Giovani assassini crudeli

Forse li ho conosciuti, Salvatore Vincelli e Nunzia Di Ganni, uccisi a colpi di ascia in testa mentre dormivano, nella loro casa in provincia di Ferrara, due giorni fa. Dico forse perché sono stata a cena in un ristorantino di Comacchio, cittadina incantevole e romantica , un po’ fuori dai circuiti turistici – e a torto – schiacciata da Ravenna e Venezia. Sono stata, in quel Polesine dove abitavano (Codigoro compresa), una volta cosi in miseria e vuoto e poco ospitale per l’uomo, da costringere a lasciarlo per vivere altrove e ora così normalmente pieno di villette. Non ho riportato grandi emozioni, non mi ha colpito la gente. Anzi, la gente di lì mi è apparsa ibrida un po’ come queste terre create dal Po, buono ma imprevedibile, un po’ come descrive il papà di M. il figlio 17enne che ha massacrato i genitori del suo migliore amico 16 enne. Una storia brutta, di quelle che ci sembra di aver già sentito varie volte e che io ho scritto per altri casi, ma questa non è come le altre. I motivi che spingono ad uccidere non sono molti: rancore, invidia, possesso, vendetta. Fare uccidere a un amico promettendo soldi è la giustificazione dell’assassino mandante e dell’assassino concreto (colui che uccide concretamente) perché un motivo logico bisogna pur sempre trovarlo. Lo stesso motivo logico a cui si aggrappa il papà di M, che nemmeno odiava i genitori del suo amico R. ma da lui era totalmente dipendente. Davvero? Questi due ragazzi non venivano sgridati a caso dai loro genitori. Entrambi. Non a caso sono diventati inseparabili, in una sorta di specchiamento reciproco di disturbo profondo che ha le stesse radici. Se i genitori di R. fossero vivi e morire fossero stati quelli di M, avrebbero detto la stessa cosa del loro figlio: era buono, l ha fatto per…cattiva compagnia, soldi, debolezza, ecc. Quanta debolezza ci può essere nel programmare un duplice omicidio con legami di sangue (il figlio) o di persone che vedi spesso e parli loro, e pranzi e ceni con loro e hai perfettamente chiaro che sono i genitori del tuo amico? Quanta debolezza può esserci nel prendere un’ascia e spaccarla sulla testa 3 volte (l’uomo) e 5 volte (la donna) vedendo il sangue che schizza, il volto che si deturpa, percependo la tua mano che impugna l’arma e violentemente colpisce non due tronchi d’albero ma due esseri umani che dormono e che ben conosci? Quanta debolezza può esserci nel chiedere scusa al papà  che grazie a quel “ravvedimento” tanto immediato, può dire “non lo abbandonerò mai, è un buono”? Quanta bontà può esserci in ragazzi che compiono omicidi per vendetta, malessere, senso dell’ingiustizia? Quanta moralità hanno appreso a 2 anni, età in cui già si può distinguere il bene dal male? Quanta empatia a 4, età in cui si riconosce il dolore dell’altro e si prova compassione? (Compassione non significa simbiosi).

Appena ho letto la notizia del duplice omicidio (titolo e luogo) e il sottotitolo che diceva “i corpi trovati dal figlio 16enne” ho pensato fosse stato il figlio. Benchè solo il caso di Erika, a Novi Ligure, riporti nella cronaca italiana degli ultimi trent’anni quest’età così giovane per delitti tanto efferati, è piuttosto consueto che chi lancia l’allarme sia anche l’assassino. Il cane che non aveva abbaiato a Novi Ligure (come in questo caso) mi aveva fatto pensare la stessa cosa: è stata la figlia. Per cui negare l’orrore non ha senso. I concittadini hanno sempre ritenuto (quasi di fronte all’evidenza) talmente assurdo un fatto eclatante commesso da una persona che conoscevano (per di più giovane e magari educata o figlia di gente normale, come il caso di Garlasco) da volerlo in qualche modo giustificare. In effetti, è ben difficile collocare nella nostra mente la crudeltà dei ragazzi o i loro problemi (chiamiamoli disturbi) compressi sotto un’apparente normalità. Fa spavento. Fa chiedersi come mai non ci si è accorti di niente. Fa persino pensare che se la madre di M. non l’avesse sgridato tanto e il padre di R. non l’avesse punito tanto per raddrizzarlo, non sarebbe successo niente. E poi ci sono i commenti (degli esperti) sul vuoto dei ragazzi d’oggi, sul bisogno dei soldi, sulla ribellione non incanalata, sull’immoralità dilagante. Tutto vero. Ma i delitti familiari ci sono sempre stati e la bassa età di chi li commette significa soltanto che il malessere non visto prima da nessuno, traformatosi in male e punizione, ha avuto l’occasione per farlo: un’amicizia, una folie a duex, che dà potenza e giustifica il successivo scarico di responsabilità, come sempre avviene quando una coppia diabolica viene arrestata e deve pagare la colpa. Perciò sì, i ragazzi sono colpevoli, la scuola è colpevole, i genitori sono colpevoli ,  chi giustifica è colpevole. Anche le vittime che si trasformano in carnefici possono scegliere. M e R. hanno scelto. Peccato che non avranno mai rimorso, ma solo vergogna.

Rogoredo, gli spacciatori ringraziano

Il tassista davanti alla stazione di Rogoredo, infreddolito e in attesa vana di clienti il 31 dicembre, si lascia andare e racconta. Dopo il servizio della Rai su tutte le reti, il boschetto dello spaccio accanto ai binari della stazione, è meta ambita. Ragazzi che chiedono dov’è, altri che si fanno portare in taxi appositamente dalla stazione Centrale. Aveva fatto scalpore, alle porte di Milano, la decisione della Questura di intervenire con il falcetto e le motoseghe per abbattere alberi e impedire in modo piuttosto deciso, il nascondiglio della droga. Eroina. Lì si compra e ci si buca. Problema risolto?  Macchè. Il tassista indica un’auto parcheggiata, incidentata e bruciata. Al posto di quella, ricorda, prima ce n’era un’altra con spacciatori che dormivano dentro. Cento metri dall’entrata della stazione dove parte Italo per Roma.

Attendo che la nebbia si alzi e mi incammino verso il ponte sopra la ferrovia costeggiando l’unica strada asfaltata. Salgo i gradini della scala di pietra attenta a dove metto i piedi. Mai vista tanta sporcizia in pochi metri. C’è di tutto: vestiti rotti, cartacce, spazzatura, plastica. Non vedo siringhe. La vegetazione è fitta e sotto di me c’è il boschetto ben nascosto alla vista. Salgo fino al ponte: non c’è anima viva. Ridiscendo e provo a proseguire sulla strada. Vedo uno con il turbante, lo seguo. Si volta, mi fermo. Fingo di guardare i binari. Riprende a camminare e io anche. Si volta di nuovo a guardarmi e di colpo si infila a destra. Nel boschetto. Devo rinunciare. La mia collega mi aveva detto sicura: ci sarà polizia. Dove?

Sono stata in area stazione dalle 8 alle 11, ho parlato con i ferrovieri,  ho bevuto un caffè nel bar duecento metri prima del piazzale, ho visto l’arrivo delle auto che parcheggiavano e scendevano persone con trolley, gente per bene che andava a passare il capodanno viaggiando con Italo. I tassisti dicono che ogni tanto la polizia c’è, gira davanti alla stazione e dentro. Io non l’ho vista.  Incontro una signora romena che vive lì vicino e nn so perché deve sfogarsi contro Pisapia e parlare benissimo della Moratti. Parla solo di politica e fa la donna delle pulizie in piazza Cavour, alla palestra. Dice che il quartiere è degradato per colpa di Pisapia, mentre prima era bellissimo con la Moratti. Non so cosa glielo faccia sostenere con così tanta convinzione: l’area stazione è squallida e, prima ancora, venendo da via Toffetti, non vedi altro che muri  bianchi di aziende e camion che arrivano fino all’Ortomercato. La tangenziale si interseca e le auto sopra il cavalcavia che conduce a piazza Corvetto non fanno più caso a quello che vedono dai finestrini. Ma del boschetto della droga che è vecchio di anni, fino all’operazione di polizia in grande stile con telecamere, fotografi e giornalisti, sapevano solo i residenti, i tassisti e i ferrovieri. Bianchi e neri si dividono uno spazio considerato una piazza milanese succulenta che frutta migliaia di euro. rogoredoeolympia-6.jpg

Preveggenza o indagine?

Che strage avrebbe potuto fare in Italia Amri? Le parole del questore di  Milano non hanno avuto (finora) nessun riscontro. L’unico vero riscontro, piuttosto ritardatario, viene dai servizi dell’intelligence del Marocco che avrebbe lanciato l’allerta alla Germania a settembre ed ottobre proprio su di lui, il tunisino che era talmente pericoloso (e questo è un fatto assodato perché la strage l’ha compiuta davvero)  e ricercato (questa è una menzogna perché chi cerca trova, visto che era conosciuto come spacciatore di droga a Berlino da agosto) e peggio ancora dopo la strage, mentre si faceva selfie e inviava video in pieno giorno di fianco alla Sprea, il fiume berlinese.

Ieri mattina ho indagato da sola (come sto facendo dal primo giorno della strage a Berlino, città che conosco bene) , senza il supporto di nessuna notizia della polizia, né dei colleghi. Oggi devo correggere alcune informazioni ufficiali che ieri non potevo sapere: il tunisino è partito in treno via Francia e a Torino ha cambiato con un regionale per raggiungere Milano stazione di Porta Garibaldi dove è arrivato intorno alle 9 di sera di giovedì. Da qua si è spostato (a piedi) alla Centrale dove ha cercato, inutilmente, un treno per proseguire la sua fuga, di destinazione sconosciuta. Dalla stazione Centrale, che ha lasciato intorno all’1 di notte (cioè alla chiusura della stessa) si è spostato a quella di Sesto San Giovanni, distante circa 4 chilometri. Forse ha preso un bus notturno, giungendovi pochi minuti prima delle 3. Dieci minuti dopo è stato visto nella piazza dalla pattuglia di polizia che gli ha chiesto i documenti per un normale controllo e ne è scaturita la sparatoria che l’ha ucciso. Non ha gridato Allah, ma poliziotti bastardi. Indossava due paia di pantaloni, segno che ha dormito all’aperto, su treni  o in ripari di fortuna (quindi senza appoggi)  da lunedì a giovedì notte alle 3. Nel suo zaino c’erano soldi (tra i 150 e i 400 euro) un cellulare con batteria scarica, spazzolino e dentifricio. Non aveva documenti né foglietti con nomi e luoghi utili a qualcosa. Aveva, naturalmente, la pistola con la quale aveva ucciso l’autista polacco e che ha usato contro gli agenti, ferendone uno. Ieri ho scritto nel post precedente a questo che da quella piazza partono pullman con destinazione Marocco, ma oggi ho saputo che quella è l’unica destinazione notturna, mentre di giorno ce ne sono altre, Tunisia compresa. Il pullman per il Marocco attraversa Milano e si ferma anche a Lampugnano prima di prendere l’autostrada per Torino. Questo indicherebbe che Amri non era a conoscenza né di orari né di percorsi. Ma in quella piazza davanti alla stazione non c’è giunto a caso. O sapeva dell’esistenza di quella stazione e ha tentato di prendere da lì un altro treno notturno, o voleva prendere il bus per allontanarsi comunque dall’Italia. Una ipotesi potrebbe essere il passaggio di parola tra extracomunitari in stazione Centrale a Milano ai quali potrebbe aver chiesto come raggiungere con pullman o treni la sua destinazione finale o anche una qualsiasi, pur di allontanarsi velocemente da ogni luogo (cioè senza sapere bene dove andare , ma sicuro di dover fuggire e quindi restare in movimento). L’altra ipotesi è che lì ci fosse già stato e sapeva della partenza dei pullman notturni, ma è arrivato tardi ed è stato notato proprio appena arrivato perché non sapeva cosa fare né dove andare.

La mia teoria, personalissima e non suffragata da alcune fonti ufficiali, che la vicenda della strage di Berlino sia iniziata a Cinisello (un chilometro e mezzo dalla stazione di Sesto) è si sarebbe conclusa nella stessa zona è stata condivisa con un collega per telefono tre giorni fa. Nessun elemento sufficiente per poter scriverne sul giornali, solo una sorta di intuizione, quelle che nascono dalle investigazioni ossessive: controllo dei percorsi, degli orari, delle abitudini, conoscenza dei luoghi e di tutte le informazioni a disposizione più altre recuperate dalla gente (chiunque, passanti, extracomunitari, baristi, ecc.) e la psicologia che è sempre fondamentale per capire i comportamenti umani di chi delinque, molto più della politica italiana od estera.  La verità è che il terrorista è stato freddato (senza sapere che di lui si trattasse, vicinissimo all’ultima sosta del tir che ha poi usato per la strage del mercatino d Berlino. Trovare un Tir da usare non è facile. Corrompere con soldi (ben difficile sequestrare un autista grande e grosso anche solo per 4 ore e tenerselo al fianco non legato o ucciso) un autista per farsi portare fino a Berlino, nei pressi di un luogo già scoperto precedentemente per la strage da compiere è relativamente facile se si sa come fare e dove trovare Tir giusto e autista disposto a farsi pagare per il passaggio. Potrebbe essere andata così a Berlino: Amri avrebbe provato a guidare il camion alle 16 e 30, inventandosi di voler imparare. Diverse sono le accensioni (da fermo) registrate dal gps. L’ultima, alle 19 e 45, è invece una partenza in piena regola che in 17 minuti piomba nella piazza. Forse guidava lui, mentre il polacco al fianco ignaro di essersi fatto amico un terrorista, si è accorto solo all’ultimo momento di quello che stava accadendo e ha sterzato beccandosi coltellate di rimando. Se l’incontro e l’accordo di viaggio tra i due non c’è mai stato ed è stato tutto casuale l’inizio e la fine tra Sesto e Cinisello, come sostiene la polizia italiana, sono pronta a smentire la teoria. Comunque non si spiega come io abbia potuto prevederlo.

 

FINE DI UN TERRORISTA, RESTA IL MISTERO

Amri Anis, 24 anni, ha lasciato di sé solo una grande chiazza di sangue nella piazza I maggio davanti alla stazione di Sesto, al confine con Cinisello e a tre fermate di metropolitana da Milano. L’altro sangue che ha versato consapevolmente a Berlino è stata una vendetta atroce, e di morire l’ha messo in conto. Ma sperava di vivere.

Cosa ci faceva nella deserta piazza periferica in Italia alle 3 di notte dove l’hanno trovato due agenti di polizia?  Due ipotesi: aspettava qualcuno che tardava ad arrivare, o stava pensando cosa fare dopo aver perso il pullman per Marrakesh (Marocco) che ogni notte alle 2,16 minuti parte da quella piazza. Veniva dalla Francia in treno. Anzi, veniva da Berlino, da dove deve essere fuggito senza troppi problemi nonostante la caccia all’uomo (una “caccia” che continuava tra arresti, carcere, rilasci, ospitalità, fermi, ecc. dal 2011 tra Italia e Germania) e deve aver preso un treno e aver fatto sosta in un altro paese, la Francia.

Due controlli di frontiera evasi da un supericercato. E tre con l’ingresso in Italia e arrivo alla stazione Centrale all’1 di notte di venerdì. Da qui aveva poca scelta: la stazione chiude e lui era ricercato. Dove poteva andare? In un luogo che già conosceva…che guarda caso è giusto a un chilometro e mezzo dalla Omm, macchine industriali per lavaggi di pavimenti di via Cantù a Cinisello Balsamo, due passi dietro l’entrata e uscita dell’autostrada che venerdì scorso ha percorso l’autista polacco. Quale camionista preleverebbe merce il venerdì alle 12 per andare a scaricare a Berlino solo il lunedì e senza nemmeno avvisare l’azienda che infatti non lo fa scaricare perché non era previsto quel giorno? I viaggi costano, i camion fermi costano. Qualcosa non quadra…

Si mormora, ma nemmeno tanto sottovoce, che tra i due (tunisino e polacco) ci fosse una sorta di accordo di viaggio. Che ci faceva però il tunisino a Cinisello? Sappiamo con certezza che lì l’hanno ammazzato e perciò la coincidenza non è più coincidenza. La logica suggerisce che conoscesse quel luogo e non per averlo visto una sola volta. Amri è un lupo solitario, un antisociale già nel suo paese da ragazzino. E’ rabbioso, aggressivo. Segue sul barcone fino a Lampedusa alcuni parenti, ma altri restano in Tunisia, il padre e una sorella. E’ il 2011, si fugge dalla primavera araba che semina morte ma Amir è un fuggitivo di natura e la sua natura aggressiva lo fa finire in carcere che non ha nemmeno 18 anni. A Palermo, all’Ucciardone, ha comportamenti degni di nota per 4 anni. Viene segnalato ovunque, descritto bene e non ha fede religiosa. Infatti Allah verrà a trovarlo dopo un anno, nella sua testa paranoide. Come molti cani sciolti che inneggiano all’Isis e che hanno contatti via internet soltanto dall’Europa, anche Amri diventa fanatico: è come se avesse trovato finalmente un motivo per scaricare la sua rabbia vendicativa. La sua strage è facile, molto più facile di quella di Nizza. Conosce Berlino, è lì che spaccia droga nei parchi. E conosceva l’Italia. Teoricamente dell’Italia ha visto solo carceri e campi di prima accoglienza, in realtà il tunisino dimostra di sapersi muovere. Come? Arrivando a Milano da solo, con una piccola pistola in tasca, senza documenti e dalla stazione arrivando probabilmente a piedi a quella di Sesto in circa un’ora. Non ha telefono, non ha soldi. Solo (a parte il polacco) era sul camion che ha ucciso 12 persone e solo è morto in una piazza deserta. Nessun testimone, nemmeno gli extracomunitari sbandati che di notte dormono dentro la stazione.

Chi guidava il camion a Berlino? Il polacco. Perché è stata dichiarata un’assurdità? Il polacco non aveva nemmeno idea di dover guidare un camion per fare una strage e perciò perché sporcare la sua memoria? Il polacco, con tutta probabilità, dava una mano a passare i confini. E’ una mia ipotesi, ma mi sembra la più logica. Nessun terrorista potrebbe guidare un camion senza dichiarare la reale destinazione e tenere a bada l’autista accanto che ha le mani libere, tant’è vero che il pover’uomo sterza forzatamente quando capisce cosa sta realmente accadendo e viene ferito a coltellate. Ma verrà ucciso con la pistola solo a camion fermo. Amri deve uccidere, ma non necessariamente morire. Non è un kamikaze, non è un martire di Allah. E’ durante la fuga da Berlino che lancia lo sberleffo col video, nemmeno tanto lontano dalla strage, il giorno successivo (è giorno, non notte!) e dice soddisfatto che ce l’ha fatta non ad ammazzare ma a restare vivo. La fuga dalla Germania è lenta, normale diremmo, perché il vero allarme è scattato solo a parole: nessuno l’ha fermato nei luoghi più ovvi per tutti i fuggitivi solitari: i treni. E’ così giunto nel luogo che conosceva per andare in un altro (forse in modo confuso) che lo portasse lontano. In Italia? Assurdo. A mio parere voleva tornare a casa sua, in Tunisia (via Marocco).  Oggi ho visto gente indifferente, che non commentava, non era curiosa, né dispiaciuta né contenta. E nemmeno percepiva il pericolo scampato. Sembra tutto un film e in effetti credo che lo sia. I  morti ( chiunque essi siano) sono cronaca: domani è un altro giorno.

 

 

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Le mie (povere) origini

Quando mia madre mi raccontava dei disagi affrontati dal suo “povero” papà per tirar su dignitosamente una famiglia troppo numerosa, io mi commuovevo sempre, fino alle lagrime. Anche la nostra era una famiglia piuttosto povera, appena uscita dalla guerra, ma mi sembrava che le nostre difficoltà fossero poca cosa a confronto di quelle vissute dal nonno.

Il mio nonno faceva il postino, sì insomma il portalettere. Oggi credo che si chiamino in altro modo. Ma non faceva solo il postino. In un paesino sperduto sulle montagne, Brumano, a 1.000 metri d’altitudine, fare il postino era certamente una risorsa, ma quando si hanno nove figli da allevare, senza più la moglie morta di chi sa che cosa, non basta. C’è la stalla con un paio di vacche, qualche gallina, una pecora e un maiale. Ma è sempre poco. L’uomo però, nato settimino ed asmatico, è pieno di risorse. Fila la lana grezza e intreccia coperte per il letto, provvede per maglie, calzettoni, guanti senza dita. Delle cinque figlie le prime due sono gemelle. Non c’è latte per entrambe e il medico dice di sacrificare la più gracile, cioè mia madre. Infatti l’altra morirà presto, prima dei due anni. Mia madre invece se la caverà grazie al latte di una capra. E camperà fino a 83 anni. Un’altra sorella morirà di “spagnola” a 19 anni. L’ultima viene messa in collegio (orfanotrofio?) a Bergamo. E con l’aiuto dei fratelli maggiori (emigrati in Argentina o a Milano) verrà avviata agli studi e diverrà maestra elementare.

Mia madre invece lascia subito la scuola, a 7 anni, (povera scuola, dove i tre anni dell’obbligo – quasi mai conclusi – si frequentavano in un unico locale). Deve dedicarsi ai fratelli e alla casa, essendo la maggiore delle ragazze.

A meno di 11 anni viene “deportata” nel lecchese, cioè dall’altra parte del Resegone, dove si parla il milanese, mentre nella sua Brumano si parla bergamasco. Va a lavorare nelle filande di Germanedo, Acquate, Ponte Lambro. Vivono, queste “setaiole”,  segregate nei convitti adiacenti le filande, gestiti da suore. Se ben rammento, per sei mesi di assenza da casa  e 13 ore al giorno di lavoro, il compenso alla famiglia era di 5 lire. Forse non era così, ma era pur sempre una bocca in meno da sfamare. In sei mesi il padre o la madre andavano a trovarla uno o due volte. Ed erano fiumi di lacrime.

Il paese, Brumano, era collegato a Rota Imagna da un sentiero in certi punti piuttosto aspro, trecento metri di dislivello, circa tre chilometri di percorso, con due o tre “triboline” che pretendevano una buona dose di giaculatorie per le anime dei poveri morti. Il fondo valle era però a quota 500 metri e ai tempi del nonno era là che era posto l’uffici postale, Circa un’ora e mezza a scendere e almeno due ore a salire. Con la buona stagione. Ma d’inverno le nevicate erano generose e si affondava fino al ginocchio, partendo da casa che era ancora buio, avvolti nel tabarro. Questo due volte alla settimana. E spesso si faceva tanta fatica solo per ritirare il giornale per il parroco. O una cartolina di saluti. Ma il paese, pur essendo molto piccolo, ha un’estensione notevole. Le frazioni sono poste a grande distanza. E d’estate qualche famiglia si sposta negli alpeggi alti (1400 metri) dove anche io, qualche volta, con un cuginetto, andavo a consegnare qualche lettera (di congiunti emigrati in Francia o in Svizzera e che annuciavano più cattive che buone notizie). E si riceveva un ventino di mancia, oppure – se le consegne avvenivano nelle frazioni basse -una saccocciata di nocciole o di castagne bianche.

D’estate un paesino di montagna è sempre ridente. E venne scoperto un giorno, ai primi del ‘900, da una coppia di industriali milanesi. Milanesi si fa per dire. Lui, Lacroix, svizzero. Lei di Monaco di Baviera, Avevano un’affermata tipografia, credo in via Lomazzo. specializzata in pubblicazioni d’arte. Appassionati di montagna, partivano il sabato con il treno per Bergamo, quindi corriera (o carrozza?) fino al fondo valle e poi su fino ai 1000 metri di Brumano, aiutandosi con l’alpenstock. Il nonno affitta loro dei locali e loro si commuovono di fronte alle difficoltà della famiglia. Portano a Milano, al loro servizio, prima una sorella della mamma e, quando questa si sposa, mia mamma.

Ci rimarrà diversi anni, con un reciproco ricordo affettuoso che durerà fino alla morte.

Portano anche un fratello nella loro tipografia, dove diverrà un abile incisore fino alla pensione. Gli altri due fratelli emigreranno in Argentina e rientreranno in Italia perché costretti dall’entrata in guerra del 1915.

Il nonno nuore a 71 anni, nel 1931. Aveva continuato il lavoro di postino di suo padre, il quale l’aveva ereditato dal nonno e prima ancora dal bisnonno (dal ‘700 in linea maschile diretta). Bisnonno e trisavoli abitavano sul fondovalle e certamente per loro il lavoro era molto meno faticoso. Probabilmente il trasferimento a Brumano avvenne per la maggiore disponibilità di pascoli che la montagna offriva, poiché come già detto, lo stipendio del postino non bastava per le famiglie cariche di troppi figli.

Ha continuato Renzo, il fratello di mia madre, l’ultimo della nidiata. Le fatiche non erano molto dissimili da quelle di mio nonno (anche lui con 5 figli) almeno fino al dopoguerra.

Giunge in quel periodo un prete monzese, dinamico, intraprendente, niente da invidiare ai montanari del posto,. Si dà da fare e a Brumano arriva la strada, arriva la luce elettrica, arriva il telefono, arriva l’acquedotto. E mio zio, qualche anno dopo, può permettersi di scendere a Rota (dove ormai è stato posto l’ufficio postale) non più a piedi ma con il “Guzzino”.

Ora il postino continua a farlo suo figlio, mio cugino, l’ultimo dei cinque figli. Ma il posto ha dovuto conquistarselo mediante concorso, non essendo più ereditario. E il suo posto di lavoro è distante una quindicina di chilometri da casa. Ed ora ha la macchina. Dice che quello del postino è il più bel lavoro del mondo perché la gente è contenta quando ti vede. Anche lui ha abbandonato la montagna e abita sul fondo valle. Ha lasciato Brumano. Che non ha più le sue case con i tetti di pietra, il bel sagrato erboso con stretti gradini largamente spaziati e che la sera d’estate diventava il salotto di tutti. E sono scomparse (salvo una) le sculture “naif” su pietra del maestro Vitari che ornavano le fontane o l’inizio dei sentieri che uscivano dal paese.

 

 

 

Giuseppe Bianchi (mio padre) ha scritto la storia della sua famiglia di postini a Brumano, uno dei Comuni più piccoli d’Italia, circa vent’anni fa su mia richiesta. Lo scorso anno la casa di famiglia  sotto il Resegone è stata venduta, nessuno più della famiglia Vitari fa il postino e mio padre è morto lo scorso agosto poco prima di compiere 89 anni. Gli ultimi giorni piangeva a dirotto ricordando sua madre.

Ho copiato questo dattiloscritto di mio padre perché contiene grandi insegnamenti sulla povertà, la tenacia della sopravvivenza, l’emigrazione, il senso del dovere e il dolore di grandi e bambini trasmesso anche alle future generazioni. Me compresa.

Riposa in pace papà.

 

 

 

 

Dario Argento: il male dentro di me

Gianni Canova (critico cinematografico) intervista Dario Argento

Riesci a parlare con tutti..

Non lo so, forse i temi che affronto, anche i giovani molto giovani.. penso che tutto sia legato a come faccio il cinema io, le storie che affronto, esprimo le mie idee, non è legato a una generazione. Più che altro a uno stato d’animo, la mia sincerità.

Nei film di Dario Argento c’è una vitalità rabbiosa. I tuoi film sono molto vitali. Morte-vita è il paradosso. In Usa piace moltissimo il tuo cinema.

Io racconto la mia parte oscura, i miei pensieri più brutali e nascosti, c’è una parte psicologica nel mio cinema  che ha influenzato quello americano e orientale.

Il tuo libro Paura presentato a Milano. Ci sono flash di Dario Argento al lavoro.

Io scrivo in uno stato di trance, non sono ma andato in analisi, quando emerge un conflitto mi butto in un film.. Nel libro ho raccontato del mio passato, la mia infanzia filtrata attraverso la mia memoria, pure fallace. C’ho sempre questo pensiero che la famiglia è l’origine dele nostre pulsioni. I miei assassini dei film hanno sempre avuto passaggi gravi nella loro famiglia.

Il tuo miglior film?

Non so quale sia in assoluto. Per alcuni versi Profondo Rosso, per altri Suspiria, Phenomena. Usavo le giovani ragazze protagoniste.. a Tenebre sono molto affezionato..

Quale è la tua concezione del male?

E’ dentro di noi, lo vediamo riflesso nella faccia dei nostri conoscenti, al Tiggì è una malattia diffusa, ma quello che tocco io è più profondo, non è quello che vediamo al Tiggì, è un male che viene dai miei pensieri un po’ strani, un po’ perversi ma molto raccontati. E’ come se i trovassi in una stanza tutta chiusa e fuori c’è il panorama…

 

 

 

 

 

 

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Ora faccio quello che voglio

Ero confuso, non capivo bene i miei sentimenti

In due anni e sette mesi di relazione e convivenza?

All’inizio ero in una bolla dorata, a un certo punto si è rotta e non sono riuscito più a risollevarmi

Dopo la rottura della bolla, come dici tu, hai però cominciato a nascondere. Hai mentito, tradito la fiducia. Insomma non l’hai mai detto

Sono sleale, lo so

Stavi sempre zitto o approvavi o fingevi sottomissione

Non è che fingevo, all’inizio non avevo argomenti per controbattere, mi sembrava tutto giusto.

Non hai una personalità?

Mi lascio molto influenzare dalle persone

Ora mi sembri uno che sa quello che vuole

Mi sento più forte, ho capito che non sono matto, ho avuto riscontri positivi

E come mai prima non li avevi?

Non volevo tornare dai miei da perdente, fallito. Ero insicuro.

Avevi il terrore di essere lasciato?

Per molto tempo l’ho avuto, poi mi sono abituato a sentirmi dire ti lascio

La tua confusione però non l’hai mai espressa a voce, nonostante ti venisse richiesto continuamente di prendere decisioni. Insomma, o dentro o fuori.

Non sapevo cosa fare. Avevo paura di sbagliare

Senti, mi sembra che tu non abbia mai pagato i tuoi errori.

Mi sono appoggiato molto nella vita, è vero. Ma adesso non più

Adesso da quando?

Da quando ho visto che me la so cavare da solo

Bè, da solo….i tuoi ti pagano la casa e ti sei trovato subito un’altra che ti sostiene e anche lei ti ha dato lavoro…

Mi sono confrontato con i creativi, nessuno ce la fa senza aiuto economico. E lei l’ho trovata per caso

Insomma, per caso… Hai detto che facevi quello che volevi e l’hai fatto

Non volevo più soffrire. Volevo voltare pagina

Naturale…ma per la prima volta hai detto un bel no agli accordi a una a cui hai detto sempre sì. Si chiama inganno…

Io credo di aver pagato abbastanza sentendomi schiacciato

Però ti facevi schiacciare. Potevi ribellarti, andartene, parlarne. C’era un secondo fine?

Mi sono sentito trattato male, non riconosciuto.

Te lo sei tenuto per te, però.

Coi caratteri forti non riesco a farmi valere

La colpa è dei caratteri forti quindi?

No. Ma è così

Hai scelto un carattere forte e poi dici che ti schiacciava. Qualcosa non quadra…

Ora sono maturato

In due mesi sei maturato…che record!

Ho capito che non sono un bambino.

E come l’hai capito?

Ho successo, mi apprezzano, guadagno, lavoro e nessuno mi critica

Come sai la gente normalmente si fa gli affari suoi e tace piuttosto che dire quello che pensa di una persona. Per convenienza, proprio come fai tu. Ma tu hai fatto di peggio per un tempo lunghissimo: hai ingannato una persona che ti voleva un sacco di bene e non capiva chi eri, chi sei. L’ambiguità è tremenda…uccide dentro.

Io ho già pagato soffrendo durante il rapporto. E’ storia passata

Allora, vediamo. Secondo te le relazioni che non funzionano si esauriscono quando finiscono. Senza responsabilità?

Mi son preso delle colpe ma adesso sono migliore

Eggià, con gli altri…Se sicuro di essere migliore sapendo che hai devastato una persona e fregandotene?

Sapevo che sarebbe stato un trauma, lo è stato anche per me. Ma io sono maschio e giovane. E comunque ancora ne soffro

Detto così, sembra assolutamente logico. Peccato che non lo sia. Peccato per te dico. Posso fare una sintesi? Hai detto sempre sì e a un certo punto hai detto un bel no, non mi sottometto più. Perfetto, è una cosa giusta e doverosa. Ma purtroppo hai detto no solo quando non avevi più bisogno. Facile e da vigliacchi…

Se devo pagare pago. Ma cosa devo pagare? Non è colpa mia se io sono riuscito ad andare avanti.

Sei andato avanti in modo perverso. Togliendo tutti gli spazi che non erano tuoi, rubando progetti e idee pur di fare quello che volevi e raggiungere i tuoi scopi ben precedenti alla tua relazione. Ha comportato un danno enorme!

La mia vita non può cambiare.

La tua vita è andata tutta così…rubacchiare, appoggiarsi, pretendere, sottomettersi se necessario e ribellarsi senza dirlo.

Ora non ne ho più bisogno

Sicuro?

Mi sento insoddisfatto, ma aiuto le persone.

Tutti meno una…

Non devo più niente. Ora sono forte

Appena  ne hai avuto l’occasione hai schiacciato tu..

Tutti mi hanno dato ragione

Tutti meno una…quella che sa come ti sei comportato con lei (e anche prima di lei)

Ho spiegato, ho chiesto scusa. Non pensavo fosse così grave

Veramente lo sapevi. Hai scelto di fregartene, come fanno tanti, per carità. Non sei l’unico.

Sono stato trattato male. E comunque ora sono diverso. Sono qualcuno.

Hai trattato male anche tu. Chi mente senza dare la possibilità all’altro di capire è un po’ farabutto. Chi truffa, fa la vittima, mente e nasconde i suoi veri progetti silenziosamente, memorizza tutto per usarli quando sarà libero…. Come lo chiami?

Ora non mento più

Eggià. E il passato si cancella con un colpo di spugna. Ero confuso, ecc. ecc. Le truffe sentimentali sono le peggiori e anche questo sai benissimo, ma siccome non l’hai mai provato sulla tua pelle….

Io cancello le persone che mi hanno fatto del male. Provo risentimento ma poi mi passa dopo qualche mese.

Ma le persone che hanno ricevuto male e continuano a riceverlo non sono te…

Non ci posso fare niente. Sono egoista.

Sei riuscito a dire a distanza di un anno che vuoi aiutare e ti sei messo a dare consigli non richiesti. Sei molto abile a non fare quello che andrebbe fatto per riparare, ma soprattutto per non ferire ulteriormente.

Se l’altro soffre non è colpa mia, è solo sua. Io sono andato avanti.

E’ un modo di pensare ricorrente, direi giustificativo. Invece ci sono diritti e doveri etici, a volte anche risvolti penali. Tipo usare per avere successo professionale i progetti inventati per amore, dell’altro ovviamente.

Non eravamo sposati.  E quei progetti mi sono piaciuti, ora sono miei.

Però volevi sposarti, o lo dicevi per il quieto vivere, cioè prolungare l’inganno.

Ho cercato di non provocare conflitti ulteriori

Ammazza…usare il matrimonio per non provocare conflitti? A te forse…

Ora sono cambiato. Sono maturato e non faccio più questi errori

Li hai fatti, ne resti responsabile. E comunque chi sa fare certe cose  (i documenti del matrimonio per mettere a tacere l’altro) non è una bella persona e non maturerà mai finchè non capisce fino in fondo quello che ha fatto e trova il modo per riparare, non certo chiedendo solo scusa o comportandosi meglio con un’altra (che oltretutto non dà nessun peso a quello che uno ha fatto prima).

Io sono disponibile a limitarmi un po’.

Dopo un anno e solo perché ti è stato richiesto e avevi paura delle conseguenze.

Ho sempre avuto paura, ma non di tutti. Di chi limita la mia libertà.

Si può dire la stessa cosa di te…

Non faccio niente di male

Non fai niente apparentemente. Nessuno può accusarti. Basta dire che hai amato ed è finita. Cavolo se sei furbo!

Ho riconosciuto i meriti.

Mi sa che leggi tante cose su internet e cerchi di avere ragione. E i meriti li hai riconosciuti per mail privatamente per paura e non certo pubblicamente per diritto di crediti come si dice in gergo fotografico che ben conosci e rivendichi.

Sono maturato, te l’ho detto.

Sai che chi cerca la verità potrebbe anche avere torto marcio? La trova solo dentro di sé, non nei consigli degli altri che normalmente sono anche interessati a dare la ragione…e soprattutto che niente sanno delle tue idee “geniali” che non sono nemmeno tue.

Io so che abbiamo sbagliato in due.

Anche questa è una affermazione che chiude il discorso. Peccato che il discorso  sia ancora ampiamente aperto. Tu hai tolto, non dato. E continui a togliere aprendoti spazi che non hai conquistato da solo ma attraverso le donne, dalla mamma alle fidanzate. Che orrore!

Ho lavorato sodo invece e ho dimostrato di essere in gamba. Se sono arrivato in alto è perché altri mi hanno aiutato ma il resto è merito mio.

Scusa, ma tu come hai aiutato gli altri?

Curando i rapporti

E come?

Aiutando, stando vicino.

Tipo separare la spazzatura, fare l’autista, portare le valigie,  pulire il bagno, fotografare, adulare e adesso addirittura insegnare tango per fare un piacere? Ma fammi il piacere!

Se la vedi così… per me è amore

Amore è una parola importante. Chi ha amato non smette di provare dolore se l’altro soffre molto. Si può chiamare empatia o compassione, ma viene sempre da un sentimento profondo. Dici di non aver dimenticato…

Non dimentico, no. Ma vivo un’altra vita. E voglio essere felice in questa vita. Ne ho diritto.

Non si può essere felici sapendo che hai combinato guai grossi per egoismo e vendetta e senso del diritto negato (da chi poi, boh!)

In amore non si compiono errori, per questo è così difficile trovare un modo per riparare. Ma chi ha il senso del diritto e usa tutti i metodi per ottenere, se cammin facendo compie danni emotivi, deve pagare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
Ps: questa è una storia vera.
Precedenti post: Sono fatto così per colpa del bullismo. Rubo, però poco.