Genova, la città vecchia

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Sul balcone sotto il santuario di Coronata, dove sempre tira vento, in agosto c’erano comitive di cinesi che fotografavano il moncone bianco del ponte Morandi. Adesso c’è solo un nigeriano migrante, mani in tasca e giacca chiusa fino al collo, che guarda il vuoto sotto, a destra il mare, a sinistra la montagna, davanti la collina che degrada verso il castello dietro la stazione ferroviaria di Piazza Principe. Il suo volto è così triste e il suo sguardo così ampio, che nella testa deve avere mille pensieri e forse neppure uno per quel ponte spezzato.
Case, fabbriche, navi, gru del porto e quel viadotto autostradale che esce dalla montagna come un groviglio e ha un vuoto nel mezzo. Pensare che 5 minuti ancora di autostrada e sarebbero arrivati sull’altra sponda del torrente Polcevera, in discesa verso l’aeroporto, o Sestri, o il porto dei container al confine tra Genova e il suo ponente. Pensare che i genovesi non chiamavano questo ponte Morandi: “Per noi era Cornigliano” o, al massimo “il Brooklyn”. Finchè non arrivi quassù e ci giri tutto attorno non capisci niente. Ma come è fatta Genova? E qual è Genova? La città vecchia, murata, portuale, cantata da De Andrè, figlia della Repubblica marinara e di cose accatastate, di genti plebee e di ricchi commercianti sulla via del sale e della tela? O quell’altra, sorta a casaccio per far posto alle fabbriche (Ansaldo e Ilva) e poi raccontare una storia centenaria della meccanica delle ferrovie italiane e delle bobine dell’energia? C’erano una volta le ferrovie del fascismo. C’erano una volta 1500 deportati dal nazismo, figli operai dell’Ansaldo e delle lotte operaie. Genova città della Resistenza, medaglia d’oro della liberazione d’Italia.
Campasso, che è una strada ma con la nomea di quartiere di Sampierdarena, ha una chiesetta bianca che pare appoggiata nel mezzo del nulla e suona rintocchi del mezzodì in un silenzio surreale. In questa piazza di un quartiere operaio degli anni ’30 e ’40, con case a quadrato tutte finestre e muri alti come quelle della Roma fascista, cortile pulitissimo e vuoto e una scritta mai cambiata: vietato giocare a palla. Un anziano è affacciato alla finestra del secondo piano, con il ponte sopra la testa. “Da qui non lo vedo, dall’altra finestra sì”. Non sono stati sfollati, non ci sono piloni, non c’è obbligo di sicurezza. A Campasso non c’è più niente da moltissimi anni. Il mercato coperto di inizio secolo che rendeva viva la piazza a ridosso della ferrovia è un moncone di decadenza. Nella via che lo costeggia un’auto incidentata e, dietro, un pensionato che lustra la sua fregando con la mano. Se guardi in alto vedi un terrapieno bianco lungo lungo mal coperto da teli. Amianto, dicono qui.
Per tornare in Val Polcevera bisogna fare un giro larghissimo.
Il ponte Morandi in realtà si chiamava delle Condotte, nome che aveva preso dalla società che l’ha costruito: la società Italiana per le condotte dell’acqua. Era sorta a fine 800 e aveva costruito mezza Italia di tunnel, strade, viadotti, e anche un pezzetto di Francia finchè l’ha comprata il Vaticano e poi Sindona e poi l’Iri. E’ in una crisi nerissima da agosto, strana coincidenza, e costruisce ancora.
Chiesa, edilizia, società pubbliche e soldi, tanti soldi.
Almeno fosse tornato indietro qualcosa alla gente (i tanti immigrati del Sud) che sono finiti a lavorare e abitare sulle colline dietro Genova. Caotiche, improvvisate, accatastate. Fa male all’occhio vedere come si può conciare un promontorio dolce e imporgli gallerie, strade e stradine, ferrovie vecchie e nuove. E case sbilenche costruite su strade altrettanto sbilenche. Qui tutti parlano con accento genovese, anche Denny, che è russo dei dintorni di Mosca e il 14 agosto era là con la sua famiglia. “Mi ha scritto un whatsapp un amico che vive qui, in Certosa, vicinissimo al ponte. Mi dice che è venuto giù, e mi manda una foto che sembrava in bianco e nero, offuscata dalla pioggia quasi nebbia. E io gli dico ma se è lì il ponte! Poi apro meglio la foto e vedo che un pezzo non c’è più. Denny è alto, biondo, giovane. Guarda davanti a sè, con lo sguardo fisso sul pilone appoggiato su se stesso, nella via chiusa al traffico ma non ai lavoratori, che costeggia il torrente secco d’acqua e pieno di erba alta. Da qui, prima che i militari fermino, si vede il pilone che ha ucciso due operai dell’isola ecologica dell’Amiu (l’azienda genovese di raccolta rifiuti) che era proprio lì sotto. Erano al lavoro in 80 quella mattina del 14 agosto. Alle 11 e 30 Adriano ha lasciato l’automezzo sotto il pilone e ha detto, massì, oggi smonto cinque minuti prima, ed è andato a cambiarsi in magazzino. Era lì sotto e alle 11 e 35 ha sentito un rumore “come la frenata lunga di un treno”. Ha pensato: ma dov’è questo treno che non frena? Subito dopo un boato. E’ uscito, ha preso il cellulare e ha registrato in diretta una nuvola di fumo bianco e detriti che cadevano da tutte le parti. Il primo pensiero è stato di mettere su Facebook quello che stava accadendo. Il secondo, chiamare la moglie. Lei subito gli ha chiesto se la loro auto, parcheggiata come sempre vicino al ponte, si era rovinata. Lo ammette: “Mi ha telefonato, non ero preoccupata, e non ho capito subito la gravità di quello che era successo”.
E poi c’è Giusy, che è un po’ la pasionaria degli sfollati di via Fillak, 566 persone che sono dovute uscire dalle loro case costruite per i ferrovieri proprio davanti al torrente, sotto i piloni e con uno conficcato in parte dentro ultima casa, ha l’espressione di una donna rabbiosa e stanchissima. Calorosa con il sindaco, appena nominato commissario, e controllata con tutti gli altri che stanno lì sotto i tendoni aspettando di sapere quando potranno prendere le loro cose. Con lei ci si può avvicinare entrando dal cortile di un deposito edilizio: “Ricordo solo che ho chiamato la gente sulle scale per farla uscire, non so nemmeno quanto tempo sia passato”. No, Giusy non si è mai lamentata di quelle case. Erano spaziose e alcuni avevano anche il giardino. Lei vive lì con suo marito, e le sue figlie abitano nella casa in faccia, costruita dopo. I militari, che vengono quasi tutti da Fossano o da Novara, sono dislocati in diversi punti, di qua e di là dal torrente nelle strade ancora chiuse dopo 50 giorni. Solo i lavoratori Ansaldo Energia hanno avuto il permesso di continuare a produrre anche se il primo capannone è vicinissimo a un pilone, dalla parte opposta, ma proprio in faccia alle case sfollate. Del resto i lavoratori Ansaldo già a luglio avevano scritto a Toninelli dicendo che avevano bisogno di aiuto per scongiurare la chiusura della storica fabbrica. Se muore l’Ansaldo, Genova va in ginocchio sul serio.
Raccontano, gli abitanti di quelle case, delle lunghe colonne di Tir, camion e auto ferme in coda a tutte le ore, con un breve respiro di notte, ma mai fermi. Non si sono mai lamentati, a parte quelli del piano terra che ogni volta che facevano lavori di mantenimento temevano di prendere sassi in testa che cadevano giù come meteoriti e tre anni fa è stata l’ultima volta che hanno scritto alla Società Autostrade ma di risposte ne hanno avute solo una: finiti i lavori i sassi non cadranno più. Anche dalla parte opposta del torrente era lo stesso. All’isola ecologica è stata l’Amiu a dover mettere reti di sicurezza per difendere i suoi dipendenti dai sassi.
Nessuno pensava che sarebbe venuto giù quel ponte. Se l’avessero pensato non avrebbero dormito più nè lavorato lì sotto, nè fatto passeggiare i cani o imboccato in auto la strada davanti a casa che da un lato porta al quartiere Certosa, pieno di negozi, piazzette, scuole e dove c’è la metropolitana che pare un manufatto del più povero sudamerica. L’ultima fermata da Genova Brignole, dopo un lungo tratto nel tunnel, esce all’aperto. Qui si scende e la metropolitana prosegue per altri cento metri per poi tornare indietro in retromarcia: il ponte in ferro dipinto di celeste finisce sospeso nel vuoto. Sotto, scorre la vita di quartiere di periferia tra case nobili (e il santuario Certosa) di un tempo benestante, e quelle popolari del tempo del lavoro. Certosa non è il vero nome della zona: qui siamo a Rivarolo, con una delle stazioni ferroviarie di una sorta di circumvesuviana genovese riaperta solo tre giorni fa.
Vogliono sapere che fine faranno, gli sfollati. Sono tutti sistemati in case di parenti o sfitte ma quelle case erano di proprietà ed erano belle, ed erano lì, dove tantissimi sono anche nati. Hanno avuto soldi (la chiamano elemosina) a tempi record pagati dalla Società Autostrade per la mobilia, (8000 euro per un solo componente familiare) così come alcuni commercianti che hanno dovuto chiudere i battenti per essere fisicamente nella zona rossa bloccata al traffico. Hanno chiuso, ma sono lì sulla porta con l’aria un po’ sperduta di chi non sa nemmeno cosa dire. E ti parlano di colpe e ti parlano di fortuna ad essere vivi, e ti parlano di fine di tutto e ti parlano di trauma. Il trauma dei sopravvissuti, l’unico che aleggia e non riesci a penetrare a fondo. Genovesi, qui dicono che i genovesi sono così. Si difendono, si rassegnano, lottano e si difendono ancora. Il crollo del ponte ha portato a galla altri crolli più nascosti. Come quello di Federico, 5 anni e mezzo, che ha detto alla mamma che non vuole mai più passare sopra nessun ponte perché sennò muoiono anche loro. Perché se è caduto uno possono cadere tutti, vero mamma?

Bruna Bianchi, giornalista (ex inviato Quotidiano nazionale).
Tutte le fotografie in bianco e nero scattate a 50 giorni dal crollo sono su richiesta.
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