Carlotto spiega il crimine in tv. Ma è un pregiudicato per femminicidio.

Massimo Carlotto e la paradossale difesa della sinistra anche 40 anni dopo.
Detto da una nerista di sinistra, anzi, estrema.

Stasera inizia la trasmissione “Criminal Minds” sui Rai4, una delle tante che vivisezionano per il pubblico i casi discutibili, quelli che fanno più audience che ricerca di verità. Non siamo nelle campo delle indagini, ma della ricostruzione dei casi.
Nemmeno a dirlo, chi sarà il conduttore? Lo scrittore Massimo Carlotto, considerato esponente di spicco del noir italiano.
Il primo ad attaccare la trasmissione è stato Il Giornale che si è fatto portavoce della famiglia, o quella parte politicizzata di essa, che ha chiesto di preservare la memoria della loro parente, Margherita Magello, la ragazza uccisa e Padova per il cui omicidio Carlotto è stato condannato, fuggito all’estero come molti intelettuali di sinistra (ma allora era un ragazzino di 19 anni…) e infine graziato su richiesta della sua famiglia dal presidente Ciampi.
Il Giornale fa una filippica di destra contro la Rai. E Il Manifesto una di sinistra, contro la famiglia, persino più dura.
Nessuna delle due entra nel merito nel caso Carlotto, giudiziario, nè del femminicidio per il quale è stato condannato, nè dell’opportunità, non tanto per la famiglia, ma per ragioni puramente morali, di mettere in tv uno che la giustizia ha ritenuto colpevole. I suoi libri si pssono comprare o no, ma la Tv è pubblica e il ragionamento va fatto. Come sempre è stato fatto per esponenti evidentemente di destra, o mafiosi, anche soltanto intervistati. Che privilegi ha Carlotto, a parte quello di essere stato graziato e dichiararsi innocente come tantissimi altri assassini? E perchè la sinistra ancora oggi (e cito il Manifesto di cui ho letto l’articolo in cultura) non entra nel merito del caso invece di fare il difensore politico a un fatto di cronaca nera, anzi, un femminicidio di una ragazza non politicizzata, 40 anni fa?
Io mi sono presa la briga di ricostruire quell’omicidio lo scorso gennaio. Ho impiegato diverso tempo e fatto diverse interviste, ho letto tutto quanto era disponibile e sono stata anche a Padova per rendermi conto con i miei occhi, come ho sempre fatto. Non mi sono, nemmeno per un momento, lasciata condizionare dalla politica di allora, stessa area mia, nè dai famosi avvocati (Pisapia) di allora o da tutta l’area che allora si è schierata con un ragazzino di 19 anni che ha raccontato, come fanno tutti coloro che non confessano (e perciò non ha nessun valore investigativo) come sono andate le cose secondo lui.
Il fatto incredibile, in un caso come questo, è che c’entri allora come oggi la politica. Qui si tratta di un banale, mi si passi il termine, caso di femmincidio dove non ci sono stati altri imputati nè sospettati e dove il futuro condannato ha ammesso di essere stato addirittura sulla scena del delitto ed essere poi fuggito. Quello che dispiace, e lo dico con amarezza, è che la destra o la famiglia che di sinistra non è (ma nemmeno è fascista) abbiano il potere di fare chiudere la sinistra e i cosiddetti intellettuali di sinistra a riccio su un caso di comune criminalità, neppure uno di quelli (tipo Battisti) che si possono inserire in un contesto politico dell’epoca. La morte di Margherita non ha niente di politico, proprio niente. E’ stato un omicidio scaturito da un impulso di natura sessuale. Purtroppo come tanti.
Massimo Carlotto si ritiene da sempre vittima di un errore giudiziario, come tanti. Vorrebbe, lui, come tutti gli intellettuali di fama, che si dimenticasse il passato. E invece, proprio per chi non ammette la sua colpa (e perciò nemmeno si è mai pentito), il passato resta vivo e deve restarlo per tutti. Chi crede all’innocenza di Carlotto, è libero di farlo. Come tantissimi credono ancora all’innocenza di Massimo Bossetti o di Annamaria Franzoni. Ma per avvocati, criminologi, giudici, magistrati e anche giornalisti di indagine, i casi discutibili (cioè quelli che lasciano qualche dubbio in assenza di confessione) l’unica verità vera è la condanna, in questo caso di primo e secondo grado, finché è sopraggiunta la grazia.
Siamo sicuri di essere coerenti? Siamo sicuri di non dare spazio alla destra solo perché la sinistra ha deciso che qualcuno è più intoccabile di altri? Siamo sicuri che un femminicidio consenta a uno condannato anche se 40 anni fa per femminicinidio (la grazia è del ’93) di intattenere il pubblico, spiegare, dettare ragioni, dall’alto delle sue conoscenze di crimine, in una tv pubblica?
I casi controversi sono sempre casi per i quali la difesa a spada tratta, se non è ben motivata nel merito, si ritorcono contro chi li sostiene.
Io sostengo che i partigiani hanno fatto bene ad uccidere. Ma non sostengo che un partigiano possa aver fatto bene ad uccidere una donna che non ci stava, solo perché mi conviene sostenere la lotta partigiana.

Ecco qui la mia ricostruzione del caso Magello-Carlotto.

Venti gennaio 1976. In via Faggin al numero 27 a Padova, fuori delle mura e non lontano dalla stazione, nella prima di una serie di villette a schiera rinchiuse da un cancello, abita Margherita Magello, 24 enne carina ma non appariscente, tranquilla studentessa lontana dalla politica che invece a Padova da un decennio agita i sonni di carabinieri e poliziotti. E non solo. Suo padre Giovanni, ingegnere, se ne era andato da quella casa a tre piani lasciando i due figli, Carlo e Margherita, con la moglie che tutti chiamano Mimì. Al piano di sopra, affittato giusto per non lasciarlo vuoto, abita una giovane donna con il marito tenente dell’Aeronautica. Ogni tanto un ragazzo va a trovare la sorella, ma più che andarla a trovare, ci va a studiare. La casa dove vive con il padre, un commercialista che a Padova conosce tutti, non è altrettanto silenziosa, e così il ragazzo, che fa ancora il liceo, ne approfitta. Se la sorella e il cognato non sono a casa, lui passa al piano terra dai Magello dove sa di trovare una copia delle chiavi pronte per lui. Con Margherita ci sono pochi scambi, anche se ormai si conoscono da tempo. Lei adesso ha quasi cinque anni più di lui, è fidanzata con Mario e si deve sposare, perciò i suoi pensieri sono altrove. Massimo, nella Padova divisa tra destra e sinistra, dura la prima come è dura la seconda, prova in fretta simpatia per Lotta Continua che nelle scuole fa propaganda e attira ragazzi che vogliono cambiare l’Italia, spesso in conflitto con i genitori di ben altra area politica. L’Italia è in subbuglio, nel 1976. Dal 1969 è iniziata la strategia della tensione, i neofascisti di Ordine Nuovo, tra Treviso e Padova, si mettono in moto per mettere bombe nelle banche e sui treni, e trent’anni di processi ingarbugliato le cose ma non le responsabilità. Anche il terrorismo rosso trova linfa vitale in questa stessa zona e, in mezzo, la sinistra extraparlamentare che ha già compiuto il salto di qualità dell’estremismo con l’uccisione di Calabresi nel 1972 a Milano. In questo caldo ideologico infernale che fa ribollire l’Italia, Massimo è un ragazzo che ha trovato amici che prendono a braccia aperte chi è pronto a fare qualcosa. C’è molto da fare anche a Padova, che è piccola e pettegola, ricca e operaia, arrogante e umile, capace di esprimere forti ed estreme contraddizioni. E bisogna tenere a bada i fascisti.

Sono circa le 17 del 20 gennaio e ormai è quasi buio. Una bicicletta entra nel cancello che rinchiude la stretta via privata e si ferma davanti alla villetta. Suona il campanello Magello. All’interno c’è solo Margherita, al telefono con una amica. Sta per sautarla e andare a farsi una doccia prima che la madre torni da Torino, e le dice in fretta: ti lascio, c’è uno alla porta. Margherita si era già tolta i pantaloni e la camicetta, e per andare ad aprire, scendendo i gradini, si butta addosso un accappatoio.

“Lui entra e le chiede le chiavi per andare, come di consueto, al terzo piano a studiare. Ma quel giorno non era uno qualsiasi. Aveva litigato con la ragazza, è stato rifiutato, era pieno di rabbia. Davanti a lui c’era una ragazza sola in casa e deve aver pensato a come era fatta sotto l’accappatoio”.

La mente comincia a fantasticare e infine a provarci. Una prova secca, che fa subito tirare indietro Margherita. Lui si carica di quella furia che hanno le menti annebbiate dai rifiuti e da altri rifiuti ancora più lontani nel tempo e ora la insidia, la vuole ad ogni costo e lei scappa, prima indietreggiando e poi correndo su per le scale perché altro non viene in mente quando ci si sente braccati. Arriva in camera sua e lì è in trappola: la casa è terminata. C’è il suo letto e sul letto verranno trovate le chiavi dell’appartamento del piano di sopra, ormai inservibili.

Lui ha un coltellino che porta sempre con sè, come fanno tanti ragazzi e come a quel tempo si faceva anche di più pensando a possibili aggressioni per la strada tra fazioni opposte. Scatta così, come scatta il coltellino serramanico, il bisogno urgente di colpire come se quella non fosse una ragazza, non fosse un corpo, ma fosse il diavolo dei suoi pensieri cattivi che lo tormentano e non trovano sbocco. Ti volevo, non mi hai voluto, mi piacevi, non ti sono piaciuto. Ti uccido.

Margherita si rifugia nell’unico luogo che è rimasto: il guardaroba-sgabuzzino, e lì si accoccola, ma non riesce a proteggersi da 56 colpi.

Lui la vede nel sangue, sente il mugulio lieve della sofferenza mortale e comincia a lavarla e sistemare l’accappatoio attorno al suo corpo, con cura, e attorno al capo le mette una fascia. Bella, composta. I criminologi lo chiamano undoing, cioè fingere che nulla sia accaduto in una sorta di affettuosa pietà.

Mezz’ora dopo, mamma Mimì ferma il taxi davanti a casa e vede subito che la porta d’entrata è aperta. Ha paura. Chiama la figlia e la figlia non risponde. Resta in strada, pensando ai ladri che forse sono ancora lì dentro, quando proprio in quel momento arriva il tenente dal lavoro, l’inquilino affittuario del terzo piano. Lo prega di entrare insieme con lei. In cucina non c’è nessuno e allora salgono le scale. Nella sua camera da letto tutto è in ordine e allora salgono ancora le scale fno alla camera di Margherita. La prima cosa che nota Mimì sono le chiavi sul letto, di fianco a una camicetta buttata lì. E’ il tenente a trovare il corpo, ormai morente, che spunta dallo sgabuzzino.

Quattro ore dopo, un ragazzo, Massimo Carlotto, si presenta alla caserma dei carabinieri di Prato della Valle in compagnia di amici e di un legale. Racconta una storia:

“Stavo andando a fare una ricognizione nell’area che è di spaccio di eroina per conto del movimento cui appartengo, Lotta Continua, quando ho sentito delle urla provenire dalla casa dove abita mia sorella. Sono andato a vedere e ho trovato Margherita Magello, che abita al piano terra della stessa villetta, in fin di vita. Ho raccolto le sue ultime parole: cosa mi hai fatto..io ti ho dato tutto.. Sono scappato per paura”. I suoi vestiti sono macchiati di sangue, ma lui ammette di averla toccata.

I carabinieri e il magistrato non credono alla sua versione e lo accusano di omicidio volontario (oggi si chiamerebbe femminicidio).

La sinistra si schiera con Carlotto, si muove anche lo storico difensore, l’avvocato Gian Domenico Pisapia. Carlotto è un militante, è certamente vittima di un complotto contro la sinistra. La teoria che lo difende però non trova sostegno forte nelle file della stessa sinistra italiana e per lui non si fanno manifestazioni. Non ci sono stati scontri con l’estrema destra, nè botte dei poliziotti: la perplessità, anche tra i giovani, è forte.

Undici processi e una fuga in Sud America così come aveva fatto il trevigiano neofascista Ventura, e una in Francia, protetto da Mitterand e uno stuolo di intellettuali. Non perchè volessero difendere un ragazzino padovano, benchè di Lotta Continua, ma perchè Carlotto, ormai nel gotha dei protetti solo per il fatto di appartenere a movimenti contrari allo Stato di allora, nel frattempo, in quei pochi anni di carcere, ha anche incominciato a scrivere romanzi, quelli che ti ficcano sorde coltellate raso terra e raso terra individuano il lato buio, il noir. Da scrittore diventa uomo di cultura e da uomo di cultura un intoccabile.

Massimo Carlotto si è sempre dichiarato innocente nonostante le condanne di primo e secondo grado. Il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro gli ha concesso la grazia nel 1993, non richiesta da lui (avrebbe dovuto ritenersi colpevole) ma dai suoi genitori.

Da uomo definitivamente libero ha detto: Margherita è una vittima che ha avuto giustizia, io no.

Massimo Carlotto vive tra Padova e Cagliari. E’ ritenuto il maggiore esponente italiano del noir.

Ps: la ricostruzione del delitto di Margherita Magello, 42 anni dopo, è stata fatta in base ai verbali , alle testimonianze e i ricordi dei familiari che preferiscono non apparire per discrezione e per la notorietà del personaggio in questione.

Ps2: pur essendo stata nell’area della sinistra extraparlamentare in quegli anni, e pur riconoscendo il clima di tensione che ha consentito di far regnare sovrana la confusione, ritengo l’omicidio di Margherita un femminicidio come tanti altri, con l’aggravante, semmai, che intellettuali, editori e autori, abbiano scelto di stendere un velo, non pietoso, ma di indifferenza su un caso giudiziario cui la parola fine è stata messa dalla grazia ma non dall’assassino.

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Non era Pablo. Ecco come l’abbiamo scoperto

Pablo Babboni, scomparso a giugno del 2007 da Pietrasanta, in Versilia, è stato cercato per anni dalla sua famiglia argentina, dai carabinieri e da Chilhavisto.

Ho sentito un brivido quando, due giorni la pubblicazione della storia di Pablo, lo scorso aprile, ho letto un messaggio su Facebook dove avevo condiviso e chiesto di condividere il post di questo blog. Era una persona a me sconosciuta, una volontaria di una organizzazione umanitaria. Leggo: conosco un Pablo che dice di essere argentino e vive per strada a La Spezia da 9 anni.

Quando Pablo Babboni era scomparso, all’età di 35 anni, dopo una inspiegabile fuga dall’appartamento di Pietrasanta dove viveva da dieci anni facendo lo scultore del marmo, e dopo i suoi ultimi, inspiegabili e concitati movimenti tra Pisa e Livorno, la famiglia che vive nella città di Paranà, a Entre Rios, in Argentina, aveva mosso i carabinieri. L’ultima sua telefonata alla famiglia, per noi la mezzanotte, era durata pochi secondi; ho combinato un guaio, mi cercano per uccidermi.  La sua auto era stata ritrovata nei pressi del parco presidenziale di San Rossore a Pisa quattro mesi dopo, durante le ricerche. Poi più niente.

Ho ripreso in mano questo caso alcune settimane fa pensando di utilizzare la catena solidale di Facebook e dopo soltanto due giorni ho ricevuto la segnalazione. L’unica, ma preziosissima. Corrispondeva il nome, la nazionalità, la vicinanza al luogo della scomparsa, gli anni (9 su 11) della scomparsa e una prima vaga rassomiglianza. Corrispondeva anche l’idea che mi ero fatta: se di Pablo non è stato mai ritrovato il cadavere, potrebbe essere scomparso, come tanti, per sfuggire a fantasmi interiori, in uno stato psicotico e paranico dovuto anche al consumo di droghe che faceva all’epoca e forse un latente disturbo di personalità. Insomma, le tante persone che ho incontrato all’alba o di notte sulle strade italiane e straniere, come l’argentino Pablo sono anti-sociali che fuggono dalla famiglia e dalle responsabilità sociali. Pablo aveva la doppia cittadinanza essendo discendente di italiani, ma i suoi documenti erano stati trovati nella sua auto. Altro dettaglio che ha fatto sempre pensare a una scomparsa volontaria.

Era sera quando ho ricevuto il messaggio in messenger e subito ho chiesto tutto quanto si poteva sapere di quel clochard di La Spezia. Non molto: lui stesso aveva raccontato, appena contattato dai volontari che si occupano, soprattutto in inverno, dei senzatetto, di essere vissuto per due anni a Toledo, in Spagna, e da lì essersi spostato a La Spezia. Di lui si sapeva che parlava molto poco ma sapeva bene l’italiano e aveva accento spagnolo. Si sapeva che era pulito ed educato e che dimostrava ben più dei 47 anni che avebbe dovuto avere oggi ma che a volte questo non è un particolare importante se vivi per strada molti anni, usi droghe e bevi. Che il Pablo ricercato, se vivo,  fosse oggi molto diverso da quello conosciuto nel 2007 era evidente a tutti.

Nei due giorni seguenti mi è stata inviata una fotografia e un breve video fatto con il cellulare in cui, in modo ingannevole, si cerca di fargli dire qualche parola. Dal video ho avuto la conferma che le “s” erano spagnole e l’italiano buono.

E’ iniziato un lavoro, molto veloce, di confronto con le fotografie a disposizione. Tratti facciali, occhi, mani. Quel poco che si poteva vedere, perchè dei tatuaggi, ad esempio, che sapevo esserci sulla spalla e sulle braccia, non si poteva vedere niente essendo lui coperto. Non si poteva vedere neppure la fronte per il cappello che porta, e che i volontari dicono che porta sempre. Lo sguardo e il colore cangiante degli occhi tra il verde il marrone e il grigio era invece piuttosto simile alla fotografia migliore e ravvicinata divulgata dalla famiglia.

Ho chiamato a quel punto i carabinieri di Pietrasanta, il cui nuovo comandante non conosceva il caso di Pablo Babboni e mi ha detto di rivolgermi a La Spezia, che avrebbero fatto loro un controllo.

Ero indecisa sul da farsi. Pensavo: se un antisociale viene controllato dalle forze dell’ordine potrebbe spostarsi:  e chi lo ritrova più?

Ho contattato perciò il fratello sottoponendogli il video e un paio di buoni fermo immagine. In pochi secondi mi ha risposto: non è lui. Nel dubbio l’ha comunque mostrato ai familiari e ad alcuni amici di Pablo e nessuno lo ha riconosciuto.

Le coincidenze erano davvero tante, al di là del non riconoscimento ufficiale della famiglia: stesso nome, stessa nazionalità non troppo comune tra i clochard, poca distanza dal luogo della scomparsa e nessuno che mai ha cercato questa persona, chiunque sia stata.

Mancava riuscire a fargli dire l’esatta città di nascita che non avrebbe dovuto inventare tanto è sconosciuta in Italia.

La famiglia invece ha deciso di agire subito e per proprio conto contattando l’Interpol. Da Buenos Aires la richiesta di controllo è arrivata a Roma e da Roma al comando provinciale dei carabinieri di La Spezia.

Nel giro di venti giorni dall’inizio della segnalazione è arrivata la risposta a Buenos Aires direttamente alla famiglia che me l’ha comunicata: non è Pablo e non è argentino. E’ spagnolo e si chiama Baudilio Ortega. Per loro il caso era chiuso.

Per me no. Ho telefonato ai carabinieri di La Spezia e parlato con il capitano Suriano, della squadra investigativa. Il clochard di La Spezia ha mostrato una carta d’identità che conteneva la nazionalità (spagnola), cognome e dati anagrafici diversi dal Pablo argentino che cercavamo. Volevo essere convinta che non avesse rubato o trovato per strada, appunto proprio in Spagna, quel documento, e ho chiesto approfondimenti.

Nel giro di 10 ore sono stata avvisata dal capitano: questa persona non ha tatuaggi e il dna non corrisponde.

L’efficienza e la rapidità nei controlli di due stati, due regioni italiane e due organi diversi di polizia mi ha sbalordita. Pablo l’argentino non aveva compiuto reati e non era ricercato dalla giustizia. Questo era soltanto un caso umano.  Eppure è stato affrontato e risolto.

No, non era Pablo, che ancora non sappiamo dove sia e se sia vivo, ma sappiamo, da oggi, che i clochard possono essere controllati su richiesta delle famiglie (o anche da giornalisti come nel mio caso) in presenza di sospetti importanti. Anche se sono adulti e  visibilmente capaci di intendere volere.

Ormai sicura che Pablo non è questo signore con la barba e i capelli lunghi e bianchi della foto affiancata alla sua di molti anni prima, resta il mistero: perchè ha detto di essere argentino se è spagnolo? Non ha una vera logica essendo lui in possesso di documenti ed essendo la Spagna un paese europeo a differenza dell’Argentina che non lo è e potrebbe implicare espulsione.

Credo che non lo saprò mai. Ma il vero Pablo lo continuerò a cercare, così come spero che con le tag del cognome del signore di La Spezia che vive in strada, se c’è una madre o un familiare che lo cerca possa sapere che è vivo, sta bene, ed è “curato” dai preziosi volontari di strada.

Pablo è scomparso. Pablo è vivo?

pablo babboni

Pablo Daniel Babboni. Oggi, 11 anni dopo questa fotografia, sarebbe diverso. Si può immaginare con meno capelli, e bianchi, con barba più lunga, e bianca. Più magro e con gli occhi vacui. Ma i suoi occhi grandi e verdi sarebbero gli stessi. Se Pablo, nato in Argentina, con doppia nazionalità (italiana), fosse vivo, sarebbe uno dei tanti clochard che affollano l’Italia. Gli invisibili, li chiamano. Finché qualcuno non restituisce loro un lampo di memoria di quello che sono stati. Normali. Oppure, come, nel caso di Pablo, un artista e scultore del marmo a Pietrasanta, in provincia di Massa, Toscana.

Dal 16 giugno 2007 non si sa più niente di lui. La sua famiglia, in Argentina, chiede aiuto: vorrebbero sapere se è vivo o morto, se è stato ucciso o si è suicidato, se vaga di città in città  o dorme per strada in una grande città, all’estero o in Italia. Non c’è pace per i familiari degli scomparsi finché i loro pensieri sono ossessivamente fissati sul voler sapere cosa è successo.

Pablo viveva a Pietrasanta da dieci anni (1997 l’epoca del suo arrivo) e lavorava. Il primo aggancio per lui, in Italia, sono stati i cugini. La sua mamma parla un buon italiano benché sia figlia di emigranti. E perfetto italiano parlava Pablo.  Nel 2007 aveva 35 anni e un discreto riconoscimento, anche all’estero, delle sue opere d’arte. L’ultimo viaggio di lavoro era stato in Messico.

Per la famiglia stava bene, per la compagna-amica Jessica no. I suoi familiari, madre, padre e fratello, lo sentivano spesso al telefono, perché gli argentini hanno un forte legame con i familiari e la loro terra. Sono un popolo ricco di emozioni nostalgiche, che sa adattarsi ovunque,  ma mai completamente. Che ama viaggiare e conoscere nuovi mondi, ma non rompe mai le radici, mantenendo piccoli legami quotidiani: il mate, la lingua espressiva del castigliano argentino, gli amici lontani, persino quelli d’infanzia. Gli argentini che molto giovani si avventurano nel mondo, specialmente in Europa e in Italia, salgono facilmente la china, spinti da entusiasmi e passioni di diventare qualcuno e mostrare anche alla famiglia di meritare il dolore del distacco che provocano.

Un giorno è successo qualcosa. Le cose importanti però, non accadano ma in un solo giorno e perciò bisogna tornare indietro agli ultimi mesi prima della sua scomparsa.

Pablo deve andare in Messico con dei fiorentini per svolgere un lavoro. Chiede però di anticipare la partenza e lo chiede con insistenza. Ha infatti saputo che un marocchino che conosce a Pietrasanta non è in carcere, come lui pensava fosse, e ha paura.  La motiva con una storia di gelosia di tre uomini e una donna, Jessica appunto. Che ufficiamente è fidanzata con un altro. Jessica lo conosce da tempo e asserisce che sono paranoie. Che Pablo aveva cominciato già a manifestare confusione, e che secondo lei non stava bene. Non una vera depressione, piuttosto un senso di persecuzione infondato.  Jessica, all’epoca, era socia di Matteo. Entrambi gestivano un famoso bar di Pietrasanta, aperto nel 2000 e subito diventato ritrovo di moltissimi giovani, italiani e stranieri. Lì, tra i tanti artisti del marmo, trascorreva le serate anche Pablo.

Al rientro dal Messico, Pablo è sempre più inquieto. Esterna le sue paure, ma alla famiglia non dice niente. Finchè una sera lascia il suo appartamento e va a dormire in un ostello, e il giorno dopo si sposta ancora in un hotel a Viareggio. Da qui, alla mezzanotte, telefona a casa e dice: ho combinato un guaio (macana in spagnolo). Poi butta giù il telefono e si rende irreperibile, non rispondendo più alle chiamate dei familiari. Quella notte, Pablo vagherà in auto tra Pietrasanta, Viareggio e Livorno, zona portuale.  Per saperlo c’è voluta una indagine, compiuta dai carabinieri di Lucca dopo la denuncia di Jessica (per scomparsa) e dei familiari, che dall’Argentina sono venuti in Italia a cercarlo. Erano, giustamente, preoccupatissimi.

Il primo ad andare in Toscana è stato il fratello Luis che è riuscito a far compiere una indagine accurata, sia sui tabulati telefonici che hanno permesso di conoscere i suoi ultimi spostamenti, sia l’ascolto dei testimoni e amici, fino al ritrovamento dell’auto di Pablo, una Fiat Punto bianca (quattro mesi dopo) a Pisa, vicinissimo all’entrata del parco di San Rossore. Era parcheggiata regolamente, chiusa, in un piccolo parcheggio circondato da case. All’interno sono stati trovati il suo computer, 50 euro in contanti e cartacce di un pasto Mc Donalds. Anche “Chi l’ha visto” si è occupato del caso, l’ultima volta nel 2013. Non è mai venuto fuori niente di interessante. Nessuna pista da seguire, nessuna supposizione oltre a quella dell’allontanamento volontario.

Il fratello Luis non è affatto convinto che le cose siano andate così. Secondo lui qualcuno sa e non ha mai parlato. Secondo lui qualcuno ha fatto del male a Pablo.

Il luogotenente dei carabineri di Lucca sostiene di non avere lasciato nulla di intentato per trovare il ragazzo, vivo o morto. Nè ha mai avuto sospetti su qualcuno, tanto che solo un anno dopo, il caso Pablo Babboni è stato archiviato dal gip di Lucca.

Ho fatto una promessa alla famiglia, comprendendo il loro dolore: ho indagato anche io (e non ho trovato alcuna pista da seguire per ritrovarlo vivo o morto). L’altro giorno ho ripreso in mano questa brutta storia sospesa nel limbo e mi sono accorta che nel frattempo qualcosa era successo e non lo avevo saputo, ed era degno di nota: nel 2016 il titolare del bar, ed ex di Jessica, è stato trovato morto nell’appartamento in provincia di La Spezia di uno spacciatore pregiudicato. Morto di overdose di eroina.

Lo spacciatore era già stato arrestato nel 2010 e nel 2014 per lo stesso reato. Coltivava canapa a casa sua, ma vendeva anche cocaina rifornendo i locali della Versilia.

Conosceva Pablo Babboni nel 2007? Pablo fumava marjuana e potrebbe avere comprato sia da lui sia dal marocchino di cui aveva paura. Potrebbe non aver pagato un debito e avere ricevuto minacce, tanto da avvertire la famiglia e poi dissolversi nel nulla. Potrebbe invece, come sostiene il fratello, essere stato vittima di un regolamento di conti per una donna? I corpi si trovano, i carabinieri negano.

Potrebbe avere preso una nave-cargo in partenza dal porto di Livorno quella stessa notte dopo aver vagato davanti al porto deserto, nascondendosi, ed essere fuggito in Spagna, temendo una vera o immaginata punizione del marocchino di cui tanto aveva paura?

Potrebbe, invece, essere in Italia, a Roma, unica grande città dove i clochard passano inosservati anche per un decennio, vivendo di poca elemosina?

Potrebbe essere morto suicida nel mare o impiccato? I cadaveri il mare li restituisce e gli impiccati, anche nella foresta del parco di San Rossore (di proprietà ed uso esclusivo del Quirinale), prima o poi qualcuno li trova.

L’esperienza mi fa dire che quando si attivano sensi di persecuzione infondati e si fa uso di droghe anche leggere in modo continuativo, un disturbo dapprima latente può farsi manifesto fino alla volontà di esclusione sociale, un vero e proprio annullamento di identità. Ma la stessa esperienza nell’area degli scomparsi, mi fa anche sospendere ogni presunzione. Sui monti, ad esempio, le persone cadute nei canaloni non sempre vengono ritrovate. La Versilia ha alle spalle la catena montuosa delle Alpi Apuane.

La famiglia di Pablo Babboni, che vive nello stato del Paranà, in Argentina, chiede che non si spengano del tutto i riflettori.

Io chiedo aiuto alla rete, così vasta, per fare girare la fotografia di Pablo e riattivare la catena di solidarietà per la quale ci siamo spesso contraddistinti e che per due casi di cui mi sono occupata (al contrario: ho trovato i clochard e cercavo le loro famiglie) ha funzionato. Se è vivo, forse riusciamo ancora a trovarlo tra i  clochard che dormono per la strada o nelle stazioni, dove c’è cibo e passa gente, in Italia o Spagna (Barcellona in particolare). Di sicuro non in Versilia: lì non sarebbe evidentemente mai rimasto. Anche fosse irriconoscibile, avrà gli stessi occhi e parlerà ancora la sua lingua madre.

Grazie a tutti da Luis, la mamma e il papà di Pablo.

 

 

 

 

 

Donna, io ti uccido

10 gennaio    Sozzago, provincia di Novara: una donna di 45 anni viene uccisa a botte dal convivente con precedenti per violenza.

20 gennaio    Dalmine, provincia di Bergamo: ex operaio bergamasco di 62 anni spara in testa in un hotel all’amante nigeriana di 37 anni che voleva lasciarlo.

24 gennaio    Cremona: cinese uccide con la mannaia la moglie e il figlioletto di tre anni

31 gennaio    Macerata, provincia di Ancona: nigeriano fa a pezzi una ragazza di 18 anni: probabile rifiuto sessuale

10 febbraio   Milano: tranviere milanese uccide a coltellate una ragazza di 18 anni che lo rifiuta sessualmente

10 marzo       Cisterna di Latina, provincia di Roma: carabiniere spara alla moglie con la pistola d’ordinanza, si barrica in casa , uccide le figlie e si suicida. Era separato da mesi. La donna lo aveva denunciato e cambiato la serratura di casa.

15 marzo      Giussano, provicia di Milano: ragazzo di 28 anni uccide madre e nonna nel sonno e si suicida. Lascia un biglietto: i soldi sono finiti.

17 marzo      Reggio Calabria: donna di 48 anni uccisa con quattro colpi di pistola in testa mentre è appartata in auto con un esponente delle cosche mafiose calabresi. Lui  viene solo ferito di striscio.

18 marzo      Canicattini Bagni, provincia di Siracusa: 27enne uccide a coltellate la compagna di 20 anni, madre di suo figlio di 8 mesi, e la getta in un pozzo artesiano. Litigavano da anni.

19 marzo     Terzigno, provincia di Napoli: 31enne separata da pochi mesi viene raggiunta davanti alla scuola della figlioletta e uccisa con la pistola. Il marito aveva lasciato un biglietto: mi faccio giustizia da solo. Si è suicidato.

Letti in sequenza, i femminicidi e le stragi compiuti in due mesi (18 gennaio-20 marzo) fanno aggrottare la fronte: adesso a chi tocca?

Letti in sequenza, i provvedimenti di prevenzione del crimine di genere, dal 2013 al 2017, sembrano invece acqua e sapone per lavare il sangue: la legge 119 del 2013 ha inasprito le pene (per uomini e donne) che compiono atti persecutori, il cosiddetto stalking che comprende atti di pedinamento, offese, minacce e appostamenti con qualunque mezzo, dal telefono all’auto, dalle scritte sui muri alle piccoli ritorsioni dagli insulti verbali a quelli scritti anonimi, dalla “triangolazione” (cioè l’utilizzo di terze persone) per diffamare, all’uso di facebook per spiare e creare stati ansiogeni. Nel 2017 al Senato è stata istituita la commissione parlamentare di indagine sul femminicidio e ogni forma di violenza. Dal 2017 la data dell’8 marzo è centrata contro la violenza sulle donne in tutto il mondo con scioperi generali.

Femminicidio: vocabolo entrato (a fatica) nella comunicazione dei mass media solo da pochi anni. E’ stato coniato nel 1990 negli Stati Uniti dalla docente americana Jane Caputi e dalla criminologa Diana Russell individuando una categoria criminologica vera e propria che fonda il movente dell’omicidio di genere nella cultura patriarcale del diritto maschile sulla donna.

In Italia i femminicidi sono in calo da diversi anni, così come lo sono gli omicidi (343 all’anno), ma aumenta la sproporzione: un omicidio ogni due è di genere, cioè si uccide la donna in quanto tale. Lo scorso anno sono stati 117.

L’Italia non è in testa a nessuna lista nera di assassinii di donne, neppure in Europa. Sono i giornali ad enfatizzare alcuni femminicidi, e in particolare quelli di ragazze molto giovani, di mamme, di donne uccise da extracomunitari o di stragi familiari. Quello di Reggio Calabria, che pure è evidentemente un femminicidio, l’ho trovato cercando i casi del 2018. La donna-amante e per di più di un esponente delle cosche è una notizia fastidiosa o una notizia locale. Così come l’omicidio della nigeriana in uno squallido hotel dove si incontrava da tempo (ma non era prostituta) con un bergamasco che non ammetteva di essere da lei lasciato. Il caso di Pamela Mastrogiacomo è stato addirittura trasformato in un serial horror a discapito persino della verità, e la componente razzziale ha avuto la meglio persino su quella sociale (lei tossicodipendente) con la conseguenza che abbiamo visto a Macerata. Chi ha armato Traini, vendicatore fasullo di Pamela? La sua mente predisposta alla difesa della razza bianca, la potente manipolazione politica su un soggetto predisposto a delinquere e l’altrettanto potente suggestione generata da dialoghi, immagini e fantasie di stampa, televisione e bar di paese.

C’è una possibilità – e se lo chiedono in molti da diversi anni – che esista l’effetto manipolatorio su personalità fragili e predisposte ad agire il vissuto del male, cioè lo sperimentare di persona il fare del male a qualcuno?

No. La risposta è sempre stata no. E’ stata no per i videogiochi violenti, è stata no per gli americani che uccidono nelle scuole, è stata no persino nei suicidi. Con una precisazione: circa 15 anni fa ci si era accorti che ogni volta che si scriveva di una persona che si buttava da un ponte, alcuni giorni dopo se ne buttava un’altra. Peggio è stata la sequenza di suicidi per asfissia in auto; una vera ecatombe, tanto da fare prendere la decisione ai giornali di non pubblicare più alcun suicidio a meno che non fosse collegato a una vicenda di rilievo. Nonostante la stampa non ne parli, i suicidi sotto i treni in superficie e sottoterra nelle città, continuano con picchi nei mesi che sono stati ampiamenti studiati: vicino alle vacanze di Natale (prima o dopo), vicino a quelle estive (prima, durante o dopo) e l’inizio dell’autunno e della primavera (mesi in particolare che incidono sui disturbi di depressioni bipolari e ciclotimici, quelle a più alto rischio di suicidio).

I suicidi, nonostante non se ne abbia neppure notizia se non si è direttamente coinvolti, sono un numero spaventoso: 4000 all’anno. A niente è servita la prevenzione “fisica” ad esempio sul Duomo di Milano o sui ponti noti per buttarsi di sotto da grandi altezze (il ponte di Paderno o quello di Spoleto) con reti e barriere di impedimento. Chi non può più suicidarsi lanciandosi nel vuoto da un punto alto che gli assicura la morte istantanea, ripiega sull’ultimo piano di casa, il metrò, i treni, i farmaci, i coltelli. Se la decisione è quella di morire, si muore. Perciò sì, quando si è cessato di scrivere dettagliatamente come si era sucidato qualcuno col gas di casa o il gas di scarico in auto questi tipi di suicidi sono diminuiti e hanno almeno (per le case) evitato qualche morte di innocente. Ma chi aveva deciso di morire l’ha fatto lo stesso. Cosa scattava nella mente allora, leggendo un articolo o sentendo una notizia in radio e tivù?. L’idea del come, non del perché. Chi  cerca di morire cerca idee su come morire senza soffrire. Basta mettere in google queste parole ed escono automaticamente, segno che la ricerca è numerosa anche se non signfica automaticamente che tutti coloro che cercano poi si siano davvero uccisi. Per uccidersi occorrono diversi fattori, primi fra tutti quelli chimici che regolano l’umore. Le motivazioni che a noi sembrano a volte riduttive, puerili e incomprensibili, nel cervello di una persona in disequilibrio psichico-emotivo assumono sembianze totalmente diverse e ogni rifiuto o fallimento si ingigantisce. E’ sbagliato parlare genericamente di depressione, ma sono occorsi anni anche alla psichiatria per capirlo. A noi ne seviranno molti di più finché i titoli della stampa saranno sempre: era depresso, ha ucciso la moglie. Oppure, peggio ancora: era geloso, ha ucciso la moglie. La depressione in sè non fa uccidere (anzi: è il ripiegamento su se stessi per poi risalire), così come il sentimento della gelosia, benché faccia soffrire chi lo prova, e anche molto, non è collegato al desiderio di soppressione fisica ma piuttosto mentale dell’altro. Le persone patologicamente gelose, sono persone che hanno già manifestato precedentemente comportamenti passati inosservati e non per forza violenti nel termine che conosciamo (per esempio sono ossessive, pignole, controllanti o/e incapaci di autocontrollo), uno dei quali si esprime con quella che definiamo gelosia. Tutti siamo gelosi, tutti non vogliamo perdere qualcosa cui teniamo molto, ma pochissimi di noi uccidono o perdurano nel fare del male all’altro o mettono on atto meccanismi disfunzionali per ottenere ciò che vorrebbero. Quei pochissimi che lo fanno (ma tanti nel resto del mondo e in particolare in America Latina, in Asia e in Spagna) sono una sorta di borderline (non nel senso psichiatrico ma di personalità limite) che già contiene la possibilità di non accettare la perdita. Si definiscono disturbi dell’attaccamento. E sono di entrambi i sessi, ma nell’uomo vengono elaborati anche secondo la cultura di massa.

Sono tutti casi psichiatrici? La maggior parte dei femminicidi viene commessa da personalità paranoiche, dipendenti e narcisiste. Nei giovani prevale invece il disturbo borderline, la depressione bipolare e l’uso delle droghe. Queste ultimi sono in netto aumento e non a caso spiccano negli omicidi e persino nelle stragi familiari ragazzi tra i 24 e i 35 anni.

Che siano aumentate le forme depressive nei bambini e negli adolescenti è fenomeno ampiamente studiato e confermato dagli neuropsichiatri in tutto il mondo. Che siano più difficili da riconoscere e si manifestino in modo differente rispetto a quello che più o meno conosciamo, anche. Il bullismo, ad esempio, è considerata una espressione di disagio non sociale ma emotiva che a volte combacia anche con quello ambientale e a volte no. Il ritorno della droga che cerca in chi la assume di combattere la depressione (l’eroina) lo spiega ancora di più. Ma anche le droghe casalinghe che si sniffano (trielina, gas  butano) considerate innocue, vengono assunte per trovare uno sbocco al disagio esistenziale con la conseguenza di portare soggetti predisposti (appunto coloro che cercano soluzioni al disagio) a forme di dissociazione e psicosi. Senza parlare della cocaina e di tutte le mentafetamine di cui si conosce l’enorme consumo ma non si indaga mai su chi sono gli assuntori e in quale quantità la assumono. Tutte le droghe sintetiche stimolanti agiscono sulle cellule nervose e modificano lentamente i comportamenti. Noi sappiamo che chi ha ucciso ha usato droghe solo se era un tossicodipendente, ma non sappiamo mai se chi ha ucciso faceva uso saltuario di droghe e lo teneva ben nascosto.

Alcn femminicidi fanno riflettere più di altri: può uno che aveva amanti essere geloso della moglie? Sembra un controsenso. Eppure il carabiniere di Cisterna di Latina le amanti le aveva. E, anzi, è stato proprio questo uno dei motivi scatenanti della richiesta di separazione. E dovremmo smettere di pensare che lui aveva amanti perché con la moglie non aveva un rapporto soddisfacente. Chi ha amanti (o va a prostitute) compie scelte precise, cercando più o meno lo stsso effetto della droga che schiaccia il problema e lo rende innocuo. Ma il problema resta e, anzi, si ingigantisce.

Perciò io non credo che nei femminicidi si possa parlare di emulazione nonstante ne vediamo dolorosamente uno dietro l’altro. A leggeri bene sono tutti casi diversi e anche la reazione delle donne nel rapporto è stata diversa. Chi ha lasciato e chi no, chi ha avuto subito un nuovo parter e chi no, chi litigava da anni e chi taceva da anni.

Chi vuole uccidere, uccide. Basta una esplosione interiore al percepire la fine, una rabbia covata, un senso del diritto che impedisce il dialogo, un fragilissimo “io” che sta andando in mille pezzi e non ha idea di come ricomporsi se non quella appresa negli ambienti che ha frequentato (famiglia, scuola, società, lavoro e perchè no, social pieni di odio come lo è Facebook o le innumerevoli e dettagliatissime descrizioni di come fare soffrire il partner che si trovano in internet).

Io non credo alla prevenzione, nel rapporto di coppia, come se fosse il mettere la cintura in auto per non morire in caso di incidente. Credo, fermamente, che le prime a rendersi conto dei segnali debbano sempre essere le donne e che chi potenzialmente è capace di uccidere dà segnali di vario tipo, tutti che fanno provare disagio (a volte rabbia) alla donna.  Credo femamente che gli organi di polizia che raccolgono denunce debbano essere preparati a stilare una serie di domande intelligenti, e non queste: ha ricevuto minacce di morte? Manda messaggi insistenti? Si fa trovare sottocasa o al lavoro? Ha cambiato la serratura?  Credo fermamente che tutti i centri anti-violenza debbano smettere di studiare e ficcarsi fisicamente nelle situazioni difficili facendo da cuscinetto con la fermezza di chi sa esattamente capire cosa potrebbe succedere in quella casa o appena fuori da quella. Credo fermamente che siano in mano a gente totalmente incompetente che ha a che fare con donne piene zeppe di sensi di colpa tipicamente femminili, riparatrici come lo sono le donne, comprensive come sono le donne, e a volte, fatemi correre il termine, stupide come lo sono le donne romantiche, sfidanti il pericolo, o quelle dipendenti senza una vera ragione economica di esserlo.

Le donne all’ultimo appuntamento ci vanno, e se non ci vanno e hanno cambiato la serratura di casa o hanno mille protezioni di avvocati e centri per donne maltrattate, vengono inseguite e braccate lo stesso come Antonietta a Cisterna di Latina.

Immacolata, uccisa solo ieri, come altre donne che non amano più e hanno deciso di tagliare per sempre, ha fatto errori che ha pagato con la vita. Il primo errore è sempre quello di non comprendere fino in fondo il proprio compagno, soprattutto coi figli di mezzo (che non sono amati da questi assassini, si badi bene, ma vissuti come ulteriore perdita di potere maschile). Tutte le zone d’ombra di una persona vengono sempre a galla e fortemente solo nei rapporti affettivi. Non per niente il femminicidio è un delitto passionale, cioè della sfera della passionalità (da non confondere con l’amore: sono pulsioni affettive interne) e non per niente si è giunti a modificargli il nome. Fare entrare nella cultura mondiale il concetto di benevolenza ( volere bene) è una impresa titanica. I narcisisti sono egocentrati e l’egocentrismo interpreta i segnali esterni in senso introverso: lei osa lasciarmi, lei osa sminuirmi, lei osa impormi scelte, lei osa…ecc. ecc. Ma al momento delle sepearazioni accade qualcosa di molto più grave per uomo e donna: il dolore del fallimento che è ben più bruciante, all’inizio, di quello della perdita. E’ qui che interviene il soccorso del narcisismo positivo che noi chiamiamo autostima, dove il suo improvviso crollo viene soppiantato naturalmente da un lento e doloroso percorso di risalita. Quando questo meccanismo si inceppa malamentee l’ossessione ha il sopravvento, e la perdita viene vissuta in modo tragico, chedere aiuto agli psicologi serve, ma non basta. I veri alleati restano i farmaci che regolano l’umore nei momenti di squilibrio pericoloso per sè e per gli altri.

Perciò io non credo all’emulazione nei casi di femminicidio. Credo che l’idea di come uccidere può avere il suo peso (così come nei suicidi) ma la forza di togliere una vita richiede un basso concetto morale della vita altrui (anche prima) e la certezza che la propria morte conseguente (il sucidio) o l’arresto, toglieranno definitivamente il dolore. In effetti è così: in carcere, gli assassini si sentono contenuti e uguali ad altri che hanno comesso crimini. Lasciando un uomo che ha ucciso la sua compagna in giro, pardossalemente, gli procureremmo una ancor più grave sofferenza  psicologica. Uccidendo ha sì risolto il dolore lacerate della frustrazione abbandonica, ha sì compiuto un gesto che gli ha ridato autostima, ha sì ristabilito il potere dell’uomo sulla donna, ma sbollito il senso di grandiosità, non saprà più che farsene. Il carcere che contiene con autorità tutti gli impulsi, è spesso vissuto da questi uomini come l’ancora di salvezza dal dolore potente che provavano prima. Ma nei fatti non cambia nulla dentro di loro. Ho visto assassini usciti dal carcere a pena scontata, dire: tanti anni fa ho compiuto un reato. Nemmeno dopo, la donna è una donna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Avetrana, perché è così difficile capire

Quaranta persone hanno giudicato Sabrina Misseri e sua madre Cosima colpevoli di omicidio con tutte le aggravanti che prevedono l’ergastolo.

Non mi sono mai occupata del delitto di Avetrana, nemmeno leggendo i giornali. All’epoca ero in Argentina e al rientro ho seguito altri delitti. C’è però un motivo specifico per il quale ho tralasciato Avetrana: non lo capivo. Non capivo l’ambiente in cui è maturato (conosco poco la Puglia), non capivo il dialetto nè i modi di dire e, soprattutto, non volevo perdere tempo su qualcosa di cui tutti parlavano e tutti (o tanti) ci ricamavano su, con morbosità, colpi di scena, inquadrature studiate, esperti che spuntavano da ogni dove. Quel tipo di propaganda cosiddetta mediatica che impedisce quasi sempre di colpire subito nel segno e allunga i tempi all’infinito. Chi ha detto cosa? Chi  ha fatto cosa? Quando l’ha detto? Perché lo ha detto? Nel delitto Scazzi sono entrati con una prepotenza solo italiana (e italiana del sud) elementi disturbanti che se ben spiegano perché è stato tutto confusionario, consentono anche di rimescolare le carte, benché le carte siano processuali.

A distanza di sette anni perciò, ho fatto la fatica di capire, come se quel delitto fosse avvenuto ieri ripartendo addirittura dal giorno della scomparsa di Sarah Scazzi, così come è stata data dagli organi di stampa che hanno avuto la notizia dai carabinieri. Partire dall’inizio ha un vantaggio: il caso appare nuovo e le prime parole (che poi potranno venire dimenticate o modificate o addirittura utilizzate) dei soggetti coinvolti, hanno più valore. E non tanto perché si mente (si può mentire dal primo istante di ogni delitto, persino se colti in flagranza) o si dice la verità, quanto perché è successo qualcosa di emotivamente coinvolgente per i familiari e in questo caso lo stesso paese.  Quando è scomparsa la ragazza di 15 anni, chi è del mestiere ha pensato ad un allontanamento volontario tipico dell’età e conseguenza di conflitti familiari. Ma in quelle poche vie di Avetrana e in quei  pochi minuti di percorso tra una casa e l’altra, la teoria vacillava e ha vacillato ancora di più quando la madre di Sarah, Concetta, ha detto: l’hanno portata via. E’ bene ricordare che è stata lei la prima a dirlo ai carabinieri. Oggi penso: portare via una ragazza in Italia non è affatto comune, mentre lo è in Sudamerica. Tutt’al più da noi possiamo dire, come poi è stato immaginato, che qualche uomo o ragazzo più grande l’abbia convinta a fuggire con lui, una fuitina insomma. Che non fosse allontanamento volontario o fuitina lo abbiamo purtroppo saputo quando Michele Misseri ha detto l’ho uccisa io, e ne ha fatto trovare il corpo. E questa è la realtà inconfutabile. Misseri racconta di avere ucciso lui la nipote ai carabinieri (dopo aver fatto ritrovare il cellulare) e viene interrogato diverse ore. Io mi soffermo su questo fatto: diverse ore significa che Misseri doveva spiegare esattamente tutto, sia per essere credibile, sia perché questo richiedono le confessioni: dettagli, motivi, dinamiche, tempi, luoghi. La confessione serve, ma non è mai sufficiente: attorno ad essa gli inquirenti devono costruire tutte le prove che il reo confesso può non ruscire a portare. Esempio: l’anatomopatologo riscontra quale causa della morte uno strangolamento con un laccio di 2 centimetri e mezzo di altezza (come sarà in questo caso) con incrocio sulla nuca non perché se lo immagina, ma perché trova riscontri sul collo, misura i segni e la pressione esercitata dalle mani, la lunghezza dell’oggetto usato e persino la sua composizione, come nel caso dello strozzamento: particelle di peli o di colore, di tessuto o di materiale organico, naturale o artificiale. Un bravo anatomopatologo e tutto lo staff della medicina legale, da un segno sul corpo di un cadavere possono rilevare una miriade di informazioni. Il caso Yara ne è stato un esempio positivo, quello di Pamela Mastropietro uno negativo.  Il caso Yara è finito nelle mani di una grande esperta che non fa solo le autopsie, ma ricostruisce il luogo anche dopo mesi e anni il ritrovamento dei cadaveri e anche in condizioni pessime. Il caso Pamela è passato nelle mani di due diversi anatomopatologi (con una sola autopsia) e diversi investigatori. Che il corpo di Pamela fosse stato tagliato e lavato con candeggina, per i moderni strumenti e occhi esperti non significa molto perché quello che si cerca è contenuto in poche, fondamentali informazioni scientifiche che devono essere lette correttamente. Esempio: una lettura sbagliata di una banale ecografia può condurre a una diagnosi sbagliata. Ci siamo passati in tanti. Perciò la scienza è scienza relativa perché è l’uomo che la osserva e la decodifica.  Prima dell’autopsia di Sarah c’è stata la confessione a corpo non ancora ritrovato. Michele Misseri è stato creduto e messo in carcere. Però le prove del suo racconto andavano comunque trovate. Le prime sono state appunto quelle dell’autopsia condotta su un corpo macerato in acqua per oltre un mese, e l’acqua rappresenta in assoluto l’elemento che peggio conserva i corpi. Luigi Strada, direttore dell’Istituto di Medicina Legale  dell’Università di Bari aveva dicharato: la cicatrizzazione (sul collo, ndr) non permette di capire se Sarah si sia difesa con le mani. Lo strangolamento è compatibile con la forza di una sola persona.

Era il 13 ottobre 2010, il giorno prima del funerale della ragazza.

La prima domanda che ci si pone, a distanza di sette anni e non essendosi mai occupati di questo caso, è: la confessione è stata presa per vera, divulgata e provata da almeno tre elementi; il ritrovamento del corpo (indicato dalla stessa persona che ha confessato), lo strangolamento (indicato dalla stessa persona che ha confessato) e il luogo: la casa dei Misseri, compatibile con la scomparsa della ragazza in poche centinaia di metri nel tragitto casa sua-casa degli zii.

Però, come ha detto Cosima ieri sera nell’intervista alla Leosini,  “all’ergastolo siamo finite io e Sabrina”.

Michele Misseri, subito (nelle video interviste che ho rivisto e nei pezzi che ho letto) appare quello che è sempre stato anche sei anni dopo, cioè prima di entrare in carcere per scontare definitivamente gli otto anni comminati per l’occultamento del cadavere. Cosa significa apparire all’esterno la stessa persona? Mi sono dedicata per molti anni ad ascoltare e osservare con grande attenzione e spesso grande partecipazione emotiva, anche a distanza ravvicinata, gli autori di delitto, di qualunque tipo (non necessariamene di persona), sia che si ritenevano colpevoli sia che si ritenevano innocenti. In generale, io non credo a nessuno. Ogni caso che seguo o ho seguito, ha attinto a tutte le mie memorie di vita con l’aggiunta dell’esperienza in questo settore particolare. La psicologia non è una scienza perfetta. E non lo è perché è l’essere umano ad essere imperfetto. Perciò si può intuire e dedurre, ma mai essere certi della verità nei delitti se dovessimo solo capirli attraverso i comportamenti umani benchè i comportamenti umani di alcuni contesti sociali siano spesso prevedibili. Il caso di Avestrana presenta appunto questa sorta di incertezza che supera diversi casi controversi della storia del crimine perché bisogna andare per esclusione (non può essere avvenuto al di fuori di quella casa, nè per mano di altre persone) ma nello stesso tempo per inclusione. Cosa vuol dire? Che i tre familiari appaiono tutti nella stessa casa alla stessa ora. Se l’innocenza è impossibile, resta la colpevolezza.

Voglio dimostrare come la logica faccia facilmente acqua:  come faceva a sapere Misseri che Sabrina aveva ucciso con una cintura quando ritratta e accusa lei? Sabrina non gliel’ha certo detto, negando l’omcidio ancora oggi. Misseri era presente? No, lui era in garage. Lo confermano tutti e tre. Dunque come faceva a sapere che era stata usata una cintura?

Nella intervista alla Leosini di domenica sera, la signora Cosima che a tutti è sempre apparsa una megera, chiusa, rancorosa e vendicatrice, che sottomette il marito e forse manipola la figlie, che non ha avuto una parte di eredità (in effetti non le spettava) ma nemmeno una parola della sorella su quei soldi, che approfitta della rabbia della figlia per vendicarsi a sua volta uccidendo la nipote (con proiezioni, eccetera eccetera) ha detto: mi volete fare capire quale cintura avrei usato? Di quale pantalone? In che stanza l’avrei uccisa? E come avrei fatto in soli venti minuti a litigare, accendere l’auto, inseguirla, frenare, scendere, afferrarla, riportarla in casa, litigare di nuovo , ucciderla e poi…e qui lo aggiungo io…scendere in garage dal marito che niente ha visto e niente ha sentito del trambusto nel silenzio d’agosto delle 14 (perchè cercava di fare partire il trattore) e digli: Michè, hai tempo un attimo? Qui sopra abbiamo fatto un guaio, nascondi sto’ cadavere sennò finiamo in  galera.

Signori giudici di tre gradi e mezza Italia: io questa scena cerco di immaginarmela in ogni modo, ma non riesco a vederla. Il raptus omicida può essere dimenticato, (anzi spesso lo è) ma non lo è il prima e il dopo. Anna Maria Franzoni non ha scordato di avere ucciso Samuele: ha saltato a piè pari (con consapevolezza) i colpi che gli ha dato in testa. Il resto l’ha raccontato con estrema linearità perché tale era e stava in piedi anche senza i colpi in testa. In questo caso, il fatto che Sabrina si metta immediatamente a depistare con razionalità (senza fare un errore) e la madre chieda aiuto a uno che nulla sa di quanto è accaduto di sopra, per quanto esista l’obbedienza cieca, un passaggio è stato saltato.

Michele Misseri, come dicevo, ha una caratteristica di fondo, scollegata dai rapporti familiari e dalla vicenda stessa: parla, parla moltissimo. Spiega, spiega moltissimo. Vuole essere creduto, sempre, nelle bugie e nella verità. Piange lacrime copiose e in contemporanea descrive orrore di ammazzamento come se fosse in un film. Distaccato ed emotivo contemporaneamente. Ma cosa fa piangere Michele? E cosa fa piangere Sabrina? E cosa ha fatto, per una frazione di secondo, commuovere Cosima la dura parlando con Franca Leosini? E poi: perché alcuni giornalisti ritengono le due donne innocenti e altri colpevoli pur essendo il nostro un mestiere che non ammette schieramenti o giudizi ma solo il tentativo di cercare e fare emergere la verità per quanto possa non piacere?

Le motivazioni sono diverse.

Sabrina soffre di umiliazione, cioè di orgoglio ferito (ferita antichissima che si è riaperta con lo sfrontato atteggiamento della cugina) e questo la renderebbe capace di uccidere non per gelosia ma per narcisismo (si chiama ferita narcisistica).

Cosima soffre di controllo, ferita che si è riaperta quando l’ha perso (la figlia, la sorella, la nipote) e questo la renderebbe capace di uccidere (si chiama ferita del controllo).

Michele soffre di immaturità psichica con numerosi tratti borderline e può sia compiere un delitto che accusare altre persone per vendicarsi e usare il vittimismo per restare nello stesso circolo vizioso.

Come faccio a fare diagnosi senza essere psichiatra?

Queste non sono diagnosi psichiatriche, sono tratti di personalità che tutti abbiamo e che possono, come nelle grandi passioni, compresi i delitti passionali come questo, restare silenti e compensate finchè succede qualcosa di veramente grande, stressante e pericoloso per la propria corazza difensiva.

Solo Michele Misseri in realtà presenta un disturbo evidente: la menzogna fine a se stessa. Ma siccome la menzogna non è mai fine a stessa (dire ho violentato Sarah da morta era inutile oltre che verificabile tanto quanto da viva, e in più altro che odio del paese ti tiri addosso con una simile rivelazione!)  Michele mente, secondo i giudici, perchè entra ed esce da una situazione troppo complessa da gestire. Cioè non sa assumersi la responsabilità di se stesso. Immaturo. Gli immaturi (che a quell’età sono patologici) possono dire una cosa e l’incontrario della stessa a distanza di poco tempo e dare anche spiegazioni, ma nessuna cosa che dicono nega la precedente. Ti portano in sostanza in un percorso di confusione cognitiva, apparentemente la stessa che hanno loro, ma meno apparentemente seguendo un percorso della propria mente: la difesa. Michele Misseri perciò quando si accusa e quando accusa compie difese primitive.

La sua immaturità e ambiguità non gli impedisce comunque di fare una azione altamente immorale: predere il corpo della nipotina, trasportarlo, scegliere il luogo, coinvolgere altre persone, denundarla (con un ragionamento pensato) e scaraventarla in un pozzo. Mica tanto facile se non sei tu il colpevole, ma la moglie che non sopporti più e la figlia di cui ti sei interessato quanto basta. Se però ne va anche del tuo, di onore, allora sì il cerchio si chiude in una patologia familiare. Co la dovuta precisazione che l’onore ferito è un sentimento che non ribolle in soli dieci o quindici minuti.

Cosa salta fuori da tutto questo? Una famiglia senza confini identitari o un uomo senza confini identitari precisi.

Sabrina ha moti di stizza e irritazione (contenuta) quando Franca Leosini vuole (anche lei, figura materna) dirle quale è la verità. Ci sono tanti modi per entrare in empatia con le persone, ma ce n’è uno solo che conquista anche gli assassini (non psicopatici): l’empatia vera.

Franca Leosini non ha conquistato l’empatia di Sabrina nè quella di Cosima: entrambe si aspettavano di essere rivalutate come persone e, benchè lei in parte le abbia accontentate, ha mancato di centrare il punto doloroso che non sfugge però a chi è veramente empatico col dolore profondo: il non-detto, nemmeno a se stessi.

Sabrina ritiene una profonda ingiustizia essere in carcere a scontare una pena così enorme. Cosima, cercando di nascondere la sofferenza, la porta su un piano razionale: spiegatemi perchè siamo qui. O perchè sono qui io.

Michele, che non è stato intervistato in carcere, direbbe ancora una volta piangendo che vorrebbe scontare l’ergastolo, ma è pur vero che se avesse voluto scontarlo davvero avrebbe chiesto a sua moglie tutti i dettagli di un omicidio al quale non aveva assisitito e sarebbe forse stato creduto. Quando fa ritrovare il cellulare e subito chiama Sabrina, ha già deciso di mandarla in cella. Credere alla favola del senso di colpa, significa non capire cos’è il senso di colpa.  Il senso di colpa ripara, non porta ad accusare gli altri, benchè siano colpevoli. Il senso di colpa è un meccanismo di difesa umano per chi ha coscienza e morale e serve appunto a rendersi conto del male commesso. Non certo a farne dell’altro a qualcun altro. Il senso di colpa non ha niente a che vedere con il senso di giustizia: ci può essere l’uno e non l’altro. Se manca il senso di colpa e ugualmente lo si esterna con altarini e pianti e parole, si mente per salvare la propria immagine.

Io non so chi ha ucciso Sarah, so che solo quelle tre persone possono averlo fatto. Ma come nel caso di Meredith,  non si possono condannare persone (come è stato per la Knox e Sollecito) solo perchè tutto fa ritenere che siano stati presenti in quella casa (altri non c’erano) e perché avessero entrambi un movente, benchè diverso, per uccidere. Raffaele e Amanda, secondo la ricostruzione non processuale (sono stati assolti) hanno creato una coppia patologica nella quale Amanda aveva necessità di rivincita e Raffaele anche. Amanda ha avuto sotto le mani (cioè l’occasione irripetibile) di avere rivincita e Raffaele ha accettato il soggetto proposto (Meredith) . Ciò che li ha accomunati è stato il bisogno di rivincita personale (ognuno la sua).

Cosima e Sabrina sono madre e figlia. Entrambe hanno il desiderio di rivincita (dalla vita, dalla sorella, dalla cugina, dai bulli, da Ivano, ecc) e Sarah poteva essere il bersaglio debole (così come le madri uccidono i figli piccoli) perfetto, l’occasione perfetta e irripetibile, ma Cosima e Sabrina non hanno un rapporto patologico tra di loro nè sono una coppia nella vita. Perciò una sola delle due può aver deciso un omicidio: una lezione eccessiva apparterebbe alla categoria degli omicidi colposi o pretrintenzionali (lo stragolamento potente non può esserlo: è proprio un desiderio di soffocare fino a vedere la persona morire).
Se la decisione di punizione è stata di Cosima, come dicono le carte processuali  (lei sarebbe andata ad acciuffare la ragazzina che poteva svergognare i Misseri con una rivelazione ) lei è corresponsabile dell’omicidio e Sabrina quella che lo pensa, lo decide e lo attua per prima sapendo bene quello che sta facendo. Se è Sabrina la rabbiosa, non sta più in piedi il fatto che sia la madre a correre dietro a Sarah con l’impeto e la rabbia di una che è ferita personalmente. Il rapporto tra madre e figlia non è affatto chiaro e nemmeno Valentina, la sorella maggiore, ce lo spiega. Valentina appare, piuttosto, come l’unica ad avere sensi di colpa per non aver capito niente della sua famiglia e paga ricoprendo di affetto e attenzioni madre e figlia. Non il padre che evidentemente ha messo in luce la fragilità dell’impalcatura familiare.

Se invece Michele Misseri, che sta sempre ai margini, entra in questa vicenda, non può esserci entrato solo come manovale o gli sarebbero occorsi molti minuti in più per capire cosa era successo e perché difendere immediatamente moglie e figlia con un atto che lascerebbe freddo solo un mafioso abituato a mettere corpi anche nel cemento.

Tirare le conclusioni non è facile. Le testimonianze sono tutte smontabili, i tempi anche. Restano in piedi, di questa storia, due cose: Sarah è morta in quella casa e uno dei tre o uno, o due o tre, l’hanno uccisa. O uno, o due o tre.

Nel dubbio, il nostro ordinamento giuridico avrebbe dovuto assolvere per insufficienza di prove Sabrina e Cosima e condannare per il solo occutamento di cadavere Michele. Non sarebbe stata giustizia, ma avrebbe rispettato il nostro codice penale che salvaguardia il possibile errore giudiziario.

Nella lunghissima intervista di Franca Leosini, non mi sono aspettata una confessione da parte di Sabrina o Cosima, nemmeno velata:  se avessero ucciso non lo direbbero mai. E la loro attuale linea, difensiva o meno, non presenta nessuna contraddizione nemmeno in un discorso lungo e articolato e a braccio. Perciò non può incrinarsi in nessun modo.

Michele Misseri, a differenza loro, ancora oscilla tra la voglia di punire e quella di essere punito. Quando questa sua modalità difensiva infantile sarà scomparsa, tutte le maschere dei personaggi di Avetrana andranno in frantumi. Se mai dovesse accadere, sarà comunque tardi.

Pescara, in vino veritas

Due auto di lusso, una nella tenuta dei nonni, l’altra nell’azienda di vini Il Feduccio, in Abruzzo. Le hanno portate via gli inquirenti che dall’11 marzo, giorno in cui è stato trovato cadavere con due pallottole in corpo il rampollo dei Lamaletto ricchi e famosi in Abruzzo e in Venezuela, seguono più la pista familiare di altre meno interessanti. E se lo fanno non è  “per eliminare ogni dubbio sulla responsabilità dei parenti” nell’omicidio del nipote di Gaetano Lamaletto, il patriarca che tutto ha creato e nulla vuole distruggere, ma, piuttosto, per cercare le prove che in quelle due auto definite ” nella disponibilità del cugino” che porta lo stesso nome del nonno, Gaetano, ci sia o  non ci sia una traccia di un corpo freddato lì dentro lo scorso 8 marzo.

Gaetano Lamaletto, nipote del magnate dellle ceramiche in Venezuela e dal 2016 titolare del Feduccio, ha la stessa età di Alessandro. A differenza di ques’ultimo, ragioniere disoccupato, ha una formazione solida alle spalle per fare l’imprenditore con preparazione e pelo sullo stomaco (è nato a Caracas e ha studiato a Boston), precoce e sicura: quell’azienda di famiglia, nel Chietino, era destinata a lui e non ai suoi 4 cugini o alla zia Laura, sorella del padre, che in Abruzzo era già rientrata  da Caracas all’idea ddel nuovo pallino imprenditoriale di suo padre: il vino. E che vino: presente alle fiere, esportato e osannato come uno dei migliori d’Italia. All’inizio Laura Lamaletto contava molto nel Feduccio, dove lavorava, mentre suo fratello rimasto a Caracas contava molto nell’altra proprietà paterna, che più florida non si poteva immaginare: le ceramiche Bargas. Laura Lamaletto ieri ha raccontato cose che finora aveva tenute per sè e la sua famiglia: nel 2014 il fratello l’ha spodestata dal Feduccio in quattro e quattrotto. Non ci dice perché, nè ci dice se il padre di entrambi fosse d’accordo. Ma il vecchio Gateano Lamaletto benchè non appaia mai in questi giorni e mai parli, non è uomo da restare in disparte negli affari, nè come in questo caso, le dispute familiari. Difficile imaginare che suo figlio Gaetano abbia deciso da solo a chi dare in mano la proprietà vinicola abruzzese, ma soprattutto chi subito spodestare perché non avesse nulla a pretendere. I figli di Laura per la verità erano giovani, uno addirittura si era trovato una bellissima venezuelana e con lei un anno dopo si è sposato ed è andato a Miami a fare il cuoco in ambienti d’elite. Massimiliano però non ha mai litigato col cugino Gaetano, segno che ognuno si faceva gi affari suoi. Non deve essere stato così per Alessandro che, all’apparenza remissivo, buono e docile, nei racconti della madre emerge protettore materno, quasi prescelto per vendicare la sofferenza materna che è sì di denaro, ma soprattutto di umiliazione. La famiglia Neri-Lamaletto, per mantenere un livello sociale ed economico aveva dovuto chiedere aiuto ai parenti. E se il fratello l’ha spodestata senza troppi complmenti, per dovere di economia e potere, ha dovuto passarle dei soldi, non molti (2000 euro al mese) per mantenere una casa elegante,  e quattro figli non ancora del tutto autonomi. Ieri Laura Lamaletto ha dichiarato, quasi urlando, come ha fatto dal primo giorno della scomparsa di suo figlio, che lei,  i suoi figli e suo marito sono onesti. Quello che non dice apertamente è se solo suo fratello e la famiglia di questi è stato disonesto con lei, quasi costringendola a vendere la casa e andare a Miami dal figlio Massimiliano, o se di mezzo c’è anche suo padre. Papà Gaetano del resto non era uno stinco di onestà nemmeno in Venezuela, con alleanze discutibili (e di indagine) col governo di Chavez che si è sostenuto grazie agli imprendirori come lui e altri, molto più di lui in odore di narcotrafico e di lavaggio di denaro sporco. I Lamaletto in Italia non sono mai stati sfiorati da nessuna inchiesta, ma tempo al tempo: la Finanza adesso ha dovuto mettere le mani sul patrimonio di famiglia per verificare se la pista dei rancori abbia potuto portare a una eliminazione fisica del pretendente di giustizia, l’ultimo rampollo rimasto in casa con la mamma. Certo è, a ragion di logica, che per uccidere o fare uccidere un parente scomodo, bisogna anche essere certi di non essere presi. E bisogna anche essere certi di aver tutte le carte a posto, in senso penale e fiscale.

Per questo motivo la pista familiare non è così convincente, benchè sia la più logica come movente quando ci sono forti rancori e comportamenti di potere appresi in una terra, il Venezuela, sinonimo di corruzione, violenza e difesa personale di alto livello e magari trasferiti pari pari in Abruzzo. Insomma, il pelo sullo stomaco, se nasci e vivi e sei imprenditore di un piccolo colosso, a Caracas lo devi avere o finisci male.

Gateano, che in Italia vive con la compagna venezuelana, sembra sparito. Nessuna certezza sul fatto che sia partito il giorno prima del delitto per Caracas (ma cosa sarebbe andato a fare?) e nessuna certezza che gli inquirenti non dicano dov’è, pur sapendolo.

Come per tutti gli omicidi dove pochi parlano e molti ne aprofittano per puntare il dito e finalmente esternare la rabbia covata a lungo, la cautela è d’obbligo.

Della brutta fine di Alessandro si hanno poche certezze. La prima è che lui è andato di sua volontà a Pescara in auto. La seconda è che non è stato ucciso nella sua auto. La terza è che è stato ucciso da una persona che conosceva e della quale non aveva timore. La quarta è che la pistola di piccolo calibro (potrebbe essere anche da borsetta, cioè da difesa personale) l’ha sorpreso durante una chicchierata per lui non pericolosa (sarebbe stato colpito in fuga). Se fosse stata una vera esecuzione (di sicari, ad esempio), Alessandro non sarebbe stato ritrovato con la felpa addosso (e il cappuccio in testa) abbandonato in un luogo qualunque alla periferia della stessa città, poco visibile al passaggio ma facilmente odorato dai cani molecolari, come lo è stato.

Mamma Laura oggi dice che percepiva pericolo per il figlio, segno è che Alessandro, molto attaccato a lei, soffriva con lei della situazione emotiva, ma certamente anche di quella ecomomica, perché a 29 anni e senza aver mai lavorato, non rinunci a tutto quel ben di dio di famiglia solo perchè altri hanno deciso che così deve essere.

La matrigna cattiva

 

Il Pesciolino è stato trovato. Aveva 8 anni, era scomparso da 12 giorni in Almeria, desertica regione del sud della Spagna in una località con sole venti anime di inverno e pieno di buche, pozzi, sabbia e rocce.
In questi 12 giorni Gabriel, per volere di sua mamma, era diventato il Pescaito, sopranome affettuoso che gli avevano dato i genitori, e la Spagna si è rotta la testa per trovarlo indossando una maglietta con un pesciolino o appendendo disegni alle finestre. Tra tweet, facebook, condivisioni di foto e appelli ogni dove. Una ricerca affettuosa e disperata e piena zeppa di fantasie, false piste, persino di un arresto.
Tutti hanno pensato che fosse stato un uomo a portarselo via in 12 metri, tanti erano quelli dai quali è scomparso alla vista tra la casa della nonna e quella della zia, in una piccola curva che ha fermato la sguardo di entrambe. Era pomeriggio di festa in Andalucia dove Gabriel viveva con la mamma separata dal marito, e a lui era stato affidato. I due ex andavano d’accordo e Gabriel passava due weekend alla settimana col padre ma ogni giorno i genitori si sentivano per telefono per condividere ogni cosa del loro bambino.
La gente ha pensato subito al rapimento opera di un marocchino o anche di un gruppo di marocchini. Poi a un ex della madre instabile e anche al padre di lui. Gabriel doveva essere stato vitima di un pedofilo, di sicuro.
Invece Ana Julia, la compagna del padre, lo aveva soffocato in quei dodici metri e messo sottoterra. Ieri, quando ormai i sospetti erano tutti su di lei perché lei, che sempre è stata presente nelle ricerche e abbracciava davanti a tutti madre e padre del bambino, si è tradita facendo trovare la maglietta del bimbo per caso in una stradina a pochi chilometri da casa. Da quel momento l’hanno pedinata. Ana Julia ha lasciato il suo compagno e poi è andata recuperare il cadavere di Gabriel, timorosa che infine lo trovassero. Pieno di terra com’era, l’ha avvolto in una coperta e l’ha messo nel baule dell’auto, e con lui ha guidato per 73 km fino alla casa dove viveva col suo compagno, il papà di Gabriel. E’ qui, appena giunta, che la polizia le ha fatto aprire il baule e lei ancora ha negato: non so chi l’ha messo lì.
La mamma di Gabriel ha subito detto che non vuole odio, non vuole brutte parole, non vuole che si parli di Ana Julia, nè in bene nè in male. Non vuole che le si auguri la morte, come stanno facendo in tanti, così emotivamente coinvolti in questi dodici brutti giorni pieni di speranza. Vuole, invece, che si ricordi la generosità degli spagnoli che hanno aiutato a cercarlo e hanno sofferto con lei in questi 12 giorni.
Ana Julia era venuta ad Almeria dalla repubblica dominicana. Aveva 42 anni. Ventidue anni prima aveva due bambine, figlie seenza padre, e una di queste a soli due anni è morta cadendo da una finestra. Il caso era stato archiviato come incidente, ma ora verrà riaperto. Sei anni fa si era messa con un uomo, un bulgaro, e con lui ha aperto un locale ad Almeria, un bar chiamato Black che non è durato molto. Benchè lui continuasse ad amarla, Ana Julia se ne è andata via e subito si è messa con il padre di Gabriel, che era solo e forse troppo ingenuo per chiederle del suo passato. Stavano insieme da un anno e mezzo, ma con il bambino non aveva legato. Anzi. Gabriel aveva detto chiaro e tondo alla madre che non le piaceva la nuova compagna di papà e sperava che se andasse a Santo Domingo.
Ana Julia non sopportava Gabriel, ma meno ancora sopportava il rapporto che il banbino aveva col padre e la madre e meno ancora quello che i due genitori continuavano ad avere per colpa sua.
Gabriel, povero pesciolino, è finito nelle grinfie della matrigna, che nelle favole ben rappresenta il femminile invidioso e assassino.
Ma questa non è una favola.