La nuova vita di un migrante con il foglio di via dall’Italia

Samuel mi mostra due fogli pinzati. Uno è datato 8 ottobre, l’altro 8 novembre. Il primo è della Prefettura, il secondo dei Carabinieri di Pavia. Il primo dice che il giudice ha respinto la sua domanda di restare in Italia non essendoci le condizioni per la protezione, il secondo avverte di lasciare l’Italia avendo il giudice deciso che non può restare.
La sentenza era attesa da due anni. Due anni trascorsi in una comunità per rifugiati in Oltrepo, insieme con altri 60 come lui giunti con i barconi dalla Libia.
Samuel era arrivato in Italia dopo un viaggio durato un anno dalla Nigeria, attraversando Stati e deserto a piedi fino a dover lavorare per i veri “negrieri”, quelli che definiamo i mafiosi mercenari libici che in cambio del posto sulla nave per lasciare l’Africa costringono a lavorare gratis per loro. Samuel non viene da un paese in guerra, per questo il giudice ha respinto la domanda. Vero: Samuel è un migrante cosiddetto economico che al dirgli di tornare a casa diventa scuro in viso, contrae i muscoli e non sai se piangerà per l’orgoglio ferito o la paura di tornare da dove è fuggito rischiando la vita.
Dall’8 novembre, su ordine dei carabinieri, l’hanno mandato via dalla comunità dove viveva. Altri nigeriani come lui, ma con permessi più lunghi e non scaduti, perché precedenti al nuovo governo, lo ospitano a dormire ma deve continuamente cambiare casa. Loro hanno potuto affittare un appartamento perchè hanno trovato lavoro nelle cucine dei ristoranti a Milano, avendo documenti anche se temporanei. Lui il lavoro l’aveva trovato un anno fa e l’hanno fregato, per tre mesi ha lavorato gratis da una impresa di Milano di edilzia. Da allora ha cercato come un matto ma non ha trovato niente. Eppure è ingegnere edile, cattolico, educato, giovane e parla inglese oltre ad avere appreso italiano al corso fatto in comunità.
Ci siamo conosciuti perché sosta da tempo davanti al supermercato sotto casa mia e l’ho invitato a pranzo un giorno, in estate, per farmi raccontare la sua storia che non è molto diversa da quella degli altri migranti africani.
Oggi l’ho invitato a bere un tè a casa.
Non appare disperato perché non vuole mostrare di esserlo. Ma lo è. Al punto che insiste nel dire che lascerà l’Italia anche se sa che non riuscirà a varcare la frontiera. Dice che ci vuole tentare, altri nigeriani sono andati in Francia e se ce l’hanno fatta loro ce la farà anche lui. Inutile dirgli che è rischioso e che lo respingeranno alla frontiera. Inutile anche domandargli: vuoi vivere da clandestino tutta la vita? Capisco che ha bisogno di sperare o va in pezzi.
L’unico momento in cui vedo la vera disperazione di Samuel è quando parla degli africani in stazione Centrale a Milano, distesi per terra. E’ come se si vedesse finire così e adesso invece ha ancora la dignità di vestirsi, lavarsi e dormire in un letto. Sa che il rischio di vendere droga in situazioni simili è altissimo e lui no, la droga non la venderà mai a nessuno.
Sul cellulare ha l’immagine di Gesù con il cuore sanguinante.
L’elemosina davanti al supermercato gli frutta 50 euro al mese. Lo vedi irritato al pronunciare quel numero, 50 euro, per stare fermo col cappellino in mano dalla mattina alle 8 fino al pomeriggio o al contrario, dal pomeriggio alla sera tardi. Vuole lavorare, come tutti. Vuole potersi pagare un affitto, come tutti. E non vuole chiedere favori a nessuno, nemmeno allo Stato italiano. Lo dice più e più volte.
Ha fatto ricorso contro la decisione del giudice, come gli ha consigliato l’avvocato e come fanno tutti, ben sapendo che sarà tempo perso per lui e il giudice. Ma il ricorso, che avrà in mano domani, forse gli permetterà di restare ancora altri mesi o, chissà, anni, in Italia, secondo i tempi biblici dei Tribunali.
Mi è venuto spontaneo fargli una domanda: hai chiesto ai carabinieri che ti hanno detto di lasciare l’Italia come fai a muoverti senza documenti? No, non l’ha chiesto.
Io l’avrei fatto: scusate, come torno a casa o in altro luogo che non sia l’Italia se non ho nè un lasciapassare, nè un passaporto temporaneo per andare in Norvegia, o Canada o dovunque siamo richiesti? Oppure devo tornare in Sicilia e sperare che passi una barca di scafisti che mi riporti indietro?
Io l’avrei chiesto per costringerli a trovare una soluzione concreta a un foglio di carta: è facile scrivere lascia l’Italia sapendo che non può farlo e perciò resterà qui da clandestino. Con tutto quello che ne consegue.

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Samuel, benvenuto a pranzo a casa

Samuel Ojaomo è nato in una cittadina del sud della Nigeria nel 1991.
Da giorni lo vedevo davanti al piccolo supermercato della mia via, a Milano, con il cappello celeste in mano.
Questa mattina, come altre, mi ha sorriso e salutata al passargli accanto, e stamattina, a differenza di altre, mi sono fermata.
Ero carica di emozioni negative da una settimana. Di parole crudeli lette, di attacchi, anche a me, di discorsi strampalati della gente, sabato di Bruzzano, ieri di Opera, davanti alla chiesa. Il signore di Opera, poco prima di entrare nel santuario davanti al cimitero e poco dopo avere offerto la frutta del suo giardino al sacrestano, era tutto orgoglioso che il suo sindaco avesse rifiutato 12 migranti. E a Opera c’è l’ndrangheta da 40 anni, supercarcere per i mafiosi del 41bis e l’ospedale dei tumori sul quale lucrano i residenti che affittano ai parenti dei malati.
Bè, insomma, ero carica di emozioni forti e forti sensi di colpa che solo questo tipo di gente, i miei connazionali, sanno suscitarmi ogni volta che, schierandosi così potentemente, cambiano le sorti delle persone, anche le mie.
Alle prime domande fatte a Samuel, mi è giunto il suo tono di voce pacato e i suoi racconti, per niente scioccanti, lasciavano immaginare portandomi là, dalla Nigeria alla Libia e da Tripoli su un barcone fino in Sicilia. Mentre lui raccontava si fermavano signore e signori a dargli una moneta. Per lo più anziani. E a me dicevano: è bravo.
Vivo a Porta Venezia. Non è un quartiere di benestanti in alcune vie e di sicuro non lo sono quelli che si vedono alla mattina presto. Sentivo la commozione salire. Perchè lo so come sono fatta: di fronte alle mani allungate, generose, che nulla chiedono in cambio, io ci rivedo i miei genitori, me stessa, e tutti gli italiani che sono così da anni e anni. E il contrasto con chi accusa anche te di essere generosa e ti obbliga a non esserlo per decisione superiore, è così potente da scatenare dolore.
Così, appena Samuel ha parlato di barcone mi sono sgorgate le lacrime. I bambini… mi sono venuti alla mente tutti i bambini di video che ho visto proprio ieri, video laceranti girati dalla guardia costiera, dove tirano su solo loro dal gommone lasciando lì tutti gli altri adulti in bilico sul bordo e quelli gridano oh! con un sorriso felice e le mani alzate, perché hanno preso uno dei loro bambini. E loro fa niente.

Definire buonisti i buoni, è l’assenza di parole dei cattivi.

Samuel è un migrante che noi chiamiamo economico. Non è scappato dalla guerra, nè da una cittadina disastrata. Anzi, nelle foto si vede ben curata e con l’Università.
Samuel vive da due anni in un centro di accoglienza, anzi un vero hotel in Oltrepo Pavese, uno dei posti più belli della Lombardia. Sa che questo “lusso” viene pagato dall’Unione europea ma non conosceva la cifra pro-capite, lo informo io.
Samuel non ha nemmeno una famiglia poverissima e afferma che non deve mantenere nessuno. Ha fratelli grandi di primo letto della madre, 50enne, e il padre non l’ha mai conosciuto. No, sua mamma non è stata abusata, il suo uomo se ne è andato quando Samuel era neonato.
Samuel ha studiato, aiutato dai fratellli maggiori. Dopo la licenza media ha frequentato due anni di una scuola tecnica governativa, obbligatoria. Nel 2012 si è diplomato in un’altra scuola statale tecnica. E’ ingegnere edile e meccanico. Dal 2009 al 2015 ha lavorato nellla sua città come operaio metalmeccanico. Poi ha deciso di partire.
In Oltrepo frequenta la scuola di italiano, tre volte alla settimana, ma noi parliamo in inglese, per lui più facile.
Quando gli chiedo della struttura che lo ospita mi racconta che sono 80 migranti e per loro non organizzano niente. Hanno cibo alla sera (cous cous, mi dice, con un po’ di carne e verdura – e solo il Nord Africa apprezza il cous cous…) poco e male cucinato, ma lui non si lamenta. Me lo racconta perché io lo incalzo di domande e voglio sapere i dettagli.
In paese la gente non è ostile. Non li guarda e stop. Loro non esistono per il paese. Si prendono il treno e vanno a cercare lavoro a Pavia o a Milano. Lui l’aveva trovato un lavoro lo scorso setttembre a Milano. Un tipo l’aveva visto chiedere l’elemosina e l’ha ingaggiato per lavori nelle case, piccole ristrutturazioni edili di appartamenti, tipo imbiancare o mescolare la malta. Me lo mostra nel curriculum che porta sempre con sè dove c’è anche il nome della società: “2G Costruzioni”. Ho controllato, esiste, ha la sede in centro.
Gli chiedo se lavorava con bianchi o neri e mi dice solo bianchi.
E aggiunge che però non l’hanno mai pagato, nemmeno per un solo giorno di otto ore di lavoro. Gli davano appuntamento alla mattina alle 8 e lo portavano sul luogo di lavoro e gli hanno fatto anche la busta paga regolare ma quando chiedeva i soldi dicevano aspetta. Gli hanno sempre detto aspetta e non ha mai visto niente. Non ha nemmeno interrotto lui il rapporto, hanno interrotto loro dicendo ciao e grazie, ti pagheremo.
E’ così che ho deciso di invitarlo a pranzo a casa.
Per rabbia verso gli italiani, per senso di colpa verso quello che sono sempre stata con persone sbagliate del mio paese e non riuscivo più ad esserlo per paura di perdere quei pochi amici che avevo ancora, quellli che giudicano ogni cosa che fai e ti dicono anche te lo scopi? E’ giovane e lo comandi? Vuoi fare vedere che sei migliore? Bè sì, l’ultima motivazione è vera: scrivo perché voglio fare vedere che sono migliore di tanta gente, soprattutto di quella, tanta, che ho aiutato in 45 anni, e meritava invece calci in culo.
Io in verità non ho mai aiutato nessuno nel senso stretto del termine. Sono atea, non concepisco l’assistenzialismo. Offro strumenti perché uno se la cavi da solo.
A Samuel ho raccontato molte cose del nostro governo (sapeva bene che governa Salvini), del perchè la gente è cambiata tanto, e anche del perché a Milano non sono come nei paesi. Gli ho mostrato l’Italia che lui aveva scorto un po’ dal treno venendo a Milano dalla Sicilia e ha detto che è bellissima.
Lui mi ha mostrato la Nigeria, me l’ha spiegata, ha parlato anche dei suoi tanti connazionali delinquenti. Sì quelli che qui da noi spacciano. Gliel ‘ho chiesto; lo fanno qui perché non trovano lavoro e finiscono nei giri sporchi? No, mi ha risposto, lo facevano anche là. E’ dispiaciuto, ma realista. Ricorda che sono 5 milioni di persone.
Samuel è cristiano, come tanti nigeriani e dei riti woodoo dice che sono frutto della grande ignoranza dei mussulmani, donne soprattutto. Sono io a spiegargli che tante di loro le mandano a prostituirsi in Europa e le tengono schiave con il terrore di morire.
Samuel mi soprende, e credo soprenderà molti che leggono, quando afferma che il viaggio sul barcone non l’ha pagato.

Così mi ha descritto la sua avventura che chissà perchè io chiamo pellegrinaggio.

Dal suo paese si è incamminato a piedi verso Tripoli. Ogni tanto ha trovato passaggi in auto e poi ha affrontato il deserto. Con quali soldi ha viaggiato? Nessuno. La solidarietà della gente gli ha permesso di mangiare e lavarsi e vestirsi strada facendo.
Ma nel deserto arrivano loro: i libici che cercano manodopera gratuita per mesi e anche anni. Li portano a lavorare per loro, promettendogli di farli salpare per lasciare la Libia via mare.
A lui è andata bene: in meno di un anno si è pagato il viaggio in barcone col sudore e le notti sbattuto in buche a dormire con altri cento come lui. Non sono centri di detenzione: sono luoghi di ospitalità per schiavi. Samuel deve essere stato bravo a lavorare e a stare zitto e rispettoso perché non è stato mai picchiato o abusato e la sua schiavitù è durata meno di un anno.
Si è così meritato il viaggio che anzi, mi dice, questi libici vogliono che venga fatto: fuori, fuori dalla Libia, migranti africani del cazzo. Non sono militari, di militare lui non ne ha mai visto uno. Li chiama mafiosi.
Del viaggio non ricorda niente, non ha mai visto chi guidava. Era una nave, un grande pschereccio e non un gommone. Sono stati salvati da una Ong, una americana dice, ma non ricorda il nome.
A Milano è stato subito smistato nell’ex hotel pavese dove si trova tuttora. Il suo permesso dura ancora un anno e nel frattempo potrebbe lavorare regolarmente a libri, se qualcuno gli desse un lavoro regolare e non lo fregasse.
E se trovasse come operaio sarebbe uno dei tanti lavoratori stranieri che fanno quei lavori che i giovani non vogliono più fare. E potrebbe restare, pagarsi una casa, i contributi, le tasse, e poi chissà. Non chiude le porte nemmeno a un possibile ritorno nella sua patria che in fondo ama. Ha un mare splendido e anche bella gente, peccato che non ci sia lavoro.
E’ disposto a tante cose, come molti giovani volenterosi lo sono. A spostarsi di città e di Stato, al freddo o al caldo. Nel suo curriculum stilato per lui dall’associazione che gestisce i profughi di Castelletto di Branduzzo, in provincia di Pavia, c’è scritto che può fare il giardiniere, il barista e il sorvegliante oltre all’operaio. C’è scritto che è affidabile e si è si è sempre comportato bene, collaborando bene nei lavori di imbiancatura, edilizia e giardinaggio del Centro di Accoglienza per 80 ore.

Gi ho cucinato riso, melanzane fritte, pomodori freschi al basilico, pollo al limone e frittata di zucchine al cardamomo. Gli ho preparato una bevanda fresca di menta e limone che non conosceva e io avevo bevuto in Tunisia e nel deserto giordano.
Gli ho anche raccontato di Pamela. Come non poteva venirmi in mente mentre ce l’avevo davanti! Conosceva la storia ma io gliel’ ho spiegata tutta per bene, perché l’ho seguita da giornalista collaborando anche col collega Fabio Lombardi di Quarto Grado per ristabilire la verità, ben diversa da quella di giornali e televisioni.
E’ rimasto a casa mia poco più di un’ora perchè doveva tornare a Pavia per il corso d’italiano.
Appena era entrato aveva guardato la casa dicendomi che bella è. E’ piccola la mia casa, vecchia e di ringhiera. Ma è accogliente come era quella, ancora più minuscola, dei miei genitori. Mio padre diceva sempre: bisogna mangiare con le persone per conoscere le loro storie. Non aiutiamo loro, sono loro ad aiutare noi portandoci il mondo in casa.

Sono clandestino, vivo di elemosina

Neughaye è davanti a un piccolo supermercato Pam con un cappellino in mano. Oggi vedo lui, ieri ne ho visto un altro. Da oltre un anno osservo questi ragazzzi neri neri fermi davanti ai supermercati o le farmacie dei quartieri di Milano. Sono sempre diversi, ma sono tutti uguali: se passi vicino a loro dicono sempre buongiorno signora. Stop. Vedo persone che escono con la spesa in mano e lasciano una moneta, spesso un euro. Vedo anche persone che lasciano un piccolo sacchetto di plastica con qualcosa da mangiare. Nessuno parla con loro. Loro dicono solo buongiorno e grazie. Stop. I primi giorni che li ho notati ho chiesto ai vigili. Chi sono? I vigili hanno risposto: stiamo verificando. E’ una cooperativa? Un racket? Sono regolari o irregolari? I vigili hanno risposto: stiamo verificando.

Oggi mi sono fermata a chiedere a uno di loro.

Neughaye viene dal Ghana. E’ arrivato con un barcone alla fine del 2016 e l’hanno spedito in un campo a Bergamo secondo le decisioni della prefettura e la spartizione territoriale dei profughi . Sa poche parole di itlaiano. Parliamo in inglese.

Dove vivi?

A Milano, in una stanza in affitto in zona porta Garibaldi. Nell’appartamento viviamo in cinque. Paghiamo 250 euro ciascuno.

Hai lo stato di rifugiato?

No. Ho un permesso della Questura di Bergamo. E’ scaduto nel 2017. Te lo faccio vedere.

La polizia ti ferma?

Sì, qualche volta. Gli mostro il permesso scaduto e non mi dicono niente.

Perchè non sei rimasto nel campo di accoglienza di Bergamo?

Perchè il giudice mi ha detto che dovevo prendere un avvocato, ma era a pagamento e io non avevo soldi.  Ho fatto la richiesta dello stato di rifugiato nel 2016. Sono venuto a Milano con la mia famiglia e ho trovato un avvocato che sta facendo per me le pratiche gratis. Ti faccio vedere il biglietto da visita, è a San Babila.

Prendi soldi dallo Stato?

No, niente. Chiedo aiuto alla gente e con questi soldi che mi danno pago l’affitto e viviamo io e la mia famiglia.

Vorresti lavorare in Italia?

Sì, ma forse adesso lo trovo. Il signore del negozio qui vicino mi ha promesso un lavoro a Palermo.

E tu andresti a Palermo per lavorare?

Sì, con la mia famiglia. Sono molto contento.

Sai che se non hai documenti non possono darti lavoro?

So che mi servono i documenti, ma sta facendo l’avvocato per me la pratica di rifugiato.

Che lavoro ti ha promesso?

Non lo so. Non è importante.

Vi conoscete tutti voi che state davanti ai supermercati? Ci sono accordi?

No, non ci conosciamo. L’unica cosa che facciamo sono rispettare i turni. Ognuno di noi sta dal mattino alle 14 e dalle 14 alla chiusura nello stesso posto, poi deve cambiare.

 

Questo breve dialogo si è svolto in mezzo alla strada, questa mattina. Neughaye parlava solo se sollecitato in un buon inglese. Grande e grosso, appariva spaesato, caratterialmente umile, tranquillo e sincero. Della situazione italiana non sapeva niente, l’ho informato io della nuova linea del governo.

 

 

Ps: i commenti a questo post, per la delicatezza del tema e il particolare momento politico italiano,  sono moderati.  Non sono ammesse condivisioni che non riportano la fonte.

Bruna bianchi, giornalista professionista