure se i genitori sono tranquilli.

La dissociazione può essere il primo segnale di un disturbo, la mancanza di memoria di un altro. La memoria selettiva ancora di più, in un soggetto che di memoria ne ha a sufficienza e persino eccessivamente precisa per le date. Ma c’è un altro punto di domanda: l’assenza d emozioni sollecitando il ricordo e la scelta di alcuni tipi di ricordi e non di altri.

L’emozione però arriva ed è risentimento, al mostrare scetticismo su altri due ricordi di infanzia: a 7 anni si è spogliato in classe davanti a tutti e non è successo niente, (e la madre nega) e a 8, in mare, un bambino lo voleva affogare.   Risentito al punto da dire, da adulto, che è stato giusto denunciare quel bambino alla nonna che l’ha redarguito davanti ai genitori e insistere sul fatto che un bambino di 8 anni voleva uccidere un coetaneo.  L’unica emozione è non essere creduto (da adulto), ed è una emozione che lavora dentro come un tarlo fino a diventare ossessione e vendetta.

Fin qui ‘infanzia. Ma gli episodi continuano in adolescenza e in età adulta. Cambiando e adattandosi fino a non essere più facilmente riconoscibili, se non per una costante foma di dissociazione cognitivo-emotiva e di emozioni in chiave negativa più che positiva quasi come se quelle positive non fossero conosciute e introiettate tra i ricordi.

Prossimo post: i segnali nell’adolescenza

L’anestesista e l’infermiera

I primi commenti di due criminologi intervistati subito dopo l’arresto di Leonardo Cazzaniga, vice primario di anestesia dell’ospedale di Saronno e dell’infermiera Laura Taroni,  hanno definito lui narcisista (patologico) dominante e lei  fortemente subalterna. Le affermazioni fatte a caldo, soprattutto nella cronaca nera, sono sempre un po’ rischiose. Nel 2012 Laura Taroni aveva già ampiamente dato segni di voler risolvere con l’omicidio la relazione con il marito che, a detta di lei (ma magari è anche vero) era uomo che la costringeva a pratiche sessuali innaturali. Ha impiegato due anni per farlo fuori (con farmaci) e alla fine ce l’ha fatta. A parte la stupidità dell’uomo che mai ha avuto dubbi sui suoi strani malesseri fino a farsi persino convincere che avesse il diabete, il rapporto tra i due varrebbe la pena di essere analizzato per arrivare a capire come la donna in 40 anni non abbia dato altri segni di squilibrio in famiglia. L’avvelenamento del consorte è di antichissima memoria storica e la Taroni non ha inventato niente se non il differenziarlo coi più comodi farmaci ospedalieri rispetto agli intrugli del passato. Le donne sanno uccidere più facilmente in modo subdolo e apparentemente meno aggressivo rispetto agli uomini e, dice sempre la cronaca antica e anche meno antica, per punire i mariti dai torti subiti. Chi uccide una prima volta di solito smette perché ha raggiunto l’obiettivo, ma nel caso dell’infermiera l’odio covato verso la famiglia di lui e verso la sua stessa famiglia era talmente incancrenito da decidere che via il primo via anche il secondo e la terza e forse la quarta componente familiare. Una escalation che benchè possa avere nel passato della donna una qualche valida ragione, resta una escalation criminale di cui, al giorno d’oggi (semmai è questo il dramma) non si accorge nessuno facendo almeno due più due fa quattro. La sindaca del Comune di Lomazzo, dove la donna abitava coi bambini, intervistata in televisione, ammette che c’erano problemi per le numerose assenze dei bambini a scuola, ma siccome avevano perso il padre, nessuno si è premurato di capire se per caso stava succedendo qualcosa di più grave, cosa che in effetti stava avvenendo (somministrazione di psicofarmaci al maschietto). Leggo anche che i bambini, secondo gli esperti, potranno ” riassettare” il cervello col tempo e l’Istituto dove sono ospitati, soprattutto il maschio di 11 anni, dimenticando non si sa come le  frasi deliranti della madre intercettate nei due anni di indagini della Procura di Busto Arsizio affidate ai carabinieri. Solo l’atto finale dell’omicidio del marito e padre dei bambini è stato compiuto dal suo amante (sempre secondo quanto riportato dai giornali) nel 2013 con il falso prelievo di sangue per evitare le accuse di omicidio. Prelievo che farà scattare la prima denuncia anonima (per timore di ritorsioni) di un medico donna che è anche cugina dell’infermiera. E dal 2013 arriviam a fermare i due a fine 2016…
Anche questa dottoressa è stata indagata perché non ha esplicitato in un esposto all’ospedale quanto aveva visto e saputo. Corretto, ma va riconosciuto almeno (cosa che la Procura farà) che questo medico è stato l’unico a tentare di smuovere le acque per qualcosa di grave che era avvenuto. Fanno tutti così negli ospedali? Direi di no. Saronno è soltanto la punta di un iceberg che ha scoperchiato alcune pratiche diffusissime soprattutto nella sanità: tacere. Tacciono i colleghi, tacciono i sottoposti, tace la direzione. Possono essere stato così protetti dal sistema sanitario ospedaliero  un anestesista e la sua amante infermiera? Ben difficile. Semmai la protezione indica la non volontà di smascherare scandali decisamente costosi in termini economici e di immagine e infine anche di perdita di potere con rimozioni di incarichi manageriali o spostamenti interni. Era ben noto che Cazzaniga facesse uso di cocaina. Ora, in un ospedale viene ammesso un cocainome? E un cocainome può avere in mano un paziente, addormentarlo per un intervento chirurgico e sperare che non sbagli i dosaggi? Quello che fa rabbrividire, ben più della coppia, è che si sapesse che un medico operativo fosse cocainomane e che dal 2013 una infermiera, con il suo aiuto, fosse sospettata di avere ucciso il di lei marito. Siamo in un ospedale pubblico dell’area milanese-lombarda, non dell’Angola. L’onnipotenza di lui, leggo sui giornali, che movente ha? Questa domanda, se non facesse rabbrividire visto gli esiti finali (i decessi) farebbe impietosire per la sua assurdità. Che movente c’è nel delirio di onnipotenza di un cocainome squilbrato in simbiosi con una squilibrata? Certamente, come hanno obiettato psichiatri che lavorano nel campo carcerario, c’è anche il fascino del male, e ci sono coppie che si cercano e si trovano proprio nel momento in cui il rispettivo malessere interiore sta esplodendo, creando un collante talmente forte e simbiotico per poter giustificare e darsi una mano vicendevolmente nel loro bisogno di vendetta. Di che? Del niente apparentemente, per il medico che nemmeno conosceva quei pazienti. Del marito, suocero e madre e zia, cioè della famiglia, per l’infermiera. Il movente del crimine è sempre fare del male a chi ci ha fatto del male, vero o presunto. Se fosse vero però non toglierebbe nessuna responsabilità a chi compie la vendetta agendo con le sue mani (cioè togliendo una vita). La chiamano folie a deux, oppure, come in questo caso, con complicità di omertosi silenzi che hanno consentito al delirio onnipotente di trovare anche una giustificazione plausibile, quella data dal medico: erano malati terminali, abbreviavo le loro sofferenze. Detto così è financo accettabile, segno che non di follia psicotica si tratta, ma di una decente lucidità e assenza di rimorso (ecco qua: narcisismo e psicopatia hanno lo stesso nucleo). I giornali riportano ogni giorno dal 30 novembre cose piuttosto diverse l’uno dall’altro e più spesso dimenticano di raccontare la storia dall’inizio non in senso morboso (come per la coppia diabolica dell’acido) ma di informazione per capirci qualcosa. I numerosi stralci di intercettazioni consegnati dalla magistratura alla stampa fanno intuire cose  che poi vengono ridimensionate (voleva uccidere anche i figli)  perché prese fuori contesto. I due vivevano insieme e a quanto pare Cazzaniga era affezionato ai bambini. La di loro madre invece, che fa sapere anche in Facebook di voler bene al suo bambino, sembra avere verso di lui, almeno negli ultimi tempi, una sorta di rapporto ambiguo: ti proteggo e ti coinvolgo, mi giustifico e ti insegno, ti tengo fuori e ti tiro dentro. Direi un rapporto materno distorto, ma pur sempre madre-figlio, perciò importante. Stesso rapporto importante, ma amoroso-sessuale, con l’amante che poi diventa a tutti gli effetti compagno di vita (e poteva essere diversamente?) in cui la manipolazione psicologica-affettiva è evidente. A questo punto viene da chiedersi: chi è il narcisista maligno e chi il suo braccio? Si potrebbe dire entrambi sono narcisisti patologici (appunto maligni) e si sono rinforzati a vicenda con modalità differenti. Ma torniamo in ospedale, dove sono accadute cose di cui ancora poco di sa. Le cartelle cliniche sequestrate: non significano che Cazzaniga abbia fatto fuori tutti, ma soltanto che una volta aperta l’indagine si spulcia tutto e molti parenti sospettosi si fanno avanti per avere giustizia magari di un morto che sarebbe morto comunque. E’ un atteggiamento psicologico dei parenti ampiamente riscontrato in altri casi appunto ospedalieri. Così come psicologico è il fenomeno di Facebook con una valanga di insulti all’infermiera. Naturalmente, come è diventato normale e liberatorio di questi tempi, tutti insulti con accezione sessuale (nemmeno il medico viene risparmiato dalle accuse di impotenza sessuale..) , voglia di vendetta, ecc. ecc. Normale che questo caso scateni rabbia molto più di altri, ma la prima rabbia dovrebbe essere contro la struttura, i suoi vertici e quei lavoratori che hanno accentuato il pericolo e, se i due non venivano fermati dall’arresto, potevano continuare indisturbati fino al vero e grande passo falso che prima o poi anche gli onnipotenti finiscono col fare proprio perché onnipotenti non sono (per esempio uccidere chiunque perché non hanno più niente da perdere e vogliono essere fermati) .

Anche sull’indagine ci sarebbe da dire. Due anni per verificare sono decisamente troppi in questo contesto pubblico. Solo a gennaio i due erano stati messi in condizione di non nuocere (emarginati diciamo…) all’interno dell’ospedale e chissà quante cose si sapevano e venivano dette sul loro conto e nei confronti di altri Un ospedale dovrebbe essere luogo non solo sicuro, ma anche di fiducia, e di assenza di veleni interni. Saronno ha scoperchiato soltanto quello che avviene in molti altri luoghi pubblici sanitari o delicati perché hanno a che fare con le persone. Peccato che tutto resterà concentrato sulla coppia diabolica per mettere a tacere anche le nostre paure e poterli definire due pazzi isolati.

Ps: non ho seguito il caso e nemmeno letto le accuse del Pm. Le mie fonti sono esclusivamente quelle riportate o fatte emergere tramite interviste da altri colleghi. Mi occupo di nera da trent’anni e qualche volta ho sbagliato la mia ipotesi iniziale di colpevolezza. In molti casi invece, l’esperienza mi ha aiutato a capire velocemente.

La soia colpevole?

I morti sono 33, gli infettati 3000 e adesso sappiamo con certezza che la colpa è stata della soia. Anzi, dei germogli di soia perchè la soia era stata messa sotto accusa da subito per poi dire che non c’entrava niente.  Di solito dei tedeschi ci si fida. Ma in questo caso di batterio killer (o altamente aggressivo) chiamato E-104, stessa famiglia degli escherichia coli ma mai scoperto prima,  qualche dubbio viene. La metodologia per scovarlo pare impeccabile, da veri 007. Prima una sbirciata nel cassonetto della spazzatura dove un malato grave aveva gettato gli avanzi del pranzo micidiale, poi una visita a tutti i 28 ristoranti vche pronevano nel menu i germogli mescolati all’insalata o da soli. Se ben si ricorderà, i primi giorni dell’allarme, si era parlato di turisti che ad Amburgo avevano pranzato una sola volta. La parola turisti ora è scomparsa, e dalla Bassa Sassonia, dove i germogli vengono prodotti in un’azienda Bio, coltivati delicatamente in vaschette con acqua (attenzione: non infetta!) e venduti nei pressi perchè facilmente deperibili, l’allarme risuona circoscritto. Ma solo apparentemente. Infatti, visto che pare certo che i responsabili siano i germogli e non l’acqua che li coltiva, il batterio mutato da dove proviene? Dai semi. E dove sono i semi di soia? Verrebbe da dire in Cina.

C’è qualcosa però che i tedeschi hanno taciuto e che invece un medico di Berlino, sentito per telefono, dice senza reticenze:  l’E-coli 104 è un batterio che esiste da almeno dieci anni,mai scoperto non significa che non esisteva e non uccideva o faceva ammalare anche prima. I bassi numeri  (3000 infettati da un batterio che si trasmette da uomo a uomo, ha un’incubazione dai 7 ai 15 giorni, sono pochi per parlare di epidemia) non sono paragonabili nemmeno lontanamente alle tante infezioni tossicologiche gastroenteriche che spediscono spesso al creatore gli anziani e i debilitati.  Il medico berlinese ha notizie più interne rispetto a quelle rese pubbliche dal ministero della Sanità tedesca. E la logica dice che ha ragione. Prima di scoprire un batterio o un virus refrattario agli antibiotici tradizionali alcune persone devono morirne.  Quante ne sono morte prima dell’ultimo mese o quante si sono ammalate in chissà quali e quanti parti del mondo non è dato saperlo semplicemente perchè non era circoscritto come è successo ad Amburgo. Quindi, tranquilli. Tempo un anno e verrà scoperto un altro sconosciuto batterio o virus aggressivo, resistente anche a questi antibiotici. Non è detto che sia colpa delle case farmaceutiche ma certamente le case farmacutiche ci vanno a nozze.

Ps: il medico berlinese è stato contattato dalla sottoscritta ma non può rilasciare una dichiarazione pubblica, purtroppo.

Il batterio mai visto

Duemila casi esplosi, 1600 accertati, 17 persone morte e dieci paesi coinvolti. L’E-coli 104, così battezzato dal biologo molecolare che l’ha scoperto nelle feci  di una persona infettata, ricorda altri batteri, virus o retrovirus scoperti sui pazienti all’inizio di grandi epidemie che poi, inspiegabilmente (e senza trovare le giuste cure) sparivano così come erano venute. Uno dei casi più eclatanti è stato quello dell’influenza A, denominata suina. Nel 2009 la pandemia partita dal Messico veniva spiegata così:

Da aprile 2009 sono stati accertati focolai di infezione nell’uomo in Messico. Il numero dei casi, la presenza di morti accertati e la trasmissione da uomo a uomo hanno fatto salire il livello di allarme. Casi sporadici sono sospettati anche in altri paesi americani. Il virus sembra colpire caratteristicamente le persone adulte sane e molto meno, al contrario della influenza classica, anziani e bambini. Questo è probabilmente dovuto al fatto che bambini e anziani sono in gran parte vaccinati contro l’influenza stagionale, e sembra che questa protezione diminuisca la capacità di infezione su questi individui. L’alimentazione a base di carne suina non aumenta le probabilità di contrarre l’infezione che si trasmette da uomo a uomo per via aerea come le comuni influenze. Secondo il prof. Calvielli  i casi di virus di origine animale mutati e trasmissibili da uomo a uomo sono dovuti ai metodi di allevamento del bestiame nutrito a base di mangimi animali[. Anche se alcuni Stati hanno autorizzato l’abbattimento di maiali indiscriminato nel loro territorio, consumare carne di maiale cotta ad almeno 70 gradi sembra azzerare la probabilità di trasmissione maiale-uomo della malattia attraverso carne di suino infetta. È deducibile che questa pandemia è stata oggetto di un “bombardamento” mediatico. Stando a risultati di analisi statistica, si può tranquillamente dedurre che la semplice influenza stagionale, produce un numero di vittime di gran lunga superiore a quelle provocate dal virus A/H1N1.

Ci furono, l’anno seguente, anche denunce esplicite contro le case farmaceutiche produttrici di farmaci e di gel disinfettanti che fecero affari d’oro. Poi tutto cadde nel dimenticatoio. Oggi molti si chiedono, più consapevoli del potere sanitario nel mondo, se anche questo batterio non sia per caso una bufala creata appositamente sia  per riequilibrare il mercato import-export, sia per “inventare” un nuovo antibiotico.

Appare in ogni modo sospetto l’atteggiamento della Germania, nella fattispecie dell’Istituto superiore della Sanità, che per prima cosa punta il dito su cetrioli d’importazione mettendo in ginocchio di colpo l’economia già fragilissima della Spagna. A seguire, il premier russo Putin annuncia che non farà avvelenare dall’Europa (tutta) il suo popolo in nome dell’Unione del Commercio europeo.

Il primo ragionamento da fare, in questi casi, è sospettare delle persone “fantasma” che sarebbero state infettate. Così come per l’influenza A, si è scoperto poco a poco che quelle che ne morivano erano tutte persone già malate o immunodepresse o poco reattive ai farmaci. Il secondo ragionamento da fare è il numero elevato di donne rispetto a quello degli uomini. I numeri di cui si tratta sono piuttosto bassi per una statistica vera e propria ma danno certamente un’idea veritiera del fenomeno suddiviso per sesso ed età. Il terzo ragionamento riguarda il cibo ingerito dai pazienti che hanno incubato il batterio dai 7 ai 15 giorni e non si è visto, invece, alcun elenco di alimenti sospetti (e il motivo) pubblicata dai tedeschi e ripresa dagli italiani. 

Cosa manca in questo quadro? I controlli della falda acquifera della zona più prossima alla produzione agricola,  i cui prodotti sono stati commerciati nella zona sotto attenzione. Germania e Russia in questo sono identiche: in casa propria è meglio guardare il più tardi possibile e se anche le colpe sono interne è meglio non farlo sapere. Ecco spiegato perchè la prima accusata è stata la povera Spagna.

E’ legittimo però chiedersi anche perchè il cetriolo sia stato messo sul banco degli imputati per poi venirne velocemente tolto. Probabilmente si è semplicemente andati per esclusione dovendo trovare una verdura di grande consumo. Altra ipotesi ben poco convincente: perchè britannici , americani e francesi (notare bene: gli italiani che ad Amburgo volano spesso per afffari sono intoccati dall’infezione) dovrebbero abbuffarsi di cetrioli crudi durante i loro pasti al  ristorante? Chi va in Germania difficilmente sfugge a un hot dog, ma del cetriolo può fare tranquillamente a meno. Gli hot dog di provenienza suina però non sono mai stati accusati. Vogliamo sperare che sia perchè c’è una spiegazione scientifica su questo tipo aggressivo di escherichia coli non presente nell’intestino degli animali (e dell’uomo). Le accuse precise riguardano i liquami fognari che sarebbero entrati nelle falde acquifere con la cui acqua è stata poi annaffiata la verdura. E perchè cetrioli e non insalata? Verdura, quest’ultima, peraltro molto più comune e di gran lunga prefertita, a tavola, dalle donne, che spiegherebbe la più alta percentuale di infetti di sesso femminile.

Avendo in prima persona sperimentato una grave forma di gastroentertite acuta (così denominata  in assenza di una specifica diagnosi) al rientro dall’Argentina, con gli stessi sintomi dell l’E-coli 104, mi sono chiesta se il mio caso non fosse isolato. Al ricovero in pronto soccorso (era il 2008) ho pensato che cosa avessi mangiato e dove negli ultimi tre giorni. Pesce d’oceano, lattuga  in abbondanza (di campo) e budino di latte fatto in casa. Essendo intollerante al latte ho accusato subito quest’ultimo e così hanno dedotto anche i medici non trovando assolutamente niente (batteri generici, tifo, salmonella, celiachia, ecc) che potesse aver dato un quadro tanto grave (emorragia dall’intestino, anse ispessite e versamento di liquidi all’esterno dell”ansa intestinale). Sono guarita in 4 giorni (solo con digiuno quasi totale e litri e litri di fisiologica), ma il dubbio (e il timore che si ripetesse) mi hanno fatto approfondire il problema. Niente: dopo 3 mesi di analisi mirate  (in un ospedale molto più specialistico) è risultato solo una ipersensibilità viscerale, cioè facilità a infiammarsi. Eliminata l’ansia, ho ricominincato a viaggiare ma ho inventato una dieta ad hoc che seguo anche in Italia: niente insalata e niente latticini (a parte il parmigiano reggiano che non contiene lattosio). Sono tornata in Argentina altre tre volte, fermandomi per diversi mesi e non ho mai più avuto un solo episodio. Fortuna? Caso? Può essere. Personalmente resto convinta che la causa fosse stata l’insalata mangiata a 38 gradi di temperatura in una estancia molto turistica a 100 km da Buenos Aires .  In quella estancia c’erano maiali, galline e orto, tutto nello stesso fazzoletto di terra.  Il tremendo batterio che a seconda dei casi i medici chiamano, popolarmente, maledizione di Montezuma o in nessun modo proprio perchè sconosciuto al microscopio,  esiste da sempre e ovunque ma nessuno si premura di fare statistiche. Al Nord dell’Argenrtina, per esempio, i bambini indios lo scorso anno sono stati decimati (14 morti in due settimane) dalla gastroenterite dovuta all’acqua inquinata. Qualcuno ha annunciato l’epidemia a lettere cubitali?