Sono Pablo, anche se nessuno mi cerca

Pablo l’argentino è scomparso nel nulla 11 anni fa da Pietrasanta. Pablo lo spagnolo è lì davanti al supermercato Coop di un quartiere di La Spezia da 9 anni.

Lo trovo subito, tra un’auto e l’altra parcheggiata. Si ripara dal sole sotto un ombrello celeste, seduto su un banchetto con un modesto ma elegante e pulito completo nero  giacca e pantaloni. Ha una spilla dell’Europa appuntata sul colletto e in mano una ciotola di plastica per raccogliere le monete che la gente getterà durante la giornata di spesa.

Quando cercavo Pablo l’argentino e la segnalazione diceva che era molto simile a lui, stesso nome, occhi grandi e verdastri, me l’avevano descritto come un tipo che non parlava con nessuno da anni. Ai volontari che gli portano il tè d’inverno o si rassicurano sulle sue condizioni, diceva sì, no, grazie. L’hanno descritto come uno che veniva dalla droga, perché così lui aveva raccontato, che si lavava ma non accettava altro che la vita di strada. Un anti sociale, come tanti clochard, riservato e con posto fisso per poter mangiare tutti i giorni. L’età era indefinita. Tra i 40 e i 60.

I carabinieri avevano escluso che si trattasse di Pablo Babboni, che di anni ne avrebbe avuti oggi 46. Il capitano mi aveva assicurato che aveva mostrato a loro le spalle e non aveva tatuaggi. Aveva mostrato, su richiesta, anche un documento di identità spagnola e niente combaciava, se non il nome di battesimo.

Era aprile quando la mia delusione è stata grande, convinta di avere ritrovato quell’artista del marmo che la famiglia crede morto sperando non lo sia.

Ero a La Spezia, in questi giorni, e sono andata per conoscere questo Pablo.

Un Pablo clochard di cui ho scritto e parlato a lungo.

Gli ho parlato subito nella sua lingua, con il mio forte accento argentino, senza fingere chissà cosa o inventare chissà che. Pablo, sei argentino? No – risponde – sono spagnolo. E da quella semplice frase capisco che sì, è spagnolo. Non serviva il dna, le spese tra Stati (Argentina e Italia), i carabinieri, i controlli delle fotografie, le chat con i familiari, il viceo girato a sua insaputa, e non serviva neppure disturbarlo: lo spagnolo di Spagna è ben chiaramente differente dal castigliano d’Argentina.  Aveva un sorriso meraviglioso e una voglia di chiacchierare che non mi ha stupito affatto. Chiacchierava perchè parlavo nella sua lingua e gli dicevo che cercavo un Pablo argentino. Mi dice che sì, sono venuti a controllarlo ben due volte i carabinieri. Mi dice che no, quel Pablo neppure lo conosce. Mi dice che lui è sempre lì e si veste bene “perché aiuta a farsi dare elemosina”. Una specie di lavoro, diciamo. Vorrebbe sapere come mai qualcuno gli ha girato un video a sua insaputa ma sopratutto gli dà fastidio non essersene nemmeno accorto. Lo sapevo. Essere diretti con i clochard è più importante di quanto non si immagini: per loro l’inganno è un’onta e la fiducia negli altri una piuma nel vento.

Gli chiedo, lo devo fare, se una famiglia cerca lui. Lo dico un po’ ridendo. E lui ridendo, ma con quella punta di stizza che lascia indovinare dalle parole, dice che no, a lui non lo cerca nessuna famiglia. ” Bisogna conoscere anche l’altra parte della commedia”.

Gli chiedo se posso lasciargli qualche moneta – e dice sì grazie – e andando via mi ritrovo stranamente colma di gioia mista all’amarezza.   Pablo sta bene, esiste, l’ho conosciuto. Pablo sa che l’abbiamo scambiato per un altro e ne è stupito, e si capisce che se glielo avessimo chiesto avrebbe risposto con sincerità senza bisogno di sotterfugi. Pablo mi ha accolta nel suo piccolo mondo chiuso perchè parlavo la sua lingua in una terra non sua, pur sapendo perfettamente l’italiano. Pablo non era il Pablo che cercavo ma non potevo chiudere questa storia finchè non gliel’avessi chiesto direttamente e direttamente capire quante storie hanno da raccontare i clochard se li ascoltiamo.

Se La Spezia non fosse così lontana, io Pablo lo adotterei.

 

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Non era Pablo. Ecco come l’abbiamo scoperto

Pablo Babboni, scomparso a giugno del 2007 da Pietrasanta, in Versilia, è stato cercato per anni dalla sua famiglia argentina, dai carabinieri e da Chilhavisto.

Ho sentito un brivido quando, due giorni la pubblicazione della storia di Pablo, lo scorso aprile, ho letto un messaggio su Facebook dove avevo condiviso e chiesto di condividere il post di questo blog. Era una persona a me sconosciuta, una volontaria di una organizzazione umanitaria. Leggo: conosco un Pablo che dice di essere argentino e vive per strada a La Spezia da 9 anni.

Quando Pablo Babboni era scomparso, all’età di 35 anni, dopo una inspiegabile fuga dall’appartamento di Pietrasanta dove viveva da dieci anni facendo lo scultore del marmo, e dopo i suoi ultimi, inspiegabili e concitati movimenti tra Pisa e Livorno, la famiglia che vive nella città di Paranà, a Entre Rios, in Argentina, aveva mosso i carabinieri. L’ultima sua telefonata alla famiglia, per noi la mezzanotte, era durata pochi secondi; ho combinato un guaio, mi cercano per uccidermi.  La sua auto era stata ritrovata nei pressi del parco presidenziale di San Rossore a Pisa quattro mesi dopo, durante le ricerche. Poi più niente.

Ho ripreso in mano questo caso alcune settimane fa pensando di utilizzare la catena solidale di Facebook e dopo soltanto due giorni ho ricevuto la segnalazione. L’unica, ma preziosissima. Corrispondeva il nome, la nazionalità, la vicinanza al luogo della scomparsa, gli anni (9 su 11) della scomparsa e una prima vaga rassomiglianza. Corrispondeva anche l’idea che mi ero fatta: se di Pablo non è stato mai ritrovato il cadavere, potrebbe essere scomparso, come tanti, per sfuggire a fantasmi interiori, in uno stato psicotico e paranico dovuto anche al consumo di droghe che faceva all’epoca e forse un latente disturbo di personalità. Insomma, le tante persone che ho incontrato all’alba o di notte sulle strade italiane e straniere, come l’argentino Pablo sono anti-sociali che fuggono dalla famiglia e dalle responsabilità sociali. Pablo aveva la doppia cittadinanza essendo discendente di italiani, ma i suoi documenti erano stati trovati nella sua auto. Altro dettaglio che ha fatto sempre pensare a una scomparsa volontaria.

Era sera quando ho ricevuto il messaggio in messenger e subito ho chiesto tutto quanto si poteva sapere di quel clochard di La Spezia. Non molto: lui stesso aveva raccontato, appena contattato dai volontari che si occupano, soprattutto in inverno, dei senzatetto, di essere vissuto per due anni a Toledo, in Spagna, e da lì essersi spostato a La Spezia. Di lui si sapeva che parlava molto poco ma sapeva bene l’italiano e aveva accento spagnolo. Si sapeva che era pulito ed educato e che dimostrava ben più dei 47 anni che avebbe dovuto avere oggi ma che a volte questo non è un particolare importante se vivi per strada molti anni, usi droghe e bevi. Che il Pablo ricercato, se vivo,  fosse oggi molto diverso da quello conosciuto nel 2007 era evidente a tutti.

Nei due giorni seguenti mi è stata inviata una fotografia e un breve video fatto con il cellulare in cui, in modo ingannevole, si cerca di fargli dire qualche parola. Dal video ho avuto la conferma che le “s” erano spagnole e l’italiano buono.

E’ iniziato un lavoro, molto veloce, di confronto con le fotografie a disposizione. Tratti facciali, occhi, mani. Quel poco che si poteva vedere, perchè dei tatuaggi, ad esempio, che sapevo esserci sulla spalla e sulle braccia, non si poteva vedere niente essendo lui coperto. Non si poteva vedere neppure la fronte per il cappello che porta, e che i volontari dicono che porta sempre. Lo sguardo e il colore cangiante degli occhi tra il verde il marrone e il grigio era invece piuttosto simile alla fotografia migliore e ravvicinata divulgata dalla famiglia.

Ho chiamato a quel punto i carabinieri di Pietrasanta, il cui nuovo comandante non conosceva il caso di Pablo Babboni e mi ha detto di rivolgermi a La Spezia, che avrebbero fatto loro un controllo.

Ero indecisa sul da farsi. Pensavo: se un antisociale viene controllato dalle forze dell’ordine potrebbe spostarsi:  e chi lo ritrova più?

Ho contattato perciò il fratello sottoponendogli il video e un paio di buoni fermo immagine. In pochi secondi mi ha risposto: non è lui. Nel dubbio l’ha comunque mostrato ai familiari e ad alcuni amici di Pablo e nessuno lo ha riconosciuto.

Le coincidenze erano davvero tante, al di là del non riconoscimento ufficiale della famiglia: stesso nome, stessa nazionalità non troppo comune tra i clochard, poca distanza dal luogo della scomparsa e nessuno che mai ha cercato questa persona, chiunque sia stata.

Mancava riuscire a fargli dire l’esatta città di nascita che non avrebbe dovuto inventare tanto è sconosciuta in Italia.

La famiglia invece ha deciso di agire subito e per proprio conto contattando l’Interpol. Da Buenos Aires la richiesta di controllo è arrivata a Roma e da Roma al comando provinciale dei carabinieri di La Spezia.

Nel giro di venti giorni dall’inizio della segnalazione è arrivata la risposta a Buenos Aires direttamente alla famiglia che me l’ha comunicata: non è Pablo e non è argentino. E’ spagnolo e si chiama Baudilio Ortega. Per loro il caso era chiuso.

Per me no. Ho telefonato ai carabinieri di La Spezia e parlato con il capitano Suriano, della squadra investigativa. Il clochard di La Spezia ha mostrato una carta d’identità che conteneva la nazionalità (spagnola), cognome e dati anagrafici diversi dal Pablo argentino che cercavamo. Volevo essere convinta che non avesse rubato o trovato per strada, appunto proprio in Spagna, quel documento, e ho chiesto approfondimenti.

Nel giro di 10 ore sono stata avvisata dal capitano: questa persona non ha tatuaggi e il dna non corrisponde.

L’efficienza e la rapidità nei controlli di due stati, due regioni italiane e due organi diversi di polizia mi ha sbalordita. Pablo l’argentino non aveva compiuto reati e non era ricercato dalla giustizia. Questo era soltanto un caso umano.  Eppure è stato affrontato e risolto.

No, non era Pablo, che ancora non sappiamo dove sia e se sia vivo, ma sappiamo, da oggi, che i clochard possono essere controllati su richiesta delle famiglie (o anche da giornalisti come nel mio caso) in presenza di sospetti importanti. Anche se sono adulti e  visibilmente capaci di intendere volere.

Ormai sicura che Pablo non è questo signore con la barba e i capelli lunghi e bianchi della foto affiancata alla sua di molti anni prima, resta il mistero: perchè ha detto di essere argentino se è spagnolo? Non ha una vera logica essendo lui in possesso di documenti ed essendo la Spagna un paese europeo a differenza dell’Argentina che non lo è e potrebbe implicare espulsione.

Credo che non lo saprò mai. Ma il vero Pablo lo continuerò a cercare, così come spero che con le tag del cognome del signore di La Spezia che vive in strada, se c’è una madre o un familiare che lo cerca possa sapere che è vivo, sta bene, ed è “curato” dai preziosi volontari di strada.