Non era Pablo. Ecco come l’abbiamo scoperto

Pablo Babboni, scomparso a giugno del 2007 da Pietrasanta, in Versilia, è stato cercato per anni dalla sua famiglia argentina, dai carabinieri e da Chilhavisto.

Ho sentito un brivido quando, due giorni la pubblicazione della storia di Pablo, lo scorso aprile, ho letto un messaggio su Facebook dove avevo condiviso e chiesto di condividere il post di questo blog. Era una persona a me sconosciuta, una volontaria di una organizzazione umanitaria. Leggo: conosco un Pablo che dice di essere argentino e vive per strada a La Spezia da 9 anni.

Quando Pablo Babboni era scomparso, all’età di 35 anni, dopo una inspiegabile fuga dall’appartamento di Pietrasanta dove viveva da dieci anni facendo lo scultore del marmo, e dopo i suoi ultimi, inspiegabili e concitati movimenti tra Pisa e Livorno, la famiglia che vive nella città di Paranà, a Entre Rios, in Argentina, aveva mosso i carabinieri. L’ultima sua telefonata alla famiglia, per noi la mezzanotte, era durata pochi secondi; ho combinato un guaio, mi cercano per uccidermi.  La sua auto era stata ritrovata nei pressi del parco presidenziale di San Rossore a Pisa quattro mesi dopo, durante le ricerche. Poi più niente.

Ho ripreso in mano questo caso alcune settimane fa pensando di utilizzare la catena solidale di Facebook e dopo soltanto due giorni ho ricevuto la segnalazione. L’unica, ma preziosissima. Corrispondeva il nome, la nazionalità, la vicinanza al luogo della scomparsa, gli anni (9 su 11) della scomparsa e una prima vaga rassomiglianza. Corrispondeva anche l’idea che mi ero fatta: se di Pablo non è stato mai ritrovato il cadavere, potrebbe essere scomparso, come tanti, per sfuggire a fantasmi interiori, in uno stato psicotico e paranico dovuto anche al consumo di droghe che faceva all’epoca e forse un latente disturbo di personalità. Insomma, le tante persone che ho incontrato all’alba o di notte sulle strade italiane e straniere, come l’argentino Pablo sono anti-sociali che fuggono dalla famiglia e dalle responsabilità sociali. Pablo aveva la doppia cittadinanza essendo discendente di italiani, ma i suoi documenti erano stati trovati nella sua auto. Altro dettaglio che ha fatto sempre pensare a una scomparsa volontaria.

Era sera quando ho ricevuto il messaggio in messenger e subito ho chiesto tutto quanto si poteva sapere di quel clochard di La Spezia. Non molto: lui stesso aveva raccontato, appena contattato dai volontari che si occupano, soprattutto in inverno, dei senzatetto, di essere vissuto per due anni a Toledo, in Spagna, e da lì essersi spostato a La Spezia. Di lui si sapeva che parlava molto poco ma sapeva bene l’italiano e aveva accento spagnolo. Si sapeva che era pulito ed educato e che dimostrava ben più dei 47 anni che avebbe dovuto avere oggi ma che a volte questo non è un particolare importante se vivi per strada molti anni, usi droghe e bevi. Che il Pablo ricercato, se vivo,  fosse oggi molto diverso da quello conosciuto nel 2007 era evidente a tutti.

Nei due giorni seguenti mi è stata inviata una fotografia e un breve video fatto con il cellulare in cui, in modo ingannevole, si cerca di fargli dire qualche parola. Dal video ho avuto la conferma che le “s” erano spagnole e l’italiano buono.

E’ iniziato un lavoro, molto veloce, di confronto con le fotografie a disposizione. Tratti facciali, occhi, mani. Quel poco che si poteva vedere, perchè dei tatuaggi, ad esempio, che sapevo esserci sulla spalla e sulle braccia, non si poteva vedere niente essendo lui coperto. Non si poteva vedere neppure la fronte per il cappello che porta, e che i volontari dicono che porta sempre. Lo sguardo e il colore cangiante degli occhi tra il verde il marrone e il grigio era invece piuttosto simile alla fotografia migliore e ravvicinata divulgata dalla famiglia.

Ho chiamato a quel punto i carabinieri di Pietrasanta, il cui nuovo comandante non conosceva il caso di Pablo Babboni e mi ha detto di rivolgermi a La Spezia, che avrebbero fatto loro un controllo.

Ero indecisa sul da farsi. Pensavo: se un antisociale viene controllato dalle forze dell’ordine potrebbe spostarsi:  e chi lo ritrova più?

Ho contattato perciò il fratello sottoponendogli il video e un paio di buoni fermo immagine. In pochi secondi mi ha risposto: non è lui. Nel dubbio l’ha comunque mostrato ai familiari e ad alcuni amici di Pablo e nessuno lo ha riconosciuto.

Le coincidenze erano davvero tante, al di là del non riconoscimento ufficiale della famiglia: stesso nome, stessa nazionalità non troppo comune tra i clochard, poca distanza dal luogo della scomparsa e nessuno che mai ha cercato questa persona, chiunque sia stata.

Mancava riuscire a fargli dire l’esatta città di nascita che non avrebbe dovuto inventare tanto è sconosciuta in Italia.

La famiglia invece ha deciso di agire subito e per proprio conto contattando l’Interpol. Da Buenos Aires la richiesta di controllo è arrivata a Roma e da Roma al comando provinciale dei carabinieri di La Spezia.

Nel giro di venti giorni dall’inizio della segnalazione è arrivata la risposta a Buenos Aires direttamente alla famiglia che me l’ha comunicata: non è Pablo e non è argentino. E’ spagnolo e si chiama Baudilio Ortega. Per loro il caso era chiuso.

Per me no. Ho telefonato ai carabinieri di La Spezia e parlato con il capitano Suriano, della squadra investigativa. Il clochard di La Spezia ha mostrato una carta d’identità che conteneva la nazionalità (spagnola), cognome e dati anagrafici diversi dal Pablo argentino che cercavamo. Volevo essere convinta che non avesse rubato o trovato per strada, appunto proprio in Spagna, quel documento, e ho chiesto approfondimenti.

Nel giro di 10 ore sono stata avvisata dal capitano: questa persona non ha tatuaggi e il dna non corrisponde.

L’efficienza e la rapidità nei controlli di due stati, due regioni italiane e due organi diversi di polizia mi ha sbalordita. Pablo l’argentino non aveva compiuto reati e non era ricercato dalla giustizia. Questo era soltanto un caso umano.  Eppure è stato affrontato e risolto.

No, non era Pablo, che ancora non sappiamo dove sia e se sia vivo, ma sappiamo, da oggi, che i clochard possono essere controllati su richiesta delle famiglie (o anche da giornalisti come nel mio caso) in presenza di sospetti importanti. Anche se sono adulti e  visibilmente capaci di intendere volere.

Ormai sicura che Pablo non è questo signore con la barba e i capelli lunghi e bianchi della foto affiancata alla sua di molti anni prima, resta il mistero: perchè ha detto di essere argentino se è spagnolo? Non ha una vera logica essendo lui in possesso di documenti ed essendo la Spagna un paese europeo a differenza dell’Argentina che non lo è e potrebbe implicare espulsione.

Credo che non lo saprò mai. Ma il vero Pablo lo continuerò a cercare, così come spero che con le tag del cognome del signore di La Spezia che vive in strada, se c’è una madre o un familiare che lo cerca possa sapere che è vivo, sta bene, ed è “curato” dai preziosi volontari di strada.

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Pablo è scomparso. Pablo è vivo?

pablo babboni

Pablo Daniel Babboni. Oggi, 11 anni dopo questa fotografia, sarebbe diverso. Si può immaginare con meno capelli, e bianchi, con barba più lunga, e bianca. Più magro e con gli occhi vacui. Ma i suoi occhi grandi e verdi sarebbero gli stessi. Se Pablo, nato in Argentina, con doppia nazionalità (italiana), fosse vivo, sarebbe uno dei tanti clochard che affollano l’Italia. Gli invisibili, li chiamano. Finché qualcuno non restituisce loro un lampo di memoria di quello che sono stati. Normali. Oppure, come, nel caso di Pablo, un artista e scultore del marmo a Pietrasanta, in provincia di Massa, Toscana.

Dal 16 giugno 2007 non si sa più niente di lui. La sua famiglia, in Argentina, chiede aiuto: vorrebbero sapere se è vivo o morto, se è stato ucciso o si è suicidato, se vaga di città in città  o dorme per strada in una grande città, all’estero o in Italia. Non c’è pace per i familiari degli scomparsi finché i loro pensieri sono ossessivamente fissati sul voler sapere cosa è successo.

Pablo viveva a Pietrasanta da dieci anni (1997 l’epoca del suo arrivo) e lavorava. Il primo aggancio per lui, in Italia, sono stati i cugini. La sua mamma parla un buon italiano benché sia figlia di emigranti. E perfetto italiano parlava Pablo.  Nel 2007 aveva 35 anni e un discreto riconoscimento, anche all’estero, delle sue opere d’arte. L’ultimo viaggio di lavoro era stato in Messico.

Per la famiglia stava bene, per la compagna-amica Jessica no. I suoi familiari, madre, padre e fratello, lo sentivano spesso al telefono, perché gli argentini hanno un forte legame con i familiari e la loro terra. Sono un popolo ricco di emozioni nostalgiche, che sa adattarsi ovunque,  ma mai completamente. Che ama viaggiare e conoscere nuovi mondi, ma non rompe mai le radici, mantenendo piccoli legami quotidiani: il mate, la lingua espressiva del castigliano argentino, gli amici lontani, persino quelli d’infanzia. Gli argentini che molto giovani si avventurano nel mondo, specialmente in Europa e in Italia, salgono facilmente la china, spinti da entusiasmi e passioni di diventare qualcuno e mostrare anche alla famiglia di meritare il dolore del distacco che provocano.

Un giorno è successo qualcosa. Le cose importanti però, non accadano ma in un solo giorno e perciò bisogna tornare indietro agli ultimi mesi prima della sua scomparsa.

Pablo deve andare in Messico con dei fiorentini per svolgere un lavoro. Chiede però di anticipare la partenza e lo chiede con insistenza. Ha infatti saputo che un marocchino che conosce a Pietrasanta non è in carcere, come lui pensava fosse, e ha paura.  La motiva con una storia di gelosia di tre uomini e una donna, Jessica appunto. Che ufficiamente è fidanzata con un altro. Jessica lo conosce da tempo e asserisce che sono paranoie. Che Pablo aveva cominciato già a manifestare confusione, e che secondo lei non stava bene. Non una vera depressione, piuttosto un senso di persecuzione infondato.  Jessica, all’epoca, era socia di Matteo. Entrambi gestivano un famoso bar di Pietrasanta, aperto nel 2000 e subito diventato ritrovo di moltissimi giovani, italiani e stranieri. Lì, tra i tanti artisti del marmo, trascorreva le serate anche Pablo.

Al rientro dal Messico, Pablo è sempre più inquieto. Esterna le sue paure, ma alla famiglia non dice niente. Finchè una sera lascia il suo appartamento e va a dormire in un ostello, e il giorno dopo si sposta ancora in un hotel a Viareggio. Da qui, alla mezzanotte, telefona a casa e dice: ho combinato un guaio (macana in spagnolo). Poi butta giù il telefono e si rende irreperibile, non rispondendo più alle chiamate dei familiari. Quella notte, Pablo vagherà in auto tra Pietrasanta, Viareggio e Livorno, zona portuale.  Per saperlo c’è voluta una indagine, compiuta dai carabinieri di Lucca dopo la denuncia di Jessica (per scomparsa) e dei familiari, che dall’Argentina sono venuti in Italia a cercarlo. Erano, giustamente, preoccupatissimi.

Il primo ad andare in Toscana è stato il fratello Luis che è riuscito a far compiere una indagine accurata, sia sui tabulati telefonici che hanno permesso di conoscere i suoi ultimi spostamenti, sia l’ascolto dei testimoni e amici, fino al ritrovamento dell’auto di Pablo, una Fiat Punto bianca (quattro mesi dopo) a Pisa, vicinissimo all’entrata del parco di San Rossore. Era parcheggiata regolamente, chiusa, in un piccolo parcheggio circondato da case. All’interno sono stati trovati il suo computer, 50 euro in contanti e cartacce di un pasto Mc Donalds. Anche “Chi l’ha visto” si è occupato del caso, l’ultima volta nel 2013. Non è mai venuto fuori niente di interessante. Nessuna pista da seguire, nessuna supposizione oltre a quella dell’allontanamento volontario.

Il fratello Luis non è affatto convinto che le cose siano andate così. Secondo lui qualcuno sa e non ha mai parlato. Secondo lui qualcuno ha fatto del male a Pablo.

Il luogotenente dei carabineri di Lucca sostiene di non avere lasciato nulla di intentato per trovare il ragazzo, vivo o morto. Nè ha mai avuto sospetti su qualcuno, tanto che solo un anno dopo, il caso Pablo Babboni è stato archiviato dal gip di Lucca.

Ho fatto una promessa alla famiglia, comprendendo il loro dolore: ho indagato anche io (e non ho trovato alcuna pista da seguire per ritrovarlo vivo o morto). L’altro giorno ho ripreso in mano questa brutta storia sospesa nel limbo e mi sono accorta che nel frattempo qualcosa era successo e non lo avevo saputo, ed era degno di nota: nel 2016 il titolare del bar, ed ex di Jessica, è stato trovato morto nell’appartamento in provincia di La Spezia di uno spacciatore pregiudicato. Morto di overdose di eroina.

Lo spacciatore era già stato arrestato nel 2010 e nel 2014 per lo stesso reato. Coltivava canapa a casa sua, ma vendeva anche cocaina rifornendo i locali della Versilia.

Conosceva Pablo Babboni nel 2007? Pablo fumava marjuana e potrebbe avere comprato sia da lui sia dal marocchino di cui aveva paura. Potrebbe non aver pagato un debito e avere ricevuto minacce, tanto da avvertire la famiglia e poi dissolversi nel nulla. Potrebbe invece, come sostiene il fratello, essere stato vittima di un regolamento di conti per una donna? I corpi si trovano, i carabinieri negano.

Potrebbe avere preso una nave-cargo in partenza dal porto di Livorno quella stessa notte dopo aver vagato davanti al porto deserto, nascondendosi, ed essere fuggito in Spagna, temendo una vera o immaginata punizione del marocchino di cui tanto aveva paura?

Potrebbe, invece, essere in Italia, a Roma, unica grande città dove i clochard passano inosservati anche per un decennio, vivendo di poca elemosina?

Potrebbe essere morto suicida nel mare o impiccato? I cadaveri il mare li restituisce e gli impiccati, anche nella foresta del parco di San Rossore (di proprietà ed uso esclusivo del Quirinale), prima o poi qualcuno li trova.

L’esperienza mi fa dire che quando si attivano sensi di persecuzione infondati e si fa uso di droghe anche leggere in modo continuativo, un disturbo dapprima latente può farsi manifesto fino alla volontà di esclusione sociale, un vero e proprio annullamento di identità. Ma la stessa esperienza nell’area degli scomparsi, mi fa anche sospendere ogni presunzione. Sui monti, ad esempio, le persone cadute nei canaloni non sempre vengono ritrovate. La Versilia ha alle spalle la catena montuosa delle Alpi Apuane.

La famiglia di Pablo Babboni, che vive nello stato del Paranà, in Argentina, chiede che non si spengano del tutto i riflettori.

Io chiedo aiuto alla rete, così vasta, per fare girare la fotografia di Pablo e riattivare la catena di solidarietà per la quale ci siamo spesso contraddistinti e che per due casi di cui mi sono occupata (al contrario: ho trovato i clochard e cercavo le loro famiglie) ha funzionato. Se è vivo, forse riusciamo ancora a trovarlo tra i  clochard che dormono per la strada o nelle stazioni, dove c’è cibo e passa gente, in Italia o Spagna (Barcellona in particolare). Di sicuro non in Versilia: lì non sarebbe evidentemente mai rimasto. Anche fosse irriconoscibile, avrà gli stessi occhi e parlerà ancora la sua lingua madre.

Grazie a tutti da Luis, la mamma e il papà di Pablo.