Un bambina disabile non si trova più

Iushra ha 11 anni e non c’è traccia di lei da otto giorni.

Come mai, mi chiedo da giorni, la scomparsa della bergamasca Yara, 13enne, nel 2010 aveva fatto ribaltare mezza Italia, aveva fatto nascere pagine di forum, mobilitato persone, ministri, giudici, investigatori, inviati e fotografi?
Yara era solo una 13enne scomparsa dalla palestra e anche, si è subito supposto, volontariamente (se ricordate il telefonino spento subito dopo gli sms).
Per Yara si è subito pensato male, da Brembate alla Sicilia.
E’ stato un pensiero che si è rivelato corretto ma di solito i giovanissimi si trovano, scappano e tornano.
Come mai, mi chiedo da giorni, non ho letto uno, e dico un post in Facebook, neppure dei lombardi, sulla scomparsa di una bambina ancora più piccola di Yara?
Forse perchè non è un caso politico che tiene banco?
Forse perchè è pakistana? (e non italiana o sbarcata in Sicilia dall’Africa)
O forse perchè è autistica, cioè disabile?

Ho indagato,nelle mie possibilità, fino a ieri su questa stranissima scomparsa avvenuta nella civile, moderna e sensibile Lombardia.
Iushra è figlia di due genitori pakistani integrati e lavoratori con tre figli e vivono a Brescia. Due di loro soffrono di autismo dalla nascita.
Iushra non parla. E’ vivace, allegra ma chiusa nel suo mondo per una malattia neurologica infiammatoria che ha origini (orami è ampiamente riconosciuto) da fattori soprattutto ambientali di inquinamento di sostanze tossiche. In provincia di Brescia ha un picco altississimo da numerosi anni proprio perchè area chiamata “terra dei fuochi”.
La conferma, oltre che riportata in tutte le riviste di scienze internazionali, me l’ha data personalmente il primario di neuropsichiatria infantile della clinica Mondino di Pavia e specificatamente sul sito bresciano.
Ieri ho chiamato in Comune a Serle, dove è stato allestito il campo base per le ricerche nell’altopiano di Cariadeghe, alle spalle del lago di Garda ma poco distante da Brescia. Sembrava la trama di un film: l’impiegata che mi ha risposto, dopo una lunga chiacchierata, mi ha detto: lei parla con la mamma di una bambina di 4 anni affetta da autismo.
E’ lei stessa a confermarmi che i bimbi autistici sono tutti diversi, come già si conosce, ma tutti con la stessa caratteristica di non fidarsi degli estranei e non amare gli scombussolamenti tempo-luogo.
Ecco. Iushra era stata affidata a una associazione che si occupa di disabili da moltissimi anni, affiliata all’Anffass per una gita di qualche ora sull’altopiano, distante meno di un’ora dalla sede dove passano le giornate i bambini e i ragazzi disabili.
L’idea era di fare un pic nic sul prato, accanto a un rifugio-ristorante per le loro esigenze e vicino al paese di Serle.
Gli accompagnatori erano in numero sufficiente per i 15 bambini ma è successo ugualmente quello che mai dovrebe succedere: appena scesi dal pulmino (quello piccolo con pochi posti) la ragazzina si è messa a correre e l’educatrice che ben la conosce l’ha bloccata. Ma dopo un po’ è successa la stessa cosa, una volta giunti sul prato, la bambina è corsa via e non sono riusciti a raggiungerla.
Il luogo si chiama Pozza Ruchi, il ristorante Osteria del Carso.
Me l’ha fatto sapere un collega della Valsabbia dopo varie telefonate, anche ai carabiieri, che si sono rifiutati di dirmelo.
Perchè?
Il sindaco di Serle già lo scorso sabato aveva pubblicato sulla pagina Facebook la chiusura dei sentieri che portano ai vari ristoranti o vengono usati per varie attività di svago, tra cui il ciclismo di trekking. Perchè quel luogo è un enorme bosco e la protezione civile aveva chiaramene detto: non venite, non pensate di aiutarci a cercarla, bastiamo noi. O rischiamo di dover cercare anche voi.
Oggi vedo addirittura un giornale che pubblica la foto della bambina con gli occhi plissettati, cioè irriconoscibili per la privacy minorile.
Si è persa la trebisonda. L’obiettivo non è più la bambina in pericolo ma tenere pure segreto chi si sta cercando dando per scontato che sia in un anfratto, dietro una roccia, in una voragine, in una caverna dove possono accedere solo speologi o cani.
Abbiamo controllato tutto, proprio tutto, hanno detto ieri i soccorritori, e non abbiamo trovato una sola traccia di lei o del suo passaggio.
Chi segue le vicende degli scomparsi sa che quando non si trovano dopo i primi giorni è ben difficile che si ritrovino vivi anche se sono sul posto, ma in questo caso non si trova nemmeno un cadavere.
C’è chi sostiene, e il satellitare viene in aiuto, che la zona è vastissima e impervia e la bambina è spaventatissima.
Mi viene anche detto che questa bimba in particolare, non sente nemmeno la fame e la sete e perciò non ha lo spirito di sopravvivenza che spinge a salvarsi e farsi trovare.
Raccontata così, dopo, viene per forza da dire che non dava le garanzie sufficienti per essere portata a un pic nic in luogo aperto, montano e circondato da boschi, o almeno di avere un educatore o più d’uno che si occupassero solo di lei. Invece l’hanno descritta come una bambina che dava meno problemi di altri.
Facile dire di no adesso, ma lo era anche prima, conoscendola bene.
Le responsabilità fanno parte di una indagine e qui ora interessano poco. Interessa invece capire dov’è finita Iushra.
Se non si trova non signiica che non c’è, semmai che si è cercato in alto, a destra e sinistra, e non in basso, a valle o, come spesso accade, vicino, vicinissimo. Talmente vicino che a nessuno viene nemmeno in mente.
L’ipotesi del rapimento era stata scartata dalla polizia.
E perchè?
Per rapimento si intende a scopo sessuale.
Perchè scartarla?
Solo perché l’hanno vista chiaramente correre via e cercato di raggiungere? Di certo è un atteggiamento spontaneo e volontario, ma qui non parliamo di una adolescente ribelle che deve arrivare in vetta prima degli altri.
Per Angela Celentano si è considerata ogni cosa. Eppure la bambina di 3 anni era molto meno a rischio di una di 11, straniera, muta e disabile.
Ci sono un paio di testimonianze che non sono state ritenute molto valide e anche io non le ritengo tali: un anziano e un giovane che l’avrebbero vista, subito dopo la fuga, seduta su una panca di legno da sola e l’avrebbero salutata. Uno è apparso in tv, l’altro è considerato un mitomane.
Al quarto giorno ho pensato fosse morta nonostante il prefetto insistesse a dire che cercavano una persona viva.
Non è, questo, il primo caso di una persona che scompare nel nulla nonostante la cerchino ovunque 300 uomini e cani con tenciche più moderne di quelle usate sul monte Faito.
Non è nemeno il primo caso di un autistico che viene “perso” da educatori: a Roma tre anni fa, accadde lo stesso per un autistico di Pantigliate (Milano) inghiottito da un metrò e mai più ritrovato. In quel caso era adulto e forse un po’ più autonomo oltre che italiano. In questo caso siamo di fronte a una bambina estremamente vulnerabile.
Io ritengo che Iashua si sia nascosta dopo poca strada percorsa, per paura e difesa dal troppo che la circondava e non proteggeva.
Non escludo affatto che qualcuno abbia approfittato di lei (non rapita, approffitato).
Non escludo niente.
E meno se ne parla, in questo caso, peggio è.

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Bossetti, se la verità giudiziaria non è più autorevole

 

Le reazioni alla conferma dell’ergastolo per Massimo Bossetti sono state, se possibile, più sorprendenti di quanto mi sarei mai aspettata dopo il caso di Cogne. I cosiddetti innocentisti nei delitti con forte eco nazionale ed emotiva ci sono sempre stati. Ricordate? La belva di via San Gregorio a Milano non confessò e iniziò l’indagine, allora senza l’ombra di una possibile ricerca di Dna. Facile capire perché non confessò: evitare il carcere a vita e la gogna pubblica, essendoci di mezzo omicidi di donne e bambini. Rita Fortis era una bella donna, molto più bella di quella (siciliana) che ha ucciso, in una Milano del dopoguerra che aveva già qualche problema con i meridionali arrivati a frotte, ma non con i veneti come lei, che rappresentavano invece operosità e capacità di riscatto sociale. Pur di non accettare la belva che albergava in Rita Fortis la gente cercava un complice, maschio, appena si poteva trovare un minimo appiglio. Così come chi uccide è spinto da una forte motivazione emozionale (e spesso psichiatrica), anche chi osserva da fuori e ne viene coinvolto da tv e giornali, vive più o meno lo stesso problema (e a volte dramma) psicologico. Ma davvero ci sono belve tra noi?
Ma davvero si può uccidere una bambina? Ma davvero si può uccidere il proprio bambino?

Per chi è del mestiere, è tutto possibile perché tutto ha visto. Chi non lo è usa un solo strumento: essere convinto oltre ogni ragionevole dubbio. Ma chi può convincere coloro che non si convinceranno mai? Nè autorità, nè prove, nè scienza, e a volte persino le confessioni vengono messe in dubbio. Perché è così difficle accettare che qualcuno compia delitti orribili e non, piuttosto, accettare che qualcuno finalmente sia preso e paghi per quei delitti orribili? Perché la genet si identifica in uno, come Bossetti, biondo, bergamasco, occhi celesti, padre e marito, gran lavoratore (bè insomma..) che piange e si dispera, o in una, come Annamaria Franzoni, con una casetta tanto bella e lei e i figli e il marito tanto carucci?
Molto più avanti negli anni, la storia si ripete con altri casi di nobildonne uccise misteriosamente ma innocentisti e colpevolisti in questi casi faticano a schierarsi per evidenti motivi: più che un cerebrale esercizio da detective improvvisato non si può fare. Molti anni più tardi, il massacro di Erba invece si colloca perfettamente nell’Italia alle prese con le prime ondate di extracomunitari sgraditissimi e soprattutto, quelli del NordAfrica, già conosciuti come spacciatori. In più, Erba si trova geograficamente in piena Brianza bianca, bigotta, conservatrice, chiusa, dove i panni sporchi si lavano in casa e la ricchezza va esibita perché frutto del lavoro. Dove non fa effetto un padre che perdona (anzi!) e si deve cercare ad ogni costo un altro colpevole perché il processo è stato manipolato, perché l’unico sopravvissuto ha detto quello che non sapeva, perché, perché, perché. La folie a deux di Rosa e Olindo passa in secondo piano, i loro precedenti con le vittime anche, la confessione di Rosa Bazzi viene ritenuta estorta, solo perché lei stessa ritratta e fa sorgere dubbi sulla violenza della polizia. Diciamo subito che è vero; la polizia non va tanto per il sottile quando vuole una confessione e la vuole perché è molto più semplice e veloce. La polizia però non è un giudice che conduce interrogatori che bisognerebbe leggere attentamente cinquanta volte per capire come vengono fatti. Così come si parla dei giornalisti senza sapere nemmeno come si lavora in un giornale (prendiamo un quotidiano che conosco meglio) , chi lo decide, quando, a che ora, chi sono i capi, le dinamiche, le pressioni, le manipolazioni, le punizioni, gli stipendi, quanti conoscono a menadito come si sviluppa una indagine su un delitto, diciamo rilevante per la comunità?

E ora torno a Bossetti. Caso mediatico, anzitutto, perché qualcuno ha deciso di farlo diventare mediatico. Chi? I giornali. Una ragazzina della cattolica, benestante, razzista e benpensante bergamasca, muore agonizzando in un campo. Può capitare a tutte le bambine, certo che è una notizia più notizia di altre. C’è un primo elemento in ogni giallo, soprattutto sui casi di scomparsa, come è stato questo all’inizio. Va stabilito se è volontaria o no. In due giorni si è capito che era volontaria ma la gente non ci ha fatto caso perché è ben difficile schierarsi contro una “vittima” così giovane e dire se l’è cercata. Quando è stato accusato il tunisino del triplice delitto di Erba, la gente era contenta. Quando sono stati arrestati Rosa e Olindo è rimasta esterreffatta. Così, nel caso Yara, quando è stato arrestato il marocchino Fickri, la gente era contenta, salvo poi, quando è stato finalmente ingoiato a fatica l’errore giudiziario, non riuscire più a trovare un colpevole che potesse abbassare l’ansia collettiva, soprattutto delle mamme ha scatenato una dinamica semi impazzita. Ma la pm, con l’errore del marocchino, si è tirata addosso tutti i dubbi del mondo sulla capacità della giustizia italiana. Di fatto, ritengo che avrebbe dovuto essere estromessa dall’incarico e non tanto perché non sia possibile sbagliare, quanto perché il primo grave errore fa perdere credibilità. Che è quello che poi è accaduto. Nella nostra morale, a volte immorale, collettiva, il giudice dovrebbe stare sempre sopra le parti ed essere inattaccabile. Molti si appellano agli erorri giudiziari senza citarne i casi che so, negli ultimi 50 anni (che pure ci sono stati) e soprattutto di quelli di prima dell’avvento delle nuove “prove” scientifiche di trovare a volte molto velocemente il colpevole. Tantissimi casi di omicidio sono rimasti irrisolti e sono finiti nel dimenticatoio fino al nuovo, più prepotente (e più interessante) che fa discutere. E io mi chiedo perché fa tanto discutere il caso Bossetti. Non sono sufficienti 18 mila prelievi di Dna e uno solo (non tre o dieci o venti) trovato sul corpo? Non è sufficiente la sua fuga all’arresto nel cantiere? Non è sufficiente l’accuratezza di verificare tutto, compreso trovare l’amante della madre di 45 anni prima con il quale ha fatto due figli? Non è sufficiente che tutti sapessero chi era Bossetti e cosa faceva? No, non lo è. Non lo è, probabilmente, perché non mente solo Bossetti, non guarda pornografia solo Bossetti. Non i vecchi, anche i giovani. E tutti dicono che non è grave. Tutti, meno gli psichiatri che inseriscono da decenni l’uso smodato di pornografia e bugie in disturbi della personalità o dell’umore.
Lo fanno tutti è una risposta del cazzo. Allora, anche tutti possono uccidere una ragazzina o ragazza, per sbaglio (così è andata: Yara non doveva essere uccisa, ma sessualmente usata e possibilmente con il suo consenso). Dunque, gli italiani sanno bene cosa fanno e difendono un Bossetti o sua moglie (che fa lo stesso perché c’è sempre correità familiare in questi delitti che non nascono dal niente) perché è difficile mettere insieme tutti i dati e fare uscire un personaggio capace di agganciare una ragazzina consenziente e poi dare fuori di matto al suo forte rifiuto e ucciderla o tentarci. Anzi: non ucciderla, lasciarla morire. Quanti sono capaci di fare una cosa simile? Tutti coloro che hanno le caratteristiche di Bossetti, la sua ignoranza, il luogo dove vive, il suo narcisismo, il suo infantilismo, la sua vigliaccheria, la sua falsa morale cattolica, una moglie uguale a lui, una madre che ha saputo ingannare un marito due volte scegliendosi il più coglione che c’era in giro, una sorella gemella che inventa botte e assalti come una perfetta bordeline (non una depressa) quando tutto il nascosto crolla e crolla miseramente con diverse accuse sociali tra le più infamanti e inaccettabili da sostenere. Bossetti non confessa perché è narcisista, non perché gliene freghi qualcosa del carcere. Ricordo che in carcere, in attesa di giudizio, flirtava con una certa Gina e dire flirtava è una parola innocente che non fa capire l’esatta portata di quel rapporto in carcere.
Come è andata si sa: Yara ha accettato il passaggio di un uomo che gli sembrava innocuo, gentile e bello. Yara è parte di una famiglia conservatrice e rigida. Bossetti ha scelto Yara, non una qualsiasi, perchè lei poteva rispondere alle sue avance. E l’ha fatto. Ogni storia drammatica non è una discussione sul Dna che pure c’è e nemmeno accontenta: il sangue di Bossetti è stato rilevato sugli slip di Yara che non ha tentato di abbassare (non è stata usata violenza sessuale) ma ha tagliato anche quelli trapassando i leggins sottilissimi. Tagli a zig zag sulla schiena (Yara scappava) e le natiche ,che non l’hanno uccisa. Yara, ricordiamolo, è morta di freddo e paura. E che anche Linkiesta abbia dubbi sul metodo di giudizio è davvero una novità: rifare il dna, e perchè? Un detenuto condannato lo chiede e va rifatto? Porti lui prove che non era assolutamente suo o lui non era lì, questo dice il nostro ordinamento giudiziario. Lo stravolgiamo per Bossetti? O per paura dell’autorità?
Per dirla tutta, io non credo nemmeno che a qualcuno interessi davvero se il dna di Bossetti è suo o no. Credo che la gente innocentista, e peggio ancora certi giornali, soffino sul fuoco di altro, molto più politico che a caccia di giustizia.