Bossetti, se la verità giudiziaria non è più autorevole

 

Le reazioni alla conferma dell’ergastolo per Massimo Bossetti sono state, se possibile, più sorprendenti di quanto mi sarei mai aspettata dopo il caso di Cogne. I cosiddetti innocentisti nei delitti con forte eco nazionale ed emotiva ci sono sempre stati. Ricordate? La belva di via San Gregorio a Milano non confessò e iniziò l’indagine, allora senza l’ombra di una possibile ricerca di Dna. Facile capire perché non confessò: evitare il carcere a vita e la gogna pubblica, essendoci di mezzo omicidi di donne e bambini. Rita Fortis era una bella donna, molto più bella di quella (siciliana) che ha ucciso, in una Milano del dopoguerra che aveva già qualche problema con i meridionali arrivati a frotte, ma non con i veneti come lei, che rappresentavano invece operosità e capacità di riscatto sociale. Pur di non accettare la belva che albergava in Rita Fortis la gente cercava un complice, maschio, appena si poteva trovare un minimo appiglio. Così come chi uccide è spinto da una forte motivazione emozionale (e spesso psichiatrica), anche chi osserva da fuori e ne viene coinvolto da tv e giornali, vive più o meno lo stesso problema (e a volte dramma) psicologico. Ma davvero ci sono belve tra noi?
Ma davvero si può uccidere una bambina? Ma davvero si può uccidere il proprio bambino?

Per chi è del mestiere, è tutto possibile perché tutto ha visto. Chi non lo è usa un solo strumento: essere convinto oltre ogni ragionevole dubbio. Ma chi può convincere coloro che non si convinceranno mai? Nè autorità, nè prove, nè scienza, e a volte persino le confessioni vengono messe in dubbio. Perché è così difficle accettare che qualcuno compia delitti orribili e non, piuttosto, accettare che qualcuno finalmente sia preso e paghi per quei delitti orribili? Perché la genet si identifica in uno, come Bossetti, biondo, bergamasco, occhi celesti, padre e marito, gran lavoratore (bè insomma..) che piange e si dispera, o in una, come Annamaria Franzoni, con una casetta tanto bella e lei e i figli e il marito tanto carucci?
Molto più avanti negli anni, la storia si ripete con altri casi di nobildonne uccise misteriosamente ma innocentisti e colpevolisti in questi casi faticano a schierarsi per evidenti motivi: più che un cerebrale esercizio da detective improvvisato non si può fare. Molti anni più tardi, il massacro di Erba invece si colloca perfettamente nell’Italia alle prese con le prime ondate di extracomunitari sgraditissimi e soprattutto, quelli del NordAfrica, già conosciuti come spacciatori. In più, Erba si trova geograficamente in piena Brianza bianca, bigotta, conservatrice, chiusa, dove i panni sporchi si lavano in casa e la ricchezza va esibita perché frutto del lavoro. Dove non fa effetto un padre che perdona (anzi!) e si deve cercare ad ogni costo un altro colpevole perché il processo è stato manipolato, perché l’unico sopravvissuto ha detto quello che non sapeva, perché, perché, perché. La folie a deux di Rosa e Olindo passa in secondo piano, i loro precedenti con le vittime anche, la confessione di Rosa Bazzi viene ritenuta estorta, solo perché lei stessa ritratta e fa sorgere dubbi sulla violenza della polizia. Diciamo subito che è vero; la polizia non va tanto per il sottile quando vuole una confessione e la vuole perché è molto più semplice e veloce. La polizia però non è un giudice che conduce interrogatori che bisognerebbe leggere attentamente cinquanta volte per capire come vengono fatti. Così come si parla dei giornalisti senza sapere nemmeno come si lavora in un giornale (prendiamo un quotidiano che conosco meglio) , chi lo decide, quando, a che ora, chi sono i capi, le dinamiche, le pressioni, le manipolazioni, le punizioni, gli stipendi, quanti conoscono a menadito come si sviluppa una indagine su un delitto, diciamo rilevante per la comunità?

E ora torno a Bossetti. Caso mediatico, anzitutto, perché qualcuno ha deciso di farlo diventare mediatico. Chi? I giornali. Una ragazzina della cattolica, benestante, razzista e benpensante bergamasca, muore agonizzando in un campo. Può capitare a tutte le bambine, certo che è una notizia più notizia di altre. C’è un primo elemento in ogni giallo, soprattutto sui casi di scomparsa, come è stato questo all’inizio. Va stabilito se è volontaria o no. In due giorni si è capito che era volontaria ma la gente non ci ha fatto caso perché è ben difficile schierarsi contro una “vittima” così giovane e dire se l’è cercata. Quando è stato accusato il tunisino del triplice delitto di Erba, la gente era contenta. Quando sono stati arrestati Rosa e Olindo è rimasta esterreffatta. Così, nel caso Yara, quando è stato arrestato il marocchino Fickri, la gente era contenta, salvo poi, quando è stato finalmente ingoiato a fatica l’errore giudiziario, non riuscire più a trovare un colpevole che potesse abbassare l’ansia collettiva, soprattutto delle mamme ha scatenato una dinamica semi impazzita. Ma la pm, con l’errore del marocchino, si è tirata addosso tutti i dubbi del mondo sulla capacità della giustizia italiana. Di fatto, ritengo che avrebbe dovuto essere estromessa dall’incarico e non tanto perché non sia possibile sbagliare, quanto perché il primo grave errore fa perdere credibilità. Che è quello che poi è accaduto. Nella nostra morale, a volte immorale, collettiva, il giudice dovrebbe stare sempre sopra le parti ed essere inattaccabile. Molti si appellano agli erorri giudiziari senza citarne i casi che so, negli ultimi 50 anni (che pure ci sono stati) e soprattutto di quelli di prima dell’avvento delle nuove “prove” scientifiche di trovare a volte molto velocemente il colpevole. Tantissimi casi di omicidio sono rimasti irrisolti e sono finiti nel dimenticatoio fino al nuovo, più prepotente (e più interessante) che fa discutere. E io mi chiedo perché fa tanto discutere il caso Bossetti. Non sono sufficienti 18 mila prelievi di Dna e uno solo (non tre o dieci o venti) trovato sul corpo? Non è sufficiente la sua fuga all’arresto nel cantiere? Non è sufficiente l’accuratezza di verificare tutto, compreso trovare l’amante della madre di 45 anni prima con il quale ha fatto due figli? Non è sufficiente che tutti sapessero chi era Bossetti e cosa faceva? No, non lo è. Non lo è, probabilmente, perché non mente solo Bossetti, non guarda pornografia solo Bossetti. Non i vecchi, anche i giovani. E tutti dicono che non è grave. Tutti, meno gli psichiatri che inseriscono da decenni l’uso smodato di pornografia e bugie in disturbi della personalità o dell’umore.
Lo fanno tutti è una risposta del cazzo. Allora, anche tutti possono uccidere una ragazzina o ragazza, per sbaglio (così è andata: Yara non doveva essere uccisa, ma sessualmente usata e possibilmente con il suo consenso). Dunque, gli italiani sanno bene cosa fanno e difendono un Bossetti o sua moglie (che fa lo stesso perché c’è sempre correità familiare in questi delitti che non nascono dal niente) perché è difficile mettere insieme tutti i dati e fare uscire un personaggio capace di agganciare una ragazzina consenziente e poi dare fuori di matto al suo forte rifiuto e ucciderla o tentarci. Anzi: non ucciderla, lasciarla morire. Quanti sono capaci di fare una cosa simile? Tutti coloro che hanno le caratteristiche di Bossetti, la sua ignoranza, il luogo dove vive, il suo narcisismo, il suo infantilismo, la sua vigliaccheria, la sua falsa morale cattolica, una moglie uguale a lui, una madre che ha saputo ingannare un marito due volte scegliendosi il più coglione che c’era in giro, una sorella gemella che inventa botte e assalti come una perfetta bordeline (non una depressa) quando tutto il nascosto crolla e crolla miseramente con diverse accuse sociali tra le più infamanti e inaccettabili da sostenere. Bossetti non confessa perché è narcisista, non perché gliene freghi qualcosa del carcere. Ricordo che in carcere, in attesa di giudizio, flirtava con una certa Gina e dire flirtava è una parola innocente che non fa capire l’esatta portata di quel rapporto in carcere.
Come è andata si sa: Yara ha accettato il passaggio di un uomo che gli sembrava innocuo, gentile e bello. Yara è parte di una famiglia conservatrice e rigida. Bossetti ha scelto Yara, non una qualsiasi, perchè lei poteva rispondere alle sue avance. E l’ha fatto. Ogni storia drammatica non è una discussione sul Dna che pure c’è e nemmeno accontenta: il sangue di Bossetti è stato rilevato sugli slip di Yara che non ha tentato di abbassare (non è stata usata violenza sessuale) ma ha tagliato anche quelli trapassando i leggins sottilissimi. Tagli a zig zag sulla schiena (Yara scappava) e le natiche ,che non l’hanno uccisa. Yara, ricordiamolo, è morta di freddo e paura. E che anche Linkiesta abbia dubbi sul metodo di giudizio è davvero una novità: rifare il dna, e perchè? Un detenuto condannato lo chiede e va rifatto? Porti lui prove che non era assolutamente suo o lui non era lì, questo dice il nostro ordinamento giudiziario. Lo stravolgiamo per Bossetti? O per paura dell’autorità?
Per dirla tutta, io non credo nemmeno che a qualcuno interessi davvero se il dna di Bossetti è suo o no. Credo che la gente innocentista, e peggio ancora certi giornali, soffino sul fuoco di altro, molto più politico che a caccia di giustizia.

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Sintomi di disturbi di personalità

Il bambino di tre anni che non sorride davanti alla macchina fotografica, come se fosse infastidito, da grande ritiene essere quella la foto che lo rappresenta meglio.  Non c’è nulla di tenero, nè di simpatico in quel bambino. Non c’è neppure un vero disagio o una sofferenza. Non è quel “bambino gioioso” che descriveranno i suoi genitori al domandare com’era da piccolo. Non c’è ombra di gioia in nessuna foto di quando era bambino (tutt’al più di sprezzante timidezza)  c’è, però, a tre anni (età delle foto), un episodio  memorizzato.  Chi può ricordare cosa gli è accaduto a tre anni?  Da adulto, lo smemorato selettivo, sa sostenere (con orgoglio) che è stato in ospedale per aver mangiato il veleno per uccidere le lumache e che gli hanno fatto la lavanda gastrica.  Più che ricordo potrebbero averglielo raccontato. Ma raccontato come? Forse preoccupazione per il discolo che era, forse ridendo, forse….sta di fatto che è difficile affermare con orgoglio di avere avuto una lavanda gastrica a tre anni.  In più sorge il dubbio: a tre anni si fa la lavanda gastrica o si usa il carbone attivo? Propendo per il carbone attivo e per il non ricovero.  Potrebbe anche essere una invenzione o l’esagerazione voluta di un episodio minore. E ora vediamo perché.

C’è un altro ricordo ospedaliero improvviso. Sono ricordi importanti perchè di tutta l’infanzia sembra non esserci traccia se non per un rifugio sotto la scrivania della maestra, le penne rubate costantemente ai compagni, la richiesta frequente di andare in bagno, la testa sempre tra le nuvole, il gioco del Lego in solitaria.  Il secondo ricordo ospedaliero è assolutamente casuale, durante una visita da adulto in ospedale: nel computer risulta un ricovero in pediatra a 12 anni. Zero memoria.  Nessuno in famiglia ricorda. Forse, si ipotizza in casa, allergia a un morso di medusa, essendo avvenuto in una città di mare.  Ma sembra alquanto strano, poichè sul computer c’è scritto ricovero e non pronto soccorso pediatrico. Di un ricovero nessun bambino di 12 anni perde la memoria. Ma nemmeno una madre, normale,  scorda un soccorso per allergia di medusa a un figlio. Il computer non mente. Il dubbio, anche in questo caso è chi mente o perchè non ricorda.

A 10 anni ricorda un incidente d’auto su curve a strapiombo sul mare, dove lo zio perde i sensi con i due bambini a bordo. Causa: crisi epilettica in soggetto epilettico. Il ricordo però sembra solo un racconto fatto da altri, senza nessuna emozione nè nessun dettaglio. Teoricamente un trauma peggiore della lavanda gastrica ma non viene, in questo caso, enfatizzato nè in bene nè in male. L’episodio non è inventato.

Più l’infanzia è vicina, si sa, più si ricorda.  A 9 anni, se si vive un gravissimo terremoto per giorni e giorni, anzi due mesi,  con morti e devastazioni totale del paese, si può ricordare solo la paura che i genitori morissero e nient’altro? Ma proprio nient’altro? Nè la perdita degli amichetti o dei nonni, della scuola, della casa natia? Una specie di tabula rasa senza emozioni collaterali: l’unica è la normalissima paura di perdere i genitori-protezione. Ma nei terremoti, si sa, non è certo questo l’unico trauma dei bambini, neppure se i genitori sono tranquilli.

La dissociazione può essere il primo segnale di un disturbo, la mancanza di memoria di un altro. La memoria selettiva ancora di più, in un soggetto che di memoria ne ha a sufficienza e persino eccessivamente precisa per le date. Ma c’è un altro punto di domanda: l’assenza d emozioni sollecitando il ricordo e la scelta di alcuni tipi di ricordi e non di altri.

L’emozione però arriva ed è risentimento, al mostrare scetticismo su altri due ricordi di infanzia: a 7 anni si è spogliato in classe davanti a tutti e non è successo niente, (e la madre nega) e a 8, in mare, un bambino lo voleva affogare.   Risentito al punto da dire, da adulto, che è stato giusto denunciare quel bambino alla nonna che l’ha redarguito davanti ai genitori e insistere sul fatto che un bambino di 8 anni voleva uccidere un coetaneo.  L’unica emozione è non essere creduto (da adulto), ed è una emozione che lavora dentro come un tarlo fino a diventare ossessione e vendetta.

Fin qui ‘infanzia. Ma gli episodi continuano in adolescenza e in età adulta. Cambiando e adattandosi fino a non essere più facilmente riconoscibili, se non per una costante foma di dissociazione cognitivo-emotiva e di emozioni in chiave negativa più che positiva quasi come se quelle positive non fossero conosciute e introiettate tra i ricordi.

Prossimo post: i segnali nell’adolescenza

L’epoca delle passioni tristi

Camogli (Genova), gennaio 2017

Dottor Scardovelli, cosa sta succedendo? Omicidi anche minorili, aggressività, rabbia diffusa. Sono aumentati i disturbi psichici?

“Il padre di famiglia che per tutti era buono, se fa qualcosa di grave lascia tutti stupiti. Dentro le persone ci sono nuclei psicotici non riconosciuti che improvvisamente vengono fuori. Escono in momenti storici, quando la pressione sulla psiche è abbastanza forte. Oggi il clima psicologico è completamente cambiato. Quando mi sono laureato io si andava verso un mondo di abbondanza, oggi il futuro per i ragazzi è una minaccia, le prospettive future sono sempre più nere, non ci si può fidare dei politici, a volte nemmeno dei medici, è una società agli estremi. E’ riconosciuto che questo periodo non c’è mai stato, è una crisi antropologica…tutto il sistema della finanza che domina il mondo… l'”Io” personale come vive questa faccenda? L’Io non è stabile, permanente. Dovrebbe essere costante nel tempo, ma quando l’Io diventa impotente nel mondo, questo senso di impotenza provoca una disgregazione della psiche. Cosa succede: la psiche tende a frantumarsi, ad andare in pezzi, qui le subpersonalità prendono forma e diminuisce la forza dell’Io, la ragione sugli impulsi. Gli impulsi umani non sono tutti socievoli: sono violenti, aggressivi, conosciuti da sempre nella storia umana come demoni, parti oscure”.

L’incontro con Mauro Scardovelli sul lungomare della graziosa cittadina di Camogli, provoca sussulti emotivi e domande a cascata. Genovese di nascita, docente di diritto, scrittore, psicoterapeuta per vent’anni e oggi formatore e ricercatore che appare pubblicamente solo nei seminari per divulgare i principi della filosofia umanista e dell’approccio sistemico ed olistico cui fortemente crede, ha una capacità di eloquio straordinaria, quella di chi ha empatia, passione e consapevolezza. La teoria delle subpersonalità – ricorda – è del fondatore della Psicosintesi, lo psichiatra veneziano Roberto Assagioli, classe 1888, un libero pensatore vicino alle teorie di Jung.

“Nella visione junghiana l’Io è una parte della psiche che, nel corso della crescita, diventa come un magnete in grado di coordinare e governare le diverse istanze della personalità, ognuna con i propri impulsi, spinte, desideri, bisogni. Parlando in modo estremamente semplificato, quando l’Io non si forma in modo sufficientemente stabile, o nei momenti della vita in cui perde la capacità di svolgere la sua funzione, si può assistere ad un improvviso ribaltamento interiore”.

Parliamo di narcisismo.

“La definizione di narcisismo in psicologia cognitiva dice: grandiosità, mancanza di empatia e paura del giudizio altrui. Questi sono tre degli aspetti più caratteristici, a cui si accompagnano normalmente: presunzione, arroganza e permalosità. Una persona che ha una subpersonaità narcisistica, non necessariamente è sempre guidata da questa subpersonalità: in certi contesti, situazioni e relazioni, può comportarsi in modo gentile e rispettoso. Per questo motivo, talvolta si dice: “non ti riconosco più, improvvisamente sei diventato un altro”. Non è che l’interlocutore si è trasformato, è diventato un altro: più semplicemente ha preso il potere un’altra subpersonalità. Alcune persone danno segnali frequenti di cambiamento, di umore e di modo di comportarsi. Altre persone sono più imprevedibili: magari esplodono all’improvviso anche dopo 20 o 30 anni”.

Quale è la differenza tra patologia e non patologia, nel narcisismo ad esempio.

“E’ un discorso ovviamente complesso e delicato. Sono abbastanza rare le persone davvero equilibrate. Di solito, o hanno avuto famiglie particolarmente armoniose ed equilibrate, o hanno imparato a gestire le loro subpersonalità. Per la mia formazione giuridica, tendo a vedere una similitudine piuttosto forte tra la struttura della personalità e la struttura della società, imprese governo con una costituzione governo Parlamento alla popolazione. Già Platone sosteneva che c’è una forte corrispondenza tra governo della polis e governo di sè. Dentro un paese ci sono tante componenti diverse che possono rimanere nell’ombra anche per tempi molto lunghi. Pensiamo alla Germania, uno dei paesi più civilizzati e colti al mondo che ha generato il nazismo”.

Che cosa si può fare di fronte a queste evidenze?

“Analisi sono state fatte, infinite, più o meno valide ed intelligenti. Oggi dobbiamo trovare soluzioni. L’umanità deve prendere in seria considerazione che è collettivamente malata. Pensa male, dice male, parla male. Dire male crea malattia fisica e sociale. Oggi siamo in tempi in cui si maledice molto e si benedice assai poco. Il pensiero umano è una risorsa, ma ci espone anche a una grande tragedia. Noi umani siamo gli unici esseri dotati di linguaggio, gli unici in grado di mentire, di essere inautentici, falsi. Mentre un gatto è guidato dagli istinti e si comporta necessariamente da gatto, in modo autentico, l’uomo può sentire e pensare in un modo e dire cose totalmente differenti. Noi esseri umani siamo Homo Sapiens ma anche Demens. Il linguaggio può essere utilizzato per raffinare le qualità dell’essere, ma anche per generare dei tremendi orrori. La tecnologia è un tesoro, e nello stesso tempo un pericolo che abbiamo in mano. Sta a noi decidere, collettivamente, il modo in cui utilizzarla”.

Ci spieghi cos’è l’empatia.

“Quando c’è molta distanza tra chi sta in cima e chi sotto, gli ultimi, quelli che occupano le posizioni più disagiate, sono visti come oggetti da chi sta in cima alla piramide. Maggiore è la distanza, minore è l’empatia. L’empatia è una risonanza tra gli esseri umani che ci fa sentire simili”.

E cos’è la sensibilità?

“Ci sono persone più sensibili alla sofferenza altrui ed altre meno. Ci sono persone più corazzate, più difese, che si proteggono di più. Sono persone così che più spesso salgono verso i gradi alti della scala sociale”.

Quanto incide la genetica?

“Assai meno di quanto siamo propensi a credere. Un ruolo determinante lo riveste l’educazione e la socializzazione ricevute nell’infanzia sulle quali cose è possibile intervenire, se si ha la forza politica per farlo”.

Nelle relazioni cosa succede? Perché spesso non capiamo l’altro?

“Perché non siamo educati all’empatia, alla risonanza con l’altro. Non alleniamo la nostra capacità di metterci nei suoi panni, di guardare il mondo dal suo punto di vista. Assai di frequente siamo proiettivi, cioè non osserviamo l’altro per come è, ma proiettiamo su di lui i nostri vissuti emotivi o un’immagine arbitraria che ci siamo costruiti, che non corrisponde alla realtà”.

Cosa pensa della psichiatria?

“Gran parte della psichiatria moderna ritiene che le sofferenze psicologiche si curino con i farmaci. Psichiatri fenomenologici, che per formazione hanno davvero imparato a risuonare con il paziente, ce ne sono pochi. E’ nella risonanza che si comprende l’unicità dell’altro, non attraverso modelli e teorie astratte. Noi siamo attrezzati biologicamente per risuonare con la complessità. Un gatto è in continua risonanza, ha le antenne sempre tese e decide di conseguenza come agire”.

Che sentimenti stiamo vivendo in questo periodo storico?

“Il compito dell’essere umano è raggiungere la sua pienezza. Oggi, nell’epoca delle passioni tristi, come è definita da alcuni autori, siamo più pessimisti sul fatto che i contesti attuali ci possano portare a una vita piena, in cui i nostri bisogni fondamentali siano soddisfatti. Il senso di impotenza che ci pervade, si collega a un senso di profonda ingiustizia. Qui origina gran parte del malcontento e della rabbia sociale”.

Restringiamo questo concetto al recente efferato delitto dei due minorenni ferraresi?

“Certamente, direi, non hanno avuto l’esperienza di essere stati visti, riconosciuti, compresi dai genitori o da altre figure di riferimento. Essere visti, dalla psiche infantile, è considerato qualcosa di naturale e di dovuto. Quando questo non accade, si genera il senso di ingiustizia e il conseguente desiderio-bisogno di punizione, che può rivolgersi contro gli altri o contro se stessi. La psiche infantile, come la psiche dei greci nel periodo che precede la rivoluzione socratica, non tiene conto dell’elemento soggettivo, cioè non tiene conto delle ragioni che possono aver indotto i genitori o gli altri a comportarsi in modo distorto”.

Siamo esseri relazionali, diceva. In un senso più generale e non strettamente familiare, come incidono gli altri su di noi nella società in cui stiamo vivendo?

“Noi siamo come gli altri ci hanno fatto, diceva Sartre. In altri termini siamo il prodotto delle innumerevoli relazioni che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo. Sta a noi l’arduo compito di discernere ciò che è autenticamente nostro e ciò che è frutto di condizionamento ricevuto. Si tratta di un lavoro che dura tutta la vita. Conosci te stesso, diceva ‘oracolo di Delfi, e conoscerai te stesso e Dio. E questa è una buona notizia”.

Le lezioni-seminari tenute periodicamente dal dottor Mauro Scardovelli, fondatore dell’associazione senza scopo di lucro Aleph Pnl (umanistica integrata biodinamica), sono aperte a psicologi, psicoterapeuti e gente comune. Sono anche disponibili sul canale You tube dello psicoterapeuta.

Uccidere i genitori è difficile

Riccardo era deciso a farlo. Manuel l’ha fatto. In un certo senso Riccardo, che faceva il bulletto, che mostrava con sfrontatezza quello che possedeva e che di libertà ne aveva tanta, si è dimostrato per quello che è: un vigliacco. Tutto l’incontrario di Manuel, che appariva sottomesso, fragile, che chiedeva, desiderava e non si ribellava, che il padre arriva a definire buono e manipolato dall’amichetto di sempre e la madre, più intuitiva e realistica si domanda con angoscia se poteva uccidere anche loro due. Sì che poteva, Riccardo. Ha dimostrato di essere forte, deciso, capace di fare qualcosa di atroce, difficilissimo per un adulto che odia profondamente, che ha almeno un raptus incontrollabile di rabbia e si trova per caso un’arma a portata di mano, come in tutti i delitti d’impeto. Nella villetta della frazione di Codigoro, nel Ferrarese, non c’è stato nessun impeto e soprattutto è mancata la reazione umana di fronte al massacro: il vomito.

Se i ragazzi fossero stati dissociati, sotto effetto di allucinazioni o di psicosi indotta da droga (anche leggera), dopo il duplice delitto non sarebbero riusciti a fare altro che vomitare e scappare, rifugiandosi lontanissimo dal luogo della mattanza. Arrestati, non sarebbero riusciti a fare altro che piangere o, al massimo, chiudersi nel mutismo più totale. Invece no. Le intercettazioni ambientali in caserma a Codigoro, dove appositamente sono stati lasciati soli (come nel caso di Erika e Omar), stavano cercando di proteggersi dalla pena, non dalla colpa. Lo schiaffo del padre di Manuel al figlio, sempre in caserma dopo la confessione, e l’immediata richiesta di perdono, è di una superficialità disarmante, eppure è quello che tutti si aspettano non solo da un figlio, ma persino da un fidanzato, da un marito, un amico che fa del male. Se ha chiesto perdono vuol dire che è pentito, ha capito che ha provocato dolore. E’ un modo di pensare piuttosto comune, che trova una difesa accettabile per scusare ciò che  non può esserlo. Chiedere perdono, dopo, ha l’unico obiettivo di togliersi le responsabilità e pretendere di essere di nuovo accolti, come se niente, o poco, fosse successo.  Sostenere che questi due ragazzi non si sono resi conto di quello che stavano facendo è paradossale.

Le due famiglie

Benchè diverse, hanno  molti tratti in comune. Apparentemente, per quanto se ne sa finora, Riccardo ce l’aveva con la madre, tanto da comunicarlo apertamente, mostrare apertamente la sua conflittualità e ribellione, e questa madre, da un lato dava e dall’altra proibiva, da un lato era punitiva e dall’altro accettava. Da un lato minacciava l’abbandono e la cacciata del figlio (fatto  piuttosto raro nelle madri, ma non in quelle con altissimi conflitti personali e, direi, tratti narcisisti) e dall’altro non affrontava niente. Suo figlio faceva uso di spinelli, bigiava a scuola, aveva il  motorino, capi firmati e libertà di orari. A 16 anni aveva potuto permettersi di vivere in garage e glielo avevano permesso, perché in fondo andava bene anche a loro. A Riccardo, probabilmente, preferivano il fratello maggiore Alessandro che non era figlio di questa donna ma la considerava madre a tutti gli effetti. Immaginiamo la gelosia non espressa di Riccardo proprio a fronte delle parole lasciate su Facebook da Alessandro: gli avete dato tutto… Appunto. Il ragazzo ha, nei fatti, inconsapevolmente giudicato, non scusato. Avrebbe voluto forse dire gli avete dato troppo…

La famiglia di Manuel faceva i conti con un figlio disabile, che non è poco. Del figlio maggiore, bel ragazzo apparentemente buono, come lo descrive il padre nonostante abbia calato con violenza un’accetta 8 volte sulla testa di due persone che ben conosceva sin da bambino e che probabilmente niente gli avevano mai fatto, sapevano evidentemente niente. Si sono fermati alle regole, alla facciata. Non si sono mai chiesti se aveva empatia, affettività vera. Hanno  notato e contrastato ciò che era fuori dalle regole sociali, ma non hanno messo il becco sul mondo interiore di un adolescente che sicuramente covava un disagio da tanto, tanto tempo. E avrebbe ucciso anche i suoi genitori se fossero stati più apertamente conflittuali come lo erano quelli Riccardo. Non per niente non ha mai rotto l’amicizia con Riccardo, problematico quanto lui e incapace di accettare le frustrazioni quanto lui, non per niente fumava spinelli tanto quanto l’amico e chissà quanti altri amici del bar o della piazza di Codigoro. Nei disagi psichici le droghe fanno da detonatore e ancora si pensa che lo spinello sia innocuo. Bisognerebbe portare i ragazzi a vedere negli ex manicomi giudiziari quanti sono diventati delinquenti con l’uso continuato di droghe leggere.

Bisognerebbe smettere di pensare che queste vicende non facciano soffrire profondamente e si cerchino spiegazioni razionali che tendono a giustificarle. Sono enormi tragedie che nascono in famiglia, si sviluppano in famiglia  e non sono più tanto numericamente ridotte. Certo, la violenza fisica usata in questo caso come in altri, fa sbarellare prima di tutto noi (non coinvolti direttamente), che non sappiamo nè giustificare, nè capire, nè accettare, nè rifiutare. Perciò è meglio provare dolore (non pietà|) per queste “notizie” piuttosto che negarlo e farsi i selfie davanti alla villetta del massacro, sintomo lampante di una società malata, seriamente malata che non può che generare mostri. O, a livelli minori ma non meno pericolosi, vendicativi manipolatori, narcisisti e anaffettivi.

Il carcere minorile

Manuel e Riccardo da ieri sono rinchiusi nel carcere minorile di Bologna, ma uno dei due, probabilmente Riccardo, verrà spostato perché i due non possano incontrarsi. La loro amicizia si dissolverà come neve al sole tra pochissimo. Il loro rimorso, invece, forse non avverrà mai. Dipenderà dall’osservazione psichiatrica cui verranno sottoposti entrambi e che dovrebbe (dico dovrebbe per la freddezza dei comportamenti del prima, durante e dopo) fare emergere un disturbo dell’umore e dell’affettività rilevanti. Il gip ha ritenuto che possono ancora uccidere. Ha già detto tutto.

 

 

 

 

 

 

 

 

L’anestesista e l’infermiera

I primi commenti di due criminologi intervistati subito dopo l’arresto di Leonardo Cazzaniga, vice primario di anestesia dell’ospedale di Saronno e dell’infermiera Laura Taroni,  hanno definito lui narcisista (patologico) dominante e lei  fortemente subalterna. Le affermazioni fatte a caldo, soprattutto nella cronaca nera, sono sempre un po’ rischiose. Nel 2012 Laura Taroni aveva già ampiamente dato segni di voler risolvere con l’omicidio la relazione con il marito che, a detta di lei (ma magari è anche vero) era uomo che la costringeva a pratiche sessuali innaturali. Ha impiegato due anni per farlo fuori (con farmaci) e alla fine ce l’ha fatta. A parte la stupidità dell’uomo che mai ha avuto dubbi sui suoi strani malesseri fino a farsi persino convincere che avesse il diabete, il rapporto tra i due varrebbe la pena di essere analizzato per arrivare a capire come la donna in 40 anni non abbia dato altri segni di squilibrio in famiglia. L’avvelenamento del consorte è di antichissima memoria storica e la Taroni non ha inventato niente se non il differenziarlo coi più comodi farmaci ospedalieri rispetto agli intrugli del passato. Le donne sanno uccidere più facilmente in modo subdolo e apparentemente meno aggressivo rispetto agli uomini e, dice sempre la cronaca antica e anche meno antica, per punire i mariti dai torti subiti. Chi uccide una prima volta di solito smette perché ha raggiunto l’obiettivo, ma nel caso dell’infermiera l’odio covato verso la famiglia di lui e verso la sua stessa famiglia era talmente incancrenito da decidere che via il primo via anche il secondo e la terza e forse la quarta componente familiare. Una escalation che benchè possa avere nel passato della donna una qualche valida ragione, resta una escalation criminale di cui, al giorno d’oggi (semmai è questo il dramma) non si accorge nessuno facendo almeno due più due fa quattro. La sindaca del Comune di Lomazzo, dove la donna abitava coi bambini, intervistata in televisione, ammette che c’erano problemi per le numerose assenze dei bambini a scuola, ma siccome avevano perso il padre, nessuno si è premurato di capire se per caso stava succedendo qualcosa di più grave, cosa che in effetti stava avvenendo (somministrazione di psicofarmaci al maschietto). Leggo anche che i bambini, secondo gli esperti, potranno ” riassettare” il cervello col tempo e l’Istituto dove sono ospitati, soprattutto il maschio di 11 anni, dimenticando non si sa come le  frasi deliranti della madre intercettate nei due anni di indagini della Procura di Busto Arsizio affidate ai carabinieri. Solo l’atto finale dell’omicidio del marito e padre dei bambini è stato compiuto dal suo amante (sempre secondo quanto riportato dai giornali) nel 2013 con il falso prelievo di sangue per evitare le accuse di omicidio. Prelievo che farà scattare la prima denuncia anonima (per timore di ritorsioni) di un medico donna che è anche cugina dell’infermiera. E dal 2013 arriviam a fermare i due a fine 2016…
Anche questa dottoressa è stata indagata perché non ha esplicitato in un esposto all’ospedale quanto aveva visto e saputo. Corretto, ma va riconosciuto almeno (cosa che la Procura farà) che questo medico è stato l’unico a tentare di smuovere le acque per qualcosa di grave che era avvenuto. Fanno tutti così negli ospedali? Direi di no. Saronno è soltanto la punta di un iceberg che ha scoperchiato alcune pratiche diffusissime soprattutto nella sanità: tacere. Tacciono i colleghi, tacciono i sottoposti, tace la direzione. Possono essere stato così protetti dal sistema sanitario ospedaliero  un anestesista e la sua amante infermiera? Ben difficile. Semmai la protezione indica la non volontà di smascherare scandali decisamente costosi in termini economici e di immagine e infine anche di perdita di potere con rimozioni di incarichi manageriali o spostamenti interni. Era ben noto che Cazzaniga facesse uso di cocaina. Ora, in un ospedale viene ammesso un cocainome? E un cocainome può avere in mano un paziente, addormentarlo per un intervento chirurgico e sperare che non sbagli i dosaggi? Quello che fa rabbrividire, ben più della coppia, è che si sapesse che un medico operativo fosse cocainomane e che dal 2013 una infermiera, con il suo aiuto, fosse sospettata di avere ucciso il di lei marito. Siamo in un ospedale pubblico dell’area milanese-lombarda, non dell’Angola. L’onnipotenza di lui, leggo sui giornali, che movente ha? Questa domanda, se non facesse rabbrividire visto gli esiti finali (i decessi) farebbe impietosire per la sua assurdità. Che movente c’è nel delirio di onnipotenza di un cocainome squilbrato in simbiosi con una squilibrata? Certamente, come hanno obiettato psichiatri che lavorano nel campo carcerario, c’è anche il fascino del male, e ci sono coppie che si cercano e si trovano proprio nel momento in cui il rispettivo malessere interiore sta esplodendo, creando un collante talmente forte e simbiotico per poter giustificare e darsi una mano vicendevolmente nel loro bisogno di vendetta. Di che? Del niente apparentemente, per il medico che nemmeno conosceva quei pazienti. Del marito, suocero e madre e zia, cioè della famiglia, per l’infermiera. Il movente del crimine è sempre fare del male a chi ci ha fatto del male, vero o presunto. Se fosse vero però non toglierebbe nessuna responsabilità a chi compie la vendetta agendo con le sue mani (cioè togliendo una vita). La chiamano folie a deux, oppure, come in questo caso, con complicità di omertosi silenzi che hanno consentito al delirio onnipotente di trovare anche una giustificazione plausibile, quella data dal medico: erano malati terminali, abbreviavo le loro sofferenze. Detto così è financo accettabile, segno che non di follia psicotica si tratta, ma di una decente lucidità e assenza di rimorso (ecco qua: narcisismo e psicopatia hanno lo stesso nucleo). I giornali riportano ogni giorno dal 30 novembre cose piuttosto diverse l’uno dall’altro e più spesso dimenticano di raccontare la storia dall’inizio non in senso morboso (come per la coppia diabolica dell’acido) ma di informazione per capirci qualcosa. I numerosi stralci di intercettazioni consegnati dalla magistratura alla stampa fanno intuire cose  che poi vengono ridimensionate (voleva uccidere anche i figli)  perché prese fuori contesto. I due vivevano insieme e a quanto pare Cazzaniga era affezionato ai bambini. La di loro madre invece, che fa sapere anche in Facebook di voler bene al suo bambino, sembra avere verso di lui, almeno negli ultimi tempi, una sorta di rapporto ambiguo: ti proteggo e ti coinvolgo, mi giustifico e ti insegno, ti tengo fuori e ti tiro dentro. Direi un rapporto materno distorto, ma pur sempre madre-figlio, perciò importante. Stesso rapporto importante, ma amoroso-sessuale, con l’amante che poi diventa a tutti gli effetti compagno di vita (e poteva essere diversamente?) in cui la manipolazione psicologica-affettiva è evidente. A questo punto viene da chiedersi: chi è il narcisista maligno e chi il suo braccio? Si potrebbe dire entrambi sono narcisisti patologici (appunto maligni) e si sono rinforzati a vicenda con modalità differenti. Ma torniamo in ospedale, dove sono accadute cose di cui ancora poco di sa. Le cartelle cliniche sequestrate: non significano che Cazzaniga abbia fatto fuori tutti, ma soltanto che una volta aperta l’indagine si spulcia tutto e molti parenti sospettosi si fanno avanti per avere giustizia magari di un morto che sarebbe morto comunque. E’ un atteggiamento psicologico dei parenti ampiamente riscontrato in altri casi appunto ospedalieri. Così come psicologico è il fenomeno di Facebook con una valanga di insulti all’infermiera. Naturalmente, come è diventato normale e liberatorio di questi tempi, tutti insulti con accezione sessuale (nemmeno il medico viene risparmiato dalle accuse di impotenza sessuale..) , voglia di vendetta, ecc. ecc. Normale che questo caso scateni rabbia molto più di altri, ma la prima rabbia dovrebbe essere contro la struttura, i suoi vertici e quei lavoratori che hanno accentuato il pericolo e, se i due non venivano fermati dall’arresto, potevano continuare indisturbati fino al vero e grande passo falso che prima o poi anche gli onnipotenti finiscono col fare proprio perché onnipotenti non sono (per esempio uccidere chiunque perché non hanno più niente da perdere e vogliono essere fermati) .

Anche sull’indagine ci sarebbe da dire. Due anni per verificare sono decisamente troppi in questo contesto pubblico. Solo a gennaio i due erano stati messi in condizione di non nuocere (emarginati diciamo…) all’interno dell’ospedale e chissà quante cose si sapevano e venivano dette sul loro conto e nei confronti di altri Un ospedale dovrebbe essere luogo non solo sicuro, ma anche di fiducia, e di assenza di veleni interni. Saronno ha scoperchiato soltanto quello che avviene in molti altri luoghi pubblici sanitari o delicati perché hanno a che fare con le persone. Peccato che tutto resterà concentrato sulla coppia diabolica per mettere a tacere anche le nostre paure e poterli definire due pazzi isolati.

Ps: non ho seguito il caso e nemmeno letto le accuse del Pm. Le mie fonti sono esclusivamente quelle riportate o fatte emergere tramite interviste da altri colleghi. Mi occupo di nera da trent’anni e qualche volta ho sbagliato la mia ipotesi iniziale di colpevolezza. In molti casi invece, l’esperienza mi ha aiutato a capire velocemente.

Peter Pan è squilibrato

Se è stato uno psichiatra (americano) e non uno psicologo, a definirla sindrome di Peter Pan, una ragione ci sarà.  Colpevoli sempre loro: i genitori che coccolano, proteggono, fanno sentire i bambini, e poi gli adolescenti, incapaci (perché li vedono incapaci…) li vogliono autonomi però non tanto, li portano a conoscere il mondo però sotto l’ala protettrice di ogni frustrazione o problema economico che può capitare. Li lasciano liberi dando due messaggi in contemporanea: fai quello che vuoi, non fare quello che vuoi. Li costringono a dare contributi in casa (per farli crescere) e poi li premiano con caramelle, regalini, soldi. Ci tengono a fare bella figura con figli laureati e intanto pensano che non valgono abbastanza per essere laureati. O peggio: poi non si trova lavoro, che ti laurei a fare? Sindrome di Peter Pan significa in parole povere trascinarsi da adulti un complesso di libertà senza regole etiche, senza confini interiori, senza progettualità matura. Senza capacità di amare né se stessi né gli altri. Attenzione: i Peter Pan sanno benissimo cosa significa la parola amore e come ci si comporta, sanno benissimo che si deve lavorare e avere la testa sulle spalle, sanno benissimo che occorre fare sacrifici e assumersi le colpe e anche pagarle, però non lo fanno. E a un certo punto non lo fanno per scelta.

Un conto è essere bambini, un conto è essere adulti e aver deciso che è meglio essere bambini. Un po’ depressi, un po’ incazzati, un po’ frustrati, un po’ caotici, un po’ capricciosi, un po’ teneri, un po’ divertenti, un po’ addolorati, un po’ sfasati e persino un po’ costantemente dissociati. Insomma, in una realtà dell’isola che non c’è dove si soffre, sì, anche,  ma tanto è un’isola che non c’è e si soffre poi  si dorme, si mangia, si beve, si fa sesso, si balla e si lavora (un lavoro divertente però!).  E soprattutto non c’è nessuno che sgrida o educa o ricorda i patti.

Si sta male? Sì e no. Si sta male se viene a mancare l’ombrello accudente di una o più mamme, di uno o più papà, (ed ecco che poi verranno definiti paraculi), si sta bene se e fin quando tutto si può risolvere come se si stesse giocando ora, adesso. Tanto domani è un altro giorno, si vedrà.

L’inizio delle frasi dei Peter Pan è dovrò, farò. però. Se gli chiedi di dialogare ti guardano con la faccia di chi deve ascoltare una lezione di matematica e non ci capisce un tubo e speriamo che finisca presto. Sanno anche addormentarsi di colpo, sul bracciolo della sedia, come i bambini. Se osservi che sono incoerenti  o ambigui o contradditori  (ti sembravano così maturi fino a cinque minuti prima o nella mail ben scritta, ben pensata, piena di attenzioni e riflessioni e progetti)  rispondono sono fatto così, non è mica grave. Se guardano la pornografia o chattano con donne dicono che si sentivano soli e mica hanno mai tradito né fisicamente né sentimentalmente. Se si abbuffano a tavola in pubblico e mandi occhiatacce schifate, sono capaci di nascondere un pezzo di pane in bocca, diventare pallidi e dire che non hanno in bocca niente. Se perdono ogni cosa si prendono tutte le colpe e poi te lo dicono con un’aria così drammatica e con le lacrime agli occhi che non sai se prenderli a  sculacciate o piangere a dirotto per la loro sfortuna (e la tua). Se di comprano tutto quello che vogliono e svuotano il conto corrente (loro) non sai se togliere la carta di credito o metterli ai lavori forzati. Loro ti guardano sempre come se tu dicessi eresie tipo: non ho fiducia in te, vali poco. E  ti odiano. E  si vendicano. Però come i bambini, di nascosto, con mezze frasi,  o vigliaccamente in silenzio e sottomessi per modo di dire. Ti derubano, ti umiliano, ti fanno credere che. Ti mandano in una confusione totale con il sei tu che non hai fiducia, non io che sbaglio . Ma che è, figlio mio?

Se svuotano il frigorifero (e ovviamente non ricomprano) guardano per aria tentatissimi di dire che non sono stati loro anche se a casa ci sono solo loro. E’ che prima c’erano altri familiari, era più facile incolparli, adesso si guardano in giro e … che fregatura, non c’è nessun altro.

Se guardano la pornografia al computer sanno dire non sono stato io. Non c’è nessun altro, ma lo sanno dire anche per due giorni di fila. E quando non possono più farne a meno, confessano: non so perché lo faccio, ma giuro che non è contro di te. Dove e quando hanno imparato certe frasi non lo scoprirai mai. Probabilmente hanno  risposte selezionate nel cervello per entrare, stare dentro e uscire da ogni situazione. Magico e invidiabile persino.

I Peter Pan non decidono niente. Nemmeno di fare il primo passo. Creano le condizioni perché sia tu a sceglierli senza sapere che dentro quell’uomo tenero, educato, spesso bello, c’è un capriccioso e ignorante bambino, ignorante nel senso che ignora di esserlo e ignora perché non ha studiato sui libri ma ha arraffato informazioni qua e là,  né fatto esperienza di maturazione culturale e figuriamoci sessuale e affettiva.

Sparare sui Peter Pan ti sembra di sparare sulla Croce Rossa perchè fanno pena e compassione e tenerezza. Ti sembra di arrabbiarti come si fa coi bambini capricciosi, ma siccome sono bambini sono sempre perdonabili. Se poi ami i bambini sei fottuto. Ecco che salterà fuori ogni tanto il Peter Pan vittima o ancora più bambino del bambino piccolo.  Non si può arrabbiarsi con un neonato. E’ troppo.

Però siccome sono alti 1,86 ti mandano su tutte le furie. Dissociato è lui, non tu,  e la realtà la vedi benissimo. E’ un uomo, mica un bambino.

A un certo punto Peter Pan chissà come mai diventa Capita Uncino. Non lo fa apposta, però lo diventa. Perde una mano e si infila un ferro acuminato, si mette la benda sull’occhio e gioca a fare il cattivo. Il problema è che non fa affatto ridere e comincia a fare paura. Anche perché la sua stazza fisica non è affatto quella di un bambino di tre o sei anni e nemmeno di un adolescente di 14.

Attenzione: non ha una multipersonalità, è difettoso. Non è camaleontico, è tutto e niente insieme. Fa quello che vuole e intanto ti obbedisce, e mentre ti disobbedisce ti accusa e mentre è assertivo ti pianta una uncinata così acuminata che sanguini e sanguini e sanguini. Lo fa apposta? Ma no!!! Negherà sempre. Perché lui si considera un bambino e tutt’al più può dare una manatina con le mani piccole e che male può fare? Ti può lanciare acqua come acido a seconda di cosa ha in mano. Poi ti dice ma era solo acqua sapendo perfettamente che il gesto era violento e solo la fortuna ha voluto che avesse in mano l’acqua. Sa scusarsi per paura di esser cacciato via, mai per amore. Ti confonde con parole da uomo che escono dalla testa di un bambino. Capirlo è maledettamente difficile. Si dissocia così bene che finisce sulle nuvole in continuazione, così giusto per non dire mai che è colpa sua o dare risposte definitive o far capire chi cavolo è. Colpa della mamma, colpa del papà? Non lo dice nemmeno più, li odia e basta (però li usa senza vergogna). Ha verso di loro un odio così atavico,  ribollente, che ogni persona che oserà anche solo lontanamente fargli venire alla mente che è inaffidabile (e lo è davvero!) avrà in cambio tutti i comportamenti più beceri di un adolescente ribelle. Tutti, ma proprio tutti. Anzi, di un adolescente borderline e narcisista. Sempre però in un corpo da uomo educato, bello, rispettoso degli altri, gentile. E alla fine per forza  falso. Questo fa la differenza.

Papà e mamma di Peter Pan andrebbero messi in galera, ma Peter Pan non merita il ti amo di Wendy perché a lui di Wendy gliene frega solo finchè lo stimola a giocare  e a sfidare Capitan Uncino per dimostrare  di essere uomo (ma non lo è).  E’ un bambino. Se il gioco finisce ne ha pronto un altro e si dimentica in un nanosecondo e a Wendy dice ciao senza rimpianto né nostalgia. I bambini insinceri, problematici e non empatici, dimenticano le persone. Ringraziano educatamente e voltano pagina.

I bambini vivono nel presente. Perciò secondo loro le azioni senza consapevolezza di fare del male, rubare, ingannare, ferire, ecc. ecc. sono perdonabili (i bambini si perdonano e si autoperdonano) e con un po’ di furbizia cercano la scusante più scusante che ci sia. Socialmente accettata, tipo eravamo in una relazione affettiva, non ho fatto niente apposta.  Ecco, Peter Pan dovrebbe essere informato meglio (già a scuola) che se vuole restare tale (cioè bambino) e combina seri guai da grande, deve farsi carico delle conseguenze  delle sue bambinate.

Se Peter Pan era un ragazzino con disturbo psichiatrico e la favola sottintende proprio questo, bè si spera che non la chiamino più sindrome di Peter Pan per riderci su (non stiamo parlando di leggerezza ma di incoscienza) ma va individuata come patologia vera e propria. Se invece sono adulti che non vogliono crescere meritano calci in culo (e anche denunce, nel caso di reati). E le Wendy? Non sono mamme, non sono crocerossine. Sono state attratte da una  personalità così rara e così interessante da volerla conoscere senza riuscire a capire un tubo, perché le mille facce di Peter Pan (cioè tutte le età, da zero a 90 anni  mescolate insieme) confondono anche un poliziotto o uno psichiatra. In fondo avevano ragione i suoi genitori: peccato che lo abbiano accudito e vezzeggiato e protetto sempre  invece di prenderlo a calci nel culo (soprattutto da adulto).

 

Narcisismo, troppa confusione

Nella confusione sul termine narcisista ci cascano un po’ tutti. Primo errore: leggere in internet il disturbo narcisistico di personalità e i cinque punti fondamentali per riconoscerlo. Nelle tante pagine in internet (in inglese, tedesco, francese e spagnolo), libri, blog, psicologi che ne parlano nei propri siti, si deduce che nessuno abbia mai compiuto o sia in possesso di una vera diagnosi psichiatrica stilata dopo aver sottoposto una persona a diversi test e diverse osservazioni nel tempo. Praticamente impossibile: i veri narcisisti patologici (perciò con un disturbo di personalità) si possono trovare nelle carceri o negli ospedali psichiatrici giudiziari (ora Rems) e se vanno in uno studio di psicoterapia non lasciano il tempo neppure di far capire al terapeuta di cosa soffrono poiché dopo poche sedute se la squagliano guardando dall’alto al basso chi osa diagnosticare loro una malattia mentale. Gli studi sul narcisismo come disturbo di personalità invece sono stati tanti e vengono ripresi appunto in modo molto succinto le caratteristiche principali che lo determinano senza però tenere conto della complessità del disturbo e delle sue comorbità (cioè altri disturbi correlati) né dei periodi storici di questi studi in una società occidentale che sta rilevando sempre maggiori problemi di identità, personalità e sofferenze interiori. Perciò, mi fanno quasi sorridere i commenti di donne (soprattutto) o anche uomini che leggo da mesi. Sembra che il mondo sia popolato da disturbati mentali gravi con cui si possa vivere, mettere su famiglia e restare una trentina d’anni senza avere ripercussioni gravissime sul piano psichico. Definire un uomo (ma anche una donna) narcisista, è decisamente un’impresa titanica anche per gli addetti ai lavori. Non ho nessuna intenzione di ripercorre il mito di Narciso che ha fatto nascere il termine, ma è ovvio che chi soffre del disturbo (e lo fa soffrire anche agli altri) è egocentrato, cioè spinto nelle sue azioni e nei suoi comportamenti al proprio benessere, cioè compensare il proprio malessere (ecco perché si chiama disturbo).
Come si fa perciò a dire che chi è profondamente egoista e lo manifesta sia anche affetto da un disturbo? Come si fa a dire che chi si fa cento selfie al mese è profondamente egoista e vuole apparire e cercare like?
Personalmente credo che chi si fa cento selfie al mese sia stupido ed anche egoista ed anche a caccia di like e che chi non si occupa della sua famiglia, mettendo davanti il lavoro, come fa la maggior parte degli uomini, sia egoista e anche maschilista. Ma il disturbo d personalità è una malattia mentale e chi ha avuto un partner o un figlio o un collega con questo disturbo e ne ha condiviso da vicino o intimamente la patologia non la racconta in giro perché non la riconosce o perché è stato condotto vicino alla follia o al suicidio.
L’etichetta diagnostica è una delle cose più difficili anche per gli psichiatri. Negli Istituti che hanno sostituito i manicomi chiusi dalla legge Basaglia o negli ex ospedali psichiatrici giudiziari (ora Rems) dove vengono internate persone pericolose socialmente, ma ritenute incapaci di intendere e volere al momento di commettere il reato (ad esempio le mamme asassine) quasi tutti i malati hanno più di un disturbo associato che fa riferimento ai nuovi e sempre più aggiornati manuali diagnostici americani (Dsm), sorta di tabelle divise in cluster di personalità. Per definire una personalità (anche malata) occorre un tempo lungo di osservazione dei comportamenti con gli altri, con lo psichiatra e numerosi quanti corposi test. Occorre conoscere la storia della persona, il suo ambiente di crescita, le sue frequentazioni, le sue risposte ai conflitti e alle emozioni e addirittura capire se di emozioni ne ha o le sa simulare. Persino la menzogna, caratteristica di numerose patologie, può essere conscia o inconscia, abitudine acquisita o forma manipolatoria di ottenere benefici o addirittura nascondere la verità che neppure la persona è in grado di conoscere. Ci sono personalità disturbate che effettivamente disturbano e lo fanno soprattutto con persone vicine, come la maggior parte dei delitti avviene appunto in famiglia, luogo di affetti e conflitti di affettività. Ci sono persone che scatenano reazioni narcisistiche (cioè di difesa) che non sono affatto malate di mente. Provate a ricevere una secchiata d’acqua in faccia e vedrete se non avete una reazione di narcisismo (te la faccio pagare, non sai chi sono io, sberla, ecc.) così come ogni volta che si viene umiliati in famiglia o in pubblico o al lavoro. Il narcisismo patologico è qualcosa di ben diverso e fa paura. Si conosce poco ma si percepisce. E’ una sorta di freddezza emotiva, di vuoto esistenziale, di angoscia visiva che trasmette inquietudine indefinita e stato d’allerta anche nei più remissivi. Non è detto che sia violento, né che usi maldicenze o offese. Un esempio calzante? Carretta e la sua confessione di triplice omicidio familiare in diretta tivù. Ciò che fece gelare il sangue era la sua espressione gelida, senza pentimento, giustificativa addirittura per uno scopo non ben definito con la logica normale. Perché confessare se i corpi non esistono più e mancano le prove? Perché confessare se non si hanno sensi di colpa? In Opg a Castiglione delle Stiviere, dove è stato internato dieci anni, l’hanno descritto come uno che non parlava mai con gli altri, che faceva sorrisetti ironici, tutt’al più, quando lo schernivano davanti alla tivù che parlava di lui, che gli infermieri oscillano nel dire che era buono o cattivo, furbo e colpevole o ingenuo ed innocente. Non conosco la diagnosi fatta a Carretta ma azzardo a dire che era un narcisista maligno (o perverso) e che da questa patologia non si guarisce anche se lui ha “risolto” defintivamente il suo “problema” conflittuale familiare e non è in effetti più socialmente pericoloso.

Narcisismo, disturbo di personalità, media, psicologia,