Messico, omicidi e potere. Tre arresti per i napoletani scomparsi

Il 2 luglio a Tecalitlàn, nello stato di Jalisco, in Messico, è stato ucciso con una raffica di proiettili il sindaco Victor Diaz de Contreras. Aveva 28 anni e tra poco sarebbe diventato papà. Due giorni prima aveva postato sulla sua pagina Facebook le foto dell’auto di suo fratello con i vetri rotti e il contro avvertimento: non ci faremo intimidire. Il giorno dopo, il Messico aveva eletto il nuovo presidente, a sorpresa per tutti, un socialista populista. Victor Diaz era tra i miei contatti Facebook dai primi di febbraio, quando ho iniziato ad indagare sulla vicenda dei tre napoletani scomparsi proprio nella sua cittadina. Ero stata così tempestiva da riuscire a parlargli prima di tutti i colleghi, appena è uscita la notizia che nel suo Municipio erano stati arrestati tutti e 33 i poliziotti municipali accusati dal giudice (la fiscalia dello Stato) di avere avuto a che fare con il rapimento di padre, figlio e cugino (Russo e Ciammino) che in Messico vendevano ufficialmente truffaldini macchinari. Il capo della polizia era addirittura scomparso giusto a ridosso dell’arresto e di lui (almeno noi) nulla abbiamo più saputo. Azzerata la polizia e costretta a parlare, era saltato fuori che almeno 4 poliziotti (tra cui il capo) avevano preso soldi (pochissimi per la verità) per vendere i tre a un certo don Angel ritenuto intermediario del cartello della droga locale, la Generacion Nueva Jalisco.  Victor Diaz mi è sembrato subito un ragazzo senza pelo sullo stomaco che negava l’evidenza e spostava i discorsi in modo troppo ingenuo per essere scafato. Mi ha parlato a voce e per messenger e più mi parlava più ingenuo mi pareva. Ha subito negato con decisione di aver mai saputo qualcosa della sua polizia municipale benchè fosse sindaco da 4 anni, benchè fosse nato in quell’ambiente corrotto ( come in tutto il Messico, soprattutto i piccoli paesi) e benché lavorasse tutto il giorno nello stesso palazzo dove ha sede il comando di polizia.  Se anche sapeva, a me è parso uno che non raccontava niente in giro se non altro per salvarsi la pelle. Mi è risultato da subito molto difficile pensare che facesse parte della combriccola e forse è stato proprio così o non l’avrebbero crivellato di colpi in auto insieme a una collaboratrice comunale. Non si difendeva nemmeno con scorte o chissà che. Anni prima, appena eletto, aveva avuto minacce forti perchè il suo partito era minoritario o, sarebbe più corretto dire, non era infilato come gli altri nello stesso giro dei cartelli che a decine comandano in vari stati messiccani dopo la cattura dei boss che tutto, prima, controllavano. Il rischio di fermare i boss è sempre quello di favorire la nascita di gruppi minori, totalmente fuori controllo sui territori. Così era ed è anche a Jalisco, dove i morti ammazzati non sono solo cittadini più o meno onesti, ma soprattutto esponenti di bande di delinquenti che solo in parte sono collegate alla vendita della droga. Cosa ha collegato un ipotetico don Angel intermediario tra la polizia di Tecalitlan e il cartello dei narcos di Jalisco con tre napoletani che vivevano di truffe? Cosa ha collegato, se è collegata, la sparizione dei tre nello stesso giorno e nello stesso luogo (il distributore di benzina al confine del paese) con l’omicidio, 5 mesi dopo e a due settimane dalla sua possibile rielezione a sindaco, il giovane Victor Diaz, il “presidente” come là si definisce, di Tecalitlan? Per il magistrato che indaga, i collegamenti sono possibili. L’ha detto ieri, dopo aver arrestato tre personaggi in relazione alla scomparsa dei napoletani. Altri 600 messicani (e alcuni italiani) non sono mai più stati ritrovati a Jalisco, ma per i napoletani (di cui uno pregiudicato e latitante per l’Italia) sembra che le indagini siano state più mirate. Forse è stata solo l’occasione giusta per fare pulizia di qualche (ormai) fastidioso nuovo boss della droga.

Il boss in cella è soprannominato “El 15”, ma il suo nome è don Lupe, presunto capo regionale del Cartel Jalisco Nueva Generacion. L’hanno catturato domenica gli uomini dell’Agenzia Nacionale di Investigazione Criminale  a Zapopan, una località dello stesso stato, alla periferia di Guadalajara. Insieme con lui sono stati catturati anche Josè Guadalupe N e Junior, probabilmente padre e figlio.

Don Lupe, el 15, coordinava la vendita e il trasporto della droga in almeno otto cittadine, tra le quali Tecalitlan, e tre porti (la droga si invia per nave in Usa ed Europa).

Erano stati i poliziotti municipali arrestati a spifferare in fretta al giudice (non sono esclusi pestaggi  della polizia di Stato e dell’esercito per farli parlare) che avevano consegnato loro, su ordine del capo della polizia municipale, i tre napoletani a un cartello di criminali locali. Non restavano molti dubbi sul fatto che il napoletano Antonio Russo non fosse estraneo a un accordo disatteso che prevede, ben peggio che a Napoli, una punizione esemplare e definitiva. Russo era abituato al massimo a pensare a un arresto e forse credeva di sapersi muovere bene in ambienti di altissima corruzione e gente che non dice una parola ma agisce con l’inganno e una rete di potere in stile mafioso e omertoso insieme.

El 15 era ricercato da tempo per diversi crimini, uno dei quali particolarmente odioso per lo stato messicano: aveva aggredito agenti della Marina Armata del Messico in Ciudad Guzman, stesso distretto di cui fa parte la cittadina dove El 15 aveva il suo quartier generale.

Victor Diaz, che era solo un ragazzo, potrebbe essere stato eliminato per diverse cause, una delle quali è la mancanza di copertura che prima aveva (del partito cui apparteneva) e gli potrebbe essere venuta a mancare. Un’altra ragione potrebbe essere il suo tirare dritto senza volersi piegare al riconoscimento del potere (chi non denuncia dovrebbe partecipare sottomettendosi o diventa pericoloso) locale del narcotraffico o suoi amici deliquenti che hanno bisogno del via libera comunale per agire indisturbati. Posso sbagliarmi sul conto di Victor di cui so troppo poco, ma il dispiacere di non essere riuscita a parlargli il giorno che ha postato le foto dell’auto del fratello, è stato enorme. Posso azzardare che fosse stato eletto proprio perché ingenuo, e il rischio della rielezione con consensi maggiori da parte del popolo onesto e umile che amava molto e lo ricambiava, era troppo concreto per un cartello che fa traffici milionari e non ha mezzo scrupolo a punire o far fuori chi sgarra o lo ostacola.

 

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Messico, un giallo made in Italy?

Sono trascorsi 41 giorni dalla denuncia di scomparsa fatta in Messico dai figli di Raffaele Russo, fratelli di Antonio e cugini di Vincenzo. Dal 17 febbraio scorso, giorno in cui è sato reso noto in Italia, il caso dei tre napoletani consegnati o venduti dalla polizia municipale di Tecalitlan, cittadina del Messico centro-orientale alla criminalità locale, interessa sempre meno alla gente ma sempre di più alla polizia internazionale, l’Interpol. Il can can che hanno fatto i parenti, la curva del Napoli e con loro una parte della stampa (finchè i loro trascorsi erano considerati minori rispetto all’atto violento della polizia messicana) ha portato alla luce anche quello che forse i figli di Russo non volevano si sapesse. Raffaele Russo, 60 anni, era un latitante per l’Italia, accusato di essere il capo di una banda di truffatori di anziani a Frosinone, e anche in Messico era stato condannato nel 2014 per gli stessi reati di truffa e raggiri. Alcuni colleghi hanno spostato l’attenzione sulle nefandezze dello stato messicano, mettendo decisamente in secondo piano gli affari sporchi degli italiani in Messico. Questa logica viene sostenuta anche da giornali messicani che spingono contro i militari che torturano o la polizia che a suon di dollari fa sparire le persone buttandole nelle numerose fosse sparse per tutto il Messico (e il fatto che si possa scriverne fa ben capire che se non fai indagini mirate con nomi e cognomi nessuno ti torce un capello).
Del resto i nuneri degli scomparsi è altissimo, come è altissimo quello del crimine legato soprattutto al narcotraffico. La società corrotta del presidente messicano è però terreno fertile anche per i nostri connazionali con pendenze penali scontate o mai scontate, che proprio in Centro e Sudamerica cercano guadagno facile e coperture. Ecco perché i Russo non avrebbero potuto lavorare su larga scala (7 componenti della famiglia), se non avessero avuto almeno in qualche località polizia compiacente a lasciarli fare. Il fatto che si spostassero con frequenza non significa molto: nello stato di Jalisco, dove sono scomparsi, e in altri vicini, erano presenti da mesi pur muovendosi tra città e paesi in hotel e senza mai dare il vero nominativo (che peraltro non è nemmeno richiesto dagli albergatori).

Appare perciò inverosimile che Raffaele Russo a Tecalitlan quel giorno sia andato “a dar una vuelta”, cioè a fare un giro, come sostengono i figli. La prima stranezza di questa vicenda è la allarmante ricerca alle 14 e 30 del pomeriggio, cioè poche ore dopo averlo sentito per telefono. Il figlio Daniele sostiene che avendo trovato il cellulare spento si è subito spaventato e ha avvertito gli altri fratelli di andarlo a cercare. Lui non si trovava nello stesso albergo dei parenti, a meno di un’ora di auto da Tecalitlan. Perchè proprio quel paese? Daniele sostiene che la società che ha noleggiato le due auto (due Honda suv dotate di Gps satellitare per rintracciarle) li ha aiutati a seguire il percorso fatto dal padre che portava proprio in quel paese. Ma non esattamente al distributore di benzina, luogo dove i ragazzi si sono fermati solo a rifornirsi. Luogo galeotto, poichè è proprio lì che sono stati intercettati dalla polizia locale ed è stato imposto loro di seguirli. Ce lo dicono i video messaggi inviati da Antonio al fratello in tempo reale e lo confermeranno poi i quattro poliziotti arrestati. Anche i cellulari dei due ragazzi, così come quello di Raffaele Russo, si spegneranno poco dopo e soltanto dopo molti giorni, con l’arresto dei poliziotti municipali coinvolti, si saprà che i due figli sono stati consegnati a chi li aveva richiesti e il padre (su di lui però non trapela parola), ha fatto la stessa fine. Dove li hanno condotti apparentemente con la loro volontà di seguirli? In un luogo a pochi chilometri di distanza, ma in montagna, con un dislivello di 300 metri per Raffaele Russo e di 400 per i due ragazzi ripetto alla posizione del distributore di benzina (1140 metri d’altitudine). Qui appunto finiscono i segnali gps, ma non c’è traccia fisica delle auto nè di loro tre.

Le scomparse in due tempi diversi ma a poche ore di distanza sono piuttosto rare, a meno che, a smentire la prassi, non ci si metta l’incoscienza di due giovani stranieri che si credono furbi ma non lo sono: sono andati praticamente nelle braccia del leone che li stava aspettando. Ci sono, spiegano dal Messico, all’entrata dei paesi, delle sentinelle, uomini che svolgono questo prezioso lavoro di controllo del territorio e avvertono di estranei che entrano. Questo serve a tutti: ai politici e ai cittadini, ai criminali e alla gente per bene. I Russo perciò, sarebbero stati avvistati.

La caratteristica dei messicani è di non aprire bocca se non alle feste comandate o alle bevute ammesse. La pelle è sempre meglio salvarla. Possibile che i napoletani non lo sapessero? Certo che sì, ha affermato il collega di Chilhavisto dal Messico: i Russo sapevano bene in quali territori si muovevano. Prova ne sono anche le fotografie che da là sono giunte: i Russo con armi in pugno di fianco a rancheros, proprietari di terreni agricoli e mandriani che si difendono con le armi dai criminali. E qui si capisce bene che non si parla solo di narcos in senso stretto, ma di crimine organizzado locale che ha a libro paga la polizia locale (non vende per 43 euro un uomo a un intermediario narcos: sarebbe assurdo, fanno sapere i nostri connazionali in Messico e messicani esperti di vita fuori dalle grandi città). Infatti il costo della consegna all’intermediario (don Angel, un nome che rimbalza dal 28 febbraio) viene specificato solo dal figlio di Raffaele Russo, non dal procuratore che ha raccolto la confessione dei poliziotti ora in carcere e in attesa di giudizio. I figli in Italia buttano lì notizie alla stampa (italiana, ripresa da quella messicana) facendo immaginare di sapere molto della corruzione, delle vendite umane e dei cartelli narcos, attraverso propri canali segreti. O si sentono protetti, lontano migliaia di chilometri dal Messico, o non sanno che pesci pigliare e inventano.

La Farnesina smentisce che si cerchino tre cadaveri, così come lo smentisce categoricamente anche il procuratore di Jalisco. I ragazzi Russo oltretutto, da disperati, continuano a muovere mari e monti da Napoli e tra questi anche investigatori privati cercati nel web a casaccio, senza sapere che sono i messicani a sapere trattare vicende di questo tipo con intermediari qualificati, una sorta di agenzie di copertura per pagare le numerose richieste di riscatto.
Ma cosa facevano davvero i Russo là? Vendevano solo generatori cinesi a 1000 euro anzichè 30, magari a suon di botte e minacce se non compravano, o davano una mano anche alla polizia a fare soldi? Il modello “magliari” napoletani, ben conosciuto in Messico da una decina d’anni e confuso con la mafia (ma che della mafia spesso usa i metodi) può aver fatto il suo tempo: i 37 cartelli della droga senza più capi di spicco (tutti arrestati) sono pedine impazzite sui territori e minacciano a destra e manca alzando anche la voce con cartelli da mezzo analfabeti ma interi delinquenti: non mordere la mano che ti sfama, c’è scritto su uno di questi fogli appesi in un paesino di montagna del vasto comune di Teclalitlan, dove i suv moderni e costosissimi superano il numero delle case e degli abitanti definiti discendenti indios solo dall’antropologia.

Per gli italiani che risiedono in Messico e lavorano più o meno legalmente, i nostri connazionali hanno alzato il tiro con la persona sbagliata e l’hanno pagata cara. Perciò Raffaele Russo avrebbe involontariamente trascinato i figli in una trappola disposta invece solo per lui: una telefonata ingannevole potrebbe averlo fatto andare a Tecalitlan, lui con la speranza di fare soldi extra, gli altri con la precisa volontà di fargli pagare uno sgarro. Se questo è lo scenario, però, l’Interpol non alzerebbe nemmeno un dito.

Lo potrebbe fare nel caso questa vicenda avesse scoperchato altri affari tra Italia e Messico, non grossi ma degni di attenzione internazionale, in cui effettivamente i due stati potrebbero avere interessi comuni: i primi fingere di fermare il narcotraffico, i secondi frenarlo per davvero, ma in casa nostra.

Messico, tra narcos e metodi da dittatura militare

 

Si complica il caso dei tre napoletani scomparsi lo scorso 31 gennaio in una piccola città messicana, Tecalitlàn, famosa per il folclore e per essere crocevia di due delle nuove bande criminali di narcos che si contendono lo stato di Jalisco.
Ieri, i giornali messicani on line hanno pubblicato la notizia dell’arresto di tre dei 33 poliziotti municipali che sarebbero implicati nella scomparsa degli italiani Raffaele Russo, suo figlio Antonio e il nipote Vincenzo. Poche ore dopo il procuratore generale dello stato, dalla capitale Guadarajara ha smentito: Nessun poliziotto è stato arrestato”. Ha però confermato che tutta la squadra della polizia cittdina di Tecalitlan è stata disarmata e inviata nella capitale dello stato di Jalisco perché sotto indagine. Tutti meno uno, il loro capo che da martedì 20 risulta irreperibile. Alle tre scomparse si è aggiunta perciò una quarta, che rafforzerebbe la teoria dei ragazzi napoletani sulla sparizione forzata dal distributore di benzina di Tecalitlan mentre stavano inseguendo le tracce gps del suv di Raffaele Russo.
Le tracce dei gps delle due vetture (entrambi suv Honda), secondo la procura portano a una località dal nome El refugio nei pressi del distributore. Ho percorso tutte le strade col satelllitare 3 d senza trovare nessuna località con questo nome, partendo dall’hotel dove alloggiavano padri e ragazzi (sei in tutto) che dista 45 minuti di auto dal distributore di benzina Pime (catena molto presente in tutto il Messico) dove i due ragazzi avrebbero inviato i whattsapp al fratello Daniele per avvertire che la polizia li aveva fermati imponendo loro di seguirli. Perciò deduco che la località non risulta sulle mappe, oppure, nella peggiore ipotesi, che sia stata inventata dal procuratore per dare una risposta ai giornali messicani e quelli italiani.
Alle 4 persone scomparse in pochi giorni (compreso il poliziotto) si è sommata però una quinta: un ragazzo messicano 17enne del quale non si ha più notizia dall’alba del 22 gennaio. Della sua sorte c’è la testimonianza dell’amico coetaneo che è stato pestato a sangue durante il fermo (davanti a una discoteca di Tecalitlan) da parte di corpi della Marina miltare. Va detto che in Messico la SEMAR ( Segreteria di Armata) corrisponde al nostro esercito suddiviso in distinti corpi. La Marina e l’Aviazione sono quelli che maggiormente combattono contro i narcotrafficanti. Pare che i due ragazzi siano stati fermati, sequestrati e violentemente torturati perchè ritenuti appartenenti a una organizzazione criminale. Uno è stato rilasciato, l’altro no, ma ufficialmente non sarebbe nemmeno detenuto. La madre di Ulise, dal 23 gennaio va di persona in tutte le zone militari e quelle dei diritti umani per cercare il figlio. Ricorda le madri argentine durante la dittatura, e, come loro, patisce i dinieghi sulla presenza del figlio e adirittura sul suo fermo. Voli della morte qui non ci sono mai stati, ma i morti per le torture dei militari sì.
Questa faccia del Messico che da un lato reprime il narcoraffico con metodi violentissimi anche contro i cittadini magari solo sospettati di aver fatto qualcosa, si scontra con quell’altra che vede invece i poliziotti collusi con i malviventi che non si occupano solo di coltivare, produrre e vendere droga, ma anche di estorsionare i commercianti, comprare armi e arricchire le loro bande con soldi sporchi. Per farlo di nascosto dall’esercito, devono spesso e volentieri appoggiarsi alle polizie locali e nazionali passando loro parte del ricavato delle estorsioni. In parole povere è come se i nostri vigili urbani o polizia di Stato, prendessero le mazzette per chudere un occhio sulle attività illecite di piccola e grande criminalità. Con la differenza, rispetto all’Italia, che in Messico il sistema è oliato e molto più diffuso, e il prezzo molto più alto prevedendo anche l’eliminazione fisica (corpi gettai in fosse, come fecero in Argentina i militari di Videla). Metodo così diffuso che chi è al comando, come il giovane sindaco da soli tre anni di Tecalitlan, che finora ha difeso a spada tratta i suoi uomini, per essere lasciato in pace (anche fisicamente) deve almeno fingere di non vedere e non sapere.
Una delle ipotesi che circola da ieri però è che la polizia municipale abbia “venduto” ai narcos i tre napoletani, già abili nel vendere porta a porta e a muoversi nel settore del commercio non regolare, uno di loro (Raffaele di 60 anni) era latitante per truffe in Italia (si fingeva poliziotto per estorcere denaro agli anziani) condannato per truffe e raggiri in Messico nel 2014 e da quando era tornato circolava con falsà identità facendosi chamare Carlos Lopez. Potrebbe essersi appunto trattato di un sequestro (quello di Raffaele Russo) con passaggio immediato “agli amici” criminali (o alla polizia criminale?) e dei due ragazzi che sono andato a cercarlo, di un secondo passaggio, casuale o meno. Cosa se ne farebbero però i criminali di tre persone che non sanno maneggiare armi, nè uccidere, nè tantomeno hanno coraggio da vendere in terra straniera? Al massimo potrebbero aiutarli nei laboratori chimici, benchè ci voglia una certa esperienza per trasformare la droga. Però c’è una contraddizione: gl stesso poliziotti municipali, lo scorso gennaio, hanno arrestato insieme con le forze militari del Sema, 11 persone appartenenti a una di queste bande criminali che taglieggiano abitanti e commercianti. Li hanno messi proprio nel carcere municipale di Tecalitlàn e il tribunale li ha condannati lo scorso 31 gennaio, stesso giorno della scomparsa dei tre napoletani.
L’ipotesi della collusione della polizia con i narcos o le bande criminali della zona, fa a pugni con l’inaugurazione, il 15 gennaio, del 79esimo battaglione di Fanteria in una sede ricavata appositamente per loro, (dopo 4 anni di lavori), all’interno dello stesso municipio di Tecalitlàn. Insomma, o la polizia è collusa coi narcos, o la polizia fa il doppio gioco proprio sotto il naso dei militari messi lì apposta per combatterli.

Scomparsi in Messico, gps disattivati

Il sindaco di Tecalitlàn, Victor Diaz Contreras, sta diventando suo malgrado famoso.  “La televisione italiana stasera vuole il collegamento con me”. Chil’havisto si occupa del caso del tre italiani scomparsi in Messico il 31 gennaio in orari diversi e con modalità diverse. Strano caso. E non tanto perché qui siamo in una zona del paese centroamericano che è nota solo per essere terra di narcos, anzi, di narcos della Nueva generacion, armati fino ai denti, ma piuttosto perchè il procuratore ieri ha annunciato che tutti e 32 i poliziotti municipali smettono da oggi di essere operativi e verranno torchiati per sapere se qualcuno di loro ha compiuto un illecito arrestando in modo anomalo i due ragazzi italiani che cercavano il rispettivo padre e zio scomparso proprio in quel paese poche ore prima.

Di Raffaele Russo da oggi si sa molto di più, e lo si sa dal Messico. E’ un latitante fuggito da Napoli per non ottemperare a una condanna per truffe aggravate compiute a Frosinone ai danni di anziani. Sì, proprio quel reato odioso di far credere a vecchietti ignari che un parente è nei guai e per aiutarlo devi sganciare soldi. Addirittura Raffaele Russo era considerato il boss di una organizzazione che di questo viveva. La famiglia invece me l’ha dipinto come un povero magliaro che sbarca il lunario vendendo generatori elettrici. Omettendo anche stavolta che i generatori di fabbricazione cinese vengono venduti (in Messico) come fossero di gran marca e con prezzi di marca. Peccato che si rompano subito. Russo, ha raccontato il procuratore, era già stato arrestato in Messico, in un altro stato, nel 2014, per reati di truffa e raggiro, e mesi fa ci è tornato da latitante italiano (a quanto pare il passaporto non lo levano a nessuno) con altri napoletani, sei persone più tre figli e un nipote. Diremmo una vera organizzazione di magliari più che di disoccupati napoletani come la famiglia ha voluto far credere.  Nell’ultimo decennio i messicani hanno scoperto che tutti quelli che vendono generatori sono napoletani. Alcuni sono finiti male. Se non inganni solo vecchietti, prima o poi la puoi pagare.

Il sindaco mi parla, ma soprattutto chiede come sta prendendo questa vicenda l’Italia. Oggi è in giro in auto e mi conferma che stanno continuando a cercare i tre scomparsi. Ai suoi poliziotti municipali ci pensa la Procura, al controllo delle telefonate ricevute e fatte (quelle che hanno provocato le accuse di sequestro di Antonio e Vincenzo)  anche. Lui ha già smentito, ma l’indagine appurerà se dei suoi uomini e donne in divisa può fidarsi e invece sono stati gli italiani a dire bugie.  Erano davvero al distributore di benzina da dove hanno mandato i whattsapp al fratello Daniele rimasto in hotel in una città piuttosto distante? Davvero un’auto e due motociclette di polizia urbana (le uniche due in dotazione della municipalità) gli hanno chiesto di seguirli come Antonio ha detto al fratello (e li avrebbe seguiti fiducioso nella speranza che lo portassero al padre che cercava da ore?) Venti minuti dopo tutto spento: cellulare e gps. Più o meno come era successo col padre che dalle 15 non si riusciva più a raggiungere.

Da entrambe le parti potrebbero esserci bugie. I primi (autorità messicane) per difendersi da qualcosa che non dovevano fare (arresto e botte?), i secondi perché avevano fatto qualcosa che non dovevano fare (erano ricercati e lo sapevano? E da chi?).

Una cosa è certa: il giovane sindaco non si aspettava tutto questo can can mediatico. Non sa nemmeno dov’è Napoli o Milano. Non sa niente della nostra camorra e solo quando gli dico Maradona capisce. Non è stupido, anzi. Mi sembra che ricopra un ruolo eccessivo per le sue capacità. Certo uno così che tenta di fare il duro senza esserlo, puoi farlo su come vuoi in Messico.

La mia attenzione è puntata sui gps delle due auto (entrambi suv Honda) che padre e figli avevano affittato. Sparite nel nulla,  entrambe, nonostante esista una traccia del gps satellitare in dotazione delle vetture che si ferma, stranamente, a una località abitata superata la cittadina di Tecalitlàn denominata “El refugio”. Si trova su una strada che sale in altezza fino a 1500 metri, tortuosa e pericolosa in mezzo alla selva.

Il sindaco mi conferma che il controllo di possibili incidenti è stato fatto, che nessuna auto è stata trovata nei burroni sottostati come era accaduto mesi fa per una con una famigliola a bordo dove sono morti quasi tutti.

Mistero. Il gps delle auto si può disattivare. Lo sanno fare i ladri e sa farlo la polizia. Ma forse lo sanno fare anche i napoletani.

 

Napoletani scomparsi , il sindaco messicano: “Non li abbiamo presi noi”

ESCLUSIVO

Riesco a parlare con Victor Diaz Contreras, giovane sindaco di Tecatitlàn, nello stato di Jalisco, alle 7 e trenta di questa mattina. Là è notte ormai. “So cosa vuole chiedermi – anticipa – noi non siamo gente cattiva. La polizia municipale mi ha assicurato di non aver fatto nessun fermo, nè di aver prelevato nessun italiano”. Ad accusarla di aver fatto sparire due ragazzi di Napoli, Antonio Russo e suo cugino Vincenzo (padre di due bambini) è il fratello di Antonio, Daniele, che insieme all’atro fratello Francesco dal 31 gennaio ha in mano solo gli ultimi whattsapp di Antonio, che dicono: “Ci sono due moto e un’auto della polizia, ci dicono di seguirli”.
Venti minuti dopo, di Antonio e Vincenzo non si sa più niente, come già niente si sapeva da qualche ora del padre di Antonio, Daniele e Francesco, scomparso a sua volta.
A Tecalitlàn, cittadina a mezz’ora di auto da Ciudad Guzman (centro-ovest del Messico) fratello e cugino ci erano arrivati seguendo la traccia del gps dell’auto, un Suv Opel bianco affittata da Raffaele Russo e con la quale ha lasciato l’hotel Fuerte Real da 50 euro al giorno, dove i 5 alloggiavano. Alle 15 del pomeriggio del 31 non ha più risposto al cellulare, e i due ragazzi hanno seguito la traccia satellitare del gps in dotazione del Suv che indicava un luogo davvero strano per un venditore di generatori elettrici di fabbricazione cinese: una tortuosa strada tra le montagne e la selva che congiunge, adando verso sud, Tecaitlan con Jalisco de los Dolores, 64 km di distanza e oltre un’ora di percorrenza prevista. Nome cupo per una strada che ogni tanto fa trovare auto finite nelle scarpate con famigliole morte o, il 5 febbraio scorso, un rancho in legno ben nascosto dove i militari della Forza aerea che combatte contro i narcos hanno rinvenuto uno dei tanti laboratori per raffinare la droga. Stavolta si trattava di crack.
I due ragazzi prima di imboccare quella strada si sono fermati a fare benzina a un distributore, l’ultimo della cittadina, e qui hanno chiesto, foto in mano, se qualcuno avesse visto Raffaele o il suo Suv. Mentre si rifornivano di carburante, ecco che il fratello Daniele, rimasto nell’hotel di Ciudad Guzman, riceve la chiamata in whattsapp che avverte, in dialetto napoletano e senza alterazione di voce, che devono seguire la polizia perché gliel’ha appena intimato. Convinti i primi e i secondi al telefono, che la polizia li porterà dal padre scomparso da ore. Venti minuti dopo però, il cellulare del ragazzo risulta spento e di loro due non si sa più niente.
E così di colpo gli scomparsi diventano tre.
Daniele chiama al telefono la polizia municipale e gli viene detto, da una donna, che ha sentito alla radio poco prima che hanno fermato due italiani. Non dice chi, se la polizia federale o quella municipale. Il tempo passa e il ragazzo torna a chiamare e sono ormai quasi le 7 di sera. Stavolta la poliziotta che risponde (Daniele sostiene che era la stessa) nega di aver mai detto che erano stati fermati due italiani e anzi non capisce nemmeno di cosa stia parlando.
Il sindaco a domanda risponde: “C’è il cambio turno, può trattarsi di due persone diverse”. Alla domanda se la polizia locale ha moto in dotazione, risponde sì, e a quella se la polizia locale può fare fermi o arresti risponde: “Sì, se c’è una investigazione in corso con l’ordine del magistrato”. C’era una investigazione in corso? Il sindaco risponde “no”.
Però ci tiene a fare sapere che lui vuole collaborare, nel suo piccolo, e sta chiedendo ai 32 poliziotti della municipalità di fargli avere le registrazioni delle telefonate di quel 31 gennaio. Sembra moto preoccuato dell’immagine del suo paese in Italia. Si informa: cosa dicono di noi?
Ufficialmente, a cercare di capire dove sono finiti i tre napoletani, è la Farnesina in contatto con l’Ambasciatore italiano a Città del Messico. Non ufficialmente, anche uno dei fratelli e figlio di Raffaele, si è fermato in Messico per cercare i familiari.
Da Napoli si levano alte le grida: ridateci i nostri familiari che la polizia ha sequestrato!
Il sindaco messicano si informa sui precedenti penali degli scomparsi. In Italia è solo il padre Raffaele Russo ad averne (per truffa) e ad essere latitante da qualche mese . E’ stato lui infatti il primo ad andare in Messico e ad informare i familiari che con la vendita di generatori elettrici (là in voga nei paesi) si campa abbastanza bene. Tanto che a Natale lo va a trovare la moglie Silvana e si porta dietro un figlio che poi resterà col padre a lavorare, mentre lei rientra a Napoli. Intorno al 25 di gennaio partono per il Messico anche altri due figli di Raffaele Russo (disoccupati) e il cugino Vincenzo, che la famiglia descrive come uno buono come il pane che avrebbe voluto farsi prete. Insomma, pare che il commercio dei “magliari” napoletani che vendono spostandosi tra piccole e grandi città messicane, vada a gonfie vele, tanto che ci si può vivere in cinque. Napoli e i guai sembrano lontanissimi.
E invece no.
Cosa può essere successo?
In Italia giornali e tivù riportano le parole disperate e rabbiose dei familiari che hanno coinvolto amici e riempito i social con le foto degli scomparsi convinti, anzi convintissimi, che sono tutti e tre trattenuti in carcere senza aver fatto niente e che essendo illegale il loro arresto, di loro non si saprà niente per mesi, come è accaduto ad altri connazionali.
Nello stato di Jalico in effetti sparire non è difficile. Dal 2014 al 2016 sono stati 6.943 i desaparecidos ma la polizia ha recuperato vive 5.064 persone e 282 le ha rinvenute morte. Degli altri non c’è nessuna traccia.
Nello stesso stato non si contano i morti ammazzati nel grosso affare del narcotraffico, che con la decapitazione dei grandi cartelli non ha fatto altro che crearne di nuovi, ben 37 diversi che si spartiscono una torta milionaria tra vendita di piante di hascisc e dell’eroina debitamente trasformata in numerosi laboratori sparsi ovunque, La più agguerrita (e armata) banda è quella del Cartel Jalisco Nueva Generacion che accoglie numerosi ex militari e paramilitari anche israeliani. In generale tutti i trafficanti che commerciano soprattutto con gli Usa ma che esportano anche in Europa, hanno con sè armi. Ai campesinos commissionano la produzione delle piante pagandoli bazzeccole per rivendere invece il prodotto commerciabile a cifre da capogiro. I narcos si servono anche di auto private e taxi come informatori.
E guai a sgarrare, una volta entrati nel loro giro dall’apparente goloso guadagno.