Sintomi di disturbi di personalità

Il bambino di tre anni che non sorride davanti alla macchina fotografica, come se fosse infastidito, da grande ritiene essere quella la foto che lo rappresenta meglio.  Non c’è nulla di tenero, nè di simpatico in quel bambino. Non c’è neppure un vero disagio o una sofferenza. Non è quel “bambino gioioso” che descriveranno i suoi genitori al domandare com’era da piccolo. Non c’è ombra di gioia in nessuna foto di quando era bambino (tutt’al più di sprezzante timidezza)  c’è, però, a tre anni (età delle foto), un episodio  memorizzato.  Chi può ricordare cosa gli è accaduto a tre anni?  Da adulto, lo smemorato selettivo, sa sostenere (con orgoglio) che è stato in ospedale per aver mangiato il veleno per uccidere le lumache e che gli hanno fatto la lavanda gastrica.  Più che ricordo potrebbero averglielo raccontato. Ma raccontato come? Forse preoccupazione per il discolo che era, forse ridendo, forse….sta di fatto che è difficile affermare con orgoglio di avere avuto una lavanda gastrica a tre anni.  In più sorge il dubbio: a tre anni si fa la lavanda gastrica o si usa il carbone attivo? Propendo per il carbone attivo e per il non ricovero.  Potrebbe anche essere una invenzione o l’esagerazione voluta di un episodio minore. E ora vediamo perché.

C’è un altro ricordo ospedaliero improvviso. Sono ricordi importanti perchè di tutta l’infanzia sembra non esserci traccia se non per un rifugio sotto la scrivania della maestra, le penne rubate costantemente ai compagni, la richiesta frequente di andare in bagno, la testa sempre tra le nuvole, il gioco del Lego in solitaria.  Il secondo ricordo ospedaliero è assolutamente casuale, durante una visita da adulto in ospedale: nel computer risulta un ricovero in pediatra a 12 anni. Zero memoria.  Nessuno in famiglia ricorda. Forse, si ipotizza in casa, allergia a un morso di medusa, essendo avvenuto in una città di mare.  Ma sembra alquanto strano, poichè sul computer c’è scritto ricovero e non pronto soccorso pediatrico. Di un ricovero nessun bambino di 12 anni perde la memoria. Ma nemmeno una madre, normale,  scorda un soccorso per allergia di medusa a un figlio. Il computer non mente. Il dubbio, anche in questo caso è chi mente o perchè non ricorda.

A 10 anni ricorda un incidente d’auto su curve a strapiombo sul mare, dove lo zio perde i sensi con i due bambini a bordo. Causa: crisi epilettica in soggetto epilettico. Il ricordo però sembra solo un racconto fatto da altri, senza nessuna emozione nè nessun dettaglio. Teoricamente un trauma peggiore della lavanda gastrica ma non viene, in questo caso, enfatizzato nè in bene nè in male. L’episodio non è inventato.

Più l’infanzia è vicina, si sa, più si ricorda.  A 9 anni, se si vive un gravissimo terremoto per giorni e giorni, anzi due mesi,  con morti e devastazioni totale del paese, si può ricordare solo la paura che i genitori morissero e nient’altro? Ma proprio nient’altro? Nè la perdita degli amichetti o dei nonni, della scuola, della casa natia? Una specie di tabula rasa senza emozioni collaterali: l’unica è la normalissima paura di perdere i genitori-protezione. Ma nei terremoti, si sa, non è certo questo l’unico trauma dei bambini, neppure se i genitori sono tranquilli.

La dissociazione può essere il primo segnale di un disturbo, la mancanza di memoria di un altro. La memoria selettiva ancora di più, in un soggetto che di memoria ne ha a sufficienza e persino eccessivamente precisa per le date. Ma c’è un altro punto di domanda: l’assenza d emozioni sollecitando il ricordo e la scelta di alcuni tipi di ricordi e non di altri.

L’emozione però arriva ed è risentimento, al mostrare scetticismo su altri due ricordi di infanzia: a 7 anni si è spogliato in classe davanti a tutti e non è successo niente, (e la madre nega) e a 8, in mare, un bambino lo voleva affogare.   Risentito al punto da dire, da adulto, che è stato giusto denunciare quel bambino alla nonna che l’ha redarguito davanti ai genitori e insistere sul fatto che un bambino di 8 anni voleva uccidere un coetaneo.  L’unica emozione è non essere creduto (da adulto), ed è una emozione che lavora dentro come un tarlo fino a diventare ossessione e vendetta.

Fin qui ‘infanzia. Ma gli episodi continuano in adolescenza e in età adulta. Cambiando e adattandosi fino a non essere più facilmente riconoscibili, se non per una costante foma di dissociazione cognitivo-emotiva e di emozioni in chiave negativa più che positiva quasi come se quelle positive non fossero conosciute e introiettate tra i ricordi.

Prossimo post: i segnali nell’adolescenza

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Peter Pan è squilibrato

Se è stato uno psichiatra (americano) e non uno psicologo, a definirla sindrome di Peter Pan, una ragione ci sarà.  Colpevoli sempre loro: i genitori che coccolano, proteggono, fanno sentire i bambini, e poi gli adolescenti, incapaci (perché li vedono incapaci…) li vogliono autonomi però non tanto, li portano a conoscere il mondo però sotto l’ala protettrice di ogni frustrazione o problema economico che può capitare. Li lasciano liberi dando due messaggi in contemporanea: fai quello che vuoi, non fare quello che vuoi. Li costringono a dare contributi in casa (per farli crescere) e poi li premiano con caramelle, regalini, soldi. Ci tengono a fare bella figura con figli laureati e intanto pensano che non valgono abbastanza per essere laureati. O peggio: poi non si trova lavoro, che ti laurei a fare? Sindrome di Peter Pan significa in parole povere trascinarsi da adulti un complesso di libertà senza regole etiche, senza confini interiori, senza progettualità matura. Senza capacità di amare né se stessi né gli altri. Attenzione: i Peter Pan sanno benissimo cosa significa la parola amore e come ci si comporta, sanno benissimo che si deve lavorare e avere la testa sulle spalle, sanno benissimo che occorre fare sacrifici e assumersi le colpe e anche pagarle, però non lo fanno. E a un certo punto non lo fanno per scelta.

Un conto è essere bambini, un conto è essere adulti e aver deciso che è meglio essere bambini. Un po’ depressi, un po’ incazzati, un po’ frustrati, un po’ caotici, un po’ capricciosi, un po’ teneri, un po’ divertenti, un po’ addolorati, un po’ sfasati e persino un po’ costantemente dissociati. Insomma, in una realtà dell’isola che non c’è dove si soffre, sì, anche,  ma tanto è un’isola che non c’è e si soffre poi  si dorme, si mangia, si beve, si fa sesso, si balla e si lavora (un lavoro divertente però!).  E soprattutto non c’è nessuno che sgrida o educa o ricorda i patti.

Si sta male? Sì e no. Si sta male se viene a mancare l’ombrello accudente di una o più mamme, di uno o più papà, (ed ecco che poi verranno definiti paraculi), si sta bene se e fin quando tutto si può risolvere come se si stesse giocando ora, adesso. Tanto domani è un altro giorno, si vedrà.

L’inizio delle frasi dei Peter Pan è dovrò, farò. però. Se gli chiedi di dialogare ti guardano con la faccia di chi deve ascoltare una lezione di matematica e non ci capisce un tubo e speriamo che finisca presto. Sanno anche addormentarsi di colpo, sul bracciolo della sedia, come i bambini. Se osservi che sono incoerenti  o ambigui o contradditori  (ti sembravano così maturi fino a cinque minuti prima o nella mail ben scritta, ben pensata, piena di attenzioni e riflessioni e progetti)  rispondono sono fatto così, non è mica grave. Se guardano la pornografia o chattano con donne dicono che si sentivano soli e mica hanno mai tradito né fisicamente né sentimentalmente. Se si abbuffano a tavola in pubblico e mandi occhiatacce schifate, sono capaci di nascondere un pezzo di pane in bocca, diventare pallidi e dire che non hanno in bocca niente. Se perdono ogni cosa si prendono tutte le colpe e poi te lo dicono con un’aria così drammatica e con le lacrime agli occhi che non sai se prenderli a  sculacciate o piangere a dirotto per la loro sfortuna (e la tua). Se di comprano tutto quello che vogliono e svuotano il conto corrente (loro) non sai se togliere la carta di credito o metterli ai lavori forzati. Loro ti guardano sempre come se tu dicessi eresie tipo: non ho fiducia in te, vali poco. E  ti odiano. E  si vendicano. Però come i bambini, di nascosto, con mezze frasi,  o vigliaccamente in silenzio e sottomessi per modo di dire. Ti derubano, ti umiliano, ti fanno credere che. Ti mandano in una confusione totale con il sei tu che non hai fiducia, non io che sbaglio . Ma che è, figlio mio?

Se svuotano il frigorifero (e ovviamente non ricomprano) guardano per aria tentatissimi di dire che non sono stati loro anche se a casa ci sono solo loro. E’ che prima c’erano altri familiari, era più facile incolparli, adesso si guardano in giro e … che fregatura, non c’è nessun altro.

Se guardano la pornografia al computer sanno dire non sono stato io. Non c’è nessun altro, ma lo sanno dire anche per due giorni di fila. E quando non possono più farne a meno, confessano: non so perché lo faccio, ma giuro che non è contro di te. Dove e quando hanno imparato certe frasi non lo scoprirai mai. Probabilmente hanno  risposte selezionate nel cervello per entrare, stare dentro e uscire da ogni situazione. Magico e invidiabile persino.

I Peter Pan non decidono niente. Nemmeno di fare il primo passo. Creano le condizioni perché sia tu a sceglierli senza sapere che dentro quell’uomo tenero, educato, spesso bello, c’è un capriccioso e ignorante bambino, ignorante nel senso che ignora di esserlo e ignora perché non ha studiato sui libri ma ha arraffato informazioni qua e là,  né fatto esperienza di maturazione culturale e figuriamoci sessuale e affettiva.

Sparare sui Peter Pan ti sembra di sparare sulla Croce Rossa perchè fanno pena e compassione e tenerezza. Ti sembra di arrabbiarti come si fa coi bambini capricciosi, ma siccome sono bambini sono sempre perdonabili. Se poi ami i bambini sei fottuto. Ecco che salterà fuori ogni tanto il Peter Pan vittima o ancora più bambino del bambino piccolo.  Non si può arrabbiarsi con un neonato. E’ troppo.

Però siccome sono alti 1,86 ti mandano su tutte le furie. Dissociato è lui, non tu,  e la realtà la vedi benissimo. E’ un uomo, mica un bambino.

A un certo punto Peter Pan chissà come mai diventa Capita Uncino. Non lo fa apposta, però lo diventa. Perde una mano e si infila un ferro acuminato, si mette la benda sull’occhio e gioca a fare il cattivo. Il problema è che non fa affatto ridere e comincia a fare paura. Anche perché la sua stazza fisica non è affatto quella di un bambino di tre o sei anni e nemmeno di un adolescente di 14.

Attenzione: non ha una multipersonalità, è difettoso. Non è camaleontico, è tutto e niente insieme. Fa quello che vuole e intanto ti obbedisce, e mentre ti disobbedisce ti accusa e mentre è assertivo ti pianta una uncinata così acuminata che sanguini e sanguini e sanguini. Lo fa apposta? Ma no!!! Negherà sempre. Perché lui si considera un bambino e tutt’al più può dare una manatina con le mani piccole e che male può fare? Ti può lanciare acqua come acido a seconda di cosa ha in mano. Poi ti dice ma era solo acqua sapendo perfettamente che il gesto era violento e solo la fortuna ha voluto che avesse in mano l’acqua. Sa scusarsi per paura di esser cacciato via, mai per amore. Ti confonde con parole da uomo che escono dalla testa di un bambino. Capirlo è maledettamente difficile. Si dissocia così bene che finisce sulle nuvole in continuazione, così giusto per non dire mai che è colpa sua o dare risposte definitive o far capire chi cavolo è. Colpa della mamma, colpa del papà? Non lo dice nemmeno più, li odia e basta (però li usa senza vergogna). Ha verso di loro un odio così atavico,  ribollente, che ogni persona che oserà anche solo lontanamente fargli venire alla mente che è inaffidabile (e lo è davvero!) avrà in cambio tutti i comportamenti più beceri di un adolescente ribelle. Tutti, ma proprio tutti. Anzi, di un adolescente borderline e narcisista. Sempre però in un corpo da uomo educato, bello, rispettoso degli altri, gentile. E alla fine per forza  falso. Questo fa la differenza.

Papà e mamma di Peter Pan andrebbero messi in galera, ma Peter Pan non merita il ti amo di Wendy perché a lui di Wendy gliene frega solo finchè lo stimola a giocare  e a sfidare Capitan Uncino per dimostrare  di essere uomo (ma non lo è).  E’ un bambino. Se il gioco finisce ne ha pronto un altro e si dimentica in un nanosecondo e a Wendy dice ciao senza rimpianto né nostalgia. I bambini insinceri, problematici e non empatici, dimenticano le persone. Ringraziano educatamente e voltano pagina.

I bambini vivono nel presente. Perciò secondo loro le azioni senza consapevolezza di fare del male, rubare, ingannare, ferire, ecc. ecc. sono perdonabili (i bambini si perdonano e si autoperdonano) e con un po’ di furbizia cercano la scusante più scusante che ci sia. Socialmente accettata, tipo eravamo in una relazione affettiva, non ho fatto niente apposta.  Ecco, Peter Pan dovrebbe essere informato meglio (già a scuola) che se vuole restare tale (cioè bambino) e combina seri guai da grande, deve farsi carico delle conseguenze  delle sue bambinate.

Se Peter Pan era un ragazzino con disturbo psichiatrico e la favola sottintende proprio questo, bè si spera che non la chiamino più sindrome di Peter Pan per riderci su (non stiamo parlando di leggerezza ma di incoscienza) ma va individuata come patologia vera e propria. Se invece sono adulti che non vogliono crescere meritano calci in culo (e anche denunce, nel caso di reati). E le Wendy? Non sono mamme, non sono crocerossine. Sono state attratte da una  personalità così rara e così interessante da volerla conoscere senza riuscire a capire un tubo, perché le mille facce di Peter Pan (cioè tutte le età, da zero a 90 anni  mescolate insieme) confondono anche un poliziotto o uno psichiatra. In fondo avevano ragione i suoi genitori: peccato che lo abbiano accudito e vezzeggiato e protetto sempre  invece di prenderlo a calci nel culo (soprattutto da adulto).