Bossetti, se la verità giudiziaria non è più autorevole

 

Le reazioni alla conferma dell’ergastolo per Massimo Bossetti sono state, se possibile, più sorprendenti di quanto mi sarei mai aspettata dopo il caso di Cogne. I cosiddetti innocentisti nei delitti con forte eco nazionale ed emotiva ci sono sempre stati. Ricordate? La belva di via San Gregorio a Milano non confessò e iniziò l’indagine, allora senza l’ombra di una possibile ricerca di Dna. Facile capire perché non confessò: evitare il carcere a vita e la gogna pubblica, essendoci di mezzo omicidi di donne e bambini. Rita Fortis era una bella donna, molto più bella di quella (siciliana) che ha ucciso, in una Milano del dopoguerra che aveva già qualche problema con i meridionali arrivati a frotte, ma non con i veneti come lei, che rappresentavano invece operosità e capacità di riscatto sociale. Pur di non accettare la belva che albergava in Rita Fortis la gente cercava un complice, maschio, appena si poteva trovare un minimo appiglio. Così come chi uccide è spinto da una forte motivazione emozionale (e spesso psichiatrica), anche chi osserva da fuori e ne viene coinvolto da tv e giornali, vive più o meno lo stesso problema (e a volte dramma) psicologico. Ma davvero ci sono belve tra noi?
Ma davvero si può uccidere una bambina? Ma davvero si può uccidere il proprio bambino?

Per chi è del mestiere, è tutto possibile perché tutto ha visto. Chi non lo è usa un solo strumento: essere convinto oltre ogni ragionevole dubbio. Ma chi può convincere coloro che non si convinceranno mai? Nè autorità, nè prove, nè scienza, e a volte persino le confessioni vengono messe in dubbio. Perché è così difficle accettare che qualcuno compia delitti orribili e non, piuttosto, accettare che qualcuno finalmente sia preso e paghi per quei delitti orribili? Perché la genet si identifica in uno, come Bossetti, biondo, bergamasco, occhi celesti, padre e marito, gran lavoratore (bè insomma..) che piange e si dispera, o in una, come Annamaria Franzoni, con una casetta tanto bella e lei e i figli e il marito tanto carucci?
Molto più avanti negli anni, la storia si ripete con altri casi di nobildonne uccise misteriosamente ma innocentisti e colpevolisti in questi casi faticano a schierarsi per evidenti motivi: più che un cerebrale esercizio da detective improvvisato non si può fare. Molti anni più tardi, il massacro di Erba invece si colloca perfettamente nell’Italia alle prese con le prime ondate di extracomunitari sgraditissimi e soprattutto, quelli del NordAfrica, già conosciuti come spacciatori. In più, Erba si trova geograficamente in piena Brianza bianca, bigotta, conservatrice, chiusa, dove i panni sporchi si lavano in casa e la ricchezza va esibita perché frutto del lavoro. Dove non fa effetto un padre che perdona (anzi!) e si deve cercare ad ogni costo un altro colpevole perché il processo è stato manipolato, perché l’unico sopravvissuto ha detto quello che non sapeva, perché, perché, perché. La folie a deux di Rosa e Olindo passa in secondo piano, i loro precedenti con le vittime anche, la confessione di Rosa Bazzi viene ritenuta estorta, solo perché lei stessa ritratta e fa sorgere dubbi sulla violenza della polizia. Diciamo subito che è vero; la polizia non va tanto per il sottile quando vuole una confessione e la vuole perché è molto più semplice e veloce. La polizia però non è un giudice che conduce interrogatori che bisognerebbe leggere attentamente cinquanta volte per capire come vengono fatti. Così come si parla dei giornalisti senza sapere nemmeno come si lavora in un giornale (prendiamo un quotidiano che conosco meglio) , chi lo decide, quando, a che ora, chi sono i capi, le dinamiche, le pressioni, le manipolazioni, le punizioni, gli stipendi, quanti conoscono a menadito come si sviluppa una indagine su un delitto, diciamo rilevante per la comunità?

E ora torno a Bossetti. Caso mediatico, anzitutto, perché qualcuno ha deciso di farlo diventare mediatico. Chi? I giornali. Una ragazzina della cattolica, benestante, razzista e benpensante bergamasca, muore agonizzando in un campo. Può capitare a tutte le bambine, certo che è una notizia più notizia di altre. C’è un primo elemento in ogni giallo, soprattutto sui casi di scomparsa, come è stato questo all’inizio. Va stabilito se è volontaria o no. In due giorni si è capito che era volontaria ma la gente non ci ha fatto caso perché è ben difficile schierarsi contro una “vittima” così giovane e dire se l’è cercata. Quando è stato accusato il tunisino del triplice delitto di Erba, la gente era contenta. Quando sono stati arrestati Rosa e Olindo è rimasta esterreffatta. Così, nel caso Yara, quando è stato arrestato il marocchino Fickri, la gente era contenta, salvo poi, quando è stato finalmente ingoiato a fatica l’errore giudiziario, non riuscire più a trovare un colpevole che potesse abbassare l’ansia collettiva, soprattutto delle mamme ha scatenato una dinamica semi impazzita. Ma la pm, con l’errore del marocchino, si è tirata addosso tutti i dubbi del mondo sulla capacità della giustizia italiana. Di fatto, ritengo che avrebbe dovuto essere estromessa dall’incarico e non tanto perché non sia possibile sbagliare, quanto perché il primo grave errore fa perdere credibilità. Che è quello che poi è accaduto. Nella nostra morale, a volte immorale, collettiva, il giudice dovrebbe stare sempre sopra le parti ed essere inattaccabile. Molti si appellano agli erorri giudiziari senza citarne i casi che so, negli ultimi 50 anni (che pure ci sono stati) e soprattutto di quelli di prima dell’avvento delle nuove “prove” scientifiche di trovare a volte molto velocemente il colpevole. Tantissimi casi di omicidio sono rimasti irrisolti e sono finiti nel dimenticatoio fino al nuovo, più prepotente (e più interessante) che fa discutere. E io mi chiedo perché fa tanto discutere il caso Bossetti. Non sono sufficienti 18 mila prelievi di Dna e uno solo (non tre o dieci o venti) trovato sul corpo? Non è sufficiente la sua fuga all’arresto nel cantiere? Non è sufficiente l’accuratezza di verificare tutto, compreso trovare l’amante della madre di 45 anni prima con il quale ha fatto due figli? Non è sufficiente che tutti sapessero chi era Bossetti e cosa faceva? No, non lo è. Non lo è, probabilmente, perché non mente solo Bossetti, non guarda pornografia solo Bossetti. Non i vecchi, anche i giovani. E tutti dicono che non è grave. Tutti, meno gli psichiatri che inseriscono da decenni l’uso smodato di pornografia e bugie in disturbi della personalità o dell’umore.
Lo fanno tutti è una risposta del cazzo. Allora, anche tutti possono uccidere una ragazzina o ragazza, per sbaglio (così è andata: Yara non doveva essere uccisa, ma sessualmente usata e possibilmente con il suo consenso). Dunque, gli italiani sanno bene cosa fanno e difendono un Bossetti o sua moglie (che fa lo stesso perché c’è sempre correità familiare in questi delitti che non nascono dal niente) perché è difficile mettere insieme tutti i dati e fare uscire un personaggio capace di agganciare una ragazzina consenziente e poi dare fuori di matto al suo forte rifiuto e ucciderla o tentarci. Anzi: non ucciderla, lasciarla morire. Quanti sono capaci di fare una cosa simile? Tutti coloro che hanno le caratteristiche di Bossetti, la sua ignoranza, il luogo dove vive, il suo narcisismo, il suo infantilismo, la sua vigliaccheria, la sua falsa morale cattolica, una moglie uguale a lui, una madre che ha saputo ingannare un marito due volte scegliendosi il più coglione che c’era in giro, una sorella gemella che inventa botte e assalti come una perfetta bordeline (non una depressa) quando tutto il nascosto crolla e crolla miseramente con diverse accuse sociali tra le più infamanti e inaccettabili da sostenere. Bossetti non confessa perché è narcisista, non perché gliene freghi qualcosa del carcere. Ricordo che in carcere, in attesa di giudizio, flirtava con una certa Gina e dire flirtava è una parola innocente che non fa capire l’esatta portata di quel rapporto in carcere.
Come è andata si sa: Yara ha accettato il passaggio di un uomo che gli sembrava innocuo, gentile e bello. Yara è parte di una famiglia conservatrice e rigida. Bossetti ha scelto Yara, non una qualsiasi, perchè lei poteva rispondere alle sue avance. E l’ha fatto. Ogni storia drammatica non è una discussione sul Dna che pure c’è e nemmeno accontenta: il sangue di Bossetti è stato rilevato sugli slip di Yara che non ha tentato di abbassare (non è stata usata violenza sessuale) ma ha tagliato anche quelli trapassando i leggins sottilissimi. Tagli a zig zag sulla schiena (Yara scappava) e le natiche ,che non l’hanno uccisa. Yara, ricordiamolo, è morta di freddo e paura. E che anche Linkiesta abbia dubbi sul metodo di giudizio è davvero una novità: rifare il dna, e perchè? Un detenuto condannato lo chiede e va rifatto? Porti lui prove che non era assolutamente suo o lui non era lì, questo dice il nostro ordinamento giudiziario. Lo stravolgiamo per Bossetti? O per paura dell’autorità?
Per dirla tutta, io non credo nemmeno che a qualcuno interessi davvero se il dna di Bossetti è suo o no. Credo che la gente innocentista, e peggio ancora certi giornali, soffino sul fuoco di altro, molto più politico che a caccia di giustizia.

Femminicidio, i dati dicono in calo. Ma per sociologi e media è aumento

 

Leggere le statistiche è sempre difficile, anzitutto perché i campioni non sono uniformi. L’anno record dei femminicidi in Italia (quando ancora non si chiamavano così), è stato il 2000 con 199 donne vittime di violenza mortale per il 73 per cento in famiglia. Nel 1992 sono state 186 ed ecco scattare l’aumento insolito di 8 anni dopo. Nel 2010 furono 131 e nel 2014 ci fu una impennata che portò il numero di donne uccise a 152, numero che si abbassò nel 2015 (128) e nel 2016 (120). Oggi, che siamo a 6 mesi e mezzo dall’inizio dell’anno, le donne uccise per mano maschile sono 38, se il trend si mantiene uguale (ci sarà un aumento non costante nei mesi) a fine anno dovrebbero essere poco più di 75. Sarebbe un successo enorme.Perché allora i sociologi parlano di aumento? Si basano su un concetto statistico diverso: tutti gli omicidi in Italia sono diminuiti e in costante diminuzione, mentre quelli delle donne si mantengono più o meno nello stesso trend (in percentuale rispetto agli omicidi totali), cioè 0, 9 omicidi di donne ogni 100 mila abitanti. Se guardiano al resto dell’Europa siamo piuttosto in fondo alla statistica, sia degli omicidi totali sia ai femminicidi. In testa, per i femminicidi, ci sono tutti gli Stati dell’Est Europa, ma se leggiamo la percentuale di donne uccise rispetto al totale dei delitti è paradossalmente la Svizzera la prima con il 50 per cento. Motivo? E’ piccola. Più i numeri sono bassi, più le percentuali si alzano. Troppo complicato? Abbastanza. Per questo si dice soltanto che aumentano i femminicidi, mentre non sono affatto aumentati, anzi. Gli ultimi giorni hanno visto 4 donne uccise e non sono tutti femminicidi uguali, benchè tutti siano di genere, cioè si voleva proprio colpire la donna in quanto donna. L’altra curiosità è che in testa alle classifiche ci sono le regioni del Nord e non del Sud. Motivo? Sono più densamente popolate. Le donne in Italia sono circa 20 milioni (dai 15 anni di età) comprese le donne straniere. Cento delitti all’anno con motivazioni culturali di genere sono tantissimi ma in realtà sono una inezia in una popolazione così vasta (61 milioni di abitanti) e con tante differenze culturali (tra italiani stessi e stranieri di diversissime religioni ed etnie).
Cosa ha migliorato la situazione e cosa l’ha peggiorata o non modificata? E ‘ diminuito l’alcolismo (la prima causa di violenza sule donne nelle regioni nordiche e dell’est), è aumentato il benessere e la coscienza femminile, sono aumentate le pene (stalking), i divorzi sono stati facilitati e la cura dei malati è in generale migliorata (ci sono più strutture, più attenzione e più farmaci ansiolitici e antidepressivi), è diminuito il senso del possesso della donna (nei giovani) non tanto per cultura, quanto per disinteresse sentimentale e perché è facile trovarne un’altra immediatamente disponibile. Perché invece non diminuiscono e qual è lo zoccolo duro? I 50-60enni, uomini, che continuano a non accettare l’idea di restare soli dopo il divorzio, l’aumento della solitudine sociale in questa fascia d’età e, nei giovani, le nuove patologie depressive, borderline, bipolarismo, narcisismo, che restano silenti ed esplodono in modo violentissimo durante litigi in cui la donna di oggi non accetta di tacere.
Il caso di Maria, la donna uccisa dal suo convivente trovato un anno dopo l’accoltellamento del marito al quale era sopravvissuta, è un caso a parte: accettare un rapporto riparatore con una persona peggiore o identica alla prima significa che la base traumatica e depressiva (che probabilmente faceva parte di tutta la sua vita) non è stata nemmeno affrontata dalle tante associazioni che lanciano allarmi, ma a conti fatti non salvano chi ha già un piede nella fossa. La statistica ci dice in anticipo che almeno la metà delle prossime vittime di quest’anno sono già a letto con il nemico. E non crediamo mai alla felicità esibita su Facebook o davanti a familiari e amici; la giovane coppia senese (lei grave all’ospedale, lui morto sucida) ne è l’esempio lampante: questi delitti sono  intimi e privati per definizione.

“Madre assassina io ti odio”

Ogni commento lasciato sulla bacheca Facebook di Valentina, la donna di 34 anni di Settimo Torinese che due giorni fa ha gettato il neonato appena partorito in bagno dalla finestra, racconta l’odio che trasuda per ogni atto o pensiero che smuove la rabbia, profondissima, di una grande fetta di italiani. Che sia per un immigrato o un neonato, per un rapinatore o per un pedofilo, per una donna o per un uomo che abbiano compiuto qualcosa di altamente “socialmente” riprovevole, ogni scusa è buona per vomitare una crudeltà e una cattiveria che albergavano più o meno silenziosamente nell’animo umano della gran parte di queste persone. Nelle altre alberga una ignoranza abissale, non tanto di leggi (pazienza) ma di moralità, collegamento dito e pensiero, (così come nella vita reale di bocca e cervello) autocontrollo, dubbio, ricerca, confronto. Insomma di un minimo di cultura e ragionamento, proprio minimi, che ogni italiano si suppone abbia al giorno d’oggi. In Facebook vige una strana “moralità”: posso insultare e odiare pubblicamente chiunque sia lontano da me, posso fare uscire la parte peggiore di me poiché me lo consente stare dietro a un computer e appunto quella “socialmente condivisibile” interpretazione dei fatti e delle persone (che non servono, non sono nessuno per noi). Chi sono queste persone che augurano sofferenza atroce e morte a una donna che (come tante altre) si è sbarazzata (per usare le parole del pm) di  un neonato? Perché ben pochi si chiedono come mai, o aspettano notizie più dettagliate, o non  fanno la semplice, semplicissima equazione: uccidere un figlio per una madre è un atto talmente contro natura da essere folle? Perché non definirla pazza, piuttosto che puttana, stronza, bastarda. ecc.?

Leggendo le notizie riportate dai giornali e ieri dalla tivù, la prima distorsione è causata proprio dal modo in cui vengono riportati i fatti. Non sono obiettivi: danno subito adito a schierarsi in difesa o contro, come se un atto simile potesse sollecitare un giudizio di gusto o sbagliato, finge o dice il vero, è matta per convenienza o lo è davvero. Ad aprire la strada a queste aberrazioni di pensieri crudeli sono stati gli ultimi importanti casi mediatici di madri assassine.  Con una differenza sostanziale: Annamaria Franzoni, che pure ha compiuto un gesto decisamente più crudele e difficilissimo da compiere rispetto al gettare un neonato dalla finestra (fu storicamente un metodo usato da migliaia di madri, quello di sopprimere i neonati, gettarli nei pozzi, sotterrarli, sgozzarli come galline, soffocarli,  buttarli nei fiumi, ecc, a seconda di dove si trovavano e di cosa disponevano sottomano) è stata ampiamente difesa e (poco) ampiamente condannata perché ha tenuto un comportamento totalmente differente da Valentina di Settimo Torinese, e con lei tutta la stampa e la tv. Inutile continuare a illudersi che stampa e tv non abbiano interesse a montare i casi, e per montarli bisogna fomentare il dubbio che non sia vero quando gli inquirenti dicono che è vero (o estrapolarne le parole) e che è vero quando si dice il contrario, oppure si mandano queste donne in cura, cioè negli ospedali psichiatrici giudiziari oggi trasformati in Rems (ps: ho appena pubblicato il libro “Giudizio sospeso”).  La gente, chiamiamola così, non ama usare la testa, la sua, non vuole farsi opinioni, non vuole approfondire e sapere o dovrebbe ricredersi anche sulla sua vita privata, mettere in discussione i propri comportamenti e sentimenti veri, avere meno “amici”, meno consensi e soprattutto dovrebbe mettere in discussione la propria morale che ben conosce… ma si vive meglio senza averla.  Viene da pensare che gli esseri umani hanno la sola capacità di obbedire per paura e convenienza e non quella  di ragionare, a costo di scontrarsi apertamente e restare isolati dalla massa. Ma viene soprattutto da pensare che questa rabbia giunta a livelli inammissibili purtroppo per colpa di Facebook (ma anche ovunque siano assenti le prese di posizione poco convenienti) che non ha nessuna regola morale nè legale (ecco di nuovo l’incapacità di autolimitarsi) sia una grande sofferenza interiore trasformatasi in voglia di vendetta e giustizia, financo a sproposito e contro la persona sbagliata. In sostanza ognuno ributta in un atto i suoi problemi, anche piuttosto seri, e tutti di origine psicologica irrisolta. Non riesco spesso a vedere la differenza tra chi uccide materialmente e viene anche condannato dalla legge oltrechè dallo scontare un dolore a vita, e chi scatena il dolore negli altri, chi giudica in un secondo, chi accusa pubblicamente senza sapere o solo per vendicarsi di qualcosa che è capitato a lui. Esempio: una donna ha lanciato ingiurie alla donna di Settimo perchè lei non riesce ad avere figli. C’entra qualcosa? Nella realtà niente, ma nella fantasia inconscia tantissima. Una sorta di ingiustizia che si cova nell’animo viene catapultata sulla prima persona che la ravviva. Anche se i fatti non hanno legami concreti. Anche Valentina aveva problemi seri, talmente seri da aver gettato il suo bambino dalla finestra che per noi è un bambino ma per lei evidentemente no. Gli inquirenti hanno capito abbastanza in fretta il collegamento tra l’infanticidio e le patologie ereditarie di cui soffrono il marito e la figlioletta di tre anni. Qualcuno di chi insulta e augura la morte, ha mai vissuto una lunghissima depressione o conflitto nevrotico che conduce a uno squilibrio ossessivo e dissociato? Qualcuno di chi insulta ha avuto un marito che per nove mesi non si accorge che la moglie è incinta pur dormendo con lei e magari facendo l’amore? Qualcuno di chi augura la morte ha avuto un marito malato e una figlia malata e un padre che non le parla? Valentina ha confessato che il bambino era suo. Come l’abbia fatto non sappiamo, perché non eravamo presenti  alla ricerca della confessione che facilita il lavoro della polizia, la quale deve rispondere al magistrato del suo operato. Che abbia detto non ricordo o ricordo, è una banale estrapolazione delle poche parole che vogliono dire i magistrati alla stampa in prima battuta.  Avendo seguito tanti casi simili, posso ritenere che la donna, avendo nascosto la gravidanza, non poteva che continuare a nascondere il frutto di quella gravidanza che, ripeto, per noi è un bambino, per lei era “qualcosa” da nascondere. Come si fa? Prima di lei molte donne l’hanno affogato nel water perché è il modo più semplice quando si partorisce in bagno. Non è detto che esista premeditazione cosciente del tipo…quando nasce lo butto dalla finestra.. Anzi. Buttandolo esattamente sottocasa è evidente che di premeditazione non si può parlare e nemmeno di tentativo di nascondere un infanticidio. E come si fa ad accompagnare la figlia a scuola dopo un atto del genere? Io mi sono fatta un’altra domanda: come si fa a camminare dopo un parto e dopo un’emorragia senza nemmeno destare sospetti nei passanti? Qual è la differenza tra le mie domande e gli insulti? La ricerca delle corresponsabilità di chi non vede, non sa, non si mette La mia personale problematica psicologica non entra nel fatto, non si mescola, non accusa chi non c’entra niente con me. Questa donna a me ha provocato solo la giusta sofferenza che permette di andare oltre e capire e cercare di modificare la realtà in meglio. Quello che entra in questa tristissima vicenda, è l’esperienza personale del dolore, il mio e quello ricevuto e assorbito dalle madri assassine che ho conosciuto e che vorrei non esistessero più. Leggendo i commenti, invece, é difficile gestire la frustrazione che genera la stupidità, la cattiveria e l’egoismo. E che contribuiscono solo a fare altro male.

Lidia Macchi può attendere

Trent’anni dopo, è l’anatomopatologa forense Cristina Cattaneo a venire chiamata d’urgenza per risolvere un rompicapo che rischia di far fare una figura barbina alla Procura di Milano. La prima testa saltata per “gravi inadempienze” e addirittura per “aver favorito il killer di Lidia Macchi” è stata quella del pm Agostino Abate che ha perso i vetrini con lo sperma trovato sul corpo di Lidia ucciso con 29 coltellate, ha perso la borsa di Lidia, non ha indagato per bene su tutti gli amici di Lidia, Stefano Binda compreso, oggi a processo (e in carcere da un anno e mezzo) come sospettato numero due. Il primo, il suo amico sacerdote, era stato già scagionato. Cristina Cattaneo deve fare l’acrobata per prelevare dall’imene della povera Lidia invece misteriosamente conservato a Pavia per 30 anni, un possibile difficilissimo dna dell’accusato al quale solo lo scorso gennaio hanno prelevato in carcere il dna. Lidia Macchi non ha rifiutato il rapporto sessuale a cui è seguita la sua morte violenta. Il movente di questo delitto tipicamente passionale per il numero delle coltellate inferte (con rabbia) è stato codificato, così come tutti i reperti e le “prove” che mantengono Binda in carcere, con una prima spiegazione classica: lui la forza al rapporto, lei poi forse lo denuncerà o farà a sapere a tutti cosa ha fatto e perciò, spaventato, la uccide. Seconda spiegazione: lui e lei sono attratti l’una dall’altro, anzi lei è innamorata, ma lui è drogato di eroina e perciò rabbioso e la rabbia al termine del rapporto si trasforma in furia omicida per pentimento. Qualcosa sta in piedi? Sembra, in tutta questa vicenda, che ci siano persone da salvare, altre da colpevolizzare, altre ancora da punire. E poi spunta la prima fidanzata di Binda che lo accusa di essere l’assassino, dopo 30 anni, perchè vede il programma tv Quarto Grado e riconosce la grafia della lettera anonima “in morte di un’amica” inviata alla famiglia il giorno del funerale della studentessa di giurisprudenza alla Statale. Tutti concordi i magistrati; quella lettera è la prova della descrizione di un omicidio. L’ho letta mille volte: io ci leggo una farneticazione religiosa con parole messe a casaccio,termini ricercati o conosciuti, finta pietà e classica forma di depistare con l’uso dell’anonimato. Ma perchè mai un killer nostrano dovrebbe mandare una lettera anonima alla famiglia per dire povera anima sacrificale senza nemmeno dire ho fatto bene ad ucciderla? Poi ci si mettono i criminologi da tv che affermano che Binda ha il profilo del killer perché “è disoccupato, vive ancora con madre e sorella a 48 anni, in più è single”. Anche la sorella, a questo punto, potrebbe avere il profilo di un killer.
Non è facile capire chi ha ucciso Lidia, nè scagionare Binda o accusarlo. Prima di lui, è stato colpevolizzato Piccolomo, un imbianchino assassino già in cella per aver ucciso una 80 enne del Varesotto. E’ stato accusato dalle figlie che ce l’hanno a morte con lui e se potessero gli darebbero tre ergastoli perchè lo ritengono colpevole anche di avere ucciso la di loro madre. E’ stata proprio la denuncia delle figlie di Piccolomo e il suo venire scagionato (per il Dna, ma quale dna se non c’è più niente?) a fare drizzare i capelli alla famiglia di Lidia che, in cerca spasmodica di giustizia, è riuscita a far spostare i fascicoli da Varese a Milano. Grazie soprattutto a quella testimone (P.B) che ha raccontato molte cose di Binda, suo primo amore giovanile di Cl, chissà perchè solo 30 anni dopo. La ex ragazza era oltretutto amica di Lidia e teneva diari un po’ polizieschi piuttosto in voga tra i ciellini pompati di quegli anni, pieni di frasi sospette dopo l’omcidio, ma conservati per 30 anni nel cassetto.
Binda non parla, ma per lui parlano tutti gli altri. Anzi: un anno e mezzo dopo il suo arresto spunta un testimone che si affida a un avvocato di Brescia per fare sapere che la lettera anonima il giorno del funerale l’ha scritta lui e non Binda. Ci sono di mezzo professionisti, gli avvocati, e perciò è escluso che si tratti di un mitomane. Allora la perizia calligrafica su Binda è stata sbagliata? E’ diventata la prima prova contro di lui e adesso lo è già meno.
Il caso di Lidia Macchi è stato il primo a poter usufrire del Dna e la prova scientifica è servita solo a scagionare tante persone subito dopo. Amici di Cl poi diventati sacerdoti, meno uno: Binda. A rigor di logica proprio un ciellino che compie un atto simile e non lo confessa mai, avrebbe dovuto farsi prete. Ma qui di logica ce ne è poca. Lidia aveva 21 anni e studiava alla Statale di Milano, Il 5 gennaio, giornata ancora di festa, è a casa sua a Varese e sul tardi va all’ospedale di Cittiglio a trovare un’amica. Strano l’orario in cui esce dall’ospedale: le 20,10 riferito dall’amica ricoverata. Nonostante il buio e la neve, alcune persone da casa vedono due auto, quella di Lidia e quella presumibilmente di Stefano. Lei non prende la sua auto parcheggiata ma sale su quella di lui. Volontariamente, e perciò si deduce che i due avessero appuntamento. Come se lo sono dati? Per telefono. Si deduce dalle agende di entrambi che hanno segnato i nomi (e cognome) di entrambi. Che Lidia fosse innamorata di Stefano si deduce dalla lettera che lei tiene in borsa, lettera d’amore senza destinatario, e da una poesia di Pavese, ma anche da libri sulla droga che a quei tempi circola a fiumi e che guarda caso ha ingabbiato anche Stefano, leader carismatico, piacente e intellettuale benchè solo 19enne e perciò immaturo. E’ proprio tra i boschi dello spaccio nei pressi dell’ospedale di Cittiglio che Stefano avrebbe portato Lidia per fare sesso con lei e poi ucciderla. E’ piuttosto comune portare una ragazza nei luoghi dove compri l’eroina? Direi di no, allora meno di oggi. Perchè Lidia non era una drogata ed entrambi avevamo una reputazione da difendere. Più facile pensare che sia stato un luogo casuale, appunto un bosco, dove potersi appartare. Le 29 coltellate per gli inquirenti indicano che dopo il sesso “estorto” ci sia stato un litigio e da qui la reazione. Ma l’arma del delitto deve pur essersela portata dietro questo assassino. E lomicidio sarebbe premeditato. Oppure, il coltellino era in auto per usarlo come difesa. Comune tra i giovani. Ma non propriamente gli studenti ciellini. E non si capisce, appunto, il movente, se non quello di far fuori una innamorata scomoda da “accontentare” e poi castigare. Ma insomma chi era Lidia? Perchè è finita in una trappola così sciocca? Trasgressione? Libertà? Amore cieco? E’ stata anche ipotizzata la voglia di salvare lui dall’eroina. Forse i libri sull’eroina erano destinati a lui? Giustificherebbe almeno l’incontro.
L’unica cosa certa è che il ragazzo o l’uomo al quale si è affidata, non le faceva affatto paura.
Fanno più paura le indagini che si ingarbugliano a volte per banalità, a volte per omertosi silenzi, a volte per pressioni fastidiose. Nessuno si indigna per Binda in carcere senza una prova concreta ma tanti piccoli indizi non molto verificabili, e mi pare che questo si possa giustificare con la presa di posizione dell’opinione pubblica che dopo 30 anni sta dalla parte di una famiglia che vuole un colpevole.
Buna Bianchi

Uccidere i genitori è difficile

Riccardo era deciso a farlo. Manuel l’ha fatto. In un certo senso Riccardo, che faceva il bulletto, che mostrava con sfrontatezza quello che possedeva e che di libertà ne aveva tanta, si è dimostrato per quello che è: un vigliacco. Tutto l’incontrario di Manuel, che appariva sottomesso, fragile, che chiedeva, desiderava e non si ribellava, che il padre arriva a definire buono e manipolato dall’amichetto di sempre e la madre, più intuitiva e realistica si domanda con angoscia se poteva uccidere anche loro due. Sì che poteva, Riccardo. Ha dimostrato di essere forte, deciso, capace di fare qualcosa di atroce, difficilissimo per un adulto che odia profondamente, che ha almeno un raptus incontrollabile di rabbia e si trova per caso un’arma a portata di mano, come in tutti i delitti d’impeto. Nella villetta della frazione di Codigoro, nel Ferrarese, non c’è stato nessun impeto e soprattutto è mancata la reazione umana di fronte al massacro: il vomito.

Se i ragazzi fossero stati dissociati, sotto effetto di allucinazioni o di psicosi indotta da droga (anche leggera), dopo il duplice delitto non sarebbero riusciti a fare altro che vomitare e scappare, rifugiandosi lontanissimo dal luogo della mattanza. Arrestati, non sarebbero riusciti a fare altro che piangere o, al massimo, chiudersi nel mutismo più totale. Invece no. Le intercettazioni ambientali in caserma a Codigoro, dove appositamente sono stati lasciati soli (come nel caso di Erika e Omar), stavano cercando di proteggersi dalla pena, non dalla colpa. Lo schiaffo del padre di Manuel al figlio, sempre in caserma dopo la confessione, e l’immediata richiesta di perdono, è di una superficialità disarmante, eppure è quello che tutti si aspettano non solo da un figlio, ma persino da un fidanzato, da un marito, un amico che fa del male. Se ha chiesto perdono vuol dire che è pentito, ha capito che ha provocato dolore. E’ un modo di pensare piuttosto comune, che trova una difesa accettabile per scusare ciò che  non può esserlo. Chiedere perdono, dopo, ha l’unico obiettivo di togliersi le responsabilità e pretendere di essere di nuovo accolti, come se niente, o poco, fosse successo.  Sostenere che questi due ragazzi non si sono resi conto di quello che stavano facendo è paradossale.

Le due famiglie

Benchè diverse, hanno  molti tratti in comune. Apparentemente, per quanto se ne sa finora, Riccardo ce l’aveva con la madre, tanto da comunicarlo apertamente, mostrare apertamente la sua conflittualità e ribellione, e questa madre, da un lato dava e dall’altra proibiva, da un lato era punitiva e dall’altro accettava. Da un lato minacciava l’abbandono e la cacciata del figlio (fatto  piuttosto raro nelle madri, ma non in quelle con altissimi conflitti personali e, direi, tratti narcisisti) e dall’altro non affrontava niente. Suo figlio faceva uso di spinelli, bigiava a scuola, aveva il  motorino, capi firmati e libertà di orari. A 16 anni aveva potuto permettersi di vivere in garage e glielo avevano permesso, perché in fondo andava bene anche a loro. A Riccardo, probabilmente, preferivano il fratello maggiore Alessandro che non era figlio di questa donna ma la considerava madre a tutti gli effetti. Immaginiamo la gelosia non espressa di Riccardo proprio a fronte delle parole lasciate su Facebook da Alessandro: gli avete dato tutto… Appunto. Il ragazzo ha, nei fatti, inconsapevolmente giudicato, non scusato. Avrebbe voluto forse dire gli avete dato troppo…

La famiglia di Manuel faceva i conti con un figlio disabile, che non è poco. Del figlio maggiore, bel ragazzo apparentemente buono, come lo descrive il padre nonostante abbia calato con violenza un’accetta 8 volte sulla testa di due persone che ben conosceva sin da bambino e che probabilmente niente gli avevano mai fatto, sapevano evidentemente niente. Si sono fermati alle regole, alla facciata. Non si sono mai chiesti se aveva empatia, affettività vera. Hanno  notato e contrastato ciò che era fuori dalle regole sociali, ma non hanno messo il becco sul mondo interiore di un adolescente che sicuramente covava un disagio da tanto, tanto tempo. E avrebbe ucciso anche i suoi genitori se fossero stati più apertamente conflittuali come lo erano quelli Riccardo. Non per niente non ha mai rotto l’amicizia con Riccardo, problematico quanto lui e incapace di accettare le frustrazioni quanto lui, non per niente fumava spinelli tanto quanto l’amico e chissà quanti altri amici del bar o della piazza di Codigoro. Nei disagi psichici le droghe fanno da detonatore e ancora si pensa che lo spinello sia innocuo. Bisognerebbe portare i ragazzi a vedere negli ex manicomi giudiziari quanti sono diventati delinquenti con l’uso continuato di droghe leggere.

Bisognerebbe smettere di pensare che queste vicende non facciano soffrire profondamente e si cerchino spiegazioni razionali che tendono a giustificarle. Sono enormi tragedie che nascono in famiglia, si sviluppano in famiglia  e non sono più tanto numericamente ridotte. Certo, la violenza fisica usata in questo caso come in altri, fa sbarellare prima di tutto noi (non coinvolti direttamente), che non sappiamo nè giustificare, nè capire, nè accettare, nè rifiutare. Perciò è meglio provare dolore (non pietà|) per queste “notizie” piuttosto che negarlo e farsi i selfie davanti alla villetta del massacro, sintomo lampante di una società malata, seriamente malata che non può che generare mostri. O, a livelli minori ma non meno pericolosi, vendicativi manipolatori, narcisisti e anaffettivi.

Il carcere minorile

Manuel e Riccardo da ieri sono rinchiusi nel carcere minorile di Bologna, ma uno dei due, probabilmente Riccardo, verrà spostato perché i due non possano incontrarsi. La loro amicizia si dissolverà come neve al sole tra pochissimo. Il loro rimorso, invece, forse non avverrà mai. Dipenderà dall’osservazione psichiatrica cui verranno sottoposti entrambi e che dovrebbe (dico dovrebbe per la freddezza dei comportamenti del prima, durante e dopo) fare emergere un disturbo dell’umore e dell’affettività rilevanti. Il gip ha ritenuto che possono ancora uccidere. Ha già detto tutto.

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovani assassini crudeli

Forse li ho conosciuti, Salvatore Vincelli e Nunzia Di Ganni, uccisi a colpi di ascia in testa mentre dormivano, nella loro casa in provincia di Ferrara, due giorni fa. Dico forse perché sono stata a cena in un ristorantino di Comacchio, cittadina incantevole e romantica , un po’ fuori dai circuiti turistici – e a torto – schiacciata da Ravenna e Venezia. Sono stata, in quel Polesine dove abitavano (Codigoro compresa), una volta cosi in miseria e vuoto e poco ospitale per l’uomo, da costringere a lasciarlo per vivere altrove e ora così normalmente pieno di villette. Non ho riportato grandi emozioni, non mi ha colpito la gente. Anzi, la gente di lì mi è apparsa ibrida un po’ come queste terre create dal Po, buono ma imprevedibile, un po’ come descrive il papà di M. il figlio 17enne che ha massacrato i genitori del suo migliore amico 16 enne. Una storia brutta, di quelle che ci sembra di aver già sentito varie volte e che io ho scritto per altri casi, ma questa non è come le altre. I motivi che spingono ad uccidere non sono molti: rancore, invidia, possesso, vendetta. Fare uccidere a un amico promettendo soldi è la giustificazione dell’assassino mandante e dell’assassino concreto (colui che uccide concretamente) perché un motivo logico bisogna pur sempre trovarlo. Lo stesso motivo logico a cui si aggrappa il papà di M, che nemmeno odiava i genitori del suo amico R. ma da lui era totalmente dipendente. Davvero? Questi due ragazzi non venivano sgridati a caso dai loro genitori. Entrambi. Non a caso sono diventati inseparabili, in una sorta di specchiamento reciproco di disturbo profondo che ha le stesse radici. Se i genitori di R. fossero vivi e morire fossero stati quelli di M, avrebbero detto la stessa cosa del loro figlio: era buono, l ha fatto per…cattiva compagnia, soldi, debolezza, ecc. Quanta debolezza ci può essere nel programmare un duplice omicidio con legami di sangue (il figlio) o di persone che vedi spesso e parli loro, e pranzi e ceni con loro e hai perfettamente chiaro che sono i genitori del tuo amico? Quanta debolezza può esserci nel prendere un’ascia e spaccarla sulla testa 3 volte (l’uomo) e 5 volte (la donna) vedendo il sangue che schizza, il volto che si deturpa, percependo la tua mano che impugna l’arma e violentemente colpisce non due tronchi d’albero ma due esseri umani che dormono e che ben conosci? Quanta debolezza può esserci nel chiedere scusa al papà  che grazie a quel “ravvedimento” tanto immediato, può dire “non lo abbandonerò mai, è un buono”? Quanta bontà può esserci in ragazzi che compiono omicidi per vendetta, malessere, senso dell’ingiustizia? Quanta moralità hanno appreso a 2 anni, età in cui già si può distinguere il bene dal male? Quanta empatia a 4, età in cui si riconosce il dolore dell’altro e si prova compassione? (Compassione non significa simbiosi).

Appena ho letto la notizia del duplice omicidio (titolo e luogo) e il sottotitolo che diceva “i corpi trovati dal figlio 16enne” ho pensato fosse stato il figlio. Benchè solo il caso di Erika, a Novi Ligure, riporti nella cronaca italiana degli ultimi trent’anni quest’età così giovane per delitti tanto efferati, è piuttosto consueto che chi lancia l’allarme sia anche l’assassino. Il cane che non aveva abbaiato a Novi Ligure (come in questo caso) mi aveva fatto pensare la stessa cosa: è stata la figlia. Per cui negare l’orrore non ha senso. I concittadini hanno sempre ritenuto (quasi di fronte all’evidenza) talmente assurdo un fatto eclatante commesso da una persona che conoscevano (per di più giovane e magari educata o figlia di gente normale, come il caso di Garlasco) da volerlo in qualche modo giustificare. In effetti, è ben difficile collocare nella nostra mente la crudeltà dei ragazzi o i loro problemi (chiamiamoli disturbi) compressi sotto un’apparente normalità. Fa spavento. Fa chiedersi come mai non ci si è accorti di niente. Fa persino pensare che se la madre di M. non l’avesse sgridato tanto e il padre di R. non l’avesse punito tanto per raddrizzarlo, non sarebbe successo niente. E poi ci sono i commenti (degli esperti) sul vuoto dei ragazzi d’oggi, sul bisogno dei soldi, sulla ribellione non incanalata, sull’immoralità dilagante. Tutto vero. Ma i delitti familiari ci sono sempre stati e la bassa età di chi li commette significa soltanto che il malessere non visto prima da nessuno, traformatosi in male e punizione, ha avuto l’occasione per farlo: un’amicizia, una folie a duex, che dà potenza e giustifica il successivo scarico di responsabilità, come sempre avviene quando una coppia diabolica viene arrestata e deve pagare la colpa. Perciò sì, i ragazzi sono colpevoli, la scuola è colpevole, i genitori sono colpevoli ,  chi giustifica è colpevole. Anche le vittime che si trasformano in carnefici possono scegliere. M e R. hanno scelto. Peccato che non avranno mai rimorso, ma solo vergogna.

Preveggenza o indagine?

Che strage avrebbe potuto fare in Italia Amri? Le parole del questore di  Milano non hanno avuto (finora) nessun riscontro. L’unico vero riscontro, piuttosto ritardatario, viene dai servizi dell’intelligence del Marocco che avrebbe lanciato l’allerta alla Germania a settembre ed ottobre proprio su di lui, il tunisino che era talmente pericoloso (e questo è un fatto assodato perché la strage l’ha compiuta davvero)  e ricercato (questa è una menzogna perché chi cerca trova, visto che era conosciuto come spacciatore di droga a Berlino da agosto) e peggio ancora dopo la strage, mentre si faceva selfie e inviava video in pieno giorno di fianco alla Sprea, il fiume berlinese.

Ieri mattina ho indagato da sola (come sto facendo dal primo giorno della strage a Berlino, città che conosco bene) , senza il supporto di nessuna notizia della polizia, né dei colleghi. Oggi devo correggere alcune informazioni ufficiali che ieri non potevo sapere: il tunisino è partito in treno via Francia e a Torino ha cambiato con un regionale per raggiungere Milano stazione di Porta Garibaldi dove è arrivato intorno alle 9 di sera di giovedì. Da qua si è spostato (a piedi) alla Centrale dove ha cercato, inutilmente, un treno per proseguire la sua fuga, di destinazione sconosciuta. Dalla stazione Centrale, che ha lasciato intorno all’1 di notte (cioè alla chiusura della stessa) si è spostato a quella di Sesto San Giovanni, distante circa 4 chilometri. Forse ha preso un bus notturno, giungendovi pochi minuti prima delle 3. Dieci minuti dopo è stato visto nella piazza dalla pattuglia di polizia che gli ha chiesto i documenti per un normale controllo e ne è scaturita la sparatoria che l’ha ucciso. Non ha gridato Allah, ma poliziotti bastardi. Indossava due paia di pantaloni, segno che ha dormito all’aperto, su treni  o in ripari di fortuna (quindi senza appoggi)  da lunedì a giovedì notte alle 3. Nel suo zaino c’erano soldi (tra i 150 e i 400 euro) un cellulare con batteria scarica, spazzolino e dentifricio. Non aveva documenti né foglietti con nomi e luoghi utili a qualcosa. Aveva, naturalmente, la pistola con la quale aveva ucciso l’autista polacco e che ha usato contro gli agenti, ferendone uno. Ieri ho scritto nel post precedente a questo che da quella piazza partono pullman con destinazione Marocco, ma oggi ho saputo che quella è l’unica destinazione notturna, mentre di giorno ce ne sono altre, Tunisia compresa. Il pullman per il Marocco attraversa Milano e si ferma anche a Lampugnano prima di prendere l’autostrada per Torino. Questo indicherebbe che Amri non era a conoscenza né di orari né di percorsi. Ma in quella piazza davanti alla stazione non c’è giunto a caso. O sapeva dell’esistenza di quella stazione e ha tentato di prendere da lì un altro treno notturno, o voleva prendere il bus per allontanarsi comunque dall’Italia. Una ipotesi potrebbe essere il passaggio di parola tra extracomunitari in stazione Centrale a Milano ai quali potrebbe aver chiesto come raggiungere con pullman o treni la sua destinazione finale o anche una qualsiasi, pur di allontanarsi velocemente da ogni luogo (cioè senza sapere bene dove andare , ma sicuro di dover fuggire e quindi restare in movimento). L’altra ipotesi è che lì ci fosse già stato e sapeva della partenza dei pullman notturni, ma è arrivato tardi ed è stato notato proprio appena arrivato perché non sapeva cosa fare né dove andare.

La mia teoria, personalissima e non suffragata da alcune fonti ufficiali, che la vicenda della strage di Berlino sia iniziata a Cinisello (un chilometro e mezzo dalla stazione di Sesto) è si sarebbe conclusa nella stessa zona è stata condivisa con un collega per telefono tre giorni fa. Nessun elemento sufficiente per poter scriverne sul giornali, solo una sorta di intuizione, quelle che nascono dalle investigazioni ossessive: controllo dei percorsi, degli orari, delle abitudini, conoscenza dei luoghi e di tutte le informazioni a disposizione più altre recuperate dalla gente (chiunque, passanti, extracomunitari, baristi, ecc.) e la psicologia che è sempre fondamentale per capire i comportamenti umani di chi delinque, molto più della politica italiana od estera.  La verità è che il terrorista è stato freddato (senza sapere che di lui si trattasse, vicinissimo all’ultima sosta del tir che ha poi usato per la strage del mercatino d Berlino. Trovare un Tir da usare non è facile. Corrompere con soldi (ben difficile sequestrare un autista grande e grosso anche solo per 4 ore e tenerselo al fianco non legato o ucciso) un autista per farsi portare fino a Berlino, nei pressi di un luogo già scoperto precedentemente per la strage da compiere è relativamente facile se si sa come fare e dove trovare Tir giusto e autista disposto a farsi pagare per il passaggio. Potrebbe essere andata così a Berlino: Amri avrebbe provato a guidare il camion alle 16 e 30, inventandosi di voler imparare. Diverse sono le accensioni (da fermo) registrate dal gps. L’ultima, alle 19 e 45, è invece una partenza in piena regola che in 17 minuti piomba nella piazza. Forse guidava lui, mentre il polacco al fianco ignaro di essersi fatto amico un terrorista, si è accorto solo all’ultimo momento di quello che stava accadendo e ha sterzato beccandosi coltellate di rimando. Se l’incontro e l’accordo di viaggio tra i due non c’è mai stato ed è stato tutto casuale l’inizio e la fine tra Sesto e Cinisello, come sostiene la polizia italiana, sono pronta a smentire la teoria. Comunque non si spiega come io abbia potuto prevederlo.