Samuel, benvenuto a pranzo a casa

Samuel Ojaomo è nato in una cittadina del sud della Nigeria nel 1991.
Da giorni lo vedevo davanti al piccolo supermercato della mia via, a Milano, con il cappello celeste in mano.
Questa mattina, come altre, mi ha sorriso e salutata al passargli accanto, e stamattina, a differenza di altre, mi sono fermata.
Ero carica di emozioni negative da una settimana. Di parole crudeli lette, di attacchi, anche a me, di discorsi strampalati della gente, sabato di Bruzzano, ieri di Opera, davanti alla chiesa. Il signore di Opera, poco prima di entrare nel santuario davanti al cimitero e poco dopo avere offerto la frutta del suo giardino al sacrestano, era tutto orgoglioso che il suo sindaco avesse rifiutato 12 migranti. E a Opera c’è l’ndrangheta da 40 anni, supercarcere per i mafiosi del 41bis e l’ospedale dei tumori sul quale lucrano i residenti che affittano ai parenti dei malati.
Bè, insomma, ero carica di emozioni forti e forti sensi di colpa che solo questo tipo di gente, i miei connazionali, sanno suscitarmi ogni volta che, schierandosi così potentemente, cambiano le sorti delle persone, anche le mie.
Alle prime domande fatte a Samuel, mi è giunto il suo tono di voce pacato e i suoi racconti, per niente scioccanti, lasciavano immaginare portandomi là, dalla Nigeria alla Libia e da Tripoli su un barcone fino in Sicilia. Mentre lui raccontava si fermavano signore e signori a dargli una moneta. Per lo più anziani. E a me dicevano: è bravo.
Vivo a Porta Venezia. Non è un quartiere di benestanti in alcune vie e di sicuro non lo sono quelli che si vedono alla mattina presto. Sentivo la commozione salire. Perchè lo so come sono fatta: di fronte alle mani allungate, generose, che nulla chiedono in cambio, io ci rivedo i miei genitori, me stessa, e tutti gli italiani che sono così da anni e anni. E il contrasto con chi accusa anche te di essere generosa e ti obbliga a non esserlo per decisione superiore, è così potente da scatenare dolore.
Così, appena Samuel ha parlato di barcone mi sono sgorgate le lacrime. I bambini… mi sono venuti alla mente tutti i bambini di video che ho visto proprio ieri, video laceranti girati dalla guardia costiera, dove tirano su solo loro dal gommone lasciando lì tutti gli altri adulti in bilico sul bordo e quelli gridano oh! con un sorriso felice e le mani alzate, perché hanno preso uno dei loro bambini. E loro fa niente.

Definire buonisti i buoni, è l’assenza di parole dei cattivi.

Samuel è un migrante che noi chiamiamo economico. Non è scappato dalla guerra, nè da una cittadina disastrata. Anzi, nelle foto si vede ben curata e con l’Università.
Samuel vive da due anni in un centro di accoglienza, anzi un vero hotel in Oltrepo Pavese, uno dei posti più belli della Lombardia. Sa che questo “lusso” viene pagato dall’Unione europea ma non conosceva la cifra pro-capite, lo informo io.
Samuel non ha nemmeno una famiglia poverissima e afferma che non deve mantenere nessuno. Ha fratelli grandi di primo letto della madre, 50enne, e il padre non l’ha mai conosciuto. No, sua mamma non è stata abusata, il suo uomo se ne è andato quando Samuel era neonato.
Samuel ha studiato, aiutato dai fratellli maggiori. Dopo la licenza media ha frequentato due anni di una scuola tecnica governativa, obbligatoria. Nel 2012 si è diplomato in un’altra scuola statale tecnica. E’ ingegnere edile e meccanico. Dal 2009 al 2015 ha lavorato nellla sua città come operaio metalmeccanico. Poi ha deciso di partire.
In Oltrepo frequenta la scuola di italiano, tre volte alla settimana, ma noi parliamo in inglese, per lui più facile.
Quando gli chiedo della struttura che lo ospita mi racconta che sono 80 migranti e per loro non organizzano niente. Hanno cibo alla sera (cous cous, mi dice, con un po’ di carne e verdura – e solo il Nord Africa apprezza il cous cous…) poco e male cucinato, ma lui non si lamenta. Me lo racconta perché io lo incalzo di domande e voglio sapere i dettagli.
In paese la gente non è ostile. Non li guarda e stop. Loro non esistono per il paese. Si prendono il treno e vanno a cercare lavoro a Pavia o a Milano. Lui l’aveva trovato un lavoro lo scorso setttembre a Milano. Un tipo l’aveva visto chiedere l’elemosina e l’ha ingaggiato per lavori nelle case, piccole ristrutturazioni edili di appartamenti, tipo imbiancare o mescolare la malta. Me lo mostra nel curriculum che porta sempre con sè dove c’è anche il nome della società: “2G Costruzioni”. Ho controllato, esiste, ha la sede in centro.
Gli chiedo se lavorava con bianchi o neri e mi dice solo bianchi.
E aggiunge che però non l’hanno mai pagato, nemmeno per un solo giorno di otto ore di lavoro. Gli davano appuntamento alla mattina alle 8 e lo portavano sul luogo di lavoro e gli hanno fatto anche la busta paga regolare ma quando chiedeva i soldi dicevano aspetta. Gli hanno sempre detto aspetta e non ha mai visto niente. Non ha nemmeno interrotto lui il rapporto, hanno interrotto loro dicendo ciao e grazie, ti pagheremo.
E’ così che ho deciso di invitarlo a pranzo a casa.
Per rabbia verso gli italiani, per senso di colpa verso quello che sono sempre stata con persone sbagliate del mio paese e non riuscivo più ad esserlo per paura di perdere quei pochi amici che avevo ancora, quellli che giudicano ogni cosa che fai e ti dicono anche te lo scopi? E’ giovane e lo comandi? Vuoi fare vedere che sei migliore? Bè sì, l’ultima motivazione è vera: scrivo perché voglio fare vedere che sono migliore di tanta gente, soprattutto di quella, tanta, che ho aiutato in 45 anni, e meritava invece calci in culo.
Io in verità non ho mai aiutato nessuno nel senso stretto del termine. Sono atea, non concepisco l’assistenzialismo. Offro strumenti perché uno se la cavi da solo.
A Samuel ho raccontato molte cose del nostro governo (sapeva bene che governa Salvini), del perchè la gente è cambiata tanto, e anche del perché a Milano non sono come nei paesi. Gli ho mostrato l’Italia che lui aveva scorto un po’ dal treno venendo a Milano dalla Sicilia e ha detto che è bellissima.
Lui mi ha mostrato la Nigeria, me l’ha spiegata, ha parlato anche dei suoi tanti connazionali delinquenti. Sì quelli che qui da noi spacciano. Gliel ‘ho chiesto; lo fanno qui perché non trovano lavoro e finiscono nei giri sporchi? No, mi ha risposto, lo facevano anche là. E’ dispiaciuto, ma realista. Ricorda che sono 5 milioni di persone.
Samuel è cristiano, come tanti nigeriani e dei riti woodoo dice che sono frutto della grande ignoranza dei mussulmani, donne soprattutto. Sono io a spiegargli che tante di loro le mandano a prostituirsi in Europa e le tengono schiave con il terrore di morire.
Samuel mi soprende, e credo soprenderà molti che leggono, quando afferma che il viaggio sul barcone non l’ha pagato.

Così mi ha descritto la sua avventura che chissà perchè io chiamo pellegrinaggio.

Dal suo paese si è incamminato a piedi verso Tripoli. Ogni tanto ha trovato passaggi in auto e poi ha affrontato il deserto. Con quali soldi ha viaggiato? Nessuno. La solidarietà della gente gli ha permesso di mangiare e lavarsi e vestirsi strada facendo.
Ma nel deserto arrivano loro: i libici che cercano manodopera gratuita per mesi e anche anni. Li portano a lavorare per loro, promettendogli di farli salpare per lasciare la Libia via mare.
A lui è andata bene: in meno di un anno si è pagato il viaggio in barcone col sudore e le notti sbattuto in buche a dormire con altri cento come lui. Non sono centri di detenzione: sono luoghi di ospitalità per schiavi. Samuel deve essere stato bravo a lavorare e a stare zitto e rispettoso perché non è stato mai picchiato o abusato e la sua schiavitù è durata meno di un anno.
Si è così meritato il viaggio che anzi, mi dice, questi libici vogliono che venga fatto: fuori, fuori dalla Libia, migranti africani del cazzo. Non sono militari, di militare lui non ne ha mai visto uno. Li chiama mafiosi.
Del viaggio non ricorda niente, non ha mai visto chi guidava. Era una nave, un grande pschereccio e non un gommone. Sono stati salvati da una Ong, una americana dice, ma non ricorda il nome.
A Milano è stato subito smistato nell’ex hotel pavese dove si trova tuttora. Il suo permesso dura ancora un anno e nel frattempo potrebbe lavorare regolarmente a libri, se qualcuno gli desse un lavoro regolare e non lo fregasse.
E se trovasse come operaio sarebbe uno dei tanti lavoratori stranieri che fanno quei lavori che i giovani non vogliono più fare. E potrebbe restare, pagarsi una casa, i contributi, le tasse, e poi chissà. Non chiude le porte nemmeno a un possibile ritorno nella sua patria che in fondo ama. Ha un mare splendido e anche bella gente, peccato che non ci sia lavoro.
E’ disposto a tante cose, come molti giovani volenterosi lo sono. A spostarsi di città e di Stato, al freddo o al caldo. Nel suo curriculum stilato per lui dall’associazione che gestisce i profughi di Castelletto di Branduzzo, in provincia di Pavia, c’è scritto che può fare il giardiniere, il barista e il sorvegliante oltre all’operaio. C’è scritto che è affidabile e si è si è sempre comportato bene, collaborando bene nei lavori di imbiancatura, edilizia e giardinaggio del Centro di Accoglienza per 80 ore.

Gi ho cucinato riso, melanzane fritte, pomodori freschi al basilico, pollo al limone e frittata di zucchine al cardamomo. Gli ho preparato una bevanda fresca di menta e limone che non conosceva e io avevo bevuto in Tunisia e nel deserto giordano.
Gli ho anche raccontato di Pamela. Come non poteva venirmi in mente mentre ce l’avevo davanti! Conosceva la storia ma io gliel’ ho spiegata tutta per bene, perché l’ho seguita da giornalista collaborando anche col collega Fabio Lombardi di Quarto Grado per ristabilire la verità, ben diversa da quella di giornali e televisioni.
E’ rimasto a casa mia poco più di un’ora perchè doveva tornare a Pavia per il corso d’italiano.
Appena era entrato aveva guardato la casa dicendomi che bella è. E’ piccola la mia casa, vecchia e di ringhiera. Ma è accogliente come era quella, ancora più minuscola, dei miei genitori. Mio padre diceva sempre: bisogna mangiare con le persone per conoscere le loro storie. Non aiutiamo loro, sono loro ad aiutare noi portandoci il mondo in casa.

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Sono clandestino, vivo di elemosina

Neughaye è davanti a un piccolo supermercato Pam con un cappellino in mano. Oggi vedo lui, ieri ne ho visto un altro. Da oltre un anno osservo questi ragazzzi neri neri fermi davanti ai supermercati o le farmacie dei quartieri di Milano. Sono sempre diversi, ma sono tutti uguali: se passi vicino a loro dicono sempre buongiorno signora. Stop. Vedo persone che escono con la spesa in mano e lasciano una moneta, spesso un euro. Vedo anche persone che lasciano un piccolo sacchetto di plastica con qualcosa da mangiare. Nessuno parla con loro. Loro dicono solo buongiorno e grazie. Stop. I primi giorni che li ho notati ho chiesto ai vigili. Chi sono? I vigili hanno risposto: stiamo verificando. E’ una cooperativa? Un racket? Sono regolari o irregolari? I vigili hanno risposto: stiamo verificando.

Oggi mi sono fermata a chiedere a uno di loro.

Neughaye viene dal Ghana. E’ arrivato con un barcone alla fine del 2016 e l’hanno spedito in un campo a Bergamo secondo le decisioni della prefettura e la spartizione territoriale dei profughi . Sa poche parole di itlaiano. Parliamo in inglese.

Dove vivi?

A Milano, in una stanza in affitto in zona porta Garibaldi. Nell’appartamento viviamo in cinque. Paghiamo 250 euro ciascuno.

Hai lo stato di rifugiato?

No. Ho un permesso della Questura di Bergamo. E’ scaduto nel 2017. Te lo faccio vedere.

La polizia ti ferma?

Sì, qualche volta. Gli mostro il permesso scaduto e non mi dicono niente.

Perchè non sei rimasto nel campo di accoglienza di Bergamo?

Perchè il giudice mi ha detto che dovevo prendere un avvocato, ma era a pagamento e io non avevo soldi.  Ho fatto la richiesta dello stato di rifugiato nel 2016. Sono venuto a Milano con la mia famiglia e ho trovato un avvocato che sta facendo per me le pratiche gratis. Ti faccio vedere il biglietto da visita, è a San Babila.

Prendi soldi dallo Stato?

No, niente. Chiedo aiuto alla gente e con questi soldi che mi danno pago l’affitto e viviamo io e la mia famiglia.

Vorresti lavorare in Italia?

Sì, ma forse adesso lo trovo. Il signore del negozio qui vicino mi ha promesso un lavoro a Palermo.

E tu andresti a Palermo per lavorare?

Sì, con la mia famiglia. Sono molto contento.

Sai che se non hai documenti non possono darti lavoro?

So che mi servono i documenti, ma sta facendo l’avvocato per me la pratica di rifugiato.

Che lavoro ti ha promesso?

Non lo so. Non è importante.

Vi conoscete tutti voi che state davanti ai supermercati? Ci sono accordi?

No, non ci conosciamo. L’unica cosa che facciamo sono rispettare i turni. Ognuno di noi sta dal mattino alle 14 e dalle 14 alla chiusura nello stesso posto, poi deve cambiare.

 

Questo breve dialogo si è svolto in mezzo alla strada, questa mattina. Neughaye parlava solo se sollecitato in un buon inglese. Grande e grosso, appariva spaesato, caratterialmente umile, tranquillo e sincero. Della situazione italiana non sapeva niente, l’ho informato io della nuova linea del governo.

 

 

Ps: i commenti a questo post, per la delicatezza del tema e il particolare momento politico italiano,  sono moderati.  Non sono ammesse condivisioni che non riportano la fonte.

Bruna bianchi, giornalista professionista

 

 

 

 

Marzo 1978, la paura di Milano

TRA COVO BR E DUE RAGAZZI ANTIFASCISTI UCCISI

Il rapimento di Aldo Moro dopo la prima ora di sgomento e le altre tre di protesta spontanea di tutta l’Italia, diventa subito, lontano dal popolo e dalle sue orecchie, una vicenda spinosa. Che le Brigate Rosse non si sarebbero accontentate di qualche uomo di potere, da quel 1970 di un bar di Reggio Emilia dove fecero un patto di rovesciamento dello Stato di allora, era immaginabile. Non ripercorrerò inutilmente le vicende di quegli anni e neppure il sequestro dello statista terminato in una prevista tragedia dopo 55 giorni. Ripercorro invece, da milanese, e oggi da giornalista, quanto accadde due giorni dopo: la brutta fine di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, detto Iaio, due studenti di 18 anni e mezzo.

Il loro assassinio, apparentemente, non è stato diverso da quello di Claudio Varalli e di Giannino Zibecchi, di Saverio Saltarelli oppure di Roberto Franceschi. Erano tutti ragazzi e tutti impegnati a Milano nell’estrema sinistra divisa in tante sigle diverse ma unita dai centri di aggregazione nei quartieri. Erano 50 allora, piccole o grandi occupazioni di fabbriche dismesse. La più imponente, nel 1975, fu quella dell’ex farmaceutica di via Leoncavallo, poco distante da Loreto, nel quartiere Casoretto. Il Casoretto era stata una frazione del comune di Lambrate prima che questo si unisse alla città, ed era composto da gente di bassa estrazione sociale in parte, e in parte di piccola borghesia. Le sue case lo raccontano ancora oggi. Qui erano cresciuti Fausto e Iaio e nella parrocchia di Santa Maria andavano a giocare all’oratorio. Il sacrestano se lo ricorda bene il parroco che accorse ad accarezzare la testa di Iaio; a mormorare parole sconvolte alle 8 di quel 18 marzo 1978. Accadde tutto davanti alla porta di ferro sberciato, la stessa che c’è oggi, che rinchiude il cortile della grande canonica. A quel tempo, a piano terra dell’edificio attiguo alla chiesa, c’era una scuola americana, a quell’ora chiusa. Sulla sinistra invece c’era una palazzina, la prima di via Mancinelli, dove allora alloggiavano i sacerdoti e persone con disabilità mentale. Oggi li vedi in cortile a fumare, nascosti dal muro di cinta che rende la via Mancinelli allora come oggi luogo perfetto per un agguato mortale. Di fronte alla canonica (dove ora c’è un centro di ascolto e varie attività per l’associazione dell’autismo), c’è il lungo muro (lungo tutta la strada, cioè quasi 400 metri) del deposito dei tram. Su questo muro, proprio in faccia a quel portone sberciato, i ragazzi del liceo atistico di Fausto Tinelli avevano fatto un grande murales e nel 2017 lo hanno rifatto daccapo sbiadendo il colore rosso dei garofani. Domenica saranno 40 anni da quella sera.

Fausto e Iaio, racconta la cronaca minuziosa di diverse indagini e tante testimonianze, si sono trovati in via Leoncavallo poco dopo le 19 e 30. Non al Centro, che si stava preparando per la serata di festa con musica (era sabato), ma di fronte, al bar dei panini a prezzi, allora, accessibili anche agli studenti. Da lì hanno percorso la via Lambrate che scende in linea retta verso la via Casoretto. A coloro i quali quel percorso è parso strano, io dico no, non lo era: quel locale era (oggi non c’è più, ma esiste ancora altrove) proprio di fronte alla via Lambrate: bastava attraversare la via Leoncavallo. I ragazzi erano attesi a casa di Fausto per una cena veloce, in via Monte Nevoso, un chilometro e mezzo di strada a piedi verso la periferia e al confine con la ferrovia. Quel 18 marzo il nome della via diceva qualcosa solo a chi c’è andato per scrivere sul muro di casa di Fausto, una bella casetta di quattro piani degli anni ’40: il Casoretto si chiude col piombo. Il riferimento era al collettivo Casoretto, anzi la banda, come venne soprannominata dalla sinistra più intellettuale della Statale, che i ragazzi frequentavano, così come frequentavano anche Radio Popolare allora in scalcinati locali di una altrettanta scalcinata via Pasteur. Via Monte Nevoso diventerà molto, molto famosa, solo il primo ottobre di quello stesso anno, quando gli uomini del generale Dalla Chiesa fecero irruzione nel covo milanese delle Brigate Rosse che conteneva le carte segrete del rapimento Moro.

I ragazzi, quella sera, fecero un percorso corretto fino all’edicola dei giornali che stava chiudendo. Li ricorda bene il titolare, perché li vide e sentì commentare le notizie del recentissimo rapimento Moro. Dall’edicola di via Casoretto i due sarebbero dovuti proseguire per tutta la via fino in fondo per poi svoltare a destra e imboccare la corta via Monte Nevoso che costeggia il muro della ferrovia. Invece non andò così, e questo è un dei primi misteri di un duplice omicidio che ha avuto sì sospettati, ma mai colpevoli da processare e condannare. La ricostruzione del luogo della sparatoria perciò si basa solo su deduzioni: dall’edicola occorrono due minuti per raggiungere il punto esatto (di fronte al portone della canonica) dove Fausto e Iaio sono caduti a terra con otto colpi addosso, cinque a uno e tre all’altro. Se i ragazzi dovevano andare a casa di Fausto e perciò restare su via Casoretto, cosa li ha portati fin lì? Avrebbero visto qualcosa che li ha richiamati. Cosa? Hanno sicuramente visto tre ragazzi, che erano già lì, tutti e tre abbigliati alla moda che allora si diceva alla sanbabilina o alla destra romana: spolverino chiaro o giubbotto. Come erano effettivamente vestiti li descrivono i testimoni che li hanno visti prima uccidere e poi scappare. Uno di loro però lascia a terra un cappellino blu intriso del sangue di uno dei ragazzi. Quel cappellino così prezioso che conteneva il dna però è scomparso nei faldoni della scientifica, vuoi per faciloneria, vuoi perchè allora il dna non si poteva ancora trovare. Il fatto che sia caduto addosso a uno dei corpi potrebbe indicare che non tutto è stato così perfettamente calcolato e non si può escludere a priori, come è stato fatto, che uno dei ragazzi abbia dato una manata al suo aggressore prima che questi gli sparasse. Gli otto colpi in sequenza hanno avuto una testimone scomoda, scomodissima: lei sostiene di essere stata a sei metri di distanza, con le sue due figlie, e ha visto tutta la scena. Ora, sei metri sono davvero pochi e diventano pochissimi in una via totalmente deserta, al buio, costeggiata in quel punto in entrambi i lati da muri. Ancora più strano è che la donna raccontò di avere visto i tre allontanarsi verso la fine della via Mancinelli, cioè all’imbocco della via Leoncavallo ed esattamente dove iniziano le rotaie per le uscite dei tram dalla grande rimessa. In tutto, gli assassini hanno percorso 350 metri a piedi circa senza curarsi di essere visti (e tenuti a mente) o fermati da qualcuno che almeno in auto avrebbe potuto passare di lì. Questo particolare non è di poco conto per un duplice omicidio rivendicato dai Nar, una delle più crudeli organizzazioni dell’estrema destra romana composta da fior di delinquenti che maneggiavano le armi da veri professionsti, e per di più per sicari venuti appositamente in trasferta.

Infatti, la donna che poi testimonierà ai poliziotti accorsi velocemente sul posto, dirà che quello che ha sparato aveva un sacchetto di plastica in mano e la pistola dentro il sacchetto: ha così raccolto i bossoli ed evitato il rumore della deflagrazione. La rivendicazione è giunta 4 giorni dopo all’Ansa di Roma, a funerali avvenuti: è la banda Prati dei Nar, brigata combattenti Anselmi. Anselmi era un esponente dei Nar ucciso pochi giorni prima durante una rapina da un gioielliere. Ma perchè uccidere due ragazzi di sinistra di un quartiere a Milano e non un poliziotto a Roma, per vendicarsi? Il nome dell’assassino di Fausto e Iaio si saprà molti e molti anni dopo grazie a frasi e racconti messi insieme da esponenti di destra arrestati (e malavita romana e veneta) e fatti sapere agli inquirenti: Mario Corsi detto Marione, è lui l’assassino. Lo deve ammettere anche il giudice Clementina Forleo che però nel 2000 archivia il faldone perchè non ha nessuna prova in mano. Benchè le prove non ci sono mai state, ci sono invece stati tantissimi indizi tutti collegati l’uno all’altro o facilmente collegabili per gli esponenti che allora ruotavano sulla scena, dalle bande milanesi Turatello e Vallanzasca a quelle romane della Magliana, le une e le altre legate all’estrema destra quando occorreva.

Due ragazzi qualunque, un pochino più in vista di altri, che però mai hanno mandato nessuno al creatore della fazione opposta nè erano noti picchiatori o di qualsivoglia servizio d’ordine, diventano di colpo e per forza “due di noi” in una Milano sempre più attonita e impaurita ma storicamente ribelle e, nelle periferie, ancora fortemente operaia. Ed è così che al funerale, nella medioevale chiesa di Casoretto, accorreranno in 100mila. Un numero da capogiro che nessun omicidio politico a Milano, pur frequente in quegli anni, era riuscito a mettere insieme. Come mai? La spiegazione arriverà non più dalle percezioni personali e collettive di quei giorni ma da chi, in quei giorni, ha subito cercato una spiegazione che andasse oltre la logica, pur conosciuta, della vendetta. La prima, quella adotta dai Nar, non escludeva la seconda, più milanese e legata proprio all’odio verso la sinistra del Casoretto: l’uccisione di Ramelli, giovane di destra dichiarata, missino e ben convinto di lottare per la destra al Molinari, scuola, invece, di figli di operai. Mettendosi così in mostra e venendo da una zona (porta Venezia) tutt’altro che di sinistra (qui venne ucciso l’avvocato Pedenovi e qui abitava e abita ancora La Russa). Ramelli si era beccato una lezione a sprangate che purtroppo fu troppo pesante e lo lasciò agonizzante fino alla morte sopraggiunta molti giorni dopo. La morte di Sergio Ramelli, anch’egli 18enne, segnò un momento di altissima conflittualità nella destra missina e soprattutto i giovani della destra anche loro riuniti in diversi movimenti estremi che mai hanno scordato, più che il ragazzo morto, l’affronto nella zona che ritenevano territorio intoccabile. E così l’hanno giurata a quell’ Andrea Bellini leader del Casoretto ritenuto lo sprangatore di Ramelli, che l’anno successivo (1979) tentarono di uccidere senza riuscirci. L’omicidio di Fausto e Iaio, benchè apertamente rivendicato e confermato da esponenti di destra romani (ma non dall’accusato Mario Corsi) sarebbe potuto rientrare più logicamente in una vendetta contro ragazzi del Casoretto in attesa di far fuori il capo vero, cioè Bellini.

Ma perchè i Nar sarebbero addirittura venuti da Roma per uccidere?

La ricostruzione dell’indagine indica la presenza dell’esponente Mario Corsi a Cremona, dove, in casa sua, venne ritrovata una pistola compatibile con quella che aveva sparato in via Mancinelli, nonchè fotografie dei ragazzi pubblicate dai giornali dopo l’esecuzione. Nonostante questo, Corsi non venne indagato per la loro morte.

Le testimonianze di quella sera di marzo nelle vie attorno a quella del delitto portò successivamente a fare emergere una storia ancor più misteriosa. Una coppia disse di avere notato una moto Kawasaki con la targa coperta, fermarsi davanti a una pizzeria e vide il passeggero scendere e togliere la copertura della targa. L’orario è compatibile con la fuga dal delitto appena commesso in via Mancinelli e il percorso anche (via Porpora). Non lo è invece il farsi spudoratamente vedere in giro in zona dopo un duplice omicidio andando addirittura a mangiare la pizza. Però quella pista non venne affatto tralasciata dalla questura di Milano che, grazie all’uomo che annotò addirittura un pezzo di targa, si scoprì che la moto era intestata a un certo Gaetano Russo fino al 16 marzo 1978 e poi ad Antonio Ausilio, un brutto ceffo diciottenne già accusato di tentato omcidio. Questa pista venne abbandonata, ma oggi, rileggendo le date e le misteriose coincidenze, è difficile dividere il covo aperto per il rapimento Moro nella stessa via della casa di Fausto Tinelli da questa moto in uso a quel tempo alla destra o alla malavita che a Milano come a Roma o come a Verona e Treviso hanno dimostrato di essere spesso unite per un unico scopo: soldi e potere e rovesciamento dei poteri.

Il 31 agosto dello stesso anno, durante la caccia aperta ai terroristi assassini di Moro, il generale dei carabinieri Nicolò Bozzo, comunica al generale Alberto Dalla Chiesa di avere scoperto un covo delle Brigate Rosse in via Monte Nevoso numero 9. Un caso fortuito. A Firenze, durante controlli a tappeto che allora si svolgevano in tutte le città, un carabinere aveva trovato su un bus di linea un borsello abbandonato. L’aveva lasciato lì, appena adocchiati i carabinieri, Azzolini, uno dei rapitori di Moro e responsabile milanese del covo di via Monte Nevoso. Molto ingenuamente Azzolini aveva lasciato nel borsello alcune “briciole” di Pollicino che i militari seguirono fino a Milano ed esattamente nel quartiere Casoretto. Di più: trovarono la chiave di un portone e per diverse notti provarono in quale casa s’infilava. Finché entrò nella toppa giusta.

L’irruzione però avvenne solo il primo ottobre e quello che si trovò lì dentro, oltre ai brigatisti, è storia di misteri d’Italia, di colpe politiche e umane. E di Gladio.

Nessuno dei militari di Dalla Chiesa collegò il nome di quella via con l’abitazione del giovane ucciso in via Mancinelli solo pochi mesi prima, ma proprio nella casa di Tinelli (che era dirimpettaia) da fine agosto al giorno dell’irruzione, il generale piazzò in un appartamento preso in affitto, uomini specialisti nel servizio di controllo, pedinamento e vigilanza. Dalla Chiesa li voleva prendere tutti i brigatisti, e possibilmente tutti insieme.

Districarsi tra nomi della malavita, servizi segreti, Brigate Rosse, neofascisti romani e milanesi, non è facile. In questa vicenda irrisolta, l’unica certezza è che se anche ci fosse stato un piano di destabilizzazione di Milano (per spostare l’attenzione o per potere emanare meglio dure leggi speciali durante l’emergenza del rapimento Moro) nell’immediato il piano non è riuscito per la fortissima risposta che Milano ha dato, spontaneamente, proprio al funerale dei ragazzi al Casoretto. “Due come noi” diceva tutto: non era una lotta tra bande e nemmeno sprangate reciproche e figuriamoci pistolettate. Due come noi, ha unito tutta la sinistra democratica di Milano in un’onda oceanica che non solo quel giorno, ma che per 40 anni non ha mai scordato i suoi ragazzi finiti in qualcosa più grande di loro.

Nel giro di un anno a Milano iniziò a sfaldarsi la coesione della pur divisa sinistra extraparlamentare e la voglia di lottare contro poteri troppo forti subì contraccolpi enormi. Il piano, dunque, aveva vinto. I primi anni ’80 il Centro Leoncavallo aveva già cambiato faccia e l’entusiasmo dei ragazzi che lo frequentavano si era spento. Il Centro però riuscì a rimanere in piedi e attivo e quando arrivarono le ruspe, anche ad ottenere la sede di via Watteau, altro quartiere, altra storia.

Inutile dirlo: per Moro o per Fausto e Iaio – o per tutti e tre – niente da quel marzo 1978 è stato più lo stesso.

(le foto sono sulla pagina Facebook Bruna Bianchi Giornalista)

Non è figo nemmeno avere avuto un ictus

Lo so, arrivo seconda. E non parlo neppure di tumori, malattia che colpisce un italiano su tre, e per questo Nadia Toffa sapeva di fare centro.

Lo so, non ho scritto quello che subito, appena ho letto la rivelazione di Nadia  “ho avuto un cancro”,  mi ha dato fastidio.

Ho avuto una emorragia cerebrale proprio lì, al San Raffaele, nei sotterranei. Dentro la Tac. Nel reparto di Neurochirurgia dove hanno ricoverato lei, ci sono stata anche io. In rianimazione per la precisione. Di tumori al cervello e all’ipofisi, aneurismi, rotture di fistole artero venose, meningiomi, credo di essere diventata esperta durante la mia degenza muta, sdraiata a letto per forza, con i tubi nelle braccia che facevano arrivare sacche, infinite, al recupero della vita che ha rischiato di andarsene in un momento, anzi “in pieno benessere” come hanno scritto i medici.

Sì, proprio come Nadia. Io ero al giornale. Un mal di testa forte e neppure sono mai svenuta. Peccato, perché ricordo tutto, proprio tutto.

Poi c’è stato l’intervento per aggiustare il guaio che era capitato nella testa, guaio con cui ero nata e non si poteva certo sapere.

La mia ripresa è avvenuta in 4 mesi e mezzo esatti e già dopo due mesi  mi hanno portata a un centro che studia i malati di Parkinson perchè avevo ripreso a camminare, male, malissimo,  ma in temi rapidi rispetto all’estesa emorragia, e volevano studiarlo.

Sono tornata a lavorare dopo tanto tempo trascorso tra ospedale e casa, e un collega che faceva  i turni mi aveva messo subito in quello di notte. Il  capo mi ha tolto, per fortuna.

Non ho avuto la pietà di nessuno, nè l’ho cercata. Ero concentrata solo sul mio recupero, sul tornare a camminare, scrivere, guidare e fare l’inviato come prima. In borsa tenevo la citrosodina per gli attacchi di nausea che mi venivano camminando, e sulla mia agenda e anche nel cassetto della scrivania, c’era in bella vista il numero di telefono e il nome del neurochirurgo. Avevo una fottuta paura. E’ durata cinque anni. E per dieci non sono riuscita a voltare la testa.  Non se ne accorgeva nessuno, ma io sì.

Vivevo sola e mi sono sforzata di non pesare su nessuno.  Per molti mesi, dopo il lavoro, andavo al San Raffaele alla sera per stare insieme alle infermiere che sapevano quanto sia dura riprendere una vita normale senza campanelli da schiacciare per farle accorrere.

Avevo paura, una fottuta paura che ricapitasse.

Il ricordo della morte vicina dicono che sia indelebile. Lo è.

Il ricordo di un grave trauma in pieno benessere dicono che sia un trauma che resta irrisolto. E’ vero.

Sono passati 27 anni da allora,  e un pezzo di me non è mai risorto.

Non lo è nemmeno fisicamente, benché non si veda e la gente minimizzi per non doversene occupare: no, il mio equilibrio non è quello di prima. No, al buio barcollo e mi devo aggrappare. No, salire e scendere sui sentieri di montagna mi provoca attacchi di panico. E cado facilmente.

No, non sono più la stessa. Non si è più gli stessi dopo un trauma fisico e psicologico.

Perciò, anche se non sono la prima a dirlo, nè ho avuto un tumore (dal quale non sappiamo nemmeno se si guarisce definitivamente), con la malattia si convive, non si guarisce mai.  Anche perché si soffre così tanto che il corpo te ne prepara subito un’altra e poi altre ancora e per superare tutto bisogna davvero essere fighi.  Esserlo per 27 anni,  cara Nadia, ogni giorno, di questi fottuti  anni, finchè di colpo ti accorgi che quello che hai evitato di fare per non vedere di non saperlo più fare, il tuo corpo non lo sa fare davvero. Correre: io non so più correre.

Pensa, Nadia, che la cosa che mi ha infastidito del tuo annuncio è stata quella specie di sberleffo ai tantissimi malati che ho visto in Neurochirurgia e quelli che ho visto come me al taglio dei capelli. Ma che si raccontano a fare queste cose? Chi le può capire? Ecco perché mi ha dato fastidio: aiutare gli altri, come ho fatto io, scrivendo, può avere un senso, ma dire ho avuto un cancro è brutto e anche un pò  sbagliato: il cancro-malattia non sono piccole operazioni che tolgono tutto. Diciamo che i medici hanno scoperto qualcosa di maligno e l’hanno tolto.  Ecco perchè hai offeso chi patisce per anni, o figli di chi ha visto patire e anche morire i propri cari.  In geerale non mi piacciono le persone  che hanno sofferto e spiattellano tutto come fosse uno show: eccomi qua, alla faccia vostra sono una guerriera.

Avevo la tua età quando è successo il guaio nella mia testa e la prima cosa che ho fatto è stato il volontariato in ospedale. Con i bambini, al pronto soccorso pediatrico. Ci andavo alla mattina presto e di pomeriggio lavoravo fino a sera.

Ho continuato a scrivere di malattie, a parlarne, e aiutare la gente a informarsi sulla tempestività del soccorso. Ho anche imparato a farli, i soccorsi, e ho studiato tantissimo perché per divulgare queste cose bisogna essere preparati. Fguriamoci per dirlo in tivù o farlo uscire sui giornali.

Io non sono mai stata intervistata e mi piacerebbe che qualcuno chiedesse a me, giornalista di cronaca nera brutta e pericolosa, come ho vissuto il dopo-ictus.

Perchè sai,  ho scoperto solo tantissimi anni dopo, che il trauma psichico che ti lascia un’esperienza così potente, è talmente profondo da condizionare tutta la vita.  E ho scoperto che nemmeno fisicamente sono guarita del tutto, nonostante i medici mi avessero detto di sì.

Ho una lunghissima cicatrice sulla testa che guai a chi osa toccare.

Cerco, ma spesso non ottengo,  rispetto al dolore e alla difficoltà quotidiana. Ma insisto, so che ce la farò a fare uscire l’umanità e l’empatia vera dalle persone.

Sai Nadia, non mi sento figa, nè eroe, nè guerriera. Io mi sento una sopravvissuta.

 

 

Pamela, Jessica e le altre

Non so se possa esistere un omicidio peggiore di un altro. Se l’uso di una decina di coltellate per uccidere faccia meno effetto di una morte seguita da depezzamento. Se un tranviere milanese a Milano procuri meno orrore di uno spacciatore nigeriano a Macerata. Non lo so. Ne ho visti tanti, ne ho seguiti tanti di casi come questi, ne ho scritto infinite volte. Non ce n’era uno peggio di un altro: per me sono stati tutti tristi omicidi di ragazze incapaci di difendersi.
Le storie di Pamela e Jessica si assomigliano. Così come le loro età, il loro bel volto pulito, i capelli curati, le parole – scarne – affidate a Facebook. E così come la distanza irrisoria tra la morte dell’una e dell’altra.
Non ho ancora capito bene come sono andate le cose nella morte di Pamela e fatico a ricostruire perché gli elementi reali sono scarsissimi, taciuti o non ancora conosciuti e quelli fantasiosi invece inquinati da tantissimi, cruenti, persino morbosi e crudeli dettagli scritti da colleghi di cui mi vergogno e che disprezzo per avere insultato una professione importante, e utile e bella. Così come mi vergogno, oggi, di avere ammirato tutti i tranvieri di Milano indistintamente, soltanto perchè guidano un mezzo romantico che riporta ai tempi andati che ci immaginamo sempre migliori. In questi tempi di cartapesta pronta a disfacersi, si svelano retroscena insopportabili alla vista. E si soffre.
Pamela era sostenuta da madre e nonna. Ufficialmente. Ma di fronte ai suoi resti e allo scempio che di questi ne hanno fatto i giornali, senza pudore o rispetto (perchè di pudore e rispetto non ne posseggono) e tutto quello che ne è venuto dopo esplodendo come una miccia sopra una catasta di legna messa lì con attenzione meticolosa ai dettagli (ma non all’indagine, nè tantomeno alle storie che questo delitto sbatte in faccia), di fronte ai miseri resti di Pamela non riusciamo più ad analizzare la realtà. Che è complessa e occultata. Dai politici e da noi tutti.
Di Pamela si sa molto, se si interpretano i suoi ultimi passi e non le parole di sua madre. Il maceratese 45enne ha abusato di Pamela senza scrupolo per la sua giovanissima età e, anzi, proprio per questo e perchè fragile e drogata, ha potuto avere il sopravvento, e a lui non verrà fatto assolutamente niente.
La gente dimenticherà, e lui farà lo stesso.
Eppure, il comportamento del maceratese profittatore, è la chiave di volta di questa storia che poteva andare in tutt’altra maniera. Mettiamola così: incontro una ragazza con la valigia che mi chiede un passaggio in aperta campagna e glielo offro. In auto capisco da dove viene e le faccio domande. La porto a casa, le offro un tè caldo e la trattengo mentre avverto le forze dell’ordine. Oppure, se la ragazza non accetta, le regalo soldi e chiamo le forze dell’ordine, così, giusto per capire come mai una ragazza giovane circoli senza denaro facendo pericolosi autostop. Così, giusto per scrupolo, così giusto per essere civili, così, almeno perché quando ero bambino ho letto da qualche parte che il viandante va aiutato e non scopato. Non è andata così perchè i tipi come questo sono tanti, tantissimi. Sono nelle campagne come nelle città, nei borghi medioevali benestanti come nelle periferie disastrate, al sud come al nord, nelle valli come nelle pianure, nei condomini come nelle villette. Tante di noi li hanno incontrati una o più volte nella loro giovinezza. E poi ancora, mentre raccontano prodezze in piazza o nei bar, nelle discoteche o nei locali da ballo con il silenzio assenso delle donne, anche le loro. Così come quella squallida moglie del tranviere che sapeva e favoriva “per salvare il matrimonio”. Milano, quartiere Stadera lo chiamano, ma è a due passi dai Navigli e dall’Università Bocconi.
Jessica era stata ferita da incomprensibili rifiuti di famiglie affidatarie da bambina, più di una. Bionda e occhi azzurri ma non era perfetta e allora no, non la vogliamo, allora no, non ce la facciamo, e allora no, riprendetevela. Finché finisce incinta perchè gli assistenti sociali nemmeno istruiscono le ragazze e vabbè sono perse, che ci importa. ci pagano poco, sono tante le ragazze come Jessica. Jessica non aveva diritti perchè era un pacchetto rifiutato e sballottato di qua e di là, senza soldi, senza casa e senza famiglia. Se ne occupavano, prima, finchè era piccola, perché questo dice la legge. Ma se non funziona, i piccoli crescono, e alla maggiore età se non ce l’hai fatta sei fottuto. Si sappia, adesso, che a Milano non va meglio che altrove.
Anche Alessandro Garlaschi aveva il potere di fare andare diversamente la storia di Jessica, che rivoleva il suo bimbo e lottava per risorgere.
E invece. Jessica era una cosa da usare, anche sessualmente.
Si è ribellata ed è morta.
Perchè il Papa non la fa santa come Maria Goretti?
Quel ragazzino con cui il 6 febbraio Jessica si sbaciucchia in auto (un giorno prima di morire) è un altro perso, un delinquentello incazzoso e dannato che il giorno del ritrovamento del suo cadavere non è riuscito nemmeno a dire due parole centrate, benchè le abbia scritte, accostate a un selfie. Un altro derelitto che farà parlare di sè e ne parleremo male se mai lo faremo.
Il tranviere è stato trattato coi guanti al momento dell’arresto. Che fastidio. Voleva abusare di Jessica che si fidava di lui e siccome ha detto no, mi fai schifo, l’ha uccisa. Non buttata fuori di casa: uccisa. Poi è stato curato con gentilezza e delicatezza alle mani ferite nell’accoltellamento di una19enne, abbandonata da bambina e madre-bambina, senza famiglia e senza affetti. Maiale. Mostro. Neppure la punizione di fasciargli le mani con sgarbo, come fanno con i barboni ubriachi. L’arresto del nigeriano è stato ben diverso: trascinato e afferrato come un animale senza nemmeno sapere se fosse stato lui o no ad uccidere Pamela e depezzarla.
E Traini il giustiziere terrorista? I carabinieri gli hanno parlato come fosse un amico, gli hanno lasciato la bandiera sulle spalle, lo hanno fatto fotografare come un reuccio e non per quello che è: un fascista assassino che non ha ucciso solo perchè non ha mira.
Quale assassinio è peggio dell’altro? Quale omicidio fa più male?
L’anziana signora intervistata dal Tg sabato scorso dopo la sparatoria a Macerata ha espresso bene quello che sentiamo in molti: “E’ troppo”.
Statisticamente no, il crimine non è aumentato. Emotivamente lo sè. Colpa dei social, colpa della stampa, colpa dei politici. Non c’è analisi, non c’è razionalità, non c’è memoria, non c’è libertà di giudizio e non c’è più nemmeno il buon senso e la pietà sincera per le vittime che fa agire meglio della rabbia, fuoco di paglia che non cambia nemmeno le decisioni del voto il 4 marzo.
Per Traini si parla di matto (e non lo è), per Innocent Oseghale si farnetica di libertà o al contrario lo si bolla come omicida da film americano, per Alessandro Garlaschi, adescatore di ragazzine, che guidava i nostri tram provocando incidenti e che giocava d’azzardo da anni, qualche insulto dei vicini di casa, timido, quasi da vergognarsene.