Lidia Macchi può attendere

Trent’anni dopo, è l’anatomopatologa forense Cristina Cattaneo a venire chiamata d’urgenza per risolvere un rompicapo che rischia di far fare una figura barbina alla Procura di Milano. La prima testa saltata per “gravi inadempienze” e addirittura per “aver favorito il killer di Lidia Macchi” è stata quella del pm Agostino Abate che ha perso i vetrini con lo sperma trovato sul corpo di Lidia ucciso con 29 coltellate, ha perso la borsa di Lidia, non ha indagato per bene su tutti gli amici di Lidia, Stefano Binda compreso, oggi a processo (e in carcere da un anno e mezzo) come sospettato numero due. Il primo, il suo amico sacerdote, era stato già scagionato. Cristina Cattaneo deve fare l’acrobata per prelevare dall’imene della povera Lidia invece misteriosamente conservato a Pavia per 30 anni, un possibile difficilissimo dna dell’accusato al quale solo lo scorso gennaio hanno prelevato in carcere il dna. Lidia Macchi non ha rifiutato il rapporto sessuale a cui è seguita la sua morte violenta. Il movente di questo delitto tipicamente passionale per il numero delle coltellate inferte (con rabbia) è stato codificato, così come tutti i reperti e le “prove” che mantengono Binda in carcere, con una prima spiegazione classica: lui la forza al rapporto, lei poi forse lo denuncerà o farà a sapere a tutti cosa ha fatto e perciò, spaventato, la uccide. Seconda spiegazione: lui e lei sono attratti l’una dall’altro, anzi lei è innamorata, ma lui è drogato di eroina e perciò rabbioso e la rabbia al termine del rapporto si trasforma in furia omicida per pentimento. Qualcosa sta in piedi? Sembra, in tutta questa vicenda, che ci siano persone da salvare, altre da colpevolizzare, altre ancora da punire. E poi spunta la prima fidanzata di Binda che lo accusa di essere l’assassino, dopo 30 anni, perchè vede il programma tv Quarto Grado e riconosce la grafia della lettera anonima “in morte di un’amica” inviata alla famiglia il giorno del funerale della studentessa di giurisprudenza alla Statale. Tutti concordi i magistrati; quella lettera è la prova della descrizione di un omicidio. L’ho letta mille volte: io ci leggo una farneticazione religiosa con parole messe a casaccio,termini ricercati o conosciuti, finta pietà e classica forma di depistare con l’uso dell’anonimato. Ma perchè mai un killer nostrano dovrebbe mandare una lettera anonima alla famiglia per dire povera anima sacrificale senza nemmeno dire ho fatto bene ad ucciderla? Poi ci si mettono i criminologi da tv che affermano che Binda ha il profilo del killer perché “è disoccupato, vive ancora con madre e sorella a 48 anni, in più è single”. Anche la sorella, a questo punto, potrebbe avere il profilo di un killer.
Non è facile capire chi ha ucciso Lidia, nè scagionare Binda o accusarlo. Prima di lui, è stato colpevolizzato Piccolomo, un imbianchino assassino già in cella per aver ucciso una 80 enne del Varesotto. E’ stato accusato dalle figlie che ce l’hanno a morte con lui e se potessero gli darebbero tre ergastoli perchè lo ritengono colpevole anche di avere ucciso la di loro madre. E’ stata proprio la denuncia delle figlie di Piccolomo e il suo venire scagionato (per il Dna, ma quale dna se non c’è più niente?) a fare drizzare i capelli alla famiglia di Lidia che, in cerca spasmodica di giustizia, è riuscita a far spostare i fascicoli da Varese a Milano. Grazie soprattutto a quella testimone (P.B) che ha raccontato molte cose di Binda, suo primo amore giovanile di Cl, chissà perchè solo 30 anni dopo. La ex ragazza era oltretutto amica di Lidia e teneva diari un po’ polizieschi piuttosto in voga tra i ciellini pompati di quegli anni, pieni di frasi sospette dopo l’omcidio, ma conservati per 30 anni nel cassetto.
Binda non parla, ma per lui parlano tutti gli altri. Anzi: un anno e mezzo dopo il suo arresto spunta un testimone che si affida a un avvocato di Brescia per fare sapere che la lettera anonima il giorno del funerale l’ha scritta lui e non Binda. Ci sono di mezzo professionisti, gli avvocati, e perciò è escluso che si tratti di un mitomane. Allora la perizia calligrafica su Binda è stata sbagliata? E’ diventata la prima prova contro di lui e adesso lo è già meno.
Il caso di Lidia Macchi è stato il primo a poter usufrire del Dna e la prova scientifica è servita solo a scagionare tante persone subito dopo. Amici di Cl poi diventati sacerdoti, meno uno: Binda. A rigor di logica proprio un ciellino che compie un atto simile e non lo confessa mai, avrebbe dovuto farsi prete. Ma qui di logica ce ne è poca. Lidia aveva 21 anni e studiava alla Statale di Milano, Il 5 gennaio, giornata ancora di festa, è a casa sua a Varese e sul tardi va all’ospedale di Cittiglio a trovare un’amica. Strano l’orario in cui esce dall’ospedale: le 20,10 riferito dall’amica ricoverata. Nonostante il buio e la neve, alcune persone da casa vedono due auto, quella di Lidia e quella presumibilmente di Stefano. Lei non prende la sua auto parcheggiata ma sale su quella di lui. Volontariamente, e perciò si deduce che i due avessero appuntamento. Come se lo sono dati? Per telefono. Si deduce dalle agende di entrambi che hanno segnato i nomi (e cognome) di entrambi. Che Lidia fosse innamorata di Stefano si deduce dalla lettera che lei tiene in borsa, lettera d’amore senza destinatario, e da una poesia di Pavese, ma anche da libri sulla droga che a quei tempi circola a fiumi e che guarda caso ha ingabbiato anche Stefano, leader carismatico, piacente e intellettuale benchè solo 19enne e perciò immaturo. E’ proprio tra i boschi dello spaccio nei pressi dell’ospedale di Cittiglio che Stefano avrebbe portato Lidia per fare sesso con lei e poi ucciderla. E’ piuttosto comune portare una ragazza nei luoghi dove compri l’eroina? Direi di no, allora meno di oggi. Perchè Lidia non era una drogata ed entrambi avevamo una reputazione da difendere. Più facile pensare che sia stato un luogo casuale, appunto un bosco, dove potersi appartare. Le 29 coltellate per gli inquirenti indicano che dopo il sesso “estorto” ci sia stato un litigio e da qui la reazione. Ma l’arma del delitto deve pur essersela portata dietro questo assassino. E lomicidio sarebbe premeditato. Oppure, il coltellino era in auto per usarlo come difesa. Comune tra i giovani. Ma non propriamente gli studenti ciellini. E non si capisce, appunto, il movente, se non quello di far fuori una innamorata scomoda da “accontentare” e poi castigare. Ma insomma chi era Lidia? Perchè è finita in una trappola così sciocca? Trasgressione? Libertà? Amore cieco? E’ stata anche ipotizzata la voglia di salvare lui dall’eroina. Forse i libri sull’eroina erano destinati a lui? Giustificherebbe almeno l’incontro.
L’unica cosa certa è che il ragazzo o l’uomo al quale si è affidata, non le faceva affatto paura.
Fanno più paura le indagini che si ingarbugliano a volte per banalità, a volte per omertosi silenzi, a volte per pressioni fastidiose. Nessuno si indigna per Binda in carcere senza una prova concreta ma tanti piccoli indizi non molto verificabili, e mi pare che questo si possa giustificare con la presa di posizione dell’opinione pubblica che dopo 30 anni sta dalla parte di una famiglia che vuole un colpevole.
Buna Bianchi

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L’epoca delle passioni tristi

Camogli (Genova), gennaio 2017

Dottor Scardovelli, cosa sta succedendo? Omicidi anche minorili, aggressività, rabbia diffusa. Sono aumentati i disturbi psichici?

“Il padre di famiglia che per tutti era buono, se fa qualcosa di grave lascia tutti stupiti. Dentro le persone ci sono nuclei psicotici non riconosciuti che improvvisamente vengono fuori. Escono in momenti storici, quando la pressione sulla psiche è abbastanza forte. Oggi il clima psicologico è completamente cambiato. Quando mi sono laureato io si andava verso un mondo di abbondanza, oggi il futuro per i ragazzi è una minaccia, le prospettive future sono sempre più nere, non ci si può fidare dei politici, a volte nemmeno dei medici, è una società agli estremi. E’ riconosciuto che questo periodo non c’è mai stato, è una crisi antropologica…tutto il sistema della finanza che domina il mondo… l'”Io” personale come vive questa faccenda? L’Io non è stabile, permanente. Dovrebbe essere costante nel tempo, ma quando l’Io diventa impotente nel mondo, questo senso di impotenza provoca una disgregazione della psiche. Cosa succede: la psiche tende a frantumarsi, ad andare in pezzi, qui le subpersonalità prendono forma e diminuisce la forza dell’Io, la ragione sugli impulsi. Gli impulsi umani non sono tutti socievoli: sono violenti, aggressivi, conosciuti da sempre nella storia umana come demoni, parti oscure”.

L’incontro con Mauro Scardovelli sul lungomare della graziosa cittadina di Camogli, provoca sussulti emotivi e domande a cascata. Genovese di nascita, docente di diritto, scrittore, psicoterapeuta per vent’anni e oggi formatore e ricercatore che appare pubblicamente solo nei seminari per divulgare i principi della filosofia umanista e dell’approccio sistemico ed olistico cui fortemente crede, ha una capacità di eloquio straordinaria, quella di chi ha empatia, passione e consapevolezza. La teoria delle subpersonalità – ricorda – è del fondatore della Psicosintesi, lo psichiatra veneziano Roberto Assagioli, classe 1888, un libero pensatore vicino alle teorie di Jung.

“Nella visione junghiana l’Io è una parte della psiche che, nel corso della crescita, diventa come un magnete in grado di coordinare e governare le diverse istanze della personalità, ognuna con i propri impulsi, spinte, desideri, bisogni. Parlando in modo estremamente semplificato, quando l’Io non si forma in modo sufficientemente stabile, o nei momenti della vita in cui perde la capacità di svolgere la sua funzione, si può assistere ad un improvviso ribaltamento interiore”.

Parliamo di narcisismo.

“La definizione di narcisismo in psicologia cognitiva dice: grandiosità, mancanza di empatia e paura del giudizio altrui. Questi sono tre degli aspetti più caratteristici, a cui si accompagnano normalmente: presunzione, arroganza e permalosità. Una persona che ha una subpersonaità narcisistica, non necessariamente è sempre guidata da questa subpersonalità: in certi contesti, situazioni e relazioni, può comportarsi in modo gentile e rispettoso. Per questo motivo, talvolta si dice: “non ti riconosco più, improvvisamente sei diventato un altro”. Non è che l’interlocutore si è trasformato, è diventato un altro: più semplicemente ha preso il potere un’altra subpersonalità. Alcune persone danno segnali frequenti di cambiamento, di umore e di modo di comportarsi. Altre persone sono più imprevedibili: magari esplodono all’improvviso anche dopo 20 o 30 anni”.

Quale è la differenza tra patologia e non patologia, nel narcisismo ad esempio.

“E’ un discorso ovviamente complesso e delicato. Sono abbastanza rare le persone davvero equilibrate. Di solito, o hanno avuto famiglie particolarmente armoniose ed equilibrate, o hanno imparato a gestire le loro subpersonalità. Per la mia formazione giuridica, tendo a vedere una similitudine piuttosto forte tra la struttura della personalità e la struttura della società, imprese governo con una costituzione governo Parlamento alla popolazione. Già Platone sosteneva che c’è una forte corrispondenza tra governo della polis e governo di sè. Dentro un paese ci sono tante componenti diverse che possono rimanere nell’ombra anche per tempi molto lunghi. Pensiamo alla Germania, uno dei paesi più civilizzati e colti al mondo che ha generato il nazismo”.

Che cosa si può fare di fronte a queste evidenze?

“Analisi sono state fatte, infinite, più o meno valide ed intelligenti. Oggi dobbiamo trovare soluzioni. L’umanità deve prendere in seria considerazione che è collettivamente malata. Pensa male, dice male, parla male. Dire male crea malattia fisica e sociale. Oggi siamo in tempi in cui si maledice molto e si benedice assai poco. Il pensiero umano è una risorsa, ma ci espone anche a una grande tragedia. Noi umani siamo gli unici esseri dotati di linguaggio, gli unici in grado di mentire, di essere inautentici, falsi. Mentre un gatto è guidato dagli istinti e si comporta necessariamente da gatto, in modo autentico, l’uomo può sentire e pensare in un modo e dire cose totalmente differenti. Noi esseri umani siamo Homo Sapiens ma anche Demens. Il linguaggio può essere utilizzato per raffinare le qualità dell’essere, ma anche per generare dei tremendi orrori. La tecnologia è un tesoro, e nello stesso tempo un pericolo che abbiamo in mano. Sta a noi decidere, collettivamente, il modo in cui utilizzarla”.

Ci spieghi cos’è l’empatia.

“Quando c’è molta distanza tra chi sta in cima e chi sotto, gli ultimi, quelli che occupano le posizioni più disagiate, sono visti come oggetti da chi sta in cima alla piramide. Maggiore è la distanza, minore è l’empatia. L’empatia è una risonanza tra gli esseri umani che ci fa sentire simili”.

E cos’è la sensibilità?

“Ci sono persone più sensibili alla sofferenza altrui ed altre meno. Ci sono persone più corazzate, più difese, che si proteggono di più. Sono persone così che più spesso salgono verso i gradi alti della scala sociale”.

Quanto incide la genetica?

“Assai meno di quanto siamo propensi a credere. Un ruolo determinante lo riveste l’educazione e la socializzazione ricevute nell’infanzia sulle quali cose è possibile intervenire, se si ha la forza politica per farlo”.

Nelle relazioni cosa succede? Perché spesso non capiamo l’altro?

“Perché non siamo educati all’empatia, alla risonanza con l’altro. Non alleniamo la nostra capacità di metterci nei suoi panni, di guardare il mondo dal suo punto di vista. Assai di frequente siamo proiettivi, cioè non osserviamo l’altro per come è, ma proiettiamo su di lui i nostri vissuti emotivi o un’immagine arbitraria che ci siamo costruiti, che non corrisponde alla realtà”.

Cosa pensa della psichiatria?

“Gran parte della psichiatria moderna ritiene che le sofferenze psicologiche si curino con i farmaci. Psichiatri fenomenologici, che per formazione hanno davvero imparato a risuonare con il paziente, ce ne sono pochi. E’ nella risonanza che si comprende l’unicità dell’altro, non attraverso modelli e teorie astratte. Noi siamo attrezzati biologicamente per risuonare con la complessità. Un gatto è in continua risonanza, ha le antenne sempre tese e decide di conseguenza come agire”.

Che sentimenti stiamo vivendo in questo periodo storico?

“Il compito dell’essere umano è raggiungere la sua pienezza. Oggi, nell’epoca delle passioni tristi, come è definita da alcuni autori, siamo più pessimisti sul fatto che i contesti attuali ci possano portare a una vita piena, in cui i nostri bisogni fondamentali siano soddisfatti. Il senso di impotenza che ci pervade, si collega a un senso di profonda ingiustizia. Qui origina gran parte del malcontento e della rabbia sociale”.

Restringiamo questo concetto al recente efferato delitto dei due minorenni ferraresi?

“Certamente, direi, non hanno avuto l’esperienza di essere stati visti, riconosciuti, compresi dai genitori o da altre figure di riferimento. Essere visti, dalla psiche infantile, è considerato qualcosa di naturale e di dovuto. Quando questo non accade, si genera il senso di ingiustizia e il conseguente desiderio-bisogno di punizione, che può rivolgersi contro gli altri o contro se stessi. La psiche infantile, come la psiche dei greci nel periodo che precede la rivoluzione socratica, non tiene conto dell’elemento soggettivo, cioè non tiene conto delle ragioni che possono aver indotto i genitori o gli altri a comportarsi in modo distorto”.

Siamo esseri relazionali, diceva. In un senso più generale e non strettamente familiare, come incidono gli altri su di noi nella società in cui stiamo vivendo?

“Noi siamo come gli altri ci hanno fatto, diceva Sartre. In altri termini siamo il prodotto delle innumerevoli relazioni che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo. Sta a noi l’arduo compito di discernere ciò che è autenticamente nostro e ciò che è frutto di condizionamento ricevuto. Si tratta di un lavoro che dura tutta la vita. Conosci te stesso, diceva ‘oracolo di Delfi, e conoscerai te stesso e Dio. E questa è una buona notizia”.

Le lezioni-seminari tenute periodicamente dal dottor Mauro Scardovelli, fondatore dell’associazione senza scopo di lucro Aleph Pnl (umanistica integrata biodinamica), sono aperte a psicologi, psicoterapeuti e gente comune. Sono anche disponibili sul canale You tube dello psicoterapeuta.

Uccidere i genitori è difficile

Riccardo era deciso a farlo. Manuel l’ha fatto. In un certo senso Riccardo, che faceva il bulletto, che mostrava con sfrontatezza quello che possedeva e che di libertà ne aveva tanta, si è dimostrato per quello che è: un vigliacco. Tutto l’incontrario di Manuel, che appariva sottomesso, fragile, che chiedeva, desiderava e non si ribellava, che il padre arriva a definire buono e manipolato dall’amichetto di sempre e la madre, più intuitiva e realistica si domanda con angoscia se poteva uccidere anche loro due. Sì che poteva, Riccardo. Ha dimostrato di essere forte, deciso, capace di fare qualcosa di atroce, difficilissimo per un adulto che odia profondamente, che ha almeno un raptus incontrollabile di rabbia e si trova per caso un’arma a portata di mano, come in tutti i delitti d’impeto. Nella villetta della frazione di Codigoro, nel Ferrarese, non c’è stato nessun impeto e soprattutto è mancata la reazione umana di fronte al massacro: il vomito.

Se i ragazzi fossero stati dissociati, sotto effetto di allucinazioni o di psicosi indotta da droga (anche leggera), dopo il duplice delitto non sarebbero riusciti a fare altro che vomitare e scappare, rifugiandosi lontanissimo dal luogo della mattanza. Arrestati, non sarebbero riusciti a fare altro che piangere o, al massimo, chiudersi nel mutismo più totale. Invece no. Le intercettazioni ambientali in caserma a Codigoro, dove appositamente sono stati lasciati soli (come nel caso di Erika e Omar), stavano cercando di proteggersi dalla pena, non dalla colpa. Lo schiaffo del padre di Manuel al figlio, sempre in caserma dopo la confessione, e l’immediata richiesta di perdono, è di una superficialità disarmante, eppure è quello che tutti si aspettano non solo da un figlio, ma persino da un fidanzato, da un marito, un amico che fa del male. Se ha chiesto perdono vuol dire che è pentito, ha capito che ha provocato dolore. E’ un modo di pensare piuttosto comune, che trova una difesa accettabile per scusare ciò che  non può esserlo. Chiedere perdono, dopo, ha l’unico obiettivo di togliersi le responsabilità e pretendere di essere di nuovo accolti, come se niente, o poco, fosse successo.  Sostenere che questi due ragazzi non si sono resi conto di quello che stavano facendo è paradossale.

Le due famiglie

Benchè diverse, hanno  molti tratti in comune. Apparentemente, per quanto se ne sa finora, Riccardo ce l’aveva con la madre, tanto da comunicarlo apertamente, mostrare apertamente la sua conflittualità e ribellione, e questa madre, da un lato dava e dall’altra proibiva, da un lato era punitiva e dall’altro accettava. Da un lato minacciava l’abbandono e la cacciata del figlio (fatto  piuttosto raro nelle madri, ma non in quelle con altissimi conflitti personali e, direi, tratti narcisisti) e dall’altro non affrontava niente. Suo figlio faceva uso di spinelli, bigiava a scuola, aveva il  motorino, capi firmati e libertà di orari. A 16 anni aveva potuto permettersi di vivere in garage e glielo avevano permesso, perché in fondo andava bene anche a loro. A Riccardo, probabilmente, preferivano il fratello maggiore Alessandro che non era figlio di questa donna ma la considerava madre a tutti gli effetti. Immaginiamo la gelosia non espressa di Riccardo proprio a fronte delle parole lasciate su Facebook da Alessandro: gli avete dato tutto… Appunto. Il ragazzo ha, nei fatti, inconsapevolmente giudicato, non scusato. Avrebbe voluto forse dire gli avete dato troppo…

La famiglia di Manuel faceva i conti con un figlio disabile, che non è poco. Del figlio maggiore, bel ragazzo apparentemente buono, come lo descrive il padre nonostante abbia calato con violenza un’accetta 8 volte sulla testa di due persone che ben conosceva sin da bambino e che probabilmente niente gli avevano mai fatto, sapevano evidentemente niente. Si sono fermati alle regole, alla facciata. Non si sono mai chiesti se aveva empatia, affettività vera. Hanno  notato e contrastato ciò che era fuori dalle regole sociali, ma non hanno messo il becco sul mondo interiore di un adolescente che sicuramente covava un disagio da tanto, tanto tempo. E avrebbe ucciso anche i suoi genitori se fossero stati più apertamente conflittuali come lo erano quelli Riccardo. Non per niente non ha mai rotto l’amicizia con Riccardo, problematico quanto lui e incapace di accettare le frustrazioni quanto lui, non per niente fumava spinelli tanto quanto l’amico e chissà quanti altri amici del bar o della piazza di Codigoro. Nei disagi psichici le droghe fanno da detonatore e ancora si pensa che lo spinello sia innocuo. Bisognerebbe portare i ragazzi a vedere negli ex manicomi giudiziari quanti sono diventati delinquenti con l’uso continuato di droghe leggere.

Bisognerebbe smettere di pensare che queste vicende non facciano soffrire profondamente e si cerchino spiegazioni razionali che tendono a giustificarle. Sono enormi tragedie che nascono in famiglia, si sviluppano in famiglia  e non sono più tanto numericamente ridotte. Certo, la violenza fisica usata in questo caso come in altri, fa sbarellare prima di tutto noi (non coinvolti direttamente), che non sappiamo nè giustificare, nè capire, nè accettare, nè rifiutare. Perciò è meglio provare dolore (non pietà|) per queste “notizie” piuttosto che negarlo e farsi i selfie davanti alla villetta del massacro, sintomo lampante di una società malata, seriamente malata che non può che generare mostri. O, a livelli minori ma non meno pericolosi, vendicativi manipolatori, narcisisti e anaffettivi.

Il carcere minorile

Manuel e Riccardo da ieri sono rinchiusi nel carcere minorile di Bologna, ma uno dei due, probabilmente Riccardo, verrà spostato perché i due non possano incontrarsi. La loro amicizia si dissolverà come neve al sole tra pochissimo. Il loro rimorso, invece, forse non avverrà mai. Dipenderà dall’osservazione psichiatrica cui verranno sottoposti entrambi e che dovrebbe (dico dovrebbe per la freddezza dei comportamenti del prima, durante e dopo) fare emergere un disturbo dell’umore e dell’affettività rilevanti. Il gip ha ritenuto che possono ancora uccidere. Ha già detto tutto.

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovani assassini crudeli

Forse li ho conosciuti, Salvatore Vincelli e Nunzia Di Ganni, uccisi a colpi di ascia in testa mentre dormivano, nella loro casa in provincia di Ferrara, due giorni fa. Dico forse perché sono stata a cena in un ristorantino di Comacchio, cittadina incantevole e romantica , un po’ fuori dai circuiti turistici – e a torto – schiacciata da Ravenna e Venezia. Sono stata, in quel Polesine dove abitavano (Codigoro compresa), una volta cosi in miseria e vuoto e poco ospitale per l’uomo, da costringere a lasciarlo per vivere altrove e ora così normalmente pieno di villette. Non ho riportato grandi emozioni, non mi ha colpito la gente. Anzi, la gente di lì mi è apparsa ibrida un po’ come queste terre create dal Po, buono ma imprevedibile, un po’ come descrive il papà di M. il figlio 17enne che ha massacrato i genitori del suo migliore amico 16 enne. Una storia brutta, di quelle che ci sembra di aver già sentito varie volte e che io ho scritto per altri casi, ma questa non è come le altre. I motivi che spingono ad uccidere non sono molti: rancore, invidia, possesso, vendetta. Fare uccidere a un amico promettendo soldi è la giustificazione dell’assassino mandante e dell’assassino concreto (colui che uccide concretamente) perché un motivo logico bisogna pur sempre trovarlo. Lo stesso motivo logico a cui si aggrappa il papà di M, che nemmeno odiava i genitori del suo amico R. ma da lui era totalmente dipendente. Davvero? Questi due ragazzi non venivano sgridati a caso dai loro genitori. Entrambi. Non a caso sono diventati inseparabili, in una sorta di specchiamento reciproco di disturbo profondo che ha le stesse radici. Se i genitori di R. fossero vivi e morire fossero stati quelli di M, avrebbero detto la stessa cosa del loro figlio: era buono, l ha fatto per…cattiva compagnia, soldi, debolezza, ecc. Quanta debolezza ci può essere nel programmare un duplice omicidio con legami di sangue (il figlio) o di persone che vedi spesso e parli loro, e pranzi e ceni con loro e hai perfettamente chiaro che sono i genitori del tuo amico? Quanta debolezza può esserci nel prendere un’ascia e spaccarla sulla testa 3 volte (l’uomo) e 5 volte (la donna) vedendo il sangue che schizza, il volto che si deturpa, percependo la tua mano che impugna l’arma e violentemente colpisce non due tronchi d’albero ma due esseri umani che dormono e che ben conosci? Quanta debolezza può esserci nel chiedere scusa al papà  che grazie a quel “ravvedimento” tanto immediato, può dire “non lo abbandonerò mai, è un buono”? Quanta bontà può esserci in ragazzi che compiono omicidi per vendetta, malessere, senso dell’ingiustizia? Quanta moralità hanno appreso a 2 anni, età in cui già si può distinguere il bene dal male? Quanta empatia a 4, età in cui si riconosce il dolore dell’altro e si prova compassione? (Compassione non significa simbiosi).

Appena ho letto la notizia del duplice omicidio (titolo e luogo) e il sottotitolo che diceva “i corpi trovati dal figlio 16enne” ho pensato fosse stato il figlio. Benchè solo il caso di Erika, a Novi Ligure, riporti nella cronaca italiana degli ultimi trent’anni quest’età così giovane per delitti tanto efferati, è piuttosto consueto che chi lancia l’allarme sia anche l’assassino. Il cane che non aveva abbaiato a Novi Ligure (come in questo caso) mi aveva fatto pensare la stessa cosa: è stata la figlia. Per cui negare l’orrore non ha senso. I concittadini hanno sempre ritenuto (quasi di fronte all’evidenza) talmente assurdo un fatto eclatante commesso da una persona che conoscevano (per di più giovane e magari educata o figlia di gente normale, come il caso di Garlasco) da volerlo in qualche modo giustificare. In effetti, è ben difficile collocare nella nostra mente la crudeltà dei ragazzi o i loro problemi (chiamiamoli disturbi) compressi sotto un’apparente normalità. Fa spavento. Fa chiedersi come mai non ci si è accorti di niente. Fa persino pensare che se la madre di M. non l’avesse sgridato tanto e il padre di R. non l’avesse punito tanto per raddrizzarlo, non sarebbe successo niente. E poi ci sono i commenti (degli esperti) sul vuoto dei ragazzi d’oggi, sul bisogno dei soldi, sulla ribellione non incanalata, sull’immoralità dilagante. Tutto vero. Ma i delitti familiari ci sono sempre stati e la bassa età di chi li commette significa soltanto che il malessere non visto prima da nessuno, traformatosi in male e punizione, ha avuto l’occasione per farlo: un’amicizia, una folie a duex, che dà potenza e giustifica il successivo scarico di responsabilità, come sempre avviene quando una coppia diabolica viene arrestata e deve pagare la colpa. Perciò sì, i ragazzi sono colpevoli, la scuola è colpevole, i genitori sono colpevoli ,  chi giustifica è colpevole. Anche le vittime che si trasformano in carnefici possono scegliere. M e R. hanno scelto. Peccato che non avranno mai rimorso, ma solo vergogna.

Rogoredo, gli spacciatori ringraziano

Il tassista davanti alla stazione di Rogoredo, infreddolito e in attesa vana di clienti il 31 dicembre, si lascia andare e racconta. Dopo il servizio della Rai su tutte le reti, il boschetto dello spaccio accanto ai binari della stazione, è meta ambita. Ragazzi che chiedono dov’è, altri che si fanno portare in taxi appositamente dalla stazione Centrale. Aveva fatto scalpore, alle porte di Milano, la decisione della Questura di intervenire con il falcetto e le motoseghe per abbattere alberi e impedire in modo piuttosto deciso, il nascondiglio della droga. Eroina. Lì si compra e ci si buca. Problema risolto?  Macchè. Il tassista indica un’auto parcheggiata, incidentata e bruciata. Al posto di quella, ricorda, prima ce n’era un’altra con spacciatori che dormivano dentro. Cento metri dall’entrata della stazione dove parte Italo per Roma.

Attendo che la nebbia si alzi e mi incammino verso il ponte sopra la ferrovia costeggiando l’unica strada asfaltata. Salgo i gradini della scala di pietra attenta a dove metto i piedi. Mai vista tanta sporcizia in pochi metri. C’è di tutto: vestiti rotti, cartacce, spazzatura, plastica. Non vedo siringhe. La vegetazione è fitta e sotto di me c’è il boschetto ben nascosto alla vista. Salgo fino al ponte: non c’è anima viva. Ridiscendo e provo a proseguire sulla strada. Vedo uno con il turbante, lo seguo. Si volta, mi fermo. Fingo di guardare i binari. Riprende a camminare e io anche. Si volta di nuovo a guardarmi e di colpo si infila a destra. Nel boschetto. Devo rinunciare. La mia collega mi aveva detto sicura: ci sarà polizia. Dove?

Sono stata in area stazione dalle 8 alle 11, ho parlato con i ferrovieri,  ho bevuto un caffè nel bar duecento metri prima del piazzale, ho visto l’arrivo delle auto che parcheggiavano e scendevano persone con trolley, gente per bene che andava a passare il capodanno viaggiando con Italo. I tassisti dicono che ogni tanto la polizia c’è, gira davanti alla stazione e dentro. Io non l’ho vista.  Incontro una signora romena che vive lì vicino e nn so perché deve sfogarsi contro Pisapia e parlare benissimo della Moratti. Parla solo di politica e fa la donna delle pulizie in piazza Cavour, alla palestra. Dice che il quartiere è degradato per colpa di Pisapia, mentre prima era bellissimo con la Moratti. Non so cosa glielo faccia sostenere con così tanta convinzione: l’area stazione è squallida e, prima ancora, venendo da via Toffetti, non vedi altro che muri  bianchi di aziende e camion che arrivano fino all’Ortomercato. La tangenziale si interseca e le auto sopra il cavalcavia che conduce a piazza Corvetto non fanno più caso a quello che vedono dai finestrini. Ma del boschetto della droga che è vecchio di anni, fino all’operazione di polizia in grande stile con telecamere, fotografi e giornalisti, sapevano solo i residenti, i tassisti e i ferrovieri. Bianchi e neri si dividono uno spazio considerato una piazza milanese succulenta che frutta migliaia di euro. rogoredoeolympia-6.jpg

Preveggenza o indagine?

Che strage avrebbe potuto fare in Italia Amri? Le parole del questore di  Milano non hanno avuto (finora) nessun riscontro. L’unico vero riscontro, piuttosto ritardatario, viene dai servizi dell’intelligence del Marocco che avrebbe lanciato l’allerta alla Germania a settembre ed ottobre proprio su di lui, il tunisino che era talmente pericoloso (e questo è un fatto assodato perché la strage l’ha compiuta davvero)  e ricercato (questa è una menzogna perché chi cerca trova, visto che era conosciuto come spacciatore di droga a Berlino da agosto) e peggio ancora dopo la strage, mentre si faceva selfie e inviava video in pieno giorno di fianco alla Sprea, il fiume berlinese.

Ieri mattina ho indagato da sola (come sto facendo dal primo giorno della strage a Berlino, città che conosco bene) , senza il supporto di nessuna notizia della polizia, né dei colleghi. Oggi devo correggere alcune informazioni ufficiali che ieri non potevo sapere: il tunisino è partito in treno via Francia e a Torino ha cambiato con un regionale per raggiungere Milano stazione di Porta Garibaldi dove è arrivato intorno alle 9 di sera di giovedì. Da qua si è spostato (a piedi) alla Centrale dove ha cercato, inutilmente, un treno per proseguire la sua fuga, di destinazione sconosciuta. Dalla stazione Centrale, che ha lasciato intorno all’1 di notte (cioè alla chiusura della stessa) si è spostato a quella di Sesto San Giovanni, distante circa 4 chilometri. Forse ha preso un bus notturno, giungendovi pochi minuti prima delle 3. Dieci minuti dopo è stato visto nella piazza dalla pattuglia di polizia che gli ha chiesto i documenti per un normale controllo e ne è scaturita la sparatoria che l’ha ucciso. Non ha gridato Allah, ma poliziotti bastardi. Indossava due paia di pantaloni, segno che ha dormito all’aperto, su treni  o in ripari di fortuna (quindi senza appoggi)  da lunedì a giovedì notte alle 3. Nel suo zaino c’erano soldi (tra i 150 e i 400 euro) un cellulare con batteria scarica, spazzolino e dentifricio. Non aveva documenti né foglietti con nomi e luoghi utili a qualcosa. Aveva, naturalmente, la pistola con la quale aveva ucciso l’autista polacco e che ha usato contro gli agenti, ferendone uno. Ieri ho scritto nel post precedente a questo che da quella piazza partono pullman con destinazione Marocco, ma oggi ho saputo che quella è l’unica destinazione notturna, mentre di giorno ce ne sono altre, Tunisia compresa. Il pullman per il Marocco attraversa Milano e si ferma anche a Lampugnano prima di prendere l’autostrada per Torino. Questo indicherebbe che Amri non era a conoscenza né di orari né di percorsi. Ma in quella piazza davanti alla stazione non c’è giunto a caso. O sapeva dell’esistenza di quella stazione e ha tentato di prendere da lì un altro treno notturno, o voleva prendere il bus per allontanarsi comunque dall’Italia. Una ipotesi potrebbe essere il passaggio di parola tra extracomunitari in stazione Centrale a Milano ai quali potrebbe aver chiesto come raggiungere con pullman o treni la sua destinazione finale o anche una qualsiasi, pur di allontanarsi velocemente da ogni luogo (cioè senza sapere bene dove andare , ma sicuro di dover fuggire e quindi restare in movimento). L’altra ipotesi è che lì ci fosse già stato e sapeva della partenza dei pullman notturni, ma è arrivato tardi ed è stato notato proprio appena arrivato perché non sapeva cosa fare né dove andare.

La mia teoria, personalissima e non suffragata da alcune fonti ufficiali, che la vicenda della strage di Berlino sia iniziata a Cinisello (un chilometro e mezzo dalla stazione di Sesto) è si sarebbe conclusa nella stessa zona è stata condivisa con un collega per telefono tre giorni fa. Nessun elemento sufficiente per poter scriverne sul giornali, solo una sorta di intuizione, quelle che nascono dalle investigazioni ossessive: controllo dei percorsi, degli orari, delle abitudini, conoscenza dei luoghi e di tutte le informazioni a disposizione più altre recuperate dalla gente (chiunque, passanti, extracomunitari, baristi, ecc.) e la psicologia che è sempre fondamentale per capire i comportamenti umani di chi delinque, molto più della politica italiana od estera.  La verità è che il terrorista è stato freddato (senza sapere che di lui si trattasse, vicinissimo all’ultima sosta del tir che ha poi usato per la strage del mercatino d Berlino. Trovare un Tir da usare non è facile. Corrompere con soldi (ben difficile sequestrare un autista grande e grosso anche solo per 4 ore e tenerselo al fianco non legato o ucciso) un autista per farsi portare fino a Berlino, nei pressi di un luogo già scoperto precedentemente per la strage da compiere è relativamente facile se si sa come fare e dove trovare Tir giusto e autista disposto a farsi pagare per il passaggio. Potrebbe essere andata così a Berlino: Amri avrebbe provato a guidare il camion alle 16 e 30, inventandosi di voler imparare. Diverse sono le accensioni (da fermo) registrate dal gps. L’ultima, alle 19 e 45, è invece una partenza in piena regola che in 17 minuti piomba nella piazza. Forse guidava lui, mentre il polacco al fianco ignaro di essersi fatto amico un terrorista, si è accorto solo all’ultimo momento di quello che stava accadendo e ha sterzato beccandosi coltellate di rimando. Se l’incontro e l’accordo di viaggio tra i due non c’è mai stato ed è stato tutto casuale l’inizio e la fine tra Sesto e Cinisello, come sostiene la polizia italiana, sono pronta a smentire la teoria. Comunque non si spiega come io abbia potuto prevederlo.

 

FINE DI UN TERRORISTA, RESTA IL MISTERO

Amri Anis, 24 anni, ha lasciato di sé solo una grande chiazza di sangue nella piazza I maggio davanti alla stazione di Sesto, al confine con Cinisello e a tre fermate di metropolitana da Milano. L’altro sangue che ha versato consapevolmente a Berlino è stata una vendetta atroce, e di morire l’ha messo in conto. Ma sperava di vivere.

Cosa ci faceva nella deserta piazza periferica in Italia alle 3 di notte dove l’hanno trovato due agenti di polizia?  Due ipotesi: aspettava qualcuno che tardava ad arrivare, o stava pensando cosa fare dopo aver perso il pullman per Marrakesh (Marocco) che ogni notte alle 2,16 minuti parte da quella piazza. Veniva dalla Francia in treno. Anzi, veniva da Berlino, da dove deve essere fuggito senza troppi problemi nonostante la caccia all’uomo (una “caccia” che continuava tra arresti, carcere, rilasci, ospitalità, fermi, ecc. dal 2011 tra Italia e Germania) e deve aver preso un treno e aver fatto sosta in un altro paese, la Francia.

Due controlli di frontiera evasi da un supericercato. E tre con l’ingresso in Italia e arrivo alla stazione Centrale all’1 di notte di venerdì. Da qui aveva poca scelta: la stazione chiude e lui era ricercato. Dove poteva andare? In un luogo che già conosceva…che guarda caso è giusto a un chilometro e mezzo dalla Omm, macchine industriali per lavaggi di pavimenti di via Cantù a Cinisello Balsamo, due passi dietro l’entrata e uscita dell’autostrada che venerdì scorso ha percorso l’autista polacco. Quale camionista preleverebbe merce il venerdì alle 12 per andare a scaricare a Berlino solo il lunedì e senza nemmeno avvisare l’azienda che infatti non lo fa scaricare perché non era previsto quel giorno? I viaggi costano, i camion fermi costano. Qualcosa non quadra…

Si mormora, ma nemmeno tanto sottovoce, che tra i due (tunisino e polacco) ci fosse una sorta di accordo di viaggio. Che ci faceva però il tunisino a Cinisello? Sappiamo con certezza che lì l’hanno ammazzato e perciò la coincidenza non è più coincidenza. La logica suggerisce che conoscesse quel luogo e non per averlo visto una sola volta. Amri è un lupo solitario, un antisociale già nel suo paese da ragazzino. E’ rabbioso, aggressivo. Segue sul barcone fino a Lampedusa alcuni parenti, ma altri restano in Tunisia, il padre e una sorella. E’ il 2011, si fugge dalla primavera araba che semina morte ma Amir è un fuggitivo di natura e la sua natura aggressiva lo fa finire in carcere che non ha nemmeno 18 anni. A Palermo, all’Ucciardone, ha comportamenti degni di nota per 4 anni. Viene segnalato ovunque, descritto bene e non ha fede religiosa. Infatti Allah verrà a trovarlo dopo un anno, nella sua testa paranoide. Come molti cani sciolti che inneggiano all’Isis e che hanno contatti via internet soltanto dall’Europa, anche Amri diventa fanatico: è come se avesse trovato finalmente un motivo per scaricare la sua rabbia vendicativa. La sua strage è facile, molto più facile di quella di Nizza. Conosce Berlino, è lì che spaccia droga nei parchi. E conosceva l’Italia. Teoricamente dell’Italia ha visto solo carceri e campi di prima accoglienza, in realtà il tunisino dimostra di sapersi muovere. Come? Arrivando a Milano da solo, con una piccola pistola in tasca, senza documenti e dalla stazione arrivando probabilmente a piedi a quella di Sesto in circa un’ora. Non ha telefono, non ha soldi. Solo (a parte il polacco) era sul camion che ha ucciso 12 persone e solo è morto in una piazza deserta. Nessun testimone, nemmeno gli extracomunitari sbandati che di notte dormono dentro la stazione.

Chi guidava il camion a Berlino? Il polacco. Perché è stata dichiarata un’assurdità? Il polacco non aveva nemmeno idea di dover guidare un camion per fare una strage e perciò perché sporcare la sua memoria? Il polacco, con tutta probabilità, dava una mano a passare i confini. E’ una mia ipotesi, ma mi sembra la più logica. Nessun terrorista potrebbe guidare un camion senza dichiarare la reale destinazione e tenere a bada l’autista accanto che ha le mani libere, tant’è vero che il pover’uomo sterza forzatamente quando capisce cosa sta realmente accadendo e viene ferito a coltellate. Ma verrà ucciso con la pistola solo a camion fermo. Amri deve uccidere, ma non necessariamente morire. Non è un kamikaze, non è un martire di Allah. E’ durante la fuga da Berlino che lancia lo sberleffo col video, nemmeno tanto lontano dalla strage, il giorno successivo (è giorno, non notte!) e dice soddisfatto che ce l’ha fatta non ad ammazzare ma a restare vivo. La fuga dalla Germania è lenta, normale diremmo, perché il vero allarme è scattato solo a parole: nessuno l’ha fermato nei luoghi più ovvi per tutti i fuggitivi solitari: i treni. E’ così giunto nel luogo che conosceva per andare in un altro (forse in modo confuso) che lo portasse lontano. In Italia? Assurdo. A mio parere voleva tornare a casa sua, in Tunisia (via Marocco).  Oggi ho visto gente indifferente, che non commentava, non era curiosa, né dispiaciuta né contenta. E nemmeno percepiva il pericolo scampato. Sembra tutto un film e in effetti credo che lo sia. I  morti ( chiunque essi siano) sono cronaca: domani è un altro giorno.

 

 

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