Il fratello del carabiniere di Latina è l’altra metà dell’inferno

 

Si chiama Gennaro. Oggi parla a ruota libera tentando di difendere Luigi Capasso e le bambine (“le mie principessine”) uccise da suo fratello con determinata volontà. Non ce la fa a dire apertamente che sua cognata è colpevole, e allora ci gira intorno parlando dell’avvocato di lei “che le ha imposto di non fargli vedere le bambine”. Ecco perché ha dato fuori di matto. Gennaro Capasso arriva a dire che suo fratello ha avuto “un black out di 15 minuti”.
Fa niente se ormai è noto che era stato tutto premeditato (5 lettere) e che ancora (e mai lo saranno) non sono stati resi noti i veri motivi della rottura della coppia. Fa niente se suo fratello ha commesso qualcosa di abominevole, rinforzato dal fatto di essere carabiniere. Siccome è morto, poveretto anche lui e qualcuno anche per lui dovrà avere un sentimento di pietà.
La giustificazione per Luigi Capasso è la stessa che ha lasciato viva (perché soffrisse in eterno, si badi bene alla crudeltà del gesto) Antonietta Gargiulo, e ucciso le sue bambine. Se non l’avesse giustificato, se non avesse avuto pietà, se non avesse provato questi enormi sensi di colpa che a noi donne fanno provare sin da bambine e che pesano come macigni in tutte le nostre scelte, rinforzati dalle colpe che ci danno gli altri soprattutto nei matrimoni (prete, colleghi di una e dell’altro, genitori, parenti) a rischio di rottura, ecco, se Antonietta non avesse giustificato in parte suo marito, sarebbe andata diversamente. Gli ha dato un potere enorme di vendicarsi.
Mancano tanti elementi per comprendere, ammesso che lo si voglia fare.
Mancano, soprattutto, gli elementi della vita di coppia (di cui nulla sappiamo e nulla sapremo mai) e dell’infanzia e adolescenza del carabiniere, di cui nulla sapremo mai neppure da chi potrebbe raccontare molto.
Appena questa orribile vicenda di Latina è terminata, ho scritto un post che ha raggiunto centinaia di persone. Era uno dei primissimi, nei social, che oltre a informare diceva anche che l’epilogo della sua vita ha raccontato la sua vita precedente.
Non è vero che si sbarella per un divorzio o una separazione. Si soffre, e molto anche. Si provano svariati sentimenti, spesso potenti e aggressivi. Non è vero che il senso del possesso scatena l’odio omicida. Non è vero che la disperazione o la depressione conseguenti al senso di perdita conducano ad atti contro gli altri così abominevoli. Lo sappiamo tutti: uccidere i propri figli, per di più piccoli, è un atto abominevole.
Il carabiniere aveva subito un provvedimento disciplinare per truffa assicurativa. L’Arma non spiega di più, ma questo aiuta a capire chi era. Qui si parla di un uomo che aveva il senso del diritto (attenzione, non c’entra col possesso!) e l’incapacità di vivere la conseguente frustrazione per non poterlo esercitare.
La moglie non l’ha lasciato per uno schiaffo o una strattonata davanti ai colleghi. In quell’occasione ha fatto un esposto contro di lui. Si badi bene: arrivare all’esposto significa che aveva fatto altro, e non necessariamente altro violento fisicamente. Qui viene richiesta la capacità di interpretazione: ossessivo, geloso, paranoico e con il senso del diritto. E’ chiaramente un disturbo della personalità, ma non signfica matto, squilibrato o incapace di discernere il bene dal male. Nè signfica che si diventa disturbati a seconda degli eventi stressanti, il più potente dei quali, nella scala degli stressor, è l’abbandono del coniuge e la perdita della casa familiare. Il detonatore che ha fatto esplodere la bomba è stato probabilmente il tribunale, cioè il vicino colloquio davanti a un giudice. Nella mente di personalità come quella del carabiniere killer, il giudice è colui che decide della tua vita privata, dei tuoi desideri, dei tuoi diritti negati. Un carabiniere ne soffre ancora di più, ma spesso molti diventano appartenenti delle forze dell’ordine proiprio perchè già soffrono di un senso di inferiorità e lo compensano con divisa, potere, armi.
Non racconto niente di nuovo. La novità è semmai che ritengo impossibile che le forze delll’ordine, o gli avvocati o gli psicologi cui si era rivolta Antonietta, abbiamo gli strumenti per capire la complessa personalità del narcisista che farà boom quando, pur di non andare in frantumi lui (la sua immagine traballante, il suo senso del diritto negato, il suo vittimismo di fondo, la vigliaccheria e dipendenza) manderà in frantumi chi secondo lui ha provocato la sua immane sofferenza.
C’è poco da fare se non cambia la mentalità femminile: il senso di colpa funge da freno in tutte le relazioni disturbate che solo apparentemente funzionavano. E’ evidente che non hanno mai funzionato: galleggiavano nel non-detto. E’ evidente che si sono rette sull’inganno reciproco. E’ evidente che se un uomo arriva ad uccidere, non è solo perché aveva la pistola in mano, ma perché uccidere il nemico era già contemplato persino dalla scelta professionale. Cosa ha fatto il carabiniere? Ha lasciato intendere ai colleghi per otto ore che non era cattivo, e invece lo era. Ha lasciato intendere anche da morto che lui pensa alle figlie pagando loro il funerale. E le ha uccise restando poi a guardarle per otto ore.
In psicologia si chiama narcisismo perverso.

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Pamela, Jessica e le altre

Non so se possa esistere un omicidio peggiore di un altro. Se l’uso di una decina di coltellate per uccidere faccia meno effetto di una morte seguita da depezzamento. Se un tranviere milanese a Milano procuri meno orrore di uno spacciatore nigeriano a Macerata. Non lo so. Ne ho visti tanti, ne ho seguiti tanti di casi come questi, ne ho scritto infinite volte. Non ce n’era uno peggio di un altro: per me sono stati tutti tristi omicidi di ragazze incapaci di difendersi.
Le storie di Pamela e Jessica si assomigliano. Così come le loro età, il loro bel volto pulito, i capelli curati, le parole – scarne – affidate a Facebook. E così come la distanza irrisoria tra la morte dell’una e dell’altra.
Non ho ancora capito bene come sono andate le cose nella morte di Pamela e fatico a ricostruire perché gli elementi reali sono scarsissimi, taciuti o non ancora conosciuti e quelli fantasiosi invece inquinati da tantissimi, cruenti, persino morbosi e crudeli dettagli scritti da colleghi di cui mi vergogno e che disprezzo per avere insultato una professione importante, e utile e bella. Così come mi vergogno, oggi, di avere ammirato tutti i tranvieri di Milano indistintamente, soltanto perchè guidano un mezzo romantico che riporta ai tempi andati che ci immaginamo sempre migliori. In questi tempi di cartapesta pronta a disfacersi, si svelano retroscena insopportabili alla vista. E si soffre.
Pamela era sostenuta da madre e nonna. Ufficialmente. Ma di fronte ai suoi resti e allo scempio che di questi ne hanno fatto i giornali, senza pudore o rispetto (perchè di pudore e rispetto non ne posseggono) e tutto quello che ne è venuto dopo esplodendo come una miccia sopra una catasta di legna messa lì con attenzione meticolosa ai dettagli (ma non all’indagine, nè tantomeno alle storie che questo delitto sbatte in faccia), di fronte ai miseri resti di Pamela non riusciamo più ad analizzare la realtà. Che è complessa e occultata. Dai politici e da noi tutti.
Di Pamela si sa molto, se si interpretano i suoi ultimi passi e non le parole di sua madre. Il maceratese 45enne ha abusato di Pamela senza scrupolo per la sua giovanissima età e, anzi, proprio per questo e perchè fragile e drogata, ha potuto avere il sopravvento, e a lui non verrà fatto assolutamente niente.
La gente dimenticherà, e lui farà lo stesso.
Eppure, il comportamento del maceratese profittatore, è la chiave di volta di questa storia che poteva andare in tutt’altra maniera. Mettiamola così: incontro una ragazza con la valigia che mi chiede un passaggio in aperta campagna e glielo offro. In auto capisco da dove viene e le faccio domande. La porto a casa, le offro un tè caldo e la trattengo mentre avverto le forze dell’ordine. Oppure, se la ragazza non accetta, le regalo soldi e chiamo le forze dell’ordine, così, giusto per capire come mai una ragazza giovane circoli senza denaro facendo pericolosi autostop. Così, giusto per scrupolo, così giusto per essere civili, così, almeno perché quando ero bambino ho letto da qualche parte che il viandante va aiutato e non scopato. Non è andata così perchè i tipi come questo sono tanti, tantissimi. Sono nelle campagne come nelle città, nei borghi medioevali benestanti come nelle periferie disastrate, al sud come al nord, nelle valli come nelle pianure, nei condomini come nelle villette. Tante di noi li hanno incontrati una o più volte nella loro giovinezza. E poi ancora, mentre raccontano prodezze in piazza o nei bar, nelle discoteche o nei locali da ballo con il silenzio assenso delle donne, anche le loro. Così come quella squallida moglie del tranviere che sapeva e favoriva “per salvare il matrimonio”. Milano, quartiere Stadera lo chiamano, ma è a due passi dai Navigli e dall’Università Bocconi.
Jessica era stata ferita da incomprensibili rifiuti di famiglie affidatarie da bambina, più di una. Bionda e occhi azzurri ma non era perfetta e allora no, non la vogliamo, allora no, non ce la facciamo, e allora no, riprendetevela. Finché finisce incinta perchè gli assistenti sociali nemmeno istruiscono le ragazze e vabbè sono perse, che ci importa. ci pagano poco, sono tante le ragazze come Jessica. Jessica non aveva diritti perchè era un pacchetto rifiutato e sballottato di qua e di là, senza soldi, senza casa e senza famiglia. Se ne occupavano, prima, finchè era piccola, perché questo dice la legge. Ma se non funziona, i piccoli crescono, e alla maggiore età se non ce l’hai fatta sei fottuto. Si sappia, adesso, che a Milano non va meglio che altrove.
Anche Alessandro Garlaschi aveva il potere di fare andare diversamente la storia di Jessica, che rivoleva il suo bimbo e lottava per risorgere.
E invece. Jessica era una cosa da usare, anche sessualmente.
Si è ribellata ed è morta.
Perchè il Papa non la fa santa come Maria Goretti?
Quel ragazzino con cui il 6 febbraio Jessica si sbaciucchia in auto (un giorno prima di morire) è un altro perso, un delinquentello incazzoso e dannato che il giorno del ritrovamento del suo cadavere non è riuscito nemmeno a dire due parole centrate, benchè le abbia scritte, accostate a un selfie. Un altro derelitto che farà parlare di sè e ne parleremo male se mai lo faremo.
Il tranviere è stato trattato coi guanti al momento dell’arresto. Che fastidio. Voleva abusare di Jessica che si fidava di lui e siccome ha detto no, mi fai schifo, l’ha uccisa. Non buttata fuori di casa: uccisa. Poi è stato curato con gentilezza e delicatezza alle mani ferite nell’accoltellamento di una19enne, abbandonata da bambina e madre-bambina, senza famiglia e senza affetti. Maiale. Mostro. Neppure la punizione di fasciargli le mani con sgarbo, come fanno con i barboni ubriachi. L’arresto del nigeriano è stato ben diverso: trascinato e afferrato come un animale senza nemmeno sapere se fosse stato lui o no ad uccidere Pamela e depezzarla.
E Traini il giustiziere terrorista? I carabinieri gli hanno parlato come fosse un amico, gli hanno lasciato la bandiera sulle spalle, lo hanno fatto fotografare come un reuccio e non per quello che è: un fascista assassino che non ha ucciso solo perchè non ha mira.
Quale assassinio è peggio dell’altro? Quale omicidio fa più male?
L’anziana signora intervistata dal Tg sabato scorso dopo la sparatoria a Macerata ha espresso bene quello che sentiamo in molti: “E’ troppo”.
Statisticamente no, il crimine non è aumentato. Emotivamente lo sè. Colpa dei social, colpa della stampa, colpa dei politici. Non c’è analisi, non c’è razionalità, non c’è memoria, non c’è libertà di giudizio e non c’è più nemmeno il buon senso e la pietà sincera per le vittime che fa agire meglio della rabbia, fuoco di paglia che non cambia nemmeno le decisioni del voto il 4 marzo.
Per Traini si parla di matto (e non lo è), per Innocent Oseghale si farnetica di libertà o al contrario lo si bolla come omicida da film americano, per Alessandro Garlaschi, adescatore di ragazzine, che guidava i nostri tram provocando incidenti e che giocava d’azzardo da anni, qualche insulto dei vicini di casa, timido, quasi da vergognarsene.

Gli orchi e la bambina

Uno che è stato chiamato Innocent e che finisce in galera accusato di omicidio e vilipendio di cadavere, è già un traditore di se stesso. Uno che di cognome fa Oseghale, e che è accusato di avere sezionato con una mammaia e un coltellaccio in venti pezzi il corpo di una ragazza, deve essere un disgraziato anche nel dna, almeno in Italia, dove questo cognome ha un significato pesante comunque.
Uno così, 30 anni, originario della Nigeria, richiedente asilo dal 2014, e mentre aspetta di essere accolto ha una compagna e una bambina che però non lo vogliono e lo lasciano in un piccolo appartamento intestato chissà a chi, e mentre aspetta di essere accolto refila marijuana e hascish ai ragazzini delle scuole (proprio a loro, facile imbecillità) e lo beccano, a Macerata, città conficcata nelle Marche, lugubre come questa storia, tagliata fuori dal mondo come la povera Pamela, difficile arrivarci, difficile sentirsi accolti, difficile che una farmacista non racconti con orgoglio che lei sa che quella siringa che ha venduto per 20 centesimi a Pamela non è per l’eroina, ma per il cocktail di droghe pesanti, lei sì che è esperta, lei conosce tutti i drogati e tutte le siringhe. E le vende. L’ha venduta anche a una piccola ragazza col cappotto che deve avere avuto la faccia di una bambina. Chissà com’era Pamela nelle sue ultime ore di 18enne incapace di vivere senza il buco che toglie il dolore dell’anima e insieme toglie quelle cancellate, quei divieti, quelle regole sociali che lei no, non voleva. Chissà com’era disperata Pamela per accettare di salire in casa di uno così brutto (ma avete visto la foto?), che dovrebbe fare paura. Brutto da perverso, brutto da perso, brutto da capace di tutto. Pamela Mastropietro ha organizzato la sua fuga con calma e non ha fatto sospettare nessuno. Hanno cercato di fermarla, ma l’hanno fatto con le buone, e lei ha detto no, vado.
Chissà dove voleva andare, senza documenti. Tra la comunità e la città di Macerata c’è un’ora di cammino a piedi. Basta guardare la cartina e si vede che il percorso sono stradine, ma anche senza guardare la cartina, io me le ricordo quelle stradine tutte a curve dove passa una macchina ogni tanto. Se avesse fatto l’autostop qualcuno si sarebbe presentato ai carabinieri. Se è andata a piedi non sappiamo ancora dove, perchè la siringa in farmacia l’ha comprata il martedì mattina alle 11 e la fuga dalla comunità coop sociale Pars è del giorno prima.
A Macerata ci sono vari punti di spaccio dell’eroina. Che beffa. Proprio dove ci sono comunità che cercano di disintossicare i tossici, si trova la droga facile. Uno di questi ritrovi è il terminal delle autolinee.
Il nigeriano Innocent è stato colto dalle telecamere mente l’attendeva un po’ distante dalla farmacia e poi le stesse telecamere li hanno ripresI insieme fermi, vicini. Ha detto che l’ha seguita ma non uccisa. E, invece, sicuramente non l’ha seguita, ma l’ha accompagnata, e sicuramente (per ora sappiamo questo) in casa sua c’era sangue lavato con la candeggina e nemmeno bene, persino sul balcone, dove forse ha appoggiato “gli attrezzi” per lo scempio. Non è detto che l’abbia uccisa lui, ma è altamente improbabile che non l’abbia smembrata lui. E non da solo, come stanno ricostruendo gli inquirenti. E’ stato lui a chiamare l’auto privata che dà i passaggi a pagamento, un autista del Camerun che si guadagna da vivere così e non squartando persone o spacciando droga, e ha depositato le due valigie contenenti i resti della povera Pamela.
Mentre si visionavano le telecamere, il camerunense è andato spontaneamente dai carabinieri a raccontare che aveva preso su un tipo africano con due grandi trolley (uno era quello di Pamela?) che ha poi depositato ai bordi di una strada in un piccolo paese vicino, e così Innocent è stato beccato.
L’autopsia su quello che è rimasto del corpo di Pamela non è riuscita a stabilire le cause della morte. Sembra assurdo, ma i medici legali non sono il popolo di twitter o di Facebook che trae conclusioni in un attimo: tagliata non vuol dire tagliata viva. E per fortuna. Ma sarebbe stato anche impossibile farlo e nessun vicino ha sentito neppure un grido quel pomeriggio. Se Pamela è morta senza gridare ci sono solo due possibilità: o è stata strangolata velocemente con una sciarpa, o è morta di overdose. Delllo strangolamento non sono stati notati segni evidenti sul collo, della possibile overdose si saprà solo dagli esami tossicologici. Il nigeriano era spacciatore di hascich e marjiuana. In casa sua sono stati trovati 70 grammi, poca roba per un pusher, ma abbastaza per vivere. Innocent può aver procurato la droga pesante a Pamela per guadagnarci, ma anche perchè Pamela era una ragazza fragile e bella. le ragazze belle drogate e disperate sono pronte a tutto per un buco. Potrebbe avere promesso sesso in cambio, e poi essersi tirata indietro. Non è stata consumata violenza sessuale, ma non è escluso che possa essere morte di conseguenza ad altro reato, perciò omicidio: ti dò la droga pesante e tagliata male (che costa meno) e tu mi paghi col tuo corpo. Tante ragazze al boschetto di Rogoredo pagano così gli spacciatori. E’ risaputo, ma l’attività di spaccio e violenza sulle donne continua. A Milano.
Quando un tossicodipendente muore di overdose, gli spacciatori o chi è in casa con loro a consumare, prendono il corpo e lo abbandonano. Ma Innocent non aveva l’auto e il lavoro che ha fatto denota anche uno squilibrio mentale notevole, uno di quelli che vengono consumando droghe anche leggere, e che aumenta con gli abbandoni affettivi e il senso di ansia misto a terrore di dover tornare, prima o poi, nel paese dal quale si è fuggiti. Così si perde il controllo e la ragione, e quello che sembra persino ragionevole (disfarsi di un corpo anche se non l’ha ucciso tu, ma è in casa tua) può trasformare in un attimo un ragazzo sbarellato in un freddo mostro calcolatore capace di cose inaudite che no, non fanno nemmeno le tribù africane, come in molti urlano in questi giorni..le fanno gli psicopatici o gli psicotici.
Quando è stato arrestato, Innocent era confuso e pensava solo a difendersi: l’ho seguita, ma non l’ho uccisa. Non ha spiegato perchè ha depostato i pezzi della ragazza in due trolley. Questo sì l’ha fatto lui.
Il codice penale lo chiama vilipendio. Noi lo chiamiamo orrore.
Domani a Macerata la comunità nigeriana sarà in un sit in di protesta contro la barbarie compiuta da un loro compaesano. Tra di loro ci saranno persone per bene, integrate, buone, ed altre no, che spacciano droga leggera e pesante senza distinzioni ad altre Pamela e hanno solo paura dell’ondata razzista che l’Italia gli ha già vomitato addosso.
Pamela non era di qui, era romana e aveva sogni troppo distanti dal suo malessere interiore. Non cercava l’amore, che già aveva, cercava la pace che infine sa darlo, l’amore e sa scegliere a chi. Peccato che l’abbia trovata così, la pace, in una Italia stregata che i suoi figli finge di curarli e poi li dà in pasto agli orchi.
Colpevoli tutti.

Padova, il noir del 1976

Venti gennaio 1976. In via Faggin al numero 27 a Padova, fuori delle mura e non lontano dalla stazione, nella prima di una serie di villette a schiera rinchiuse da un cancello, abita Margherita Magello, 24 enne carina ma non appariscente, tranquilla studentessa lontana dalla politica che invece a Padova da un decennio agita i sonni di carabinieri e poliziotti. E non solo. Continua a leggere

Bossetti, se la verità giudiziaria non è più autorevole

 

Le reazioni alla conferma dell’ergastolo per Massimo Bossetti sono state, se possibile, più sorprendenti di quanto mi sarei mai aspettata dopo il caso di Cogne. I cosiddetti innocentisti nei delitti con forte eco nazionale ed emotiva ci sono sempre stati. Ricordate? La belva di via San Gregorio a Milano non confessò e iniziò l’indagine, allora senza l’ombra di una possibile ricerca di Dna. Facile capire perché non confessò: evitare il carcere a vita e la gogna pubblica, essendoci di mezzo omicidi di donne e bambini. Rita Fortis era una bella donna, molto più bella di quella (siciliana) che ha ucciso, in una Milano del dopoguerra che aveva già qualche problema con i meridionali arrivati a frotte, ma non con i veneti come lei, che rappresentavano invece operosità e capacità di riscatto sociale. Pur di non accettare la belva che albergava in Rita Fortis la gente cercava un complice, maschio, appena si poteva trovare un minimo appiglio. Così come chi uccide è spinto da una forte motivazione emozionale (e spesso psichiatrica), anche chi osserva da fuori e ne viene coinvolto da tv e giornali, vive più o meno lo stesso problema (e a volte dramma) psicologico. Ma davvero ci sono belve tra noi?
Ma davvero si può uccidere una bambina? Ma davvero si può uccidere il proprio bambino?

Per chi è del mestiere, è tutto possibile perché tutto ha visto. Chi non lo è usa un solo strumento: essere convinto oltre ogni ragionevole dubbio. Ma chi può convincere coloro che non si convinceranno mai? Nè autorità, nè prove, nè scienza, e a volte persino le confessioni vengono messe in dubbio. Perché è così difficle accettare che qualcuno compia delitti orribili e non, piuttosto, accettare che qualcuno finalmente sia preso e paghi per quei delitti orribili? Perché la genet si identifica in uno, come Bossetti, biondo, bergamasco, occhi celesti, padre e marito, gran lavoratore (bè insomma..) che piange e si dispera, o in una, come Annamaria Franzoni, con una casetta tanto bella e lei e i figli e il marito tanto carucci?
Molto più avanti negli anni, la storia si ripete con altri casi di nobildonne uccise misteriosamente ma innocentisti e colpevolisti in questi casi faticano a schierarsi per evidenti motivi: più che un cerebrale esercizio da detective improvvisato non si può fare. Molti anni più tardi, il massacro di Erba invece si colloca perfettamente nell’Italia alle prese con le prime ondate di extracomunitari sgraditissimi e soprattutto, quelli del NordAfrica, già conosciuti come spacciatori. In più, Erba si trova geograficamente in piena Brianza bianca, bigotta, conservatrice, chiusa, dove i panni sporchi si lavano in casa e la ricchezza va esibita perché frutto del lavoro. Dove non fa effetto un padre che perdona (anzi!) e si deve cercare ad ogni costo un altro colpevole perché il processo è stato manipolato, perché l’unico sopravvissuto ha detto quello che non sapeva, perché, perché, perché. La folie a deux di Rosa e Olindo passa in secondo piano, i loro precedenti con le vittime anche, la confessione di Rosa Bazzi viene ritenuta estorta, solo perché lei stessa ritratta e fa sorgere dubbi sulla violenza della polizia. Diciamo subito che è vero; la polizia non va tanto per il sottile quando vuole una confessione e la vuole perché è molto più semplice e veloce. La polizia però non è un giudice che conduce interrogatori che bisognerebbe leggere attentamente cinquanta volte per capire come vengono fatti. Così come si parla dei giornalisti senza sapere nemmeno come si lavora in un giornale (prendiamo un quotidiano che conosco meglio) , chi lo decide, quando, a che ora, chi sono i capi, le dinamiche, le pressioni, le manipolazioni, le punizioni, gli stipendi, quanti conoscono a menadito come si sviluppa una indagine su un delitto, diciamo rilevante per la comunità?

E ora torno a Bossetti. Caso mediatico, anzitutto, perché qualcuno ha deciso di farlo diventare mediatico. Chi? I giornali. Una ragazzina della cattolica, benestante, razzista e benpensante bergamasca, muore agonizzando in un campo. Può capitare a tutte le bambine, certo che è una notizia più notizia di altre. C’è un primo elemento in ogni giallo, soprattutto sui casi di scomparsa, come è stato questo all’inizio. Va stabilito se è volontaria o no. In due giorni si è capito che era volontaria ma la gente non ci ha fatto caso perché è ben difficile schierarsi contro una “vittima” così giovane e dire se l’è cercata. Quando è stato accusato il tunisino del triplice delitto di Erba, la gente era contenta. Quando sono stati arrestati Rosa e Olindo è rimasta esterreffatta. Così, nel caso Yara, quando è stato arrestato il marocchino Fickri, la gente era contenta, salvo poi, quando è stato finalmente ingoiato a fatica l’errore giudiziario, non riuscire più a trovare un colpevole che potesse abbassare l’ansia collettiva, soprattutto delle mamme ha scatenato una dinamica semi impazzita. Ma la pm, con l’errore del marocchino, si è tirata addosso tutti i dubbi del mondo sulla capacità della giustizia italiana. Di fatto, ritengo che avrebbe dovuto essere estromessa dall’incarico e non tanto perché non sia possibile sbagliare, quanto perché il primo grave errore fa perdere credibilità. Che è quello che poi è accaduto. Nella nostra morale, a volte immorale, collettiva, il giudice dovrebbe stare sempre sopra le parti ed essere inattaccabile. Molti si appellano agli erorri giudiziari senza citarne i casi che so, negli ultimi 50 anni (che pure ci sono stati) e soprattutto di quelli di prima dell’avvento delle nuove “prove” scientifiche di trovare a volte molto velocemente il colpevole. Tantissimi casi di omicidio sono rimasti irrisolti e sono finiti nel dimenticatoio fino al nuovo, più prepotente (e più interessante) che fa discutere. E io mi chiedo perché fa tanto discutere il caso Bossetti. Non sono sufficienti 18 mila prelievi di Dna e uno solo (non tre o dieci o venti) trovato sul corpo? Non è sufficiente la sua fuga all’arresto nel cantiere? Non è sufficiente l’accuratezza di verificare tutto, compreso trovare l’amante della madre di 45 anni prima con il quale ha fatto due figli? Non è sufficiente che tutti sapessero chi era Bossetti e cosa faceva? No, non lo è. Non lo è, probabilmente, perché non mente solo Bossetti, non guarda pornografia solo Bossetti. Non i vecchi, anche i giovani. E tutti dicono che non è grave. Tutti, meno gli psichiatri che inseriscono da decenni l’uso smodato di pornografia e bugie in disturbi della personalità o dell’umore.
Lo fanno tutti è una risposta del cazzo. Allora, anche tutti possono uccidere una ragazzina o ragazza, per sbaglio (così è andata: Yara non doveva essere uccisa, ma sessualmente usata e possibilmente con il suo consenso). Dunque, gli italiani sanno bene cosa fanno e difendono un Bossetti o sua moglie (che fa lo stesso perché c’è sempre correità familiare in questi delitti che non nascono dal niente) perché è difficile mettere insieme tutti i dati e fare uscire un personaggio capace di agganciare una ragazzina consenziente e poi dare fuori di matto al suo forte rifiuto e ucciderla o tentarci. Anzi: non ucciderla, lasciarla morire. Quanti sono capaci di fare una cosa simile? Tutti coloro che hanno le caratteristiche di Bossetti, la sua ignoranza, il luogo dove vive, il suo narcisismo, il suo infantilismo, la sua vigliaccheria, la sua falsa morale cattolica, una moglie uguale a lui, una madre che ha saputo ingannare un marito due volte scegliendosi il più coglione che c’era in giro, una sorella gemella che inventa botte e assalti come una perfetta bordeline (non una depressa) quando tutto il nascosto crolla e crolla miseramente con diverse accuse sociali tra le più infamanti e inaccettabili da sostenere. Bossetti non confessa perché è narcisista, non perché gliene freghi qualcosa del carcere. Ricordo che in carcere, in attesa di giudizio, flirtava con una certa Gina e dire flirtava è una parola innocente che non fa capire l’esatta portata di quel rapporto in carcere.
Come è andata si sa: Yara ha accettato il passaggio di un uomo che gli sembrava innocuo, gentile e bello. Yara è parte di una famiglia conservatrice e rigida. Bossetti ha scelto Yara, non una qualsiasi, perchè lei poteva rispondere alle sue avance. E l’ha fatto. Ogni storia drammatica non è una discussione sul Dna che pure c’è e nemmeno accontenta: il sangue di Bossetti è stato rilevato sugli slip di Yara che non ha tentato di abbassare (non è stata usata violenza sessuale) ma ha tagliato anche quelli trapassando i leggins sottilissimi. Tagli a zig zag sulla schiena (Yara scappava) e le natiche ,che non l’hanno uccisa. Yara, ricordiamolo, è morta di freddo e paura. E che anche Linkiesta abbia dubbi sul metodo di giudizio è davvero una novità: rifare il dna, e perchè? Un detenuto condannato lo chiede e va rifatto? Porti lui prove che non era assolutamente suo o lui non era lì, questo dice il nostro ordinamento giudiziario. Lo stravolgiamo per Bossetti? O per paura dell’autorità?
Per dirla tutta, io non credo nemmeno che a qualcuno interessi davvero se il dna di Bossetti è suo o no. Credo che la gente innocentista, e peggio ancora certi giornali, soffino sul fuoco di altro, molto più politico che a caccia di giustizia.

Femminicidio, i dati dicono in calo. Ma per sociologi e media è aumento

 

Leggere le statistiche è sempre difficile, anzitutto perché i campioni non sono uniformi. L’anno record dei femminicidi in Italia (quando ancora non si chiamavano così), è stato il 2000 con 199 donne vittime di violenza mortale per il 73 per cento in famiglia. Nel 1992 sono state 186 ed ecco scattare l’aumento insolito di 8 anni dopo. Nel 2010 furono 131 e nel 2014 ci fu una impennata che portò il numero di donne uccise a 152, numero che si abbassò nel 2015 (128) e nel 2016 (120). Oggi, che siamo a 6 mesi e mezzo dall’inizio dell’anno, le donne uccise per mano maschile sono 38, se il trend si mantiene uguale (ci sarà un aumento non costante nei mesi) a fine anno dovrebbero essere poco più di 75. Sarebbe un successo enorme.Perché allora i sociologi parlano di aumento? Si basano su un concetto statistico diverso: tutti gli omicidi in Italia sono diminuiti e in costante diminuzione, mentre quelli delle donne si mantengono più o meno nello stesso trend (in percentuale rispetto agli omicidi totali), cioè 0, 9 omicidi di donne ogni 100 mila abitanti. Se guardiano al resto dell’Europa siamo piuttosto in fondo alla statistica, sia degli omicidi totali sia ai femminicidi. In testa, per i femminicidi, ci sono tutti gli Stati dell’Est Europa, ma se leggiamo la percentuale di donne uccise rispetto al totale dei delitti è paradossalmente la Svizzera la prima con il 50 per cento. Motivo? E’ piccola. Più i numeri sono bassi, più le percentuali si alzano. Troppo complicato? Abbastanza. Per questo si dice soltanto che aumentano i femminicidi, mentre non sono affatto aumentati, anzi. Gli ultimi giorni hanno visto 4 donne uccise e non sono tutti femminicidi uguali, benchè tutti siano di genere, cioè si voleva proprio colpire la donna in quanto donna. L’altra curiosità è che in testa alle classifiche ci sono le regioni del Nord e non del Sud. Motivo? Sono più densamente popolate. Le donne in Italia sono circa 20 milioni (dai 15 anni di età) comprese le donne straniere. Cento delitti all’anno con motivazioni culturali di genere sono tantissimi ma in realtà sono una inezia in una popolazione così vasta (61 milioni di abitanti) e con tante differenze culturali (tra italiani stessi e stranieri di diversissime religioni ed etnie).
Cosa ha migliorato la situazione e cosa l’ha peggiorata o non modificata? E ‘ diminuito l’alcolismo (la prima causa di violenza sule donne nelle regioni nordiche e dell’est), è aumentato il benessere e la coscienza femminile, sono aumentate le pene (stalking), i divorzi sono stati facilitati e la cura dei malati è in generale migliorata (ci sono più strutture, più attenzione e più farmaci ansiolitici e antidepressivi), è diminuito il senso del possesso della donna (nei giovani) non tanto per cultura, quanto per disinteresse sentimentale e perché è facile trovarne un’altra immediatamente disponibile. Perché invece non diminuiscono e qual è lo zoccolo duro? I 50-60enni, uomini, che continuano a non accettare l’idea di restare soli dopo il divorzio, l’aumento della solitudine sociale in questa fascia d’età e, nei giovani, le nuove patologie depressive, borderline, bipolarismo, narcisismo, che restano silenti ed esplodono in modo violentissimo durante litigi in cui la donna di oggi non accetta di tacere.
Il caso di Maria, la donna uccisa dal suo convivente trovato un anno dopo l’accoltellamento del marito al quale era sopravvissuta, è un caso a parte: accettare un rapporto riparatore con una persona peggiore o identica alla prima significa che la base traumatica e depressiva (che probabilmente faceva parte di tutta la sua vita) non è stata nemmeno affrontata dalle tante associazioni che lanciano allarmi, ma a conti fatti non salvano chi ha già un piede nella fossa. La statistica ci dice in anticipo che almeno la metà delle prossime vittime di quest’anno sono già a letto con il nemico. E non crediamo mai alla felicità esibita su Facebook o davanti a familiari e amici; la giovane coppia senese (lei grave all’ospedale, lui morto sucida) ne è l’esempio lampante: questi delitti sono  intimi e privati per definizione.

“Madre assassina io ti odio”

Ogni commento lasciato sulla bacheca Facebook di Valentina, la donna di 34 anni di Settimo Torinese che due giorni fa ha gettato il neonato appena partorito in bagno dalla finestra, racconta l’odio che trasuda per ogni atto o pensiero che smuove la rabbia, profondissima, di una grande fetta di italiani. Che sia per un immigrato o un neonato, per un rapinatore o per un pedofilo, per una donna o per un uomo che abbiano compiuto qualcosa di altamente “socialmente” riprovevole, ogni scusa è buona per vomitare una crudeltà e una cattiveria che albergavano più o meno silenziosamente nell’animo umano della gran parte di queste persone. Nelle altre alberga una ignoranza abissale, non tanto di leggi (pazienza) ma di moralità, collegamento dito e pensiero, (così come nella vita reale di bocca e cervello) autocontrollo, dubbio, ricerca, confronto. Insomma di un minimo di cultura e ragionamento, proprio minimi, che ogni italiano si suppone abbia al giorno d’oggi. In Facebook vige una strana “moralità”: posso insultare e odiare pubblicamente chiunque sia lontano da me, posso fare uscire la parte peggiore di me poiché me lo consente stare dietro a un computer e appunto quella “socialmente condivisibile” interpretazione dei fatti e delle persone (che non servono, non sono nessuno per noi). Chi sono queste persone che augurano sofferenza atroce e morte a una donna che (come tante altre) si è sbarazzata (per usare le parole del pm) di  un neonato? Perché ben pochi si chiedono come mai, o aspettano notizie più dettagliate, o non  fanno la semplice, semplicissima equazione: uccidere un figlio per una madre è un atto talmente contro natura da essere folle? Perché non definirla pazza, piuttosto che puttana, stronza, bastarda. ecc.?

Leggendo le notizie riportate dai giornali e ieri dalla tivù, la prima distorsione è causata proprio dal modo in cui vengono riportati i fatti. Non sono obiettivi: danno subito adito a schierarsi in difesa o contro, come se un atto simile potesse sollecitare un giudizio di gusto o sbagliato, finge o dice il vero, è matta per convenienza o lo è davvero. Ad aprire la strada a queste aberrazioni di pensieri crudeli sono stati gli ultimi importanti casi mediatici di madri assassine.  Con una differenza sostanziale: Annamaria Franzoni, che pure ha compiuto un gesto decisamente più crudele e difficilissimo da compiere rispetto al gettare un neonato dalla finestra (fu storicamente un metodo usato da migliaia di madri, quello di sopprimere i neonati, gettarli nei pozzi, sotterrarli, sgozzarli come galline, soffocarli,  buttarli nei fiumi, ecc, a seconda di dove si trovavano e di cosa disponevano sottomano) è stata ampiamente difesa e (poco) ampiamente condannata perché ha tenuto un comportamento totalmente differente da Valentina di Settimo Torinese, e con lei tutta la stampa e la tv. Inutile continuare a illudersi che stampa e tv non abbiano interesse a montare i casi, e per montarli bisogna fomentare il dubbio che non sia vero quando gli inquirenti dicono che è vero (o estrapolarne le parole) e che è vero quando si dice il contrario, oppure si mandano queste donne in cura, cioè negli ospedali psichiatrici giudiziari oggi trasformati in Rems (ps: ho appena pubblicato il libro “Giudizio sospeso”).  La gente, chiamiamola così, non ama usare la testa, la sua, non vuole farsi opinioni, non vuole approfondire e sapere o dovrebbe ricredersi anche sulla sua vita privata, mettere in discussione i propri comportamenti e sentimenti veri, avere meno “amici”, meno consensi e soprattutto dovrebbe mettere in discussione la propria morale che ben conosce… ma si vive meglio senza averla.  Viene da pensare che gli esseri umani hanno la sola capacità di obbedire per paura e convenienza e non quella  di ragionare, a costo di scontrarsi apertamente e restare isolati dalla massa. Ma viene soprattutto da pensare che questa rabbia giunta a livelli inammissibili purtroppo per colpa di Facebook (ma anche ovunque siano assenti le prese di posizione poco convenienti) che non ha nessuna regola morale nè legale (ecco di nuovo l’incapacità di autolimitarsi) sia una grande sofferenza interiore trasformatasi in voglia di vendetta e giustizia, financo a sproposito e contro la persona sbagliata. In sostanza ognuno ributta in un atto i suoi problemi, anche piuttosto seri, e tutti di origine psicologica irrisolta. Non riesco spesso a vedere la differenza tra chi uccide materialmente e viene anche condannato dalla legge oltrechè dallo scontare un dolore a vita, e chi scatena il dolore negli altri, chi giudica in un secondo, chi accusa pubblicamente senza sapere o solo per vendicarsi di qualcosa che è capitato a lui. Esempio: una donna ha lanciato ingiurie alla donna di Settimo perchè lei non riesce ad avere figli. C’entra qualcosa? Nella realtà niente, ma nella fantasia inconscia tantissima. Una sorta di ingiustizia che si cova nell’animo viene catapultata sulla prima persona che la ravviva. Anche se i fatti non hanno legami concreti. Anche Valentina aveva problemi seri, talmente seri da aver gettato il suo bambino dalla finestra che per noi è un bambino ma per lei evidentemente no. Gli inquirenti hanno capito abbastanza in fretta il collegamento tra l’infanticidio e le patologie ereditarie di cui soffrono il marito e la figlioletta di tre anni. Qualcuno di chi insulta e augura la morte, ha mai vissuto una lunghissima depressione o conflitto nevrotico che conduce a uno squilibrio ossessivo e dissociato? Qualcuno di chi insulta ha avuto un marito che per nove mesi non si accorge che la moglie è incinta pur dormendo con lei e magari facendo l’amore? Qualcuno di chi augura la morte ha avuto un marito malato e una figlia malata e un padre che non le parla? Valentina ha confessato che il bambino era suo. Come l’abbia fatto non sappiamo, perché non eravamo presenti  alla ricerca della confessione che facilita il lavoro della polizia, la quale deve rispondere al magistrato del suo operato. Che abbia detto non ricordo o ricordo, è una banale estrapolazione delle poche parole che vogliono dire i magistrati alla stampa in prima battuta.  Avendo seguito tanti casi simili, posso ritenere che la donna, avendo nascosto la gravidanza, non poteva che continuare a nascondere il frutto di quella gravidanza che, ripeto, per noi è un bambino, per lei era “qualcosa” da nascondere. Come si fa? Prima di lei molte donne l’hanno affogato nel water perché è il modo più semplice quando si partorisce in bagno. Non è detto che esista premeditazione cosciente del tipo…quando nasce lo butto dalla finestra.. Anzi. Buttandolo esattamente sottocasa è evidente che di premeditazione non si può parlare e nemmeno di tentativo di nascondere un infanticidio. E come si fa ad accompagnare la figlia a scuola dopo un atto del genere? Io mi sono fatta un’altra domanda: come si fa a camminare dopo un parto e dopo un’emorragia senza nemmeno destare sospetti nei passanti? Qual è la differenza tra le mie domande e gli insulti? La ricerca delle corresponsabilità di chi non vede, non sa, non si mette La mia personale problematica psicologica non entra nel fatto, non si mescola, non accusa chi non c’entra niente con me. Questa donna a me ha provocato solo la giusta sofferenza che permette di andare oltre e capire e cercare di modificare la realtà in meglio. Quello che entra in questa tristissima vicenda, è l’esperienza personale del dolore, il mio e quello ricevuto e assorbito dalle madri assassine che ho conosciuto e che vorrei non esistessero più. Leggendo i commenti, invece, é difficile gestire la frustrazione che genera la stupidità, la cattiveria e l’egoismo. E che contribuiscono solo a fare altro male.