Ricchi e sospettabili

PESCARA, DIETRO LE QUINTE DELL’OMICIDIO DEL RAMPOLLO LAMALETTO

Lasciamo da parte il nonno di Alessandro, il giovane ucciso lunedì a Pescara,  che mai viene citato nei numerosi elenchi di denuncia di prestanome corrotti del governo venezuelano. Parliamo dello zio del giovane 29enne morto con due colpi di pistola in testa lo scorso lunedì, Camilo Lamaletto, fratello della madre Laura, primogenito di famiglia nato come lei a Caracas 60 anni fa, e che, al rientro del padre Gaetano e di sua moglie Maria nella terra d’origine abruzzese, ha preso in mano il suo piccolo impero nella repubbica bolivariana. Repubblica oggi in una “derota” sociale ed economica, ma ma non  per i ricchi, che in Venezuela (come in tutto il sistema oligarchico della borghesia latinoamericana) hanno sempre mantenuto il potere legandosi alla finanza, i presidenti che il potere l’hanno preso più spesso con un colpo di mano che con libere elezioni democratiche,  e i servizi segreti a loro volta invischiati con le Farc e le montagne di cocaina e soldi sporchi che passano da uno stato all’altro e da un prestanome all’altro in una sorta di scatole cinesi che impediscono di fatto di fermare il business mondiale.

Ceramiche Balgras si chiama l’azienda fondata dal padre di Camilo, 500 dipendenti e un indotto di 400, con sede a El Rosal, un distretto appena fuori Caracas. Nel 2014, Camilo Lamaletto è stato inserito al posto 16esimo dei 40 uomini più ricchi del Venezuela, ma anche tra i più influenti dello stato bolivariano. Come mai? La storia viene da lontano, in quell’anno 2008 quando una valigia in partenza dall’aeroporto di Buenos Aires e diretta a Caracas, aprì un inedito scenario sul collegamento tra presidenti “socialisti” di supporti in denaro non proprio pulito o da ripulire. Uno di questi prestanome del governo di Chavez (e successivamente dell’attuale di Maduro) sarebbe appunto Lamaletto. Qualcuno ricorda che già negli anni ’90 i Lamaletto vennero accusati di corruzione e dovevano restituire 300 miloni di dollari al governo: ma questi sono appunti trovati in un commento di Twitter e non verificabili. Ciò che invece denunciano i giornali argentini (infobae e Periodico tribuna) che hanno ricostruito dettagliatamente nel 2008 il caso della valigia in cui era coinvolto l’allora ministro argentino De Vido, è l’elenco dei nomi di imprenditori, banchieri e narcotrafficanti collegati l’uno all’altro per sostenere Chavez. Tra questi c’è anche Lamaletto, citato in qualità di colui che si occupava del lavaggio di denaro proveniente dal supposto narcotrafficante imprenditore di cui si è parlato anche in Italia.

Il nome di Camilo Lamaletto viene associato appunto a quello del potentissimo Walter De Nogal Marquez, detto Alex, uomo ben poco appariscente fisicamente ma sempre attorniato da bellissime donne, smanioso di soldi e di potere. Nel 2007 atterrò a Milano Malpensa e, su soffiata di un collaboratore di giustizia della mafia siciliana, venne arrestato con l’accusa di narcotraffico. A lui si associava anche il terrorismo economico, una forma brutale (facendo saltare in aria banche) usata in Venezuela per aumentare il valore del dollaro. Venne portato a Palermo e processato ma non venne ritenuto colpevole e fu rilasciato.

Camilo Lamaletto vive in un ricco sobborgo di Caracas, una collina di moderni grattacieli chiamata appunto Colina Bello Monte. Ha a disposizione due elicotteri e, anni fa, ha aperto con un socio venezuelano un bar discoteca italiana in un distretto della capitale.

Il figlio Gaetano, nel marzo del 2016 ha lasciato il Venezuela (dopo essersi laureato a Boston)  e con la fidanzata italo-venezuelana Valery Conde è tornato nelle terre del nonno, in provincia di Chieti, in Abruzzo, da dove questi partì anni prima facendo poi fortuna in America Latina. A soli 26 anni ha preso in mano le redini del Il Felduccio, già avviatissima casa di produzione di vini premiati in tutto il mondo, tra i quali il Montepulciano d’Abruzzo.

Una delle piste per risolvere il rebus del delitto del giovane Alessandro è appunto quella del Venezuela.  Non sempre però, dietro i contrasti familiari, ci sono soldi da spartirsi. Certo è che, nell’uccisione di Alesandro Neri, descritto da tutti come un bravo ragazzo, così come la madre, il padre e i fratelli,  c’è un metodo (due colpi in testa ravvicinati) che non è parte della malavita pescarese e che, se lo è diventato l’8 marzo, ha alle spalle un ambiente di giustizieri anche per cose di poco conto, comprese quelle che ledono l’onore.

 

Annunci

La matrigna cattiva

 

Il Pesciolino è stato trovato. Aveva 8 anni, era scomparso da 12 giorni in Almeria, desertica regione del sud della Spagna in una località con sole venti anime di inverno e pieno di buche, pozzi, sabbia e rocce.
In questi 12 giorni Gabriel, per volere di sua mamma, era diventato il Pescaito, sopranome affettuoso che gli avevano dato i genitori, e la Spagna si è rotta la testa per trovarlo indossando una maglietta con un pesciolino o appendendo disegni alle finestre. Tra tweet, facebook, condivisioni di foto e appelli ogni dove. Una ricerca affettuosa e disperata e piena zeppa di fantasie, false piste, persino di un arresto.
Tutti hanno pensato che fosse stato un uomo a portarselo via in 12 metri, tanti erano quelli dai quali è scomparso alla vista tra la casa della nonna e quella della zia, in una piccola curva che ha fermato la sguardo di entrambe. Era pomeriggio di festa in Andalucia dove Gabriel viveva con la mamma separata dal marito, e a lui era stato affidato. I due ex andavano d’accordo e Gabriel passava due weekend alla settimana col padre ma ogni giorno i genitori si sentivano per telefono per condividere ogni cosa del loro bambino.
La gente ha pensato subito al rapimento opera di un marocchino o anche di un gruppo di marocchini. Poi a un ex della madre instabile e anche al padre di lui. Gabriel doveva essere stato vitima di un pedofilo, di sicuro.
Invece Ana Julia, la compagna del padre, lo aveva soffocato in quei dodici metri e messo sottoterra. Ieri, quando ormai i sospetti erano tutti su di lei perché lei, che sempre è stata presente nelle ricerche e abbracciava davanti a tutti madre e padre del bambino, si è tradita facendo trovare la maglietta del bimbo per caso in una stradina a pochi chilometri da casa. Da quel momento l’hanno pedinata. Ana Julia ha lasciato il suo compagno e poi è andata recuperare il cadavere di Gabriel, timorosa che infine lo trovassero. Pieno di terra com’era, l’ha avvolto in una coperta e l’ha messo nel baule dell’auto, e con lui ha guidato per 73 km fino alla casa dove viveva col suo compagno, il papà di Gabriel. E’ qui, appena giunta, che la polizia le ha fatto aprire il baule e lei ancora ha negato: non so chi l’ha messo lì.
La mamma di Gabriel ha subito detto che non vuole odio, non vuole brutte parole, non vuole che si parli di Ana Julia, nè in bene nè in male. Non vuole che le si auguri la morte, come stanno facendo in tanti, così emotivamente coinvolti in questi dodici brutti giorni pieni di speranza. Vuole, invece, che si ricordi la generosità degli spagnoli che hanno aiutato a cercarlo e hanno sofferto con lei in questi 12 giorni.
Ana Julia era venuta ad Almeria dalla repubblica dominicana. Aveva 42 anni. Ventidue anni prima aveva due bambine, figlie seenza padre, e una di queste a soli due anni è morta cadendo da una finestra. Il caso era stato archiviato come incidente, ma ora verrà riaperto. Sei anni fa si era messa con un uomo, un bulgaro, e con lui ha aperto un locale ad Almeria, un bar chiamato Black che non è durato molto. Benchè lui continuasse ad amarla, Ana Julia se ne è andata via e subito si è messa con il padre di Gabriel, che era solo e forse troppo ingenuo per chiederle del suo passato. Stavano insieme da un anno e mezzo, ma con il bambino non aveva legato. Anzi. Gabriel aveva detto chiaro e tondo alla madre che non le piaceva la nuova compagna di papà e sperava che se andasse a Santo Domingo.
Ana Julia non sopportava Gabriel, ma meno ancora sopportava il rapporto che il banbino aveva col padre e la madre e meno ancora quello che i due genitori continuavano ad avere per colpa sua.
Gabriel, povero pesciolino, è finito nelle grinfie della matrigna, che nelle favole ben rappresenta il femminile invidioso e assassino.
Ma questa non è una favola.

Messico, un giallo made in Italy?

Sono trascorsi 41 giorni dalla denuncia di scomparsa fatta in Messico dai figli di Raffaele Russo, fratelli di Antonio e cugini di Vincenzo. Dal 17 febbraio scorso, giorno in cui è sato reso noto in Italia, il caso dei tre napoletani consegnati o venduti dalla polizia municipale di Tecalitlan, cittadina del Messico centro-orientale alla criminalità locale, interessa sempre meno alla gente ma sempre di più alla polizia internazionale, l’Interpol. Il can can che hanno fatto i parenti, la curva del Napoli e con loro una parte della stampa (finchè i loro trascorsi erano considerati minori rispetto all’atto violento della polizia messicana) ha portato alla luce anche quello che forse i figli di Russo non volevano si sapesse. Raffaele Russo, 60 anni, era un latitante per l’Italia, accusato di essere il capo di una banda di truffatori di anziani a Frosinone, e anche in Messico era stato condannato nel 2014 per gli stessi reati di truffa e raggiri. Alcuni colleghi hanno spostato l’attenzione sulle nefandezze dello stato messicano, mettendo decisamente in secondo piano gli affari sporchi degli italiani in Messico. Questa logica viene sostenuta anche da giornali messicani che spingono contro i militari che torturano o la polizia che a suon di dollari fa sparire le persone buttandole nelle numerose fosse sparse per tutto il Messico (e il fatto che si possa scriverne fa ben capire che se non fai indagini mirate con nomi e cognomi nessuno ti torce un capello).
Del resto i nuneri degli scomparsi è altissimo, come è altissimo quello del crimine legato soprattutto al narcotraffico. La società corrotta del presidente messicano è però terreno fertile anche per i nostri connazionali con pendenze penali scontate o mai scontate, che proprio in Centro e Sudamerica cercano guadagno facile e coperture. Ecco perché i Russo non avrebbero potuto lavorare su larga scala (7 componenti della famiglia), se non avessero avuto almeno in qualche località polizia compiacente a lasciarli fare. Il fatto che si spostassero con frequenza non significa molto: nello stato di Jalisco, dove sono scomparsi, e in altri vicini, erano presenti da mesi pur muovendosi tra città e paesi in hotel e senza mai dare il vero nominativo (che peraltro non è nemmeno richiesto dagli albergatori).

Appare perciò inverosimile che Raffaele Russo a Tecalitlan quel giorno sia andato “a dar una vuelta”, cioè a fare un giro, come sostengono i figli. La prima stranezza di questa vicenda è la allarmante ricerca alle 14 e 30 del pomeriggio, cioè poche ore dopo averlo sentito per telefono. Il figlio Daniele sostiene che avendo trovato il cellulare spento si è subito spaventato e ha avvertito gli altri fratelli di andarlo a cercare. Lui non si trovava nello stesso albergo dei parenti, a meno di un’ora di auto da Tecalitlan. Perchè proprio quel paese? Daniele sostiene che la società che ha noleggiato le due auto (due Honda suv dotate di Gps satellitare per rintracciarle) li ha aiutati a seguire il percorso fatto dal padre che portava proprio in quel paese. Ma non esattamente al distributore di benzina, luogo dove i ragazzi si sono fermati solo a rifornirsi. Luogo galeotto, poichè è proprio lì che sono stati intercettati dalla polizia locale ed è stato imposto loro di seguirli. Ce lo dicono i video messaggi inviati da Antonio al fratello in tempo reale e lo confermeranno poi i quattro poliziotti arrestati. Anche i cellulari dei due ragazzi, così come quello di Raffaele Russo, si spegneranno poco dopo e soltanto dopo molti giorni, con l’arresto dei poliziotti municipali coinvolti, si saprà che i due figli sono stati consegnati a chi li aveva richiesti e il padre (su di lui però non trapela parola), ha fatto la stessa fine. Dove li hanno condotti apparentemente con la loro volontà di seguirli? In un luogo a pochi chilometri di distanza, ma in montagna, con un dislivello di 300 metri per Raffaele Russo e di 400 per i due ragazzi ripetto alla posizione del distributore di benzina (1140 metri d’altitudine). Qui appunto finiscono i segnali gps, ma non c’è traccia fisica delle auto nè di loro tre.

Le scomparse in due tempi diversi ma a poche ore di distanza sono piuttosto rare, a meno che, a smentire la prassi, non ci si metta l’incoscienza di due giovani stranieri che si credono furbi ma non lo sono: sono andati praticamente nelle braccia del leone che li stava aspettando. Ci sono, spiegano dal Messico, all’entrata dei paesi, delle sentinelle, uomini che svolgono questo prezioso lavoro di controllo del territorio e avvertono di estranei che entrano. Questo serve a tutti: ai politici e ai cittadini, ai criminali e alla gente per bene. I Russo perciò, sarebbero stati avvistati.

La caratteristica dei messicani è di non aprire bocca se non alle feste comandate o alle bevute ammesse. La pelle è sempre meglio salvarla. Possibile che i napoletani non lo sapessero? Certo che sì, ha affermato il collega di Chilhavisto dal Messico: i Russo sapevano bene in quali territori si muovevano. Prova ne sono anche le fotografie che da là sono giunte: i Russo con armi in pugno di fianco a rancheros, proprietari di terreni agricoli e mandriani che si difendono con le armi dai criminali. E qui si capisce bene che non si parla solo di narcos in senso stretto, ma di crimine organizzado locale che ha a libro paga la polizia locale (non vende per 43 euro un uomo a un intermediario narcos: sarebbe assurdo, fanno sapere i nostri connazionali in Messico e messicani esperti di vita fuori dalle grandi città). Infatti il costo della consegna all’intermediario (don Angel, un nome che rimbalza dal 28 febbraio) viene specificato solo dal figlio di Raffaele Russo, non dal procuratore che ha raccolto la confessione dei poliziotti ora in carcere e in attesa di giudizio. I figli in Italia buttano lì notizie alla stampa (italiana, ripresa da quella messicana) facendo immaginare di sapere molto della corruzione, delle vendite umane e dei cartelli narcos, attraverso propri canali segreti. O si sentono protetti, lontano migliaia di chilometri dal Messico, o non sanno che pesci pigliare e inventano.

La Farnesina smentisce che si cerchino tre cadaveri, così come lo smentisce categoricamente anche il procuratore di Jalisco. I ragazzi Russo oltretutto, da disperati, continuano a muovere mari e monti da Napoli e tra questi anche investigatori privati cercati nel web a casaccio, senza sapere che sono i messicani a sapere trattare vicende di questo tipo con intermediari qualificati, una sorta di agenzie di copertura per pagare le numerose richieste di riscatto.
Ma cosa facevano davvero i Russo là? Vendevano solo generatori cinesi a 1000 euro anzichè 30, magari a suon di botte e minacce se non compravano, o davano una mano anche alla polizia a fare soldi? Il modello “magliari” napoletani, ben conosciuto in Messico da una decina d’anni e confuso con la mafia (ma che della mafia spesso usa i metodi) può aver fatto il suo tempo: i 37 cartelli della droga senza più capi di spicco (tutti arrestati) sono pedine impazzite sui territori e minacciano a destra e manca alzando anche la voce con cartelli da mezzo analfabeti ma interi delinquenti: non mordere la mano che ti sfama, c’è scritto su uno di questi fogli appesi in un paesino di montagna del vasto comune di Teclalitlan, dove i suv moderni e costosissimi superano il numero delle case e degli abitanti definiti discendenti indios solo dall’antropologia.

Per gli italiani che risiedono in Messico e lavorano più o meno legalmente, i nostri connazionali hanno alzato il tiro con la persona sbagliata e l’hanno pagata cara. Perciò Raffaele Russo avrebbe involontariamente trascinato i figli in una trappola disposta invece solo per lui: una telefonata ingannevole potrebbe averlo fatto andare a Tecalitlan, lui con la speranza di fare soldi extra, gli altri con la precisa volontà di fargli pagare uno sgarro. Se questo è lo scenario, però, l’Interpol non alzerebbe nemmeno un dito.

Lo potrebbe fare nel caso questa vicenda avesse scoperchato altri affari tra Italia e Messico, non grossi ma degni di attenzione internazionale, in cui effettivamente i due stati potrebbero avere interessi comuni: i primi fingere di fermare il narcotraffico, i secondi frenarlo per davvero, ma in casa nostra.

Il fratello del carabiniere di Latina è l’altra metà dell’inferno

 

Si chiama Gennaro. Oggi parla a ruota libera tentando di difendere Luigi Capasso e le bambine (“le mie principessine”) uccise da suo fratello con determinata volontà. Non ce la fa a dire apertamente che sua cognata è colpevole, e allora ci gira intorno parlando dell’avvocato di lei “che le ha imposto di non fargli vedere le bambine”. Ecco perché ha dato fuori di matto. Gennaro Capasso arriva a dire che suo fratello ha avuto “un black out di 15 minuti”.
Fa niente se ormai è noto che era stato tutto premeditato (5 lettere) e che ancora (e mai lo saranno) non sono stati resi noti i veri motivi della rottura della coppia. Fa niente se suo fratello ha commesso qualcosa di abominevole, rinforzato dal fatto di essere carabiniere. Siccome è morto, poveretto anche lui e qualcuno anche per lui dovrà avere un sentimento di pietà.
La giustificazione per Luigi Capasso è la stessa che ha lasciato viva (perché soffrisse in eterno, si badi bene alla crudeltà del gesto) Antonietta Gargiulo, e ucciso le sue bambine. Se non l’avesse giustificato, se non avesse avuto pietà, se non avesse provato questi enormi sensi di colpa che a noi donne fanno provare sin da bambine e che pesano come macigni in tutte le nostre scelte, rinforzati dalle colpe che ci danno gli altri soprattutto nei matrimoni (prete, colleghi di una e dell’altro, genitori, parenti) a rischio di rottura, ecco, se Antonietta non avesse giustificato in parte suo marito, sarebbe andata diversamente. Gli ha dato un potere enorme di vendicarsi.
Mancano tanti elementi per comprendere, ammesso che lo si voglia fare.
Mancano, soprattutto, gli elementi della vita di coppia (di cui nulla sappiamo e nulla sapremo mai) e dell’infanzia e adolescenza del carabiniere, di cui nulla sapremo mai neppure da chi potrebbe raccontare molto.
Appena questa orribile vicenda di Latina è terminata, ho scritto un post che ha raggiunto centinaia di persone. Era uno dei primissimi, nei social, che oltre a informare diceva anche che l’epilogo della sua vita ha raccontato la sua vita precedente.
Non è vero che si sbarella per un divorzio o una separazione. Si soffre, e molto anche. Si provano svariati sentimenti, spesso potenti e aggressivi. Non è vero che il senso del possesso scatena l’odio omicida. Non è vero che la disperazione o la depressione conseguenti al senso di perdita conducano ad atti contro gli altri così abominevoli. Lo sappiamo tutti: uccidere i propri figli, per di più piccoli, è un atto abominevole.
Il carabiniere aveva subito un provvedimento disciplinare per truffa assicurativa. L’Arma non spiega di più, ma questo aiuta a capire chi era. Qui si parla di un uomo che aveva il senso del diritto (attenzione, non c’entra col possesso!) e l’incapacità di vivere la conseguente frustrazione per non poterlo esercitare.
La moglie non l’ha lasciato per uno schiaffo o una strattonata davanti ai colleghi. In quell’occasione ha fatto un esposto contro di lui. Si badi bene: arrivare all’esposto significa che aveva fatto altro, e non necessariamente altro violento fisicamente. Qui viene richiesta la capacità di interpretazione: ossessivo, geloso, paranoico e con il senso del diritto. E’ chiaramente un disturbo della personalità, ma non signfica matto, squilibrato o incapace di discernere il bene dal male. Nè signfica che si diventa disturbati a seconda degli eventi stressanti, il più potente dei quali, nella scala degli stressor, è l’abbandono del coniuge e la perdita della casa familiare. Il detonatore che ha fatto esplodere la bomba è stato probabilmente il tribunale, cioè il vicino colloquio davanti a un giudice. Nella mente di personalità come quella del carabiniere killer, il giudice è colui che decide della tua vita privata, dei tuoi desideri, dei tuoi diritti negati. Un carabiniere ne soffre ancora di più, ma spesso molti diventano appartenenti delle forze dell’ordine proiprio perchè già soffrono di un senso di inferiorità e lo compensano con divisa, potere, armi.
Non racconto niente di nuovo. La novità è semmai che ritengo impossibile che le forze delll’ordine, o gli avvocati o gli psicologi cui si era rivolta Antonietta, abbiamo gli strumenti per capire la complessa personalità del narcisista che farà boom quando, pur di non andare in frantumi lui (la sua immagine traballante, il suo senso del diritto negato, il suo vittimismo di fondo, la vigliaccheria e dipendenza) manderà in frantumi chi secondo lui ha provocato la sua immane sofferenza.
C’è poco da fare se non cambia la mentalità femminile: il senso di colpa funge da freno in tutte le relazioni disturbate che solo apparentemente funzionavano. E’ evidente che non hanno mai funzionato: galleggiavano nel non-detto. E’ evidente che si sono rette sull’inganno reciproco. E’ evidente che se un uomo arriva ad uccidere, non è solo perché aveva la pistola in mano, ma perché uccidere il nemico era già contemplato persino dalla scelta professionale. Cosa ha fatto il carabiniere? Ha lasciato intendere ai colleghi per otto ore che non era cattivo, e invece lo era. Ha lasciato intendere anche da morto che lui pensa alle figlie pagando loro il funerale. E le ha uccise restando poi a guardarle per otto ore.
In psicologia si chiama narcisismo perverso.

Messico, tra narcos e metodi da dittatura militare

 

Si complica il caso dei tre napoletani scomparsi lo scorso 31 gennaio in una piccola città messicana, Tecalitlàn, famosa per il folclore e per essere crocevia di due delle nuove bande criminali di narcos che si contendono lo stato di Jalisco.
Ieri, i giornali messicani on line hanno pubblicato la notizia dell’arresto di tre dei 33 poliziotti municipali che sarebbero implicati nella scomparsa degli italiani Raffaele Russo, suo figlio Antonio e il nipote Vincenzo. Poche ore dopo il procuratore generale dello stato, dalla capitale Guadarajara ha smentito: Nessun poliziotto è stato arrestato”. Ha però confermato che tutta la squadra della polizia cittdina di Tecalitlan è stata disarmata e inviata nella capitale dello stato di Jalisco perché sotto indagine. Tutti meno uno, il loro capo che da martedì 20 risulta irreperibile. Alle tre scomparse si è aggiunta perciò una quarta, che rafforzerebbe la teoria dei ragazzi napoletani sulla sparizione forzata dal distributore di benzina di Tecalitlan mentre stavano inseguendo le tracce gps del suv di Raffaele Russo.
Le tracce dei gps delle due vetture (entrambi suv Honda), secondo la procura portano a una località dal nome El refugio nei pressi del distributore. Ho percorso tutte le strade col satelllitare 3 d senza trovare nessuna località con questo nome, partendo dall’hotel dove alloggiavano padri e ragazzi (sei in tutto) che dista 45 minuti di auto dal distributore di benzina Pime (catena molto presente in tutto il Messico) dove i due ragazzi avrebbero inviato i whattsapp al fratello Daniele per avvertire che la polizia li aveva fermati imponendo loro di seguirli. Perciò deduco che la località non risulta sulle mappe, oppure, nella peggiore ipotesi, che sia stata inventata dal procuratore per dare una risposta ai giornali messicani e quelli italiani.
Alle 4 persone scomparse in pochi giorni (compreso il poliziotto) si è sommata però una quinta: un ragazzo messicano 17enne del quale non si ha più notizia dall’alba del 22 gennaio. Della sua sorte c’è la testimonianza dell’amico coetaneo che è stato pestato a sangue durante il fermo (davanti a una discoteca di Tecalitlan) da parte di corpi della Marina miltare. Va detto che in Messico la SEMAR ( Segreteria di Armata) corrisponde al nostro esercito suddiviso in distinti corpi. La Marina e l’Aviazione sono quelli che maggiormente combattono contro i narcotrafficanti. Pare che i due ragazzi siano stati fermati, sequestrati e violentemente torturati perchè ritenuti appartenenti a una organizzazione criminale. Uno è stato rilasciato, l’altro no, ma ufficialmente non sarebbe nemmeno detenuto. La madre di Ulise, dal 23 gennaio va di persona in tutte le zone militari e quelle dei diritti umani per cercare il figlio. Ricorda le madri argentine durante la dittatura, e, come loro, patisce i dinieghi sulla presenza del figlio e adirittura sul suo fermo. Voli della morte qui non ci sono mai stati, ma i morti per le torture dei militari sì.
Questa faccia del Messico che da un lato reprime il narcoraffico con metodi violentissimi anche contro i cittadini magari solo sospettati di aver fatto qualcosa, si scontra con quell’altra che vede invece i poliziotti collusi con i malviventi che non si occupano solo di coltivare, produrre e vendere droga, ma anche di estorsionare i commercianti, comprare armi e arricchire le loro bande con soldi sporchi. Per farlo di nascosto dall’esercito, devono spesso e volentieri appoggiarsi alle polizie locali e nazionali passando loro parte del ricavato delle estorsioni. In parole povere è come se i nostri vigili urbani o polizia di Stato, prendessero le mazzette per chudere un occhio sulle attività illecite di piccola e grande criminalità. Con la differenza, rispetto all’Italia, che in Messico il sistema è oliato e molto più diffuso, e il prezzo molto più alto prevedendo anche l’eliminazione fisica (corpi gettai in fosse, come fecero in Argentina i militari di Videla). Metodo così diffuso che chi è al comando, come il giovane sindaco da soli tre anni di Tecalitlan, che finora ha difeso a spada tratta i suoi uomini, per essere lasciato in pace (anche fisicamente) deve almeno fingere di non vedere e non sapere.
Una delle ipotesi che circola da ieri però è che la polizia municipale abbia “venduto” ai narcos i tre napoletani, già abili nel vendere porta a porta e a muoversi nel settore del commercio non regolare, uno di loro (Raffaele di 60 anni) era latitante per truffe in Italia (si fingeva poliziotto per estorcere denaro agli anziani) condannato per truffe e raggiri in Messico nel 2014 e da quando era tornato circolava con falsà identità facendosi chamare Carlos Lopez. Potrebbe essersi appunto trattato di un sequestro (quello di Raffaele Russo) con passaggio immediato “agli amici” criminali (o alla polizia criminale?) e dei due ragazzi che sono andato a cercarlo, di un secondo passaggio, casuale o meno. Cosa se ne farebbero però i criminali di tre persone che non sanno maneggiare armi, nè uccidere, nè tantomeno hanno coraggio da vendere in terra straniera? Al massimo potrebbero aiutarli nei laboratori chimici, benchè ci voglia una certa esperienza per trasformare la droga. Però c’è una contraddizione: gl stesso poliziotti municipali, lo scorso gennaio, hanno arrestato insieme con le forze militari del Sema, 11 persone appartenenti a una di queste bande criminali che taglieggiano abitanti e commercianti. Li hanno messi proprio nel carcere municipale di Tecalitlàn e il tribunale li ha condannati lo scorso 31 gennaio, stesso giorno della scomparsa dei tre napoletani.
L’ipotesi della collusione della polizia con i narcos o le bande criminali della zona, fa a pugni con l’inaugurazione, il 15 gennaio, del 79esimo battaglione di Fanteria in una sede ricavata appositamente per loro, (dopo 4 anni di lavori), all’interno dello stesso municipio di Tecalitlàn. Insomma, o la polizia è collusa coi narcos, o la polizia fa il doppio gioco proprio sotto il naso dei militari messi lì apposta per combatterli.

Non è figo nemmeno avere avuto un ictus

Lo so, arrivo seconda. E non parlo neppure di tumori, malattia che colpisce un italiano su tre, e per questo Nadia Toffa sapeva di fare centro.

Lo so, non ho scritto quello che subito, appena ho letto la rivelazione di Nadia  “ho avuto un cancro”,  mi ha dato fastidio.

Ho avuto una emorragia cerebrale proprio lì, al San Raffaele, nei sotterranei. Dentro la Tac. Nel reparto di Neurochirurgia dove hanno ricoverato lei, ci sono stata anche io. In rianimazione per la precisione. Di tumori al cervello e all’ipofisi, aneurismi, rotture di fistole artero venose, meningiomi, credo di essere diventata esperta durante la mia degenza muta, sdraiata a letto per forza, con i tubi nelle braccia che facevano arrivare sacche, infinite, al recupero della vita che ha rischiato di andarsene in un momento, anzi “in pieno benessere” come hanno scritto i medici.

Sì, proprio come Nadia. Io ero al giornale. Un mal di testa forte e neppure sono mai svenuta. Peccato, perché ricordo tutto, proprio tutto.

Poi c’è stato l’intervento per aggiustare il guaio che era capitato nella testa, guaio con cui ero nata e non si poteva certo sapere.

La mia ripresa è avvenuta in 4 mesi e mezzo esatti e già dopo due mesi  mi hanno portata a un centro che studia i malati di Parkinson perchè avevo ripreso a camminare, male, malissimo,  ma in temi rapidi rispetto all’estesa emorragia, e volevano studiarlo.

Sono tornata a lavorare dopo tanto tempo trascorso tra ospedale e casa, e un collega che faceva  i turni mi aveva messo subito in quello di notte. Il  capo mi ha tolto, per fortuna.

Non ho avuto la pietà di nessuno, nè l’ho cercata. Ero concentrata solo sul mio recupero, sul tornare a camminare, scrivere, guidare e fare l’inviato come prima. In borsa tenevo la citrosodina per gli attacchi di nausea che mi venivano camminando, e sulla mia agenda e anche nel cassetto della scrivania, c’era in bella vista il numero di telefono e il nome del neurochirurgo. Avevo una fottuta paura. E’ durata cinque anni. E per dieci non sono riuscita a voltare la testa.  Non se ne accorgeva nessuno, ma io sì.

Vivevo sola e mi sono sforzata di non pesare su nessuno.  Per molti mesi, dopo il lavoro, andavo al San Raffaele alla sera per stare insieme alle infermiere che sapevano quanto sia dura riprendere una vita normale senza campanelli da schiacciare per farle accorrere.

Avevo paura, una fottuta paura che ricapitasse.

Il ricordo della morte vicina dicono che sia indelebile. Lo è.

Il ricordo di un grave trauma in pieno benessere dicono che sia un trauma che resta irrisolto. E’ vero.

Sono passati 27 anni da allora,  e un pezzo di me non è mai risorto.

Non lo è nemmeno fisicamente, benché non si veda e la gente minimizzi per non doversene occupare: no, il mio equilibrio non è quello di prima. No, al buio barcollo e mi devo aggrappare. No, salire e scendere sui sentieri di montagna mi provoca attacchi di panico. E cado facilmente.

No, non sono più la stessa. Non si è più gli stessi dopo un trauma fisico e psicologico.

Perciò, anche se non sono la prima a dirlo, nè ho avuto un tumore (dal quale non sappiamo nemmeno se si guarisce definitivamente), con la malattia si convive, non si guarisce mai.  Anche perché si soffre così tanto che il corpo te ne prepara subito un’altra e poi altre ancora e per superare tutto bisogna davvero essere fighi.  Esserlo per 27 anni,  cara Nadia, ogni giorno, di questi fottuti  anni, finchè di colpo ti accorgi che quello che hai evitato di fare per non vedere di non saperlo più fare, il tuo corpo non lo sa fare davvero. Correre: io non so più correre.

Pensa, Nadia, che la cosa che mi ha infastidito del tuo annuncio è stata quella specie di sberleffo ai tantissimi malati che ho visto in Neurochirurgia e quelli che ho visto come me al taglio dei capelli. Ma che si raccontano a fare queste cose? Chi le può capire? Ecco perché mi ha dato fastidio: aiutare gli altri, come ho fatto io, scrivendo, può avere un senso, ma dire ho avuto un cancro è brutto e anche un pò  sbagliato: il cancro-malattia non sono piccole operazioni che tolgono tutto. Diciamo che i medici hanno scoperto qualcosa di maligno e l’hanno tolto.  Ecco perchè hai offeso chi patisce per anni, o figli di chi ha visto patire e anche morire i propri cari.  In geerale non mi piacciono le persone  che hanno sofferto e spiattellano tutto come fosse uno show: eccomi qua, alla faccia vostra sono una guerriera.

Avevo la tua età quando è successo il guaio nella mia testa e la prima cosa che ho fatto è stato il volontariato in ospedale. Con i bambini, al pronto soccorso pediatrico. Ci andavo alla mattina presto e di pomeriggio lavoravo fino a sera.

Ho continuato a scrivere di malattie, a parlarne, e aiutare la gente a informarsi sulla tempestività del soccorso. Ho anche imparato a farli, i soccorsi, e ho studiato tantissimo perché per divulgare queste cose bisogna essere preparati. Fguriamoci per dirlo in tivù o farlo uscire sui giornali.

Io non sono mai stata intervistata e mi piacerebbe che qualcuno chiedesse a me, giornalista di cronaca nera brutta e pericolosa, come ho vissuto il dopo-ictus.

Perchè sai,  ho scoperto solo tantissimi anni dopo, che il trauma psichico che ti lascia un’esperienza così potente, è talmente profondo da condizionare tutta la vita.  E ho scoperto che nemmeno fisicamente sono guarita del tutto, nonostante i medici mi avessero detto di sì.

Ho una lunghissima cicatrice sulla testa che guai a chi osa toccare.

Cerco, ma spesso non ottengo,  rispetto al dolore e alla difficoltà quotidiana. Ma insisto, so che ce la farò a fare uscire l’umanità e l’empatia vera dalle persone.

Sai Nadia, non mi sento figa, nè eroe, nè guerriera. Io mi sento una sopravvissuta.

 

 

Scomparsi in Messico, gps disattivati

Il sindaco di Tecalitlàn, Victor Diaz Contreras, sta diventando suo malgrado famoso.  “La televisione italiana stasera vuole il collegamento con me”. Chil’havisto si occupa del caso del tre italiani scomparsi in Messico il 31 gennaio in orari diversi e con modalità diverse. Strano caso. E non tanto perché qui siamo in una zona del paese centroamericano che è nota solo per essere terra di narcos, anzi, di narcos della Nueva generacion, armati fino ai denti, ma piuttosto perchè il procuratore ieri ha annunciato che tutti e 32 i poliziotti municipali smettono da oggi di essere operativi e verranno torchiati per sapere se qualcuno di loro ha compiuto un illecito arrestando in modo anomalo i due ragazzi italiani che cercavano il rispettivo padre e zio scomparso proprio in quel paese poche ore prima.

Di Raffaele Russo da oggi si sa molto di più, e lo si sa dal Messico. E’ un latitante fuggito da Napoli per non ottemperare a una condanna per truffe aggravate compiute a Frosinone ai danni di anziani. Sì, proprio quel reato odioso di far credere a vecchietti ignari che un parente è nei guai e per aiutarlo devi sganciare soldi. Addirittura Raffaele Russo era considerato il boss di una organizzazione che di questo viveva. La famiglia invece me l’ha dipinto come un povero magliaro che sbarca il lunario vendendo generatori elettrici. Omettendo anche stavolta che i generatori di fabbricazione cinese vengono venduti (in Messico) come fossero di gran marca e con prezzi di marca. Peccato che si rompano subito. Russo, ha raccontato il procuratore, era già stato arrestato in Messico, in un altro stato, nel 2014, per reati di truffa e raggiro, e mesi fa ci è tornato da latitante italiano (a quanto pare il passaporto non lo levano a nessuno) con altri napoletani, sei persone più tre figli e un nipote. Diremmo una vera organizzazione di magliari più che di disoccupati napoletani come la famiglia ha voluto far credere.  Nell’ultimo decennio i messicani hanno scoperto che tutti quelli che vendono generatori sono napoletani. Alcuni sono finiti male. Se non inganni solo vecchietti, prima o poi la puoi pagare.

Il sindaco mi parla, ma soprattutto chiede come sta prendendo questa vicenda l’Italia. Oggi è in giro in auto e mi conferma che stanno continuando a cercare i tre scomparsi. Ai suoi poliziotti municipali ci pensa la Procura, al controllo delle telefonate ricevute e fatte (quelle che hanno provocato le accuse di sequestro di Antonio e Vincenzo)  anche. Lui ha già smentito, ma l’indagine appurerà se dei suoi uomini e donne in divisa può fidarsi e invece sono stati gli italiani a dire bugie.  Erano davvero al distributore di benzina da dove hanno mandato i whattsapp al fratello Daniele rimasto in hotel in una città piuttosto distante? Davvero un’auto e due motociclette di polizia urbana (le uniche due in dotazione della municipalità) gli hanno chiesto di seguirli come Antonio ha detto al fratello (e li avrebbe seguiti fiducioso nella speranza che lo portassero al padre che cercava da ore?) Venti minuti dopo tutto spento: cellulare e gps. Più o meno come era successo col padre che dalle 15 non si riusciva più a raggiungere.

Da entrambe le parti potrebbero esserci bugie. I primi (autorità messicane) per difendersi da qualcosa che non dovevano fare (arresto e botte?), i secondi perché avevano fatto qualcosa che non dovevano fare (erano ricercati e lo sapevano? E da chi?).

Una cosa è certa: il giovane sindaco non si aspettava tutto questo can can mediatico. Non sa nemmeno dov’è Napoli o Milano. Non sa niente della nostra camorra e solo quando gli dico Maradona capisce. Non è stupido, anzi. Mi sembra che ricopra un ruolo eccessivo per le sue capacità. Certo uno così che tenta di fare il duro senza esserlo, puoi farlo su come vuoi in Messico.

La mia attenzione è puntata sui gps delle due auto (entrambi suv Honda) che padre e figli avevano affittato. Sparite nel nulla,  entrambe, nonostante esista una traccia del gps satellitare in dotazione delle vetture che si ferma, stranamente, a una località abitata superata la cittadina di Tecalitlàn denominata “El refugio”. Si trova su una strada che sale in altezza fino a 1500 metri, tortuosa e pericolosa in mezzo alla selva.

Il sindaco mi conferma che il controllo di possibili incidenti è stato fatto, che nessuna auto è stata trovata nei burroni sottostati come era accaduto mesi fa per una con una famigliola a bordo dove sono morti quasi tutti.

Mistero. Il gps delle auto si può disattivare. Lo sanno fare i ladri e sa farlo la polizia. Ma forse lo sanno fare anche i napoletani.