La normalità dell’omicidio di Manuela

La sorella di Manuela Bailo è stata la prima a pensare che l’ansia per la sua scomparsa le provocava anche un sordo dolore. Ci sono strane premonizioni nell’ansia. La prima, e più importante fra tutte, è la novità del sentimento. Diverso. Sconosciuto. Non collocabile tra i ricordi emotivi di altri timori che qualcosa di brutto e terribilmente doloroso stia per investirci.  Al  Caf, il centro fiscale della Uil di Brescia, Manuela aveva salutato tutti il 27 luglio. Era un venerdì. Ha spento il computer ed è andata a casa: l’indomani sarebbero iniziate le vacanze estive. Aveva in programma un viaggio in Grecia con l’amica Francesca ma non ha lasciato trapelare nulla di quello che pensava, cioè che quella vacanza era un ripiego come lo era stata quella dell’anno precedente senza lui, l’uomo per il quale aveva perso la testa. E persa davvero. Le storie impossibili sono storie impossibili e non si raccontano troppo in giro. Della sua relazione con un rappresentante sindacale dei Trasporti della stessa categoria, si era saputo per forza. Si erano conosciuti due anni prima proprio nell’ufficio dove lei era capo e lui si era fatto fare la dichiarazione dei redditi. Fabrizio Pasini era un uomo con un certo fascino, ma era sposato e con due figli. Manuela aveva appena chiuso la storia con Matteo, quasi senza spiegazioni forti quale può essere il non ti amo più, o vorrei un altro al mio fianco. Con Matteo ha continuato a vivere nella stessa casa. Lui dice che l’amava ancora, che non ha mai smesso di amarla. Difficile restare sotto lo stesso tetto se uno ti ama e l’altro no. Se uno soffre per non essere più amato e l’altro ha già una storia, per quanto poco importante, con un altro. A Matteo forse sembrava poco importante, ma Matteo osservava i comportamenti della sua ex per capire se l’aveva persa per sempre oppure no. Tra di loro nonostante tutto il non detto che non si poteva dire, c’era la lealtà della convivenza, tanto che alle 10 di sera del 28 luglio, sabato, Manuela le manda un sms avvertendolo che avrebbe dormito al lago, a Rivoltella, dove i suoi genitori hanno una casa di vacanze. Invece Manuela, sin dalle sei di quel pomeriggio era con Fabrizio per una serata insieme prima delle rispettive partenze per le vacanze. Fabrizio Pasini era solo a Ospitaletto, dove viveva con la moglie e i figli che doveva raggiungere in Sardegna a giorni. Con loro c’era anche sua mamma, come una normale famiglia che condivide la vacanza con nuora e nipoti.

Sembrava normale la vita del 48enne  Fabrizio Pasini. Lavoratore, sposato con prole, impegnato attivamente nel sindacato di categoria, simpatico, pieno di amici, giocatore appassionato di rugby e di softair. Ecco. Il softair lo rendeva invece un po’ sospetto, perchè non è un gioco, come viene definito per sminuirne la portata psicologica e ideologica: è una simulazione di violenza di guerra. Tradotto significa tiro tattico sportivo che simula appunto tattiche militari con l’uso delle armi.

A Nave, in provincia di Brescia, dove Manuela viveva con l’ex compagno di vita e poi solo di alloggio, Matteo, erano state installate telecamere di sicurezza. Molte villette in provincia di Brescia le hanno messe, su strada, come deterrente per rapine e furti. Manuela si vede uscire, prendere l’auto e sparire dalla strada. La sua auto verrà ritrovata solo dopo molti giorni a Brescia, in via Milano, nel parcheggio di un supermercato Esselunga. Ce l’ha messa lei. Lì ha dato appuntamento a Fabrizio e si è spostata sulla sua auto per passare qualche ora insieme. Ai carabinieri, che l’hanno interrogato dopo la scomparsa della ragazza, ha detto: sì l’ho vista venerdì per un aperitivo con i colleghi al sindacato, sì abbiamo avuto una relazion, ma era finita da un anno.

No, la relazione con un uomo sposato che ti piace molto e che speri lasci la moglie per te, è difficile da chiudere. Ancora di più lo è se lui afferma continuamente che sì, la lascia, che ti ama, che vuole solo te, però alle parole non fa mai seguire nessun fatto.  Sposato o no, Fabrizio aveva le idee chiarissime: con Manuela voleva quello che lei offriva e lui era costretto a dirle bugie per tenersela. Si badi bene: costretto. E’ questa una parola che nasce da una precisa distorsione mentale, visto che nessuno può costringere un altro a mentire. E’, questo, un concetto distorto che serve a mantenere l’ego intatto: lei mi vuole, lei non mi può rifiutare, lei non mi può obbligare. Però io voglio, e per avere devo mentire.  Se lei non chiedesse, io non dovrei mentire.

E’ chiaro?

Così si comincia a tratteggiare l’identikit di un narcisista. Proprio quello che attraeva tanto Manuela, confusa dalle sue parole contraddittorie ma non dai suoi atti contradditori. Incapace di liberarsene (perchè in fondo con lui male non si sta) e di smettere di sperare (perchè in fondo lui non la lascia e rischia anche lui, nascondendo la doppia vita alla moglie). Anche Manuela finisce nella menzogna, senza volerlo davvero. Del resto per amare un bugiardo bisogna accettare anche le sue bugie, giustificarle, sperare che smetta di dirle e che l’amore faccia il miracolo.

Dell’infanzia di Fabrizio Pasini non si sa niente. Lo sapranno, forse, i giudici, nel caso venisse fatta fare una perizia. Lo sa di sicuro sua madre, anche se magari l’ha scordato o l’ha giustificato perchè bambino. Fabrizio, con ogni probabilità, ha sempre usato la menzogna.

Adesso ha 48 anni e mentire diventa un gioco da ragazzi. Appena l’hanno arrestato ha ammesso di averla uccisa e l’ha motivato così: “E’ caduta dalle scale durante un litigio”.  La menzogna, dopo un arresto con l’accusa di omicidio, è piuttosto normale. E’ una difesa. Ma non tutti mentono. Non mente chi ha ucciso e non voleva farlo. Non mente chi ha ucciso e soffre amaramente per averlo fatto. E’ persino disposto a pagare e pagare duramente.

Fabrizio no. E’ uno che non vuole pagare mai. Non so perché, ma scommetto che era anche tirchio, e se pagava lo faceva solo ogni tanto, peché doveva ottenere qualcosa.

Manuela e Fabrizio sono andati a casa della mamma di lui, a Ospitaletto, dove è successo qualcosa che ancora non sappiamo. Sappiamo però che in due o tre ore in quella casa lui si è incrinato una costola. Un uomo grande e robusto e sportivo può incrinarsela mentre gioca a rugby o durante la tattica di guerra. Difficile pensare che Manuela, con i suoi 35 anni, donna e fisico normale, possa avergli dato un manrovescio tale da provocare un danno simile. Di fatto però sono andati al pronto soccorso degli Spedali Riuniti di Brescia insieme e tra l’attesa e la visita hanno trascorso diverse ore tanto da rientrare a Ospitaletto, a casa della madre di lui, solo alle 3,59. L’orario è precisissimo perché è stato ripreso dalla telecamera della vicina di casa che punta dritto sull’auto che Fabrizio parcheggia mentre Manuela lo attende sul marciapiedi. La stessa telecamera inquadra, con la prima luce del giorno, Fabrizio da solo alle 6,04, in ciabatte e a torso nudo. Il suo avvocato dirà poi: “Si vede che non stava bene, la camminatura indica una persona fisicamente sofferente, perciò non può essere stato un omicidio premeditato”.

Dopo avere ucciso la tua amante tagliandole la carotide col coltellino, sicuramente non stai bene.

Il cadavere di Manuela è rimasto in quella casa un paio di giorni. Forse Fabrizio non era in grado di pensare come disfarsene ma quando l’idea è venuta l’ha fatto alla perfezione, da freddo omicida. Ha avvolto Manuela in un sacco di plastica nero, l’ha caricata nel baule e trasportata in un luogo che ben conosceva: i campi del Cremonese che confinano con la provincia di Brescia. L’ha seppellita dentro un contenitore di letame di una cascina, proprio lì dove andava con gli amici a giocare alla guerra.  C’è una sorta di sfregio psichico in questa tomba, oltre alla necessità di occultare un corpo.

Il giorno successivo è andato al sindacato a salutare prima che questo chiudesse per ferie. Non gli uffici del Caf, ma quelli di categoria dei trasporti e regionali. Lo ricordano, i dirigenti, assolutamente normale. Come era sempre stato. Non ha fatto trapelare neppure una lacrima di sudore da ansia di venire scoperto.

Per non fare insospettire i familiari dell’assenza di Manuela, ha inviato vari sms, ma proprio questi, invece,hanno puntato su di lui l’attenzione. Perché la scrittura, anche se con una tastiera, rivela molte cose di noi.

Freddo, calcolatore, senza alcun rimorso. Preoccupao solo di non farsi beccare e fingere nuovamente una vita normale di bravo marito, padre, figlio, lavoratore e sindacalista.

E poi è partito, come da programmi, per raggiungere la famiglia in Sardegna dove è rimasto, come da progammi, 15 giorni. Appena a casa ha trovato i carabineri che l’ aspettavano per mettergli le manette.

A lui erano arrivati abbastanza in fretta, grazie alle telecamere e alla famiglia di Manuela, che sapeva della storia con l’uomo sposato e ha sospettato di lui e non dell’ex Matteo che è stato accusato subito sui social, ma non dal Prouratore che indagava, perché si presume che un ex debba essere l’assassino.

Perché Fabrizio ha ucciso Manuela? La confessione completa e veritiera non c’è stata, ma a parlare per lui c’è il comportamento tenuto e questo dovrebbe bastare. Invece non basta. Non basta alla gente, non basta all’ex compagno, non basta alla famiglia. Al sindacato non sanno cosa pensare. Sono sconvolti. Non ricordano Manuela preoccupata o tesa l’ultimo giorno di lavoro. Non ricordano niente che possa avere detto o persino nascosto. Invece Manuela teneva nascosta una relazione che sperava un giorno si potesse mostrare alla luce del sole. E forse nascondeva anche tanta rabbia.

C’è del vero nelle poche affermazioni fatte da Pasini all’arresto (abbiamo litigato) ? Forse sì. Forse lei ha anche alzato il tiro del litigio, incapace di accettare ancora una volta che lui preferisse la moglie a lei. Che lui non fosse capace, menozognero quale era, di raccontare una  bugia alla moglie e riuscire a fare almeno qualche giorno di vacanza insieme.  Se così fose andata, però, si esclude il delitto premeditato che invece sospetta fortemente la Procura per via, soprattutto, di quei due coltellini (uno  non si trova) che Fabrizio aveva in auto. Ma anche della casa-trappola, dell’appuntamento prima di allontanarsi, del momento favorevole (poca gente in giro) per compiere un delitto che desiderava mettere in atto. Perché, probabilmente, il conflitto tra menzogna e verità era diventato insopportabile anche a se stesso.

Sono girate voci, prive di fondamento, subito dopo l’arresto e il ritrovamento del corpo. Manuela era incinta. Manuela le ha imposto di lasciare la moglie o glielo avrebbe fatto sapere.  Nessuno ha fatto trapelare ufficialmente niente, perciò  sono prive di fondamento le tipiche motivazioni che hanno provocato altri femminicidi, il peggiore proprio a Brescia, quello della sudamericana Marilia, uccisa e bruciata dal pilota-amante.

Manuela ha pagato con la vita, anche lei, l’avere sottovalutato i segnali di pericolo, sfidando il lupo cattivo che alberga nei narcisisti maligni come Fabrizio Pasini.

Di tutta questa storia io mi chiedo solo una cosa, e ossessivamente: come ha fatto Pasini a restare 15 giorni con figli, moglie e genitori senza fare trapelare niente dell’orrore che aveva saputo compiere e che non era più solo un gioco violento nei campi.  Me lo chiedo pur avendo, purtroppo, anche la risposta: i narcisisti maligni sono falsi e non sanno provare nè amore, nè dolore, nè rimorso.

 

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Carlotto spiega il crimine in tv. Ma è un pregiudicato per femminicidio.

Massimo Carlotto e la paradossale difesa della sinistra anche 40 anni dopo.
Detto da una nerista di sinistra, anzi, estrema.

Stasera inizia la trasmissione “Criminal Minds” sui Rai4, una delle tante che vivisezionano per il pubblico i casi discutibili, quelli che fanno più audience che ricerca di verità. Non siamo nelle campo delle indagini, ma della ricostruzione dei casi.
Nemmeno a dirlo, chi sarà il conduttore? Lo scrittore Massimo Carlotto, considerato esponente di spicco del noir italiano.
Il primo ad attaccare la trasmissione è stato Il Giornale che si è fatto portavoce della famiglia, o quella parte politicizzata di essa, che ha chiesto di preservare la memoria della loro parente, Margherita Magello, la ragazza uccisa e Padova per il cui omicidio Carlotto è stato condannato, fuggito all’estero come molti intelettuali di sinistra (ma allora era un ragazzino di 19 anni…) e infine graziato su richiesta della sua famiglia dal presidente Ciampi.
Il Giornale fa una filippica di destra contro la Rai. E Il Manifesto una di sinistra, contro la famiglia, persino più dura.
Nessuna delle due entra nel merito nel caso Carlotto, giudiziario, nè del femminicidio per il quale è stato condannato, nè dell’opportunità, non tanto per la famiglia, ma per ragioni puramente morali, di mettere in tv uno che la giustizia ha ritenuto colpevole. I suoi libri si pssono comprare o no, ma la Tv è pubblica e il ragionamento va fatto. Come sempre è stato fatto per esponenti evidentemente di destra, o mafiosi, anche soltanto intervistati. Che privilegi ha Carlotto, a parte quello di essere stato graziato e dichiararsi innocente come tantissimi altri assassini? E perchè la sinistra ancora oggi (e cito il Manifesto di cui ho letto l’articolo in cultura) non entra nel merito del caso invece di fare il difensore politico a un fatto di cronaca nera, anzi, un femminicidio di una ragazza non politicizzata, 40 anni fa?
Io mi sono presa la briga di ricostruire quell’omicidio lo scorso gennaio. Ho impiegato diverso tempo e fatto diverse interviste, ho letto tutto quanto era disponibile e sono stata anche a Padova per rendermi conto con i miei occhi, come ho sempre fatto. Non mi sono, nemmeno per un momento, lasciata condizionare dalla politica di allora, stessa area mia, nè dai famosi avvocati (Pisapia) di allora o da tutta l’area che allora si è schierata con un ragazzino di 19 anni che ha raccontato, come fanno tutti coloro che non confessano (e perciò non ha nessun valore investigativo) come sono andate le cose secondo lui.
Il fatto incredibile, in un caso come questo, è che c’entri allora come oggi la politica. Qui si tratta di un banale, mi si passi il termine, caso di femmincidio dove non ci sono stati altri imputati nè sospettati e dove il futuro condannato ha ammesso di essere stato addirittura sulla scena del delitto ed essere poi fuggito. Quello che dispiace, e lo dico con amarezza, è che la destra o la famiglia che di sinistra non è (ma nemmeno è fascista) abbiano il potere di fare chiudere la sinistra e i cosiddetti intellettuali di sinistra a riccio su un caso di comune criminalità, neppure uno di quelli (tipo Battisti) che si possono inserire in un contesto politico dell’epoca. La morte di Margherita non ha niente di politico, proprio niente. E’ stato un omicidio scaturito da un impulso di natura sessuale. Purtroppo come tanti.
Massimo Carlotto si ritiene da sempre vittima di un errore giudiziario, come tanti. Vorrebbe, lui, come tutti gli intellettuali di fama, che si dimenticasse il passato. E invece, proprio per chi non ammette la sua colpa (e perciò nemmeno si è mai pentito), il passato resta vivo e deve restarlo per tutti. Chi crede all’innocenza di Carlotto, è libero di farlo. Come tantissimi credono ancora all’innocenza di Massimo Bossetti o di Annamaria Franzoni. Ma per avvocati, criminologi, giudici, magistrati e anche giornalisti di indagine, i casi discutibili (cioè quelli che lasciano qualche dubbio in assenza di confessione) l’unica verità vera è la condanna, in questo caso di primo e secondo grado, finché è sopraggiunta la grazia.
Siamo sicuri di essere coerenti? Siamo sicuri di non dare spazio alla destra solo perché la sinistra ha deciso che qualcuno è più intoccabile di altri? Siamo sicuri che un femminicidio consenta a uno condannato anche se 40 anni fa per femminicinidio (la grazia è del ’93) di intattenere il pubblico, spiegare, dettare ragioni, dall’alto delle sue conoscenze di crimine, in una tv pubblica?
I casi controversi sono sempre casi per i quali la difesa a spada tratta, se non è ben motivata nel merito, si ritorcono contro chi li sostiene.
Io sostengo che i partigiani hanno fatto bene ad uccidere. Ma non sostengo che un partigiano possa aver fatto bene ad uccidere una donna che non ci stava, solo perché mi conviene sostenere la lotta partigiana.

Ecco qui la mia ricostruzione del caso Magello-Carlotto.

Venti gennaio 1976. In via Faggin al numero 27 a Padova, fuori delle mura e non lontano dalla stazione, nella prima di una serie di villette a schiera rinchiuse da un cancello, abita Margherita Magello, 24 enne carina ma non appariscente, tranquilla studentessa lontana dalla politica che invece a Padova da un decennio agita i sonni di carabinieri e poliziotti. E non solo. Suo padre Giovanni, ingegnere, se ne era andato da quella casa a tre piani lasciando i due figli, Carlo e Margherita, con la moglie che tutti chiamano Mimì. Al piano di sopra, affittato giusto per non lasciarlo vuoto, abita una giovane donna con il marito tenente dell’Aeronautica. Ogni tanto un ragazzo va a trovare la sorella, ma più che andarla a trovare, ci va a studiare. La casa dove vive con il padre, un commercialista che a Padova conosce tutti, non è altrettanto silenziosa, e così il ragazzo, che fa ancora il liceo, ne approfitta. Se la sorella e il cognato non sono a casa, lui passa al piano terra dai Magello dove sa di trovare una copia delle chiavi pronte per lui. Con Margherita ci sono pochi scambi, anche se ormai si conoscono da tempo. Lei adesso ha quasi cinque anni più di lui, è fidanzata con Mario e si deve sposare, perciò i suoi pensieri sono altrove. Massimo, nella Padova divisa tra destra e sinistra, dura la prima come è dura la seconda, prova in fretta simpatia per Lotta Continua che nelle scuole fa propaganda e attira ragazzi che vogliono cambiare l’Italia, spesso in conflitto con i genitori di ben altra area politica. L’Italia è in subbuglio, nel 1976. Dal 1969 è iniziata la strategia della tensione, i neofascisti di Ordine Nuovo, tra Treviso e Padova, si mettono in moto per mettere bombe nelle banche e sui treni, e trent’anni di processi ingarbugliato le cose ma non le responsabilità. Anche il terrorismo rosso trova linfa vitale in questa stessa zona e, in mezzo, la sinistra extraparlamentare che ha già compiuto il salto di qualità dell’estremismo con l’uccisione di Calabresi nel 1972 a Milano. In questo caldo ideologico infernale che fa ribollire l’Italia, Massimo è un ragazzo che ha trovato amici che prendono a braccia aperte chi è pronto a fare qualcosa. C’è molto da fare anche a Padova, che è piccola e pettegola, ricca e operaia, arrogante e umile, capace di esprimere forti ed estreme contraddizioni. E bisogna tenere a bada i fascisti.

Sono circa le 17 del 20 gennaio e ormai è quasi buio. Una bicicletta entra nel cancello che rinchiude la stretta via privata e si ferma davanti alla villetta. Suona il campanello Magello. All’interno c’è solo Margherita, al telefono con una amica. Sta per sautarla e andare a farsi una doccia prima che la madre torni da Torino, e le dice in fretta: ti lascio, c’è uno alla porta. Margherita si era già tolta i pantaloni e la camicetta, e per andare ad aprire, scendendo i gradini, si butta addosso un accappatoio.

“Lui entra e le chiede le chiavi per andare, come di consueto, al terzo piano a studiare. Ma quel giorno non era uno qualsiasi. Aveva litigato con la ragazza, è stato rifiutato, era pieno di rabbia. Davanti a lui c’era una ragazza sola in casa e deve aver pensato a come era fatta sotto l’accappatoio”.

La mente comincia a fantasticare e infine a provarci. Una prova secca, che fa subito tirare indietro Margherita. Lui si carica di quella furia che hanno le menti annebbiate dai rifiuti e da altri rifiuti ancora più lontani nel tempo e ora la insidia, la vuole ad ogni costo e lei scappa, prima indietreggiando e poi correndo su per le scale perché altro non viene in mente quando ci si sente braccati. Arriva in camera sua e lì è in trappola: la casa è terminata. C’è il suo letto e sul letto verranno trovate le chiavi dell’appartamento del piano di sopra, ormai inservibili.

Lui ha un coltellino che porta sempre con sè, come fanno tanti ragazzi e come a quel tempo si faceva anche di più pensando a possibili aggressioni per la strada tra fazioni opposte. Scatta così, come scatta il coltellino serramanico, il bisogno urgente di colpire come se quella non fosse una ragazza, non fosse un corpo, ma fosse il diavolo dei suoi pensieri cattivi che lo tormentano e non trovano sbocco. Ti volevo, non mi hai voluto, mi piacevi, non ti sono piaciuto. Ti uccido.

Margherita si rifugia nell’unico luogo che è rimasto: il guardaroba-sgabuzzino, e lì si accoccola, ma non riesce a proteggersi da 56 colpi.

Lui la vede nel sangue, sente il mugulio lieve della sofferenza mortale e comincia a lavarla e sistemare l’accappatoio attorno al suo corpo, con cura, e attorno al capo le mette una fascia. Bella, composta. I criminologi lo chiamano undoing, cioè fingere che nulla sia accaduto in una sorta di affettuosa pietà.

Mezz’ora dopo, mamma Mimì ferma il taxi davanti a casa e vede subito che la porta d’entrata è aperta. Ha paura. Chiama la figlia e la figlia non risponde. Resta in strada, pensando ai ladri che forse sono ancora lì dentro, quando proprio in quel momento arriva il tenente dal lavoro, l’inquilino affittuario del terzo piano. Lo prega di entrare insieme con lei. In cucina non c’è nessuno e allora salgono le scale. Nella sua camera da letto tutto è in ordine e allora salgono ancora le scale fno alla camera di Margherita. La prima cosa che nota Mimì sono le chiavi sul letto, di fianco a una camicetta buttata lì. E’ il tenente a trovare il corpo, ormai morente, che spunta dallo sgabuzzino.

Quattro ore dopo, un ragazzo, Massimo Carlotto, si presenta alla caserma dei carabinieri di Prato della Valle in compagnia di amici e di un legale. Racconta una storia:

“Stavo andando a fare una ricognizione nell’area che è di spaccio di eroina per conto del movimento cui appartengo, Lotta Continua, quando ho sentito delle urla provenire dalla casa dove abita mia sorella. Sono andato a vedere e ho trovato Margherita Magello, che abita al piano terra della stessa villetta, in fin di vita. Ho raccolto le sue ultime parole: cosa mi hai fatto..io ti ho dato tutto.. Sono scappato per paura”. I suoi vestiti sono macchiati di sangue, ma lui ammette di averla toccata.

I carabinieri e il magistrato non credono alla sua versione e lo accusano di omicidio volontario (oggi si chiamerebbe femminicidio).

La sinistra si schiera con Carlotto, si muove anche lo storico difensore, l’avvocato Gian Domenico Pisapia. Carlotto è un militante, è certamente vittima di un complotto contro la sinistra. La teoria che lo difende però non trova sostegno forte nelle file della stessa sinistra italiana e per lui non si fanno manifestazioni. Non ci sono stati scontri con l’estrema destra, nè botte dei poliziotti: la perplessità, anche tra i giovani, è forte.

Undici processi e una fuga in Sud America così come aveva fatto il trevigiano neofascista Ventura, e una in Francia, protetto da Mitterand e uno stuolo di intellettuali. Non perchè volessero difendere un ragazzino padovano, benchè di Lotta Continua, ma perchè Carlotto, ormai nel gotha dei protetti solo per il fatto di appartenere a movimenti contrari allo Stato di allora, nel frattempo, in quei pochi anni di carcere, ha anche incominciato a scrivere romanzi, quelli che ti ficcano sorde coltellate raso terra e raso terra individuano il lato buio, il noir. Da scrittore diventa uomo di cultura e da uomo di cultura un intoccabile.

Massimo Carlotto si è sempre dichiarato innocente nonostante le condanne di primo e secondo grado. Il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro gli ha concesso la grazia nel 1993, non richiesta da lui (avrebbe dovuto ritenersi colpevole) ma dai suoi genitori.

Da uomo definitivamente libero ha detto: Margherita è una vittima che ha avuto giustizia, io no.

Massimo Carlotto vive tra Padova e Cagliari. E’ ritenuto il maggiore esponente italiano del noir.

Ps: la ricostruzione del delitto di Margherita Magello, 42 anni dopo, è stata fatta in base ai verbali , alle testimonianze e i ricordi dei familiari che preferiscono non apparire per discrezione e per la notorietà del personaggio in questione.

Ps2: pur essendo stata nell’area della sinistra extraparlamentare in quegli anni, e pur riconoscendo il clima di tensione che ha consentito di far regnare sovrana la confusione, ritengo l’omicidio di Margherita un femminicidio come tanti altri, con l’aggravante, semmai, che intellettuali, editori e autori, abbiano scelto di stendere un velo, non pietoso, ma di indifferenza su un caso giudiziario cui la parola fine è stata messa dalla grazia ma non dall’assassino.

Donna, io ti uccido

10 gennaio    Sozzago, provincia di Novara: una donna di 45 anni viene uccisa a botte dal convivente con precedenti per violenza.

20 gennaio    Dalmine, provincia di Bergamo: ex operaio bergamasco di 62 anni spara in testa in un hotel all’amante nigeriana di 37 anni che voleva lasciarlo.

24 gennaio    Cremona: cinese uccide con la mannaia la moglie e il figlioletto di tre anni

31 gennaio    Macerata, provincia di Ancona: nigeriano fa a pezzi una ragazza di 18 anni: probabile rifiuto sessuale

10 febbraio   Milano: tranviere milanese uccide a coltellate una ragazza di 18 anni che lo rifiuta sessualmente

10 marzo       Cisterna di Latina, provincia di Roma: carabiniere spara alla moglie con la pistola d’ordinanza, si barrica in casa , uccide le figlie e si suicida. Era separato da mesi. La donna lo aveva denunciato e cambiato la serratura di casa.

15 marzo      Giussano, provicia di Milano: ragazzo di 28 anni uccide madre e nonna nel sonno e si suicida. Lascia un biglietto: i soldi sono finiti.

17 marzo      Reggio Calabria: donna di 48 anni uccisa con quattro colpi di pistola in testa mentre è appartata in auto con un esponente delle cosche mafiose calabresi. Lui  viene solo ferito di striscio.

18 marzo      Canicattini Bagni, provincia di Siracusa: 27enne uccide a coltellate la compagna di 20 anni, madre di suo figlio di 8 mesi, e la getta in un pozzo artesiano. Litigavano da anni.

19 marzo     Terzigno, provincia di Napoli: 31enne separata da pochi mesi viene raggiunta davanti alla scuola della figlioletta e uccisa con la pistola. Il marito aveva lasciato un biglietto: mi faccio giustizia da solo. Si è suicidato.

Letti in sequenza, i femminicidi e le stragi compiuti in due mesi (18 gennaio-20 marzo) fanno aggrottare la fronte: adesso a chi tocca?

Letti in sequenza, i provvedimenti di prevenzione del crimine di genere, dal 2013 al 2017, sembrano invece acqua e sapone per lavare il sangue: la legge 119 del 2013 ha inasprito le pene (per uomini e donne) che compiono atti persecutori, il cosiddetto stalking che comprende atti di pedinamento, offese, minacce e appostamenti con qualunque mezzo, dal telefono all’auto, dalle scritte sui muri alle piccoli ritorsioni dagli insulti verbali a quelli scritti anonimi, dalla “triangolazione” (cioè l’utilizzo di terze persone) per diffamare, all’uso di facebook per spiare e creare stati ansiogeni. Nel 2017 al Senato è stata istituita la commissione parlamentare di indagine sul femminicidio e ogni forma di violenza. Dal 2017 la data dell’8 marzo è centrata contro la violenza sulle donne in tutto il mondo con scioperi generali.

Femminicidio: vocabolo entrato (a fatica) nella comunicazione dei mass media solo da pochi anni. E’ stato coniato nel 1990 negli Stati Uniti dalla docente americana Jane Caputi e dalla criminologa Diana Russell individuando una categoria criminologica vera e propria che fonda il movente dell’omicidio di genere nella cultura patriarcale del diritto maschile sulla donna.

In Italia i femminicidi sono in calo da diversi anni, così come lo sono gli omicidi (343 all’anno), ma aumenta la sproporzione: un omicidio ogni due è di genere, cioè si uccide la donna in quanto tale. Lo scorso anno sono stati 117.

L’Italia non è in testa a nessuna lista nera di assassinii di donne, neppure in Europa. Sono i giornali ad enfatizzare alcuni femminicidi, e in particolare quelli di ragazze molto giovani, di mamme, di donne uccise da extracomunitari o di stragi familiari. Quello di Reggio Calabria, che pure è evidentemente un femminicidio, l’ho trovato cercando i casi del 2018. La donna-amante e per di più di un esponente delle cosche è una notizia fastidiosa o una notizia locale. Così come l’omicidio della nigeriana in uno squallido hotel dove si incontrava da tempo (ma non era prostituta) con un bergamasco che non ammetteva di essere da lei lasciato. Il caso di Pamela Mastrogiacomo è stato addirittura trasformato in un serial horror a discapito persino della verità, e la componente razzziale ha avuto la meglio persino su quella sociale (lei tossicodipendente) con la conseguenza che abbiamo visto a Macerata. Chi ha armato Traini, vendicatore fasullo di Pamela? La sua mente predisposta alla difesa della razza bianca, la potente manipolazione politica su un soggetto predisposto a delinquere e l’altrettanto potente suggestione generata da dialoghi, immagini e fantasie di stampa, televisione e bar di paese.

C’è una possibilità – e se lo chiedono in molti da diversi anni – che esista l’effetto manipolatorio su personalità fragili e predisposte ad agire il vissuto del male, cioè lo sperimentare di persona il fare del male a qualcuno?

No. La risposta è sempre stata no. E’ stata no per i videogiochi violenti, è stata no per gli americani che uccidono nelle scuole, è stata no persino nei suicidi. Con una precisazione: circa 15 anni fa ci si era accorti che ogni volta che si scriveva di una persona che si buttava da un ponte, alcuni giorni dopo se ne buttava un’altra. Peggio è stata la sequenza di suicidi per asfissia in auto; una vera ecatombe, tanto da fare prendere la decisione ai giornali di non pubblicare più alcun suicidio a meno che non fosse collegato a una vicenda di rilievo. Nonostante la stampa non ne parli, i suicidi sotto i treni in superficie e sottoterra nelle città, continuano con picchi nei mesi che sono stati ampiamenti studiati: vicino alle vacanze di Natale (prima o dopo), vicino a quelle estive (prima, durante o dopo) e l’inizio dell’autunno e della primavera (mesi in particolare che incidono sui disturbi di depressioni bipolari e ciclotimici, quelle a più alto rischio di suicidio).

I suicidi, nonostante non se ne abbia neppure notizia se non si è direttamente coinvolti, sono un numero spaventoso: 4000 all’anno. A niente è servita la prevenzione “fisica” ad esempio sul Duomo di Milano o sui ponti noti per buttarsi di sotto da grandi altezze (il ponte di Paderno o quello di Spoleto) con reti e barriere di impedimento. Chi non può più suicidarsi lanciandosi nel vuoto da un punto alto che gli assicura la morte istantanea, ripiega sull’ultimo piano di casa, il metrò, i treni, i farmaci, i coltelli. Se la decisione è quella di morire, si muore. Perciò sì, quando si è cessato di scrivere dettagliatamente come si era sucidato qualcuno col gas di casa o il gas di scarico in auto questi tipi di suicidi sono diminuiti e hanno almeno (per le case) evitato qualche morte di innocente. Ma chi aveva deciso di morire l’ha fatto lo stesso. Cosa scattava nella mente allora, leggendo un articolo o sentendo una notizia in radio e tivù?. L’idea del come, non del perché. Chi  cerca di morire cerca idee su come morire senza soffrire. Basta mettere in google queste parole ed escono automaticamente, segno che la ricerca è numerosa anche se non signfica automaticamente che tutti coloro che cercano poi si siano davvero uccisi. Per uccidersi occorrono diversi fattori, primi fra tutti quelli chimici che regolano l’umore. Le motivazioni che a noi sembrano a volte riduttive, puerili e incomprensibili, nel cervello di una persona in disequilibrio psichico-emotivo assumono sembianze totalmente diverse e ogni rifiuto o fallimento si ingigantisce. E’ sbagliato parlare genericamente di depressione, ma sono occorsi anni anche alla psichiatria per capirlo. A noi ne seviranno molti di più finché i titoli della stampa saranno sempre: era depresso, ha ucciso la moglie. Oppure, peggio ancora: era geloso, ha ucciso la moglie. La depressione in sè non fa uccidere (anzi: è il ripiegamento su se stessi per poi risalire), così come il sentimento della gelosia, benché faccia soffrire chi lo prova, e anche molto, non è collegato al desiderio di soppressione fisica ma piuttosto mentale dell’altro. Le persone patologicamente gelose, sono persone che hanno già manifestato precedentemente comportamenti passati inosservati e non per forza violenti nel termine che conosciamo (per esempio sono ossessive, pignole, controllanti o/e incapaci di autocontrollo), uno dei quali si esprime con quella che definiamo gelosia. Tutti siamo gelosi, tutti non vogliamo perdere qualcosa cui teniamo molto, ma pochissimi di noi uccidono o perdurano nel fare del male all’altro o mettono on atto meccanismi disfunzionali per ottenere ciò che vorrebbero. Quei pochissimi che lo fanno (ma tanti nel resto del mondo e in particolare in America Latina, in Asia e in Spagna) sono una sorta di borderline (non nel senso psichiatrico ma di personalità limite) che già contiene la possibilità di non accettare la perdita. Si definiscono disturbi dell’attaccamento. E sono di entrambi i sessi, ma nell’uomo vengono elaborati anche secondo la cultura di massa.

Sono tutti casi psichiatrici? La maggior parte dei femminicidi viene commessa da personalità paranoiche, dipendenti e narcisiste. Nei giovani prevale invece il disturbo borderline, la depressione bipolare e l’uso delle droghe. Queste ultimi sono in netto aumento e non a caso spiccano negli omicidi e persino nelle stragi familiari ragazzi tra i 24 e i 35 anni.

Che siano aumentate le forme depressive nei bambini e negli adolescenti è fenomeno ampiamente studiato e confermato dagli neuropsichiatri in tutto il mondo. Che siano più difficili da riconoscere e si manifestino in modo differente rispetto a quello che più o meno conosciamo, anche. Il bullismo, ad esempio, è considerata una espressione di disagio non sociale ma emotiva che a volte combacia anche con quello ambientale e a volte no. Il ritorno della droga che cerca in chi la assume di combattere la depressione (l’eroina) lo spiega ancora di più. Ma anche le droghe casalinghe che si sniffano (trielina, gas  butano) considerate innocue, vengono assunte per trovare uno sbocco al disagio esistenziale con la conseguenza di portare soggetti predisposti (appunto coloro che cercano soluzioni al disagio) a forme di dissociazione e psicosi. Senza parlare della cocaina e di tutte le mentafetamine di cui si conosce l’enorme consumo ma non si indaga mai su chi sono gli assuntori e in quale quantità la assumono. Tutte le droghe sintetiche stimolanti agiscono sulle cellule nervose e modificano lentamente i comportamenti. Noi sappiamo che chi ha ucciso ha usato droghe solo se era un tossicodipendente, ma non sappiamo mai se chi ha ucciso faceva uso saltuario di droghe e lo teneva ben nascosto.

Alcn femminicidi fanno riflettere più di altri: può uno che aveva amanti essere geloso della moglie? Sembra un controsenso. Eppure il carabiniere di Cisterna di Latina le amanti le aveva. E, anzi, è stato proprio questo uno dei motivi scatenanti della richiesta di separazione. E dovremmo smettere di pensare che lui aveva amanti perché con la moglie non aveva un rapporto soddisfacente. Chi ha amanti (o va a prostitute) compie scelte precise, cercando più o meno lo stsso effetto della droga che schiaccia il problema e lo rende innocuo. Ma il problema resta e, anzi, si ingigantisce.

Perciò io non credo che nei femminicidi si possa parlare di emulazione nonstante ne vediamo dolorosamente uno dietro l’altro. A leggeri bene sono tutti casi diversi e anche la reazione delle donne nel rapporto è stata diversa. Chi ha lasciato e chi no, chi ha avuto subito un nuovo parter e chi no, chi litigava da anni e chi taceva da anni.

Chi vuole uccidere, uccide. Basta una esplosione interiore al percepire la fine, una rabbia covata, un senso del diritto che impedisce il dialogo, un fragilissimo “io” che sta andando in mille pezzi e non ha idea di come ricomporsi se non quella appresa negli ambienti che ha frequentato (famiglia, scuola, società, lavoro e perchè no, social pieni di odio come lo è Facebook o le innumerevoli e dettagliatissime descrizioni di come fare soffrire il partner che si trovano in internet).

Io non credo alla prevenzione, nel rapporto di coppia, come se fosse il mettere la cintura in auto per non morire in caso di incidente. Credo, fermamente, che le prime a rendersi conto dei segnali debbano sempre essere le donne e che chi potenzialmente è capace di uccidere dà segnali di vario tipo, tutti che fanno provare disagio (a volte rabbia) alla donna.  Credo femamente che gli organi di polizia che raccolgono denunce debbano essere preparati a stilare una serie di domande intelligenti, e non queste: ha ricevuto minacce di morte? Manda messaggi insistenti? Si fa trovare sottocasa o al lavoro? Ha cambiato la serratura?  Credo fermamente che tutti i centri anti-violenza debbano smettere di studiare e ficcarsi fisicamente nelle situazioni difficili facendo da cuscinetto con la fermezza di chi sa esattamente capire cosa potrebbe succedere in quella casa o appena fuori da quella. Credo fermamente che siano in mano a gente totalmente incompetente che ha a che fare con donne piene zeppe di sensi di colpa tipicamente femminili, riparatrici come lo sono le donne, comprensive come sono le donne, e a volte, fatemi correre il termine, stupide come lo sono le donne romantiche, sfidanti il pericolo, o quelle dipendenti senza una vera ragione economica di esserlo.

Le donne all’ultimo appuntamento ci vanno, e se non ci vanno e hanno cambiato la serratura di casa o hanno mille protezioni di avvocati e centri per donne maltrattate, vengono inseguite e braccate lo stesso come Antonietta a Cisterna di Latina.

Immacolata, uccisa solo ieri, come altre donne che non amano più e hanno deciso di tagliare per sempre, ha fatto errori che ha pagato con la vita. Il primo errore è sempre quello di non comprendere fino in fondo il proprio compagno, soprattutto coi figli di mezzo (che non sono amati da questi assassini, si badi bene, ma vissuti come ulteriore perdita di potere maschile). Tutte le zone d’ombra di una persona vengono sempre a galla e fortemente solo nei rapporti affettivi. Non per niente il femminicidio è un delitto passionale, cioè della sfera della passionalità (da non confondere con l’amore: sono pulsioni affettive interne) e non per niente si è giunti a modificargli il nome. Fare entrare nella cultura mondiale il concetto di benevolenza ( volere bene) è una impresa titanica. I narcisisti sono egocentrati e l’egocentrismo interpreta i segnali esterni in senso introverso: lei osa lasciarmi, lei osa sminuirmi, lei osa impormi scelte, lei osa…ecc. ecc. Ma al momento delle sepearazioni accade qualcosa di molto più grave per uomo e donna: il dolore del fallimento che è ben più bruciante, all’inizio, di quello della perdita. E’ qui che interviene il soccorso del narcisismo positivo che noi chiamiamo autostima, dove il suo improvviso crollo viene soppiantato naturalmente da un lento e doloroso percorso di risalita. Quando questo meccanismo si inceppa malamentee l’ossessione ha il sopravvento, e la perdita viene vissuta in modo tragico, chedere aiuto agli psicologi serve, ma non basta. I veri alleati restano i farmaci che regolano l’umore nei momenti di squilibrio pericoloso per sè e per gli altri.

Perciò io non credo all’emulazione nei casi di femminicidio. Credo che l’idea di come uccidere può avere il suo peso (così come nei suicidi) ma la forza di togliere una vita richiede un basso concetto morale della vita altrui (anche prima) e la certezza che la propria morte conseguente (il sucidio) o l’arresto, toglieranno definitivamente il dolore. In effetti è così: in carcere, gli assassini si sentono contenuti e uguali ad altri che hanno comesso crimini. Lasciando un uomo che ha ucciso la sua compagna in giro, pardossalemente, gli procureremmo una ancor più grave sofferenza  psicologica. Uccidendo ha sì risolto il dolore lacerate della frustrazione abbandonica, ha sì compiuto un gesto che gli ha ridato autostima, ha sì ristabilito il potere dell’uomo sulla donna, ma sbollito il senso di grandiosità, non saprà più che farsene. Il carcere che contiene con autorità tutti gli impulsi, è spesso vissuto da questi uomini come l’ancora di salvezza dal dolore potente che provavano prima. Ma nei fatti non cambia nulla dentro di loro. Ho visto assassini usciti dal carcere a pena scontata, dire: tanti anni fa ho compiuto un reato. Nemmeno dopo, la donna è una donna.