Carlotto spiega il crimine in tv. Ma è un pregiudicato per femminicidio.

Massimo Carlotto e la paradossale difesa della sinistra anche 40 anni dopo.
Detto da una nerista di sinistra, anzi, estrema.

Stasera inizia la trasmissione “Criminal Minds” sui Rai4, una delle tante che vivisezionano per il pubblico i casi discutibili, quelli che fanno più audience che ricerca di verità. Non siamo nelle campo delle indagini, ma della ricostruzione dei casi.
Nemmeno a dirlo, chi sarà il conduttore? Lo scrittore Massimo Carlotto, considerato esponente di spicco del noir italiano.
Il primo ad attaccare la trasmissione è stato Il Giornale che si è fatto portavoce della famiglia, o quella parte politicizzata di essa, che ha chiesto di preservare la memoria della loro parente, Margherita Magello, la ragazza uccisa e Padova per il cui omicidio Carlotto è stato condannato, fuggito all’estero come molti intelettuali di sinistra (ma allora era un ragazzino di 19 anni…) e infine graziato su richiesta della sua famiglia dal presidente Ciampi.
Il Giornale fa una filippica di destra contro la Rai. E Il Manifesto una di sinistra, contro la famiglia, persino più dura.
Nessuna delle due entra nel merito nel caso Carlotto, giudiziario, nè del femminicidio per il quale è stato condannato, nè dell’opportunità, non tanto per la famiglia, ma per ragioni puramente morali, di mettere in tv uno che la giustizia ha ritenuto colpevole. I suoi libri si pssono comprare o no, ma la Tv è pubblica e il ragionamento va fatto. Come sempre è stato fatto per esponenti evidentemente di destra, o mafiosi, anche soltanto intervistati. Che privilegi ha Carlotto, a parte quello di essere stato graziato e dichiararsi innocente come tantissimi altri assassini? E perchè la sinistra ancora oggi (e cito il Manifesto di cui ho letto l’articolo in cultura) non entra nel merito del caso invece di fare il difensore politico a un fatto di cronaca nera, anzi, un femminicidio di una ragazza non politicizzata, 40 anni fa?
Io mi sono presa la briga di ricostruire quell’omicidio lo scorso gennaio. Ho impiegato diverso tempo e fatto diverse interviste, ho letto tutto quanto era disponibile e sono stata anche a Padova per rendermi conto con i miei occhi, come ho sempre fatto. Non mi sono, nemmeno per un momento, lasciata condizionare dalla politica di allora, stessa area mia, nè dai famosi avvocati (Pisapia) di allora o da tutta l’area che allora si è schierata con un ragazzino di 19 anni che ha raccontato, come fanno tutti coloro che non confessano (e perciò non ha nessun valore investigativo) come sono andate le cose secondo lui.
Il fatto incredibile, in un caso come questo, è che c’entri allora come oggi la politica. Qui si tratta di un banale, mi si passi il termine, caso di femmincidio dove non ci sono stati altri imputati nè sospettati e dove il futuro condannato ha ammesso di essere stato addirittura sulla scena del delitto ed essere poi fuggito. Quello che dispiace, e lo dico con amarezza, è che la destra o la famiglia che di sinistra non è (ma nemmeno è fascista) abbiano il potere di fare chiudere la sinistra e i cosiddetti intellettuali di sinistra a riccio su un caso di comune criminalità, neppure uno di quelli (tipo Battisti) che si possono inserire in un contesto politico dell’epoca. La morte di Margherita non ha niente di politico, proprio niente. E’ stato un omicidio scaturito da un impulso di natura sessuale. Purtroppo come tanti.
Massimo Carlotto si ritiene da sempre vittima di un errore giudiziario, come tanti. Vorrebbe, lui, come tutti gli intellettuali di fama, che si dimenticasse il passato. E invece, proprio per chi non ammette la sua colpa (e perciò nemmeno si è mai pentito), il passato resta vivo e deve restarlo per tutti. Chi crede all’innocenza di Carlotto, è libero di farlo. Come tantissimi credono ancora all’innocenza di Massimo Bossetti o di Annamaria Franzoni. Ma per avvocati, criminologi, giudici, magistrati e anche giornalisti di indagine, i casi discutibili (cioè quelli che lasciano qualche dubbio in assenza di confessione) l’unica verità vera è la condanna, in questo caso di primo e secondo grado, finché è sopraggiunta la grazia.
Siamo sicuri di essere coerenti? Siamo sicuri di non dare spazio alla destra solo perché la sinistra ha deciso che qualcuno è più intoccabile di altri? Siamo sicuri che un femminicidio consenta a uno condannato anche se 40 anni fa per femminicinidio (la grazia è del ’93) di intattenere il pubblico, spiegare, dettare ragioni, dall’alto delle sue conoscenze di crimine, in una tv pubblica?
I casi controversi sono sempre casi per i quali la difesa a spada tratta, se non è ben motivata nel merito, si ritorcono contro chi li sostiene.
Io sostengo che i partigiani hanno fatto bene ad uccidere. Ma non sostengo che un partigiano possa aver fatto bene ad uccidere una donna che non ci stava, solo perché mi conviene sostenere la lotta partigiana.

Ecco qui la mia ricostruzione del caso Magello-Carlotto.

Venti gennaio 1976. In via Faggin al numero 27 a Padova, fuori delle mura e non lontano dalla stazione, nella prima di una serie di villette a schiera rinchiuse da un cancello, abita Margherita Magello, 24 enne carina ma non appariscente, tranquilla studentessa lontana dalla politica che invece a Padova da un decennio agita i sonni di carabinieri e poliziotti. E non solo. Suo padre Giovanni, ingegnere, se ne era andato da quella casa a tre piani lasciando i due figli, Carlo e Margherita, con la moglie che tutti chiamano Mimì. Al piano di sopra, affittato giusto per non lasciarlo vuoto, abita una giovane donna con il marito tenente dell’Aeronautica. Ogni tanto un ragazzo va a trovare la sorella, ma più che andarla a trovare, ci va a studiare. La casa dove vive con il padre, un commercialista che a Padova conosce tutti, non è altrettanto silenziosa, e così il ragazzo, che fa ancora il liceo, ne approfitta. Se la sorella e il cognato non sono a casa, lui passa al piano terra dai Magello dove sa di trovare una copia delle chiavi pronte per lui. Con Margherita ci sono pochi scambi, anche se ormai si conoscono da tempo. Lei adesso ha quasi cinque anni più di lui, è fidanzata con Mario e si deve sposare, perciò i suoi pensieri sono altrove. Massimo, nella Padova divisa tra destra e sinistra, dura la prima come è dura la seconda, prova in fretta simpatia per Lotta Continua che nelle scuole fa propaganda e attira ragazzi che vogliono cambiare l’Italia, spesso in conflitto con i genitori di ben altra area politica. L’Italia è in subbuglio, nel 1976. Dal 1969 è iniziata la strategia della tensione, i neofascisti di Ordine Nuovo, tra Treviso e Padova, si mettono in moto per mettere bombe nelle banche e sui treni, e trent’anni di processi ingarbugliato le cose ma non le responsabilità. Anche il terrorismo rosso trova linfa vitale in questa stessa zona e, in mezzo, la sinistra extraparlamentare che ha già compiuto il salto di qualità dell’estremismo con l’uccisione di Calabresi nel 1972 a Milano. In questo caldo ideologico infernale che fa ribollire l’Italia, Massimo è un ragazzo che ha trovato amici che prendono a braccia aperte chi è pronto a fare qualcosa. C’è molto da fare anche a Padova, che è piccola e pettegola, ricca e operaia, arrogante e umile, capace di esprimere forti ed estreme contraddizioni. E bisogna tenere a bada i fascisti.

Sono circa le 17 del 20 gennaio e ormai è quasi buio. Una bicicletta entra nel cancello che rinchiude la stretta via privata e si ferma davanti alla villetta. Suona il campanello Magello. All’interno c’è solo Margherita, al telefono con una amica. Sta per sautarla e andare a farsi una doccia prima che la madre torni da Torino, e le dice in fretta: ti lascio, c’è uno alla porta. Margherita si era già tolta i pantaloni e la camicetta, e per andare ad aprire, scendendo i gradini, si butta addosso un accappatoio.

“Lui entra e le chiede le chiavi per andare, come di consueto, al terzo piano a studiare. Ma quel giorno non era uno qualsiasi. Aveva litigato con la ragazza, è stato rifiutato, era pieno di rabbia. Davanti a lui c’era una ragazza sola in casa e deve aver pensato a come era fatta sotto l’accappatoio”.

La mente comincia a fantasticare e infine a provarci. Una prova secca, che fa subito tirare indietro Margherita. Lui si carica di quella furia che hanno le menti annebbiate dai rifiuti e da altri rifiuti ancora più lontani nel tempo e ora la insidia, la vuole ad ogni costo e lei scappa, prima indietreggiando e poi correndo su per le scale perché altro non viene in mente quando ci si sente braccati. Arriva in camera sua e lì è in trappola: la casa è terminata. C’è il suo letto e sul letto verranno trovate le chiavi dell’appartamento del piano di sopra, ormai inservibili.

Lui ha un coltellino che porta sempre con sè, come fanno tanti ragazzi e come a quel tempo si faceva anche di più pensando a possibili aggressioni per la strada tra fazioni opposte. Scatta così, come scatta il coltellino serramanico, il bisogno urgente di colpire come se quella non fosse una ragazza, non fosse un corpo, ma fosse il diavolo dei suoi pensieri cattivi che lo tormentano e non trovano sbocco. Ti volevo, non mi hai voluto, mi piacevi, non ti sono piaciuto. Ti uccido.

Margherita si rifugia nell’unico luogo che è rimasto: il guardaroba-sgabuzzino, e lì si accoccola, ma non riesce a proteggersi da 56 colpi.

Lui la vede nel sangue, sente il mugulio lieve della sofferenza mortale e comincia a lavarla e sistemare l’accappatoio attorno al suo corpo, con cura, e attorno al capo le mette una fascia. Bella, composta. I criminologi lo chiamano undoing, cioè fingere che nulla sia accaduto in una sorta di affettuosa pietà.

Mezz’ora dopo, mamma Mimì ferma il taxi davanti a casa e vede subito che la porta d’entrata è aperta. Ha paura. Chiama la figlia e la figlia non risponde. Resta in strada, pensando ai ladri che forse sono ancora lì dentro, quando proprio in quel momento arriva il tenente dal lavoro, l’inquilino affittuario del terzo piano. Lo prega di entrare insieme con lei. In cucina non c’è nessuno e allora salgono le scale. Nella sua camera da letto tutto è in ordine e allora salgono ancora le scale fno alla camera di Margherita. La prima cosa che nota Mimì sono le chiavi sul letto, di fianco a una camicetta buttata lì. E’ il tenente a trovare il corpo, ormai morente, che spunta dallo sgabuzzino.

Quattro ore dopo, un ragazzo, Massimo Carlotto, si presenta alla caserma dei carabinieri di Prato della Valle in compagnia di amici e di un legale. Racconta una storia:

“Stavo andando a fare una ricognizione nell’area che è di spaccio di eroina per conto del movimento cui appartengo, Lotta Continua, quando ho sentito delle urla provenire dalla casa dove abita mia sorella. Sono andato a vedere e ho trovato Margherita Magello, che abita al piano terra della stessa villetta, in fin di vita. Ho raccolto le sue ultime parole: cosa mi hai fatto..io ti ho dato tutto.. Sono scappato per paura”. I suoi vestiti sono macchiati di sangue, ma lui ammette di averla toccata.

I carabinieri e il magistrato non credono alla sua versione e lo accusano di omicidio volontario (oggi si chiamerebbe femminicidio).

La sinistra si schiera con Carlotto, si muove anche lo storico difensore, l’avvocato Gian Domenico Pisapia. Carlotto è un militante, è certamente vittima di un complotto contro la sinistra. La teoria che lo difende però non trova sostegno forte nelle file della stessa sinistra italiana e per lui non si fanno manifestazioni. Non ci sono stati scontri con l’estrema destra, nè botte dei poliziotti: la perplessità, anche tra i giovani, è forte.

Undici processi e una fuga in Sud America così come aveva fatto il trevigiano neofascista Ventura, e una in Francia, protetto da Mitterand e uno stuolo di intellettuali. Non perchè volessero difendere un ragazzino padovano, benchè di Lotta Continua, ma perchè Carlotto, ormai nel gotha dei protetti solo per il fatto di appartenere a movimenti contrari allo Stato di allora, nel frattempo, in quei pochi anni di carcere, ha anche incominciato a scrivere romanzi, quelli che ti ficcano sorde coltellate raso terra e raso terra individuano il lato buio, il noir. Da scrittore diventa uomo di cultura e da uomo di cultura un intoccabile.

Massimo Carlotto si è sempre dichiarato innocente nonostante le condanne di primo e secondo grado. Il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro gli ha concesso la grazia nel 1993, non richiesta da lui (avrebbe dovuto ritenersi colpevole) ma dai suoi genitori.

Da uomo definitivamente libero ha detto: Margherita è una vittima che ha avuto giustizia, io no.

Massimo Carlotto vive tra Padova e Cagliari. E’ ritenuto il maggiore esponente italiano del noir.

Ps: la ricostruzione del delitto di Margherita Magello, 42 anni dopo, è stata fatta in base ai verbali , alle testimonianze e i ricordi dei familiari che preferiscono non apparire per discrezione e per la notorietà del personaggio in questione.

Ps2: pur essendo stata nell’area della sinistra extraparlamentare in quegli anni, e pur riconoscendo il clima di tensione che ha consentito di far regnare sovrana la confusione, ritengo l’omicidio di Margherita un femminicidio come tanti altri, con l’aggravante, semmai, che intellettuali, editori e autori, abbiano scelto di stendere un velo, non pietoso, ma di indifferenza su un caso giudiziario cui la parola fine è stata messa dalla grazia ma non dall’assassino.

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Donna, io ti uccido

10 gennaio    Sozzago, provincia di Novara: una donna di 45 anni viene uccisa a botte dal convivente con precedenti per violenza.

20 gennaio    Dalmine, provincia di Bergamo: ex operaio bergamasco di 62 anni spara in testa in un hotel all’amante nigeriana di 37 anni che voleva lasciarlo.

24 gennaio    Cremona: cinese uccide con la mannaia la moglie e il figlioletto di tre anni

31 gennaio    Macerata, provincia di Ancona: nigeriano fa a pezzi una ragazza di 18 anni: probabile rifiuto sessuale

10 febbraio   Milano: tranviere milanese uccide a coltellate una ragazza di 18 anni che lo rifiuta sessualmente

10 marzo       Cisterna di Latina, provincia di Roma: carabiniere spara alla moglie con la pistola d’ordinanza, si barrica in casa , uccide le figlie e si suicida. Era separato da mesi. La donna lo aveva denunciato e cambiato la serratura di casa.

15 marzo      Giussano, provicia di Milano: ragazzo di 28 anni uccide madre e nonna nel sonno e si suicida. Lascia un biglietto: i soldi sono finiti.

17 marzo      Reggio Calabria: donna di 48 anni uccisa con quattro colpi di pistola in testa mentre è appartata in auto con un esponente delle cosche mafiose calabresi. Lui  viene solo ferito di striscio.

18 marzo      Canicattini Bagni, provincia di Siracusa: 27enne uccide a coltellate la compagna di 20 anni, madre di suo figlio di 8 mesi, e la getta in un pozzo artesiano. Litigavano da anni.

19 marzo     Terzigno, provincia di Napoli: 31enne separata da pochi mesi viene raggiunta davanti alla scuola della figlioletta e uccisa con la pistola. Il marito aveva lasciato un biglietto: mi faccio giustizia da solo. Si è suicidato.

Letti in sequenza, i femminicidi e le stragi compiuti in due mesi (18 gennaio-20 marzo) fanno aggrottare la fronte: adesso a chi tocca?

Letti in sequenza, i provvedimenti di prevenzione del crimine di genere, dal 2013 al 2017, sembrano invece acqua e sapone per lavare il sangue: la legge 119 del 2013 ha inasprito le pene (per uomini e donne) che compiono atti persecutori, il cosiddetto stalking che comprende atti di pedinamento, offese, minacce e appostamenti con qualunque mezzo, dal telefono all’auto, dalle scritte sui muri alle piccoli ritorsioni dagli insulti verbali a quelli scritti anonimi, dalla “triangolazione” (cioè l’utilizzo di terze persone) per diffamare, all’uso di facebook per spiare e creare stati ansiogeni. Nel 2017 al Senato è stata istituita la commissione parlamentare di indagine sul femminicidio e ogni forma di violenza. Dal 2017 la data dell’8 marzo è centrata contro la violenza sulle donne in tutto il mondo con scioperi generali.

Femminicidio: vocabolo entrato (a fatica) nella comunicazione dei mass media solo da pochi anni. E’ stato coniato nel 1990 negli Stati Uniti dalla docente americana Jane Caputi e dalla criminologa Diana Russell individuando una categoria criminologica vera e propria che fonda il movente dell’omicidio di genere nella cultura patriarcale del diritto maschile sulla donna.

In Italia i femminicidi sono in calo da diversi anni, così come lo sono gli omicidi (343 all’anno), ma aumenta la sproporzione: un omicidio ogni due è di genere, cioè si uccide la donna in quanto tale. Lo scorso anno sono stati 117.

L’Italia non è in testa a nessuna lista nera di assassinii di donne, neppure in Europa. Sono i giornali ad enfatizzare alcuni femminicidi, e in particolare quelli di ragazze molto giovani, di mamme, di donne uccise da extracomunitari o di stragi familiari. Quello di Reggio Calabria, che pure è evidentemente un femminicidio, l’ho trovato cercando i casi del 2018. La donna-amante e per di più di un esponente delle cosche è una notizia fastidiosa o una notizia locale. Così come l’omicidio della nigeriana in uno squallido hotel dove si incontrava da tempo (ma non era prostituta) con un bergamasco che non ammetteva di essere da lei lasciato. Il caso di Pamela Mastrogiacomo è stato addirittura trasformato in un serial horror a discapito persino della verità, e la componente razzziale ha avuto la meglio persino su quella sociale (lei tossicodipendente) con la conseguenza che abbiamo visto a Macerata. Chi ha armato Traini, vendicatore fasullo di Pamela? La sua mente predisposta alla difesa della razza bianca, la potente manipolazione politica su un soggetto predisposto a delinquere e l’altrettanto potente suggestione generata da dialoghi, immagini e fantasie di stampa, televisione e bar di paese.

C’è una possibilità – e se lo chiedono in molti da diversi anni – che esista l’effetto manipolatorio su personalità fragili e predisposte ad agire il vissuto del male, cioè lo sperimentare di persona il fare del male a qualcuno?

No. La risposta è sempre stata no. E’ stata no per i videogiochi violenti, è stata no per gli americani che uccidono nelle scuole, è stata no persino nei suicidi. Con una precisazione: circa 15 anni fa ci si era accorti che ogni volta che si scriveva di una persona che si buttava da un ponte, alcuni giorni dopo se ne buttava un’altra. Peggio è stata la sequenza di suicidi per asfissia in auto; una vera ecatombe, tanto da fare prendere la decisione ai giornali di non pubblicare più alcun suicidio a meno che non fosse collegato a una vicenda di rilievo. Nonostante la stampa non ne parli, i suicidi sotto i treni in superficie e sottoterra nelle città, continuano con picchi nei mesi che sono stati ampiamenti studiati: vicino alle vacanze di Natale (prima o dopo), vicino a quelle estive (prima, durante o dopo) e l’inizio dell’autunno e della primavera (mesi in particolare che incidono sui disturbi di depressioni bipolari e ciclotimici, quelle a più alto rischio di suicidio).

I suicidi, nonostante non se ne abbia neppure notizia se non si è direttamente coinvolti, sono un numero spaventoso: 4000 all’anno. A niente è servita la prevenzione “fisica” ad esempio sul Duomo di Milano o sui ponti noti per buttarsi di sotto da grandi altezze (il ponte di Paderno o quello di Spoleto) con reti e barriere di impedimento. Chi non può più suicidarsi lanciandosi nel vuoto da un punto alto che gli assicura la morte istantanea, ripiega sull’ultimo piano di casa, il metrò, i treni, i farmaci, i coltelli. Se la decisione è quella di morire, si muore. Perciò sì, quando si è cessato di scrivere dettagliatamente come si era sucidato qualcuno col gas di casa o il gas di scarico in auto questi tipi di suicidi sono diminuiti e hanno almeno (per le case) evitato qualche morte di innocente. Ma chi aveva deciso di morire l’ha fatto lo stesso. Cosa scattava nella mente allora, leggendo un articolo o sentendo una notizia in radio e tivù?. L’idea del come, non del perché. Chi  cerca di morire cerca idee su come morire senza soffrire. Basta mettere in google queste parole ed escono automaticamente, segno che la ricerca è numerosa anche se non signfica automaticamente che tutti coloro che cercano poi si siano davvero uccisi. Per uccidersi occorrono diversi fattori, primi fra tutti quelli chimici che regolano l’umore. Le motivazioni che a noi sembrano a volte riduttive, puerili e incomprensibili, nel cervello di una persona in disequilibrio psichico-emotivo assumono sembianze totalmente diverse e ogni rifiuto o fallimento si ingigantisce. E’ sbagliato parlare genericamente di depressione, ma sono occorsi anni anche alla psichiatria per capirlo. A noi ne seviranno molti di più finché i titoli della stampa saranno sempre: era depresso, ha ucciso la moglie. Oppure, peggio ancora: era geloso, ha ucciso la moglie. La depressione in sè non fa uccidere (anzi: è il ripiegamento su se stessi per poi risalire), così come il sentimento della gelosia, benché faccia soffrire chi lo prova, e anche molto, non è collegato al desiderio di soppressione fisica ma piuttosto mentale dell’altro. Le persone patologicamente gelose, sono persone che hanno già manifestato precedentemente comportamenti passati inosservati e non per forza violenti nel termine che conosciamo (per esempio sono ossessive, pignole, controllanti o/e incapaci di autocontrollo), uno dei quali si esprime con quella che definiamo gelosia. Tutti siamo gelosi, tutti non vogliamo perdere qualcosa cui teniamo molto, ma pochissimi di noi uccidono o perdurano nel fare del male all’altro o mettono on atto meccanismi disfunzionali per ottenere ciò che vorrebbero. Quei pochissimi che lo fanno (ma tanti nel resto del mondo e in particolare in America Latina, in Asia e in Spagna) sono una sorta di borderline (non nel senso psichiatrico ma di personalità limite) che già contiene la possibilità di non accettare la perdita. Si definiscono disturbi dell’attaccamento. E sono di entrambi i sessi, ma nell’uomo vengono elaborati anche secondo la cultura di massa.

Sono tutti casi psichiatrici? La maggior parte dei femminicidi viene commessa da personalità paranoiche, dipendenti e narcisiste. Nei giovani prevale invece il disturbo borderline, la depressione bipolare e l’uso delle droghe. Queste ultimi sono in netto aumento e non a caso spiccano negli omicidi e persino nelle stragi familiari ragazzi tra i 24 e i 35 anni.

Che siano aumentate le forme depressive nei bambini e negli adolescenti è fenomeno ampiamente studiato e confermato dagli neuropsichiatri in tutto il mondo. Che siano più difficili da riconoscere e si manifestino in modo differente rispetto a quello che più o meno conosciamo, anche. Il bullismo, ad esempio, è considerata una espressione di disagio non sociale ma emotiva che a volte combacia anche con quello ambientale e a volte no. Il ritorno della droga che cerca in chi la assume di combattere la depressione (l’eroina) lo spiega ancora di più. Ma anche le droghe casalinghe che si sniffano (trielina, gas  butano) considerate innocue, vengono assunte per trovare uno sbocco al disagio esistenziale con la conseguenza di portare soggetti predisposti (appunto coloro che cercano soluzioni al disagio) a forme di dissociazione e psicosi. Senza parlare della cocaina e di tutte le mentafetamine di cui si conosce l’enorme consumo ma non si indaga mai su chi sono gli assuntori e in quale quantità la assumono. Tutte le droghe sintetiche stimolanti agiscono sulle cellule nervose e modificano lentamente i comportamenti. Noi sappiamo che chi ha ucciso ha usato droghe solo se era un tossicodipendente, ma non sappiamo mai se chi ha ucciso faceva uso saltuario di droghe e lo teneva ben nascosto.

Alcn femminicidi fanno riflettere più di altri: può uno che aveva amanti essere geloso della moglie? Sembra un controsenso. Eppure il carabiniere di Cisterna di Latina le amanti le aveva. E, anzi, è stato proprio questo uno dei motivi scatenanti della richiesta di separazione. E dovremmo smettere di pensare che lui aveva amanti perché con la moglie non aveva un rapporto soddisfacente. Chi ha amanti (o va a prostitute) compie scelte precise, cercando più o meno lo stsso effetto della droga che schiaccia il problema e lo rende innocuo. Ma il problema resta e, anzi, si ingigantisce.

Perciò io non credo che nei femminicidi si possa parlare di emulazione nonstante ne vediamo dolorosamente uno dietro l’altro. A leggeri bene sono tutti casi diversi e anche la reazione delle donne nel rapporto è stata diversa. Chi ha lasciato e chi no, chi ha avuto subito un nuovo parter e chi no, chi litigava da anni e chi taceva da anni.

Chi vuole uccidere, uccide. Basta una esplosione interiore al percepire la fine, una rabbia covata, un senso del diritto che impedisce il dialogo, un fragilissimo “io” che sta andando in mille pezzi e non ha idea di come ricomporsi se non quella appresa negli ambienti che ha frequentato (famiglia, scuola, società, lavoro e perchè no, social pieni di odio come lo è Facebook o le innumerevoli e dettagliatissime descrizioni di come fare soffrire il partner che si trovano in internet).

Io non credo alla prevenzione, nel rapporto di coppia, come se fosse il mettere la cintura in auto per non morire in caso di incidente. Credo, fermamente, che le prime a rendersi conto dei segnali debbano sempre essere le donne e che chi potenzialmente è capace di uccidere dà segnali di vario tipo, tutti che fanno provare disagio (a volte rabbia) alla donna.  Credo femamente che gli organi di polizia che raccolgono denunce debbano essere preparati a stilare una serie di domande intelligenti, e non queste: ha ricevuto minacce di morte? Manda messaggi insistenti? Si fa trovare sottocasa o al lavoro? Ha cambiato la serratura?  Credo fermamente che tutti i centri anti-violenza debbano smettere di studiare e ficcarsi fisicamente nelle situazioni difficili facendo da cuscinetto con la fermezza di chi sa esattamente capire cosa potrebbe succedere in quella casa o appena fuori da quella. Credo fermamente che siano in mano a gente totalmente incompetente che ha a che fare con donne piene zeppe di sensi di colpa tipicamente femminili, riparatrici come lo sono le donne, comprensive come sono le donne, e a volte, fatemi correre il termine, stupide come lo sono le donne romantiche, sfidanti il pericolo, o quelle dipendenti senza una vera ragione economica di esserlo.

Le donne all’ultimo appuntamento ci vanno, e se non ci vanno e hanno cambiato la serratura di casa o hanno mille protezioni di avvocati e centri per donne maltrattate, vengono inseguite e braccate lo stesso come Antonietta a Cisterna di Latina.

Immacolata, uccisa solo ieri, come altre donne che non amano più e hanno deciso di tagliare per sempre, ha fatto errori che ha pagato con la vita. Il primo errore è sempre quello di non comprendere fino in fondo il proprio compagno, soprattutto coi figli di mezzo (che non sono amati da questi assassini, si badi bene, ma vissuti come ulteriore perdita di potere maschile). Tutte le zone d’ombra di una persona vengono sempre a galla e fortemente solo nei rapporti affettivi. Non per niente il femminicidio è un delitto passionale, cioè della sfera della passionalità (da non confondere con l’amore: sono pulsioni affettive interne) e non per niente si è giunti a modificargli il nome. Fare entrare nella cultura mondiale il concetto di benevolenza ( volere bene) è una impresa titanica. I narcisisti sono egocentrati e l’egocentrismo interpreta i segnali esterni in senso introverso: lei osa lasciarmi, lei osa sminuirmi, lei osa impormi scelte, lei osa…ecc. ecc. Ma al momento delle sepearazioni accade qualcosa di molto più grave per uomo e donna: il dolore del fallimento che è ben più bruciante, all’inizio, di quello della perdita. E’ qui che interviene il soccorso del narcisismo positivo che noi chiamiamo autostima, dove il suo improvviso crollo viene soppiantato naturalmente da un lento e doloroso percorso di risalita. Quando questo meccanismo si inceppa malamentee l’ossessione ha il sopravvento, e la perdita viene vissuta in modo tragico, chedere aiuto agli psicologi serve, ma non basta. I veri alleati restano i farmaci che regolano l’umore nei momenti di squilibrio pericoloso per sè e per gli altri.

Perciò io non credo all’emulazione nei casi di femminicidio. Credo che l’idea di come uccidere può avere il suo peso (così come nei suicidi) ma la forza di togliere una vita richiede un basso concetto morale della vita altrui (anche prima) e la certezza che la propria morte conseguente (il sucidio) o l’arresto, toglieranno definitivamente il dolore. In effetti è così: in carcere, gli assassini si sentono contenuti e uguali ad altri che hanno comesso crimini. Lasciando un uomo che ha ucciso la sua compagna in giro, pardossalemente, gli procureremmo una ancor più grave sofferenza  psicologica. Uccidendo ha sì risolto il dolore lacerate della frustrazione abbandonica, ha sì compiuto un gesto che gli ha ridato autostima, ha sì ristabilito il potere dell’uomo sulla donna, ma sbollito il senso di grandiosità, non saprà più che farsene. Il carcere che contiene con autorità tutti gli impulsi, è spesso vissuto da questi uomini come l’ancora di salvezza dal dolore potente che provavano prima. Ma nei fatti non cambia nulla dentro di loro. Ho visto assassini usciti dal carcere a pena scontata, dire: tanti anni fa ho compiuto un reato. Nemmeno dopo, la donna è una donna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Avetrana, perché è così difficile capire

Quaranta persone hanno giudicato Sabrina Misseri e sua madre Cosima colpevoli di omicidio con tutte le aggravanti che prevedono l’ergastolo.

Non mi sono mai occupata del delitto di Avetrana, nemmeno leggendo i giornali. All’epoca ero in Argentina e al rientro ho seguito altri delitti. C’è però un motivo specifico per il quale ho tralasciato Avetrana: non lo capivo. Non capivo l’ambiente in cui è maturato (conosco poco la Puglia), non capivo il dialetto nè i modi di dire e, soprattutto, non volevo perdere tempo su qualcosa di cui tutti parlavano e tutti (o tanti) ci ricamavano su, con morbosità, colpi di scena, inquadrature studiate, esperti che spuntavano da ogni dove. Quel tipo di propaganda cosiddetta mediatica che impedisce quasi sempre di colpire subito nel segno e allunga i tempi all’infinito. Chi ha detto cosa? Chi  ha fatto cosa? Quando l’ha detto? Perché lo ha detto? Nel delitto Scazzi sono entrati con una prepotenza solo italiana (e italiana del sud) elementi disturbanti che se ben spiegano perché è stato tutto confusionario, consentono anche di rimescolare le carte, benché le carte siano processuali.

A distanza di sette anni perciò, ho fatto la fatica di capire, come se quel delitto fosse avvenuto ieri ripartendo addirittura dal giorno della scomparsa di Sarah Scazzi, così come è stata data dagli organi di stampa che hanno avuto la notizia dai carabinieri. Partire dall’inizio ha un vantaggio: il caso appare nuovo e le prime parole (che poi potranno venire dimenticate o modificate o addirittura utilizzate) dei soggetti coinvolti, hanno più valore. E non tanto perché si mente (si può mentire dal primo istante di ogni delitto, persino se colti in flagranza) o si dice la verità, quanto perché è successo qualcosa di emotivamente coinvolgente per i familiari e in questo caso lo stesso paese.  Quando è scomparsa la ragazza di 15 anni, chi è del mestiere ha pensato ad un allontanamento volontario tipico dell’età e conseguenza di conflitti familiari. Ma in quelle poche vie di Avetrana e in quei  pochi minuti di percorso tra una casa e l’altra, la teoria vacillava e ha vacillato ancora di più quando la madre di Sarah, Concetta, ha detto: l’hanno portata via. E’ bene ricordare che è stata lei la prima a dirlo ai carabinieri. Oggi penso: portare via una ragazza in Italia non è affatto comune, mentre lo è in Sudamerica. Tutt’al più da noi possiamo dire, come poi è stato immaginato, che qualche uomo o ragazzo più grande l’abbia convinta a fuggire con lui, una fuitina insomma. Che non fosse allontanamento volontario o fuitina lo abbiamo purtroppo saputo quando Michele Misseri ha detto l’ho uccisa io, e ne ha fatto trovare il corpo. E questa è la realtà inconfutabile. Misseri racconta di avere ucciso lui la nipote ai carabinieri (dopo aver fatto ritrovare il cellulare) e viene interrogato diverse ore. Io mi soffermo su questo fatto: diverse ore significa che Misseri doveva spiegare esattamente tutto, sia per essere credibile, sia perché questo richiedono le confessioni: dettagli, motivi, dinamiche, tempi, luoghi. La confessione serve, ma non è mai sufficiente: attorno ad essa gli inquirenti devono costruire tutte le prove che il reo confesso può non ruscire a portare. Esempio: l’anatomopatologo riscontra quale causa della morte uno strangolamento con un laccio di 2 centimetri e mezzo di altezza (come sarà in questo caso) con incrocio sulla nuca non perché se lo immagina, ma perché trova riscontri sul collo, misura i segni e la pressione esercitata dalle mani, la lunghezza dell’oggetto usato e persino la sua composizione, come nel caso dello strozzamento: particelle di peli o di colore, di tessuto o di materiale organico, naturale o artificiale. Un bravo anatomopatologo e tutto lo staff della medicina legale, da un segno sul corpo di un cadavere possono rilevare una miriade di informazioni. Il caso Yara ne è stato un esempio positivo, quello di Pamela Mastropietro uno negativo.  Il caso Yara è finito nelle mani di una grande esperta che non fa solo le autopsie, ma ricostruisce il luogo anche dopo mesi e anni il ritrovamento dei cadaveri e anche in condizioni pessime. Il caso Pamela è passato nelle mani di due diversi anatomopatologi (con una sola autopsia) e diversi investigatori. Che il corpo di Pamela fosse stato tagliato e lavato con candeggina, per i moderni strumenti e occhi esperti non significa molto perché quello che si cerca è contenuto in poche, fondamentali informazioni scientifiche che devono essere lette correttamente. Esempio: una lettura sbagliata di una banale ecografia può condurre a una diagnosi sbagliata. Ci siamo passati in tanti. Perciò la scienza è scienza relativa perché è l’uomo che la osserva e la decodifica.  Prima dell’autopsia di Sarah c’è stata la confessione a corpo non ancora ritrovato. Michele Misseri è stato creduto e messo in carcere. Però le prove del suo racconto andavano comunque trovate. Le prime sono state appunto quelle dell’autopsia condotta su un corpo macerato in acqua per oltre un mese, e l’acqua rappresenta in assoluto l’elemento che peggio conserva i corpi. Luigi Strada, direttore dell’Istituto di Medicina Legale  dell’Università di Bari aveva dicharato: la cicatrizzazione (sul collo, ndr) non permette di capire se Sarah si sia difesa con le mani. Lo strangolamento è compatibile con la forza di una sola persona.

Era il 13 ottobre 2010, il giorno prima del funerale della ragazza.

La prima domanda che ci si pone, a distanza di sette anni e non essendosi mai occupati di questo caso, è: la confessione è stata presa per vera, divulgata e provata da almeno tre elementi; il ritrovamento del corpo (indicato dalla stessa persona che ha confessato), lo strangolamento (indicato dalla stessa persona che ha confessato) e il luogo: la casa dei Misseri, compatibile con la scomparsa della ragazza in poche centinaia di metri nel tragitto casa sua-casa degli zii.

Però, come ha detto Cosima ieri sera nell’intervista alla Leosini,  “all’ergastolo siamo finite io e Sabrina”.

Michele Misseri, subito (nelle video interviste che ho rivisto e nei pezzi che ho letto) appare quello che è sempre stato anche sei anni dopo, cioè prima di entrare in carcere per scontare definitivamente gli otto anni comminati per l’occultamento del cadavere. Cosa significa apparire all’esterno la stessa persona? Mi sono dedicata per molti anni ad ascoltare e osservare con grande attenzione e spesso grande partecipazione emotiva, anche a distanza ravvicinata, gli autori di delitto, di qualunque tipo (non necessariamene di persona), sia che si ritenevano colpevoli sia che si ritenevano innocenti. In generale, io non credo a nessuno. Ogni caso che seguo o ho seguito, ha attinto a tutte le mie memorie di vita con l’aggiunta dell’esperienza in questo settore particolare. La psicologia non è una scienza perfetta. E non lo è perché è l’essere umano ad essere imperfetto. Perciò si può intuire e dedurre, ma mai essere certi della verità nei delitti se dovessimo solo capirli attraverso i comportamenti umani benchè i comportamenti umani di alcuni contesti sociali siano spesso prevedibili. Il caso di Avestrana presenta appunto questa sorta di incertezza che supera diversi casi controversi della storia del crimine perché bisogna andare per esclusione (non può essere avvenuto al di fuori di quella casa, nè per mano di altre persone) ma nello stesso tempo per inclusione. Cosa vuol dire? Che i tre familiari appaiono tutti nella stessa casa alla stessa ora. Se l’innocenza è impossibile, resta la colpevolezza.

Voglio dimostrare come la logica faccia facilmente acqua:  come faceva a sapere Misseri che Sabrina aveva ucciso con una cintura quando ritratta e accusa lei? Sabrina non gliel’ha certo detto, negando l’omcidio ancora oggi. Misseri era presente? No, lui era in garage. Lo confermano tutti e tre. Dunque come faceva a sapere che era stata usata una cintura?

Nella intervista alla Leosini di domenica sera, la signora Cosima che a tutti è sempre apparsa una megera, chiusa, rancorosa e vendicatrice, che sottomette il marito e forse manipola la figlie, che non ha avuto una parte di eredità (in effetti non le spettava) ma nemmeno una parola della sorella su quei soldi, che approfitta della rabbia della figlia per vendicarsi a sua volta uccidendo la nipote (con proiezioni, eccetera eccetera) ha detto: mi volete fare capire quale cintura avrei usato? Di quale pantalone? In che stanza l’avrei uccisa? E come avrei fatto in soli venti minuti a litigare, accendere l’auto, inseguirla, frenare, scendere, afferrarla, riportarla in casa, litigare di nuovo , ucciderla e poi…e qui lo aggiungo io…scendere in garage dal marito che niente ha visto e niente ha sentito del trambusto nel silenzio d’agosto delle 14 (perchè cercava di fare partire il trattore) e digli: Michè, hai tempo un attimo? Qui sopra abbiamo fatto un guaio, nascondi sto’ cadavere sennò finiamo in  galera.

Signori giudici di tre gradi e mezza Italia: io questa scena cerco di immaginarmela in ogni modo, ma non riesco a vederla. Il raptus omicida può essere dimenticato, (anzi spesso lo è) ma non lo è il prima e il dopo. Anna Maria Franzoni non ha scordato di avere ucciso Samuele: ha saltato a piè pari (con consapevolezza) i colpi che gli ha dato in testa. Il resto l’ha raccontato con estrema linearità perché tale era e stava in piedi anche senza i colpi in testa. In questo caso, il fatto che Sabrina si metta immediatamente a depistare con razionalità (senza fare un errore) e la madre chieda aiuto a uno che nulla sa di quanto è accaduto di sopra, per quanto esista l’obbedienza cieca, un passaggio è stato saltato.

Michele Misseri, come dicevo, ha una caratteristica di fondo, scollegata dai rapporti familiari e dalla vicenda stessa: parla, parla moltissimo. Spiega, spiega moltissimo. Vuole essere creduto, sempre, nelle bugie e nella verità. Piange lacrime copiose e in contemporanea descrive orrore di ammazzamento come se fosse in un film. Distaccato ed emotivo contemporaneamente. Ma cosa fa piangere Michele? E cosa fa piangere Sabrina? E cosa ha fatto, per una frazione di secondo, commuovere Cosima la dura parlando con Franca Leosini? E poi: perché alcuni giornalisti ritengono le due donne innocenti e altri colpevoli pur essendo il nostro un mestiere che non ammette schieramenti o giudizi ma solo il tentativo di cercare e fare emergere la verità per quanto possa non piacere?

Le motivazioni sono diverse.

Sabrina soffre di umiliazione, cioè di orgoglio ferito (ferita antichissima che si è riaperta con lo sfrontato atteggiamento della cugina) e questo la renderebbe capace di uccidere non per gelosia ma per narcisismo (si chiama ferita narcisistica).

Cosima soffre di controllo, ferita che si è riaperta quando l’ha perso (la figlia, la sorella, la nipote) e questo la renderebbe capace di uccidere (si chiama ferita del controllo).

Michele soffre di immaturità psichica con numerosi tratti borderline e può sia compiere un delitto che accusare altre persone per vendicarsi e usare il vittimismo per restare nello stesso circolo vizioso.

Come faccio a fare diagnosi senza essere psichiatra?

Queste non sono diagnosi psichiatriche, sono tratti di personalità che tutti abbiamo e che possono, come nelle grandi passioni, compresi i delitti passionali come questo, restare silenti e compensate finchè succede qualcosa di veramente grande, stressante e pericoloso per la propria corazza difensiva.

Solo Michele Misseri in realtà presenta un disturbo evidente: la menzogna fine a se stessa. Ma siccome la menzogna non è mai fine a stessa (dire ho violentato Sarah da morta era inutile oltre che verificabile tanto quanto da viva, e in più altro che odio del paese ti tiri addosso con una simile rivelazione!)  Michele mente, secondo i giudici, perchè entra ed esce da una situazione troppo complessa da gestire. Cioè non sa assumersi la responsabilità di se stesso. Immaturo. Gli immaturi (che a quell’età sono patologici) possono dire una cosa e l’incontrario della stessa a distanza di poco tempo e dare anche spiegazioni, ma nessuna cosa che dicono nega la precedente. Ti portano in sostanza in un percorso di confusione cognitiva, apparentemente la stessa che hanno loro, ma meno apparentemente seguendo un percorso della propria mente: la difesa. Michele Misseri perciò quando si accusa e quando accusa compie difese primitive.

La sua immaturità e ambiguità non gli impedisce comunque di fare una azione altamente immorale: predere il corpo della nipotina, trasportarlo, scegliere il luogo, coinvolgere altre persone, denundarla (con un ragionamento pensato) e scaraventarla in un pozzo. Mica tanto facile se non sei tu il colpevole, ma la moglie che non sopporti più e la figlia di cui ti sei interessato quanto basta. Se però ne va anche del tuo, di onore, allora sì il cerchio si chiude in una patologia familiare. Co la dovuta precisazione che l’onore ferito è un sentimento che non ribolle in soli dieci o quindici minuti.

Cosa salta fuori da tutto questo? Una famiglia senza confini identitari o un uomo senza confini identitari precisi.

Sabrina ha moti di stizza e irritazione (contenuta) quando Franca Leosini vuole (anche lei, figura materna) dirle quale è la verità. Ci sono tanti modi per entrare in empatia con le persone, ma ce n’è uno solo che conquista anche gli assassini (non psicopatici): l’empatia vera.

Franca Leosini non ha conquistato l’empatia di Sabrina nè quella di Cosima: entrambe si aspettavano di essere rivalutate come persone e, benchè lei in parte le abbia accontentate, ha mancato di centrare il punto doloroso che non sfugge però a chi è veramente empatico col dolore profondo: il non-detto, nemmeno a se stessi.

Sabrina ritiene una profonda ingiustizia essere in carcere a scontare una pena così enorme. Cosima, cercando di nascondere la sofferenza, la porta su un piano razionale: spiegatemi perchè siamo qui. O perchè sono qui io.

Michele, che non è stato intervistato in carcere, direbbe ancora una volta piangendo che vorrebbe scontare l’ergastolo, ma è pur vero che se avesse voluto scontarlo davvero avrebbe chiesto a sua moglie tutti i dettagli di un omicidio al quale non aveva assisitito e sarebbe forse stato creduto. Quando fa ritrovare il cellulare e subito chiama Sabrina, ha già deciso di mandarla in cella. Credere alla favola del senso di colpa, significa non capire cos’è il senso di colpa.  Il senso di colpa ripara, non porta ad accusare gli altri, benchè siano colpevoli. Il senso di colpa è un meccanismo di difesa umano per chi ha coscienza e morale e serve appunto a rendersi conto del male commesso. Non certo a farne dell’altro a qualcun altro. Il senso di colpa non ha niente a che vedere con il senso di giustizia: ci può essere l’uno e non l’altro. Se manca il senso di colpa e ugualmente lo si esterna con altarini e pianti e parole, si mente per salvare la propria immagine.

Io non so chi ha ucciso Sarah, so che solo quelle tre persone possono averlo fatto. Ma come nel caso di Meredith,  non si possono condannare persone (come è stato per la Knox e Sollecito) solo perchè tutto fa ritenere che siano stati presenti in quella casa (altri non c’erano) e perché avessero entrambi un movente, benchè diverso, per uccidere. Raffaele e Amanda, secondo la ricostruzione non processuale (sono stati assolti) hanno creato una coppia patologica nella quale Amanda aveva necessità di rivincita e Raffaele anche. Amanda ha avuto sotto le mani (cioè l’occasione irripetibile) di avere rivincita e Raffaele ha accettato il soggetto proposto (Meredith) . Ciò che li ha accomunati è stato il bisogno di rivincita personale (ognuno la sua).

Cosima e Sabrina sono madre e figlia. Entrambe hanno il desiderio di rivincita (dalla vita, dalla sorella, dalla cugina, dai bulli, da Ivano, ecc) e Sarah poteva essere il bersaglio debole (così come le madri uccidono i figli piccoli) perfetto, l’occasione perfetta e irripetibile, ma Cosima e Sabrina non hanno un rapporto patologico tra di loro nè sono una coppia nella vita. Perciò una sola delle due può aver deciso un omicidio: una lezione eccessiva apparterebbe alla categoria degli omicidi colposi o pretrintenzionali (lo stragolamento potente non può esserlo: è proprio un desiderio di soffocare fino a vedere la persona morire).
Se la decisione di punizione è stata di Cosima, come dicono le carte processuali  (lei sarebbe andata ad acciuffare la ragazzina che poteva svergognare i Misseri con una rivelazione ) lei è corresponsabile dell’omicidio e Sabrina quella che lo pensa, lo decide e lo attua per prima sapendo bene quello che sta facendo. Se è Sabrina la rabbiosa, non sta più in piedi il fatto che sia la madre a correre dietro a Sarah con l’impeto e la rabbia di una che è ferita personalmente. Il rapporto tra madre e figlia non è affatto chiaro e nemmeno Valentina, la sorella maggiore, ce lo spiega. Valentina appare, piuttosto, come l’unica ad avere sensi di colpa per non aver capito niente della sua famiglia e paga ricoprendo di affetto e attenzioni madre e figlia. Non il padre che evidentemente ha messo in luce la fragilità dell’impalcatura familiare.

Se invece Michele Misseri, che sta sempre ai margini, entra in questa vicenda, non può esserci entrato solo come manovale o gli sarebbero occorsi molti minuti in più per capire cosa era successo e perché difendere immediatamente moglie e figlia con un atto che lascerebbe freddo solo un mafioso abituato a mettere corpi anche nel cemento.

Tirare le conclusioni non è facile. Le testimonianze sono tutte smontabili, i tempi anche. Restano in piedi, di questa storia, due cose: Sarah è morta in quella casa e uno dei tre o uno, o due o tre, l’hanno uccisa. O uno, o due o tre.

Nel dubbio, il nostro ordinamento giuridico avrebbe dovuto assolvere per insufficienza di prove Sabrina e Cosima e condannare per il solo occutamento di cadavere Michele. Non sarebbe stata giustizia, ma avrebbe rispettato il nostro codice penale che salvaguardia il possibile errore giudiziario.

Nella lunghissima intervista di Franca Leosini, non mi sono aspettata una confessione da parte di Sabrina o Cosima, nemmeno velata:  se avessero ucciso non lo direbbero mai. E la loro attuale linea, difensiva o meno, non presenta nessuna contraddizione nemmeno in un discorso lungo e articolato e a braccio. Perciò non può incrinarsi in nessun modo.

Michele Misseri, a differenza loro, ancora oscilla tra la voglia di punire e quella di essere punito. Quando questa sua modalità difensiva infantile sarà scomparsa, tutte le maschere dei personaggi di Avetrana andranno in frantumi. Se mai dovesse accadere, sarà comunque tardi.

Marzo 1978, la paura di Milano

TRA COVO BR E DUE RAGAZZI ANTIFASCISTI UCCISI

Il rapimento di Aldo Moro dopo la prima ora di sgomento e le altre tre di protesta spontanea di tutta l’Italia, diventa subito, lontano dal popolo e dalle sue orecchie, una vicenda spinosa. Che le Brigate Rosse non si sarebbero accontentate di qualche uomo di potere, da quel 1970 di un bar di Reggio Emilia dove fecero un patto di rovesciamento dello Stato di allora, era immaginabile. Non ripercorrerò inutilmente le vicende di quegli anni e neppure il sequestro dello statista terminato in una prevista tragedia dopo 55 giorni. Ripercorro invece, da milanese, e oggi da giornalista, quanto accadde due giorni dopo: la brutta fine di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, detto Iaio, due studenti di 18 anni e mezzo.

Il loro assassinio, apparentemente, non è stato diverso da quello di Claudio Varalli e di Giannino Zibecchi, di Saverio Saltarelli oppure di Roberto Franceschi. Erano tutti ragazzi e tutti impegnati a Milano nell’estrema sinistra divisa in tante sigle diverse ma unita dai centri di aggregazione nei quartieri. Erano 50 allora, piccole o grandi occupazioni di fabbriche dismesse. La più imponente, nel 1975, fu quella dell’ex farmaceutica di via Leoncavallo, poco distante da Loreto, nel quartiere Casoretto. Il Casoretto era stata una frazione del comune di Lambrate prima che questo si unisse alla città, ed era composto da gente di bassa estrazione sociale in parte, e in parte di piccola borghesia. Le sue case lo raccontano ancora oggi. Qui erano cresciuti Fausto e Iaio e nella parrocchia di Santa Maria andavano a giocare all’oratorio. Il sacrestano se lo ricorda bene il parroco che accorse ad accarezzare la testa di Iaio; a mormorare parole sconvolte alle 8 di quel 18 marzo 1978. Accadde tutto davanti alla porta di ferro sberciato, la stessa che c’è oggi, che rinchiude il cortile della grande canonica. A quel tempo, a piano terra dell’edificio attiguo alla chiesa, c’era una scuola americana, a quell’ora chiusa. Sulla sinistra invece c’era una palazzina, la prima di via Mancinelli, dove allora alloggiavano i sacerdoti e persone con disabilità mentale. Oggi li vedi in cortile a fumare, nascosti dal muro di cinta che rende la via Mancinelli allora come oggi luogo perfetto per un agguato mortale. Di fronte alla canonica (dove ora c’è un centro di ascolto e varie attività per l’associazione dell’autismo), c’è il lungo muro (lungo tutta la strada, cioè quasi 400 metri) del deposito dei tram. Su questo muro, proprio in faccia a quel portone sberciato, i ragazzi del liceo atistico di Fausto Tinelli avevano fatto un grande murales e nel 2017 lo hanno rifatto daccapo sbiadendo il colore rosso dei garofani. Domenica saranno 40 anni da quella sera.

Fausto e Iaio, racconta la cronaca minuziosa di diverse indagini e tante testimonianze, si sono trovati in via Leoncavallo poco dopo le 19 e 30. Non al Centro, che si stava preparando per la serata di festa con musica (era sabato), ma di fronte, al bar dei panini a prezzi, allora, accessibili anche agli studenti. Da lì hanno percorso la via Lambrate che scende in linea retta verso la via Casoretto. A coloro i quali quel percorso è parso strano, io dico no, non lo era: quel locale era (oggi non c’è più, ma esiste ancora altrove) proprio di fronte alla via Lambrate: bastava attraversare la via Leoncavallo. I ragazzi erano attesi a casa di Fausto per una cena veloce, in via Monte Nevoso, un chilometro e mezzo di strada a piedi verso la periferia e al confine con la ferrovia. Quel 18 marzo il nome della via diceva qualcosa solo a chi c’è andato per scrivere sul muro di casa di Fausto, una bella casetta di quattro piani degli anni ’40: il Casoretto si chiude col piombo. Il riferimento era al collettivo Casoretto, anzi la banda, come venne soprannominata dalla sinistra più intellettuale della Statale, che i ragazzi frequentavano, così come frequentavano anche Radio Popolare allora in scalcinati locali di una altrettanta scalcinata via Pasteur. Via Monte Nevoso diventerà molto, molto famosa, solo il primo ottobre di quello stesso anno, quando gli uomini del generale Dalla Chiesa fecero irruzione nel covo milanese delle Brigate Rosse che conteneva le carte segrete del rapimento Moro.

I ragazzi, quella sera, fecero un percorso corretto fino all’edicola dei giornali che stava chiudendo. Li ricorda bene il titolare, perché li vide e sentì commentare le notizie del recentissimo rapimento Moro. Dall’edicola di via Casoretto i due sarebbero dovuti proseguire per tutta la via fino in fondo per poi svoltare a destra e imboccare la corta via Monte Nevoso che costeggia il muro della ferrovia. Invece non andò così, e questo è un dei primi misteri di un duplice omicidio che ha avuto sì sospettati, ma mai colpevoli da processare e condannare. La ricostruzione del luogo della sparatoria perciò si basa solo su deduzioni: dall’edicola occorrono due minuti per raggiungere il punto esatto (di fronte al portone della canonica) dove Fausto e Iaio sono caduti a terra con otto colpi addosso, cinque a uno e tre all’altro. Se i ragazzi dovevano andare a casa di Fausto e perciò restare su via Casoretto, cosa li ha portati fin lì? Avrebbero visto qualcosa che li ha richiamati. Cosa? Hanno sicuramente visto tre ragazzi, che erano già lì, tutti e tre abbigliati alla moda che allora si diceva alla sanbabilina o alla destra romana: spolverino chiaro o giubbotto. Come erano effettivamente vestiti li descrivono i testimoni che li hanno visti prima uccidere e poi scappare. Uno di loro però lascia a terra un cappellino blu intriso del sangue di uno dei ragazzi. Quel cappellino così prezioso che conteneva il dna però è scomparso nei faldoni della scientifica, vuoi per faciloneria, vuoi perchè allora il dna non si poteva ancora trovare. Il fatto che sia caduto addosso a uno dei corpi potrebbe indicare che non tutto è stato così perfettamente calcolato e non si può escludere a priori, come è stato fatto, che uno dei ragazzi abbia dato una manata al suo aggressore prima che questi gli sparasse. Gli otto colpi in sequenza hanno avuto una testimone scomoda, scomodissima: lei sostiene di essere stata a sei metri di distanza, con le sue due figlie, e ha visto tutta la scena. Ora, sei metri sono davvero pochi e diventano pochissimi in una via totalmente deserta, al buio, costeggiata in quel punto in entrambi i lati da muri. Ancora più strano è che la donna raccontò di avere visto i tre allontanarsi verso la fine della via Mancinelli, cioè all’imbocco della via Leoncavallo ed esattamente dove iniziano le rotaie per le uscite dei tram dalla grande rimessa. In tutto, gli assassini hanno percorso 350 metri a piedi circa senza curarsi di essere visti (e tenuti a mente) o fermati da qualcuno che almeno in auto avrebbe potuto passare di lì. Questo particolare non è di poco conto per un duplice omicidio rivendicato dai Nar, una delle più crudeli organizzazioni dell’estrema destra romana composta da fior di delinquenti che maneggiavano le armi da veri professionsti, e per di più per sicari venuti appositamente in trasferta.

Infatti, la donna che poi testimonierà ai poliziotti accorsi velocemente sul posto, dirà che quello che ha sparato aveva un sacchetto di plastica in mano e la pistola dentro il sacchetto: ha così raccolto i bossoli ed evitato il rumore della deflagrazione. La rivendicazione è giunta 4 giorni dopo all’Ansa di Roma, a funerali avvenuti: è la banda Prati dei Nar, brigata combattenti Anselmi. Anselmi era un esponente dei Nar ucciso pochi giorni prima durante una rapina da un gioielliere. Ma perchè uccidere due ragazzi di sinistra di un quartiere a Milano e non un poliziotto a Roma, per vendicarsi? Il nome dell’assassino di Fausto e Iaio si saprà molti e molti anni dopo grazie a frasi e racconti messi insieme da esponenti di destra arrestati (e malavita romana e veneta) e fatti sapere agli inquirenti: Mario Corsi detto Marione, è lui l’assassino. Lo deve ammettere anche il giudice Clementina Forleo che però nel 2000 archivia il faldone perchè non ha nessuna prova in mano. Benchè le prove non ci sono mai state, ci sono invece stati tantissimi indizi tutti collegati l’uno all’altro o facilmente collegabili per gli esponenti che allora ruotavano sulla scena, dalle bande milanesi Turatello e Vallanzasca a quelle romane della Magliana, le une e le altre legate all’estrema destra quando occorreva.

Due ragazzi qualunque, un pochino più in vista di altri, che però mai hanno mandato nessuno al creatore della fazione opposta nè erano noti picchiatori o di qualsivoglia servizio d’ordine, diventano di colpo e per forza “due di noi” in una Milano sempre più attonita e impaurita ma storicamente ribelle e, nelle periferie, ancora fortemente operaia. Ed è così che al funerale, nella medioevale chiesa di Casoretto, accorreranno in 100mila. Un numero da capogiro che nessun omicidio politico a Milano, pur frequente in quegli anni, era riuscito a mettere insieme. Come mai? La spiegazione arriverà non più dalle percezioni personali e collettive di quei giorni ma da chi, in quei giorni, ha subito cercato una spiegazione che andasse oltre la logica, pur conosciuta, della vendetta. La prima, quella adotta dai Nar, non escludeva la seconda, più milanese e legata proprio all’odio verso la sinistra del Casoretto: l’uccisione di Ramelli, giovane di destra dichiarata, missino e ben convinto di lottare per la destra al Molinari, scuola, invece, di figli di operai. Mettendosi così in mostra e venendo da una zona (porta Venezia) tutt’altro che di sinistra (qui venne ucciso l’avvocato Pedenovi e qui abitava e abita ancora La Russa). Ramelli si era beccato una lezione a sprangate che purtroppo fu troppo pesante e lo lasciò agonizzante fino alla morte sopraggiunta molti giorni dopo. La morte di Sergio Ramelli, anch’egli 18enne, segnò un momento di altissima conflittualità nella destra missina e soprattutto i giovani della destra anche loro riuniti in diversi movimenti estremi che mai hanno scordato, più che il ragazzo morto, l’affronto nella zona che ritenevano territorio intoccabile. E così l’hanno giurata a quell’ Andrea Bellini leader del Casoretto ritenuto lo sprangatore di Ramelli, che l’anno successivo (1979) tentarono di uccidere senza riuscirci. L’omicidio di Fausto e Iaio, benchè apertamente rivendicato e confermato da esponenti di destra romani (ma non dall’accusato Mario Corsi) sarebbe potuto rientrare più logicamente in una vendetta contro ragazzi del Casoretto in attesa di far fuori il capo vero, cioè Bellini.

Ma perchè i Nar sarebbero addirittura venuti da Roma per uccidere?

La ricostruzione dell’indagine indica la presenza dell’esponente Mario Corsi a Cremona, dove, in casa sua, venne ritrovata una pistola compatibile con quella che aveva sparato in via Mancinelli, nonchè fotografie dei ragazzi pubblicate dai giornali dopo l’esecuzione. Nonostante questo, Corsi non venne indagato per la loro morte.

Le testimonianze di quella sera di marzo nelle vie attorno a quella del delitto portò successivamente a fare emergere una storia ancor più misteriosa. Una coppia disse di avere notato una moto Kawasaki con la targa coperta, fermarsi davanti a una pizzeria e vide il passeggero scendere e togliere la copertura della targa. L’orario è compatibile con la fuga dal delitto appena commesso in via Mancinelli e il percorso anche (via Porpora). Non lo è invece il farsi spudoratamente vedere in giro in zona dopo un duplice omicidio andando addirittura a mangiare la pizza. Però quella pista non venne affatto tralasciata dalla questura di Milano che, grazie all’uomo che annotò addirittura un pezzo di targa, si scoprì che la moto era intestata a un certo Gaetano Russo fino al 16 marzo 1978 e poi ad Antonio Ausilio, un brutto ceffo diciottenne già accusato di tentato omcidio. Questa pista venne abbandonata, ma oggi, rileggendo le date e le misteriose coincidenze, è difficile dividere il covo aperto per il rapimento Moro nella stessa via della casa di Fausto Tinelli da questa moto in uso a quel tempo alla destra o alla malavita che a Milano come a Roma o come a Verona e Treviso hanno dimostrato di essere spesso unite per un unico scopo: soldi e potere e rovesciamento dei poteri.

Il 31 agosto dello stesso anno, durante la caccia aperta ai terroristi assassini di Moro, il generale dei carabinieri Nicolò Bozzo, comunica al generale Alberto Dalla Chiesa di avere scoperto un covo delle Brigate Rosse in via Monte Nevoso numero 9. Un caso fortuito. A Firenze, durante controlli a tappeto che allora si svolgevano in tutte le città, un carabinere aveva trovato su un bus di linea un borsello abbandonato. L’aveva lasciato lì, appena adocchiati i carabinieri, Azzolini, uno dei rapitori di Moro e responsabile milanese del covo di via Monte Nevoso. Molto ingenuamente Azzolini aveva lasciato nel borsello alcune “briciole” di Pollicino che i militari seguirono fino a Milano ed esattamente nel quartiere Casoretto. Di più: trovarono la chiave di un portone e per diverse notti provarono in quale casa s’infilava. Finché entrò nella toppa giusta.

L’irruzione però avvenne solo il primo ottobre e quello che si trovò lì dentro, oltre ai brigatisti, è storia di misteri d’Italia, di colpe politiche e umane. E di Gladio.

Nessuno dei militari di Dalla Chiesa collegò il nome di quella via con l’abitazione del giovane ucciso in via Mancinelli solo pochi mesi prima, ma proprio nella casa di Tinelli (che era dirimpettaia) da fine agosto al giorno dell’irruzione, il generale piazzò in un appartamento preso in affitto, uomini specialisti nel servizio di controllo, pedinamento e vigilanza. Dalla Chiesa li voleva prendere tutti i brigatisti, e possibilmente tutti insieme.

Districarsi tra nomi della malavita, servizi segreti, Brigate Rosse, neofascisti romani e milanesi, non è facile. In questa vicenda irrisolta, l’unica certezza è che se anche ci fosse stato un piano di destabilizzazione di Milano (per spostare l’attenzione o per potere emanare meglio dure leggi speciali durante l’emergenza del rapimento Moro) nell’immediato il piano non è riuscito per la fortissima risposta che Milano ha dato, spontaneamente, proprio al funerale dei ragazzi al Casoretto. “Due come noi” diceva tutto: non era una lotta tra bande e nemmeno sprangate reciproche e figuriamoci pistolettate. Due come noi, ha unito tutta la sinistra democratica di Milano in un’onda oceanica che non solo quel giorno, ma che per 40 anni non ha mai scordato i suoi ragazzi finiti in qualcosa più grande di loro.

Nel giro di un anno a Milano iniziò a sfaldarsi la coesione della pur divisa sinistra extraparlamentare e la voglia di lottare contro poteri troppo forti subì contraccolpi enormi. Il piano, dunque, aveva vinto. I primi anni ’80 il Centro Leoncavallo aveva già cambiato faccia e l’entusiasmo dei ragazzi che lo frequentavano si era spento. Il Centro però riuscì a rimanere in piedi e attivo e quando arrivarono le ruspe, anche ad ottenere la sede di via Watteau, altro quartiere, altra storia.

Inutile dirlo: per Moro o per Fausto e Iaio – o per tutti e tre – niente da quel marzo 1978 è stato più lo stesso.

(le foto sono sulla pagina Facebook Bruna Bianchi Giornalista)

Pescara, in vino veritas

Due auto di lusso, una nella tenuta dei nonni, l’altra nell’azienda di vini Il Feduccio, in Abruzzo. Le hanno portate via gli inquirenti che dall’11 marzo, giorno in cui è stato trovato cadavere con due pallottole in corpo il rampollo dei Lamaletto ricchi e famosi in Abruzzo e in Venezuela, seguono più la pista familiare di altre meno interessanti. E se lo fanno non è  “per eliminare ogni dubbio sulla responsabilità dei parenti” nell’omicidio del nipote di Gaetano Lamaletto, il patriarca che tutto ha creato e nulla vuole distruggere, ma, piuttosto, per cercare le prove che in quelle due auto definite ” nella disponibilità del cugino” che porta lo stesso nome del nonno, Gaetano, ci sia o  non ci sia una traccia di un corpo freddato lì dentro lo scorso 8 marzo.

Gaetano Lamaletto, nipote del magnate dellle ceramiche in Venezuela e dal 2016 titolare del Feduccio, ha la stessa età di Alessandro. A differenza di ques’ultimo, ragioniere disoccupato, ha una formazione solida alle spalle per fare l’imprenditore con preparazione e pelo sullo stomaco (è nato a Caracas e ha studiato a Boston), precoce e sicura: quell’azienda di famiglia, nel Chietino, era destinata a lui e non ai suoi 4 cugini o alla zia Laura, sorella del padre, che in Abruzzo era già rientrata  da Caracas all’idea ddel nuovo pallino imprenditoriale di suo padre: il vino. E che vino: presente alle fiere, esportato e osannato come uno dei migliori d’Italia. All’inizio Laura Lamaletto contava molto nel Feduccio, dove lavorava, mentre suo fratello rimasto a Caracas contava molto nell’altra proprietà paterna, che più florida non si poteva immaginare: le ceramiche Bargas. Laura Lamaletto ieri ha raccontato cose che finora aveva tenute per sè e la sua famiglia: nel 2014 il fratello l’ha spodestata dal Feduccio in quattro e quattrotto. Non ci dice perché, nè ci dice se il padre di entrambi fosse d’accordo. Ma il vecchio Gateano Lamaletto benchè non appaia mai in questi giorni e mai parli, non è uomo da restare in disparte negli affari, nè come in questo caso, le dispute familiari. Difficile imaginare che suo figlio Gaetano abbia deciso da solo a chi dare in mano la proprietà vinicola abruzzese, ma soprattutto chi subito spodestare perché non avesse nulla a pretendere. I figli di Laura per la verità erano giovani, uno addirittura si era trovato una bellissima venezuelana e con lei un anno dopo si è sposato ed è andato a Miami a fare il cuoco in ambienti d’elite. Massimiliano però non ha mai litigato col cugino Gaetano, segno che ognuno si faceva gi affari suoi. Non deve essere stato così per Alessandro che, all’apparenza remissivo, buono e docile, nei racconti della madre emerge protettore materno, quasi prescelto per vendicare la sofferenza materna che è sì di denaro, ma soprattutto di umiliazione. La famiglia Neri-Lamaletto, per mantenere un livello sociale ed economico aveva dovuto chiedere aiuto ai parenti. E se il fratello l’ha spodestata senza troppi complmenti, per dovere di economia e potere, ha dovuto passarle dei soldi, non molti (2000 euro al mese) per mantenere una casa elegante,  e quattro figli non ancora del tutto autonomi. Ieri Laura Lamaletto ha dichiarato, quasi urlando, come ha fatto dal primo giorno della scomparsa di suo figlio, che lei,  i suoi figli e suo marito sono onesti. Quello che non dice apertamente è se solo suo fratello e la famiglia di questi è stato disonesto con lei, quasi costringendola a vendere la casa e andare a Miami dal figlio Massimiliano, o se di mezzo c’è anche suo padre. Papà Gaetano del resto non era uno stinco di onestà nemmeno in Venezuela, con alleanze discutibili (e di indagine) col governo di Chavez che si è sostenuto grazie agli imprendirori come lui e altri, molto più di lui in odore di narcotrafico e di lavaggio di denaro sporco. I Lamaletto in Italia non sono mai stati sfiorati da nessuna inchiesta, ma tempo al tempo: la Finanza adesso ha dovuto mettere le mani sul patrimonio di famiglia per verificare se la pista dei rancori abbia potuto portare a una eliminazione fisica del pretendente di giustizia, l’ultimo rampollo rimasto in casa con la mamma. Certo è, a ragion di logica, che per uccidere o fare uccidere un parente scomodo, bisogna anche essere certi di non essere presi. E bisogna anche essere certi di aver tutte le carte a posto, in senso penale e fiscale.

Per questo motivo la pista familiare non è così convincente, benchè sia la più logica come movente quando ci sono forti rancori e comportamenti di potere appresi in una terra, il Venezuela, sinonimo di corruzione, violenza e difesa personale di alto livello e magari trasferiti pari pari in Abruzzo. Insomma, il pelo sullo stomaco, se nasci e vivi e sei imprenditore di un piccolo colosso, a Caracas lo devi avere o finisci male.

Gateano, che in Italia vive con la compagna venezuelana, sembra sparito. Nessuna certezza sul fatto che sia partito il giorno prima del delitto per Caracas (ma cosa sarebbe andato a fare?) e nessuna certezza che gli inquirenti non dicano dov’è, pur sapendolo.

Come per tutti gli omicidi dove pochi parlano e molti ne aprofittano per puntare il dito e finalmente esternare la rabbia covata a lungo, la cautela è d’obbligo.

Della brutta fine di Alessandro si hanno poche certezze. La prima è che lui è andato di sua volontà a Pescara in auto. La seconda è che non è stato ucciso nella sua auto. La terza è che è stato ucciso da una persona che conosceva e della quale non aveva timore. La quarta è che la pistola di piccolo calibro (potrebbe essere anche da borsetta, cioè da difesa personale) l’ha sorpreso durante una chicchierata per lui non pericolosa (sarebbe stato colpito in fuga). Se fosse stata una vera esecuzione (di sicari, ad esempio), Alessandro non sarebbe stato ritrovato con la felpa addosso (e il cappuccio in testa) abbandonato in un luogo qualunque alla periferia della stessa città, poco visibile al passaggio ma facilmente odorato dai cani molecolari, come lo è stato.

Mamma Laura oggi dice che percepiva pericolo per il figlio, segno è che Alessandro, molto attaccato a lei, soffriva con lei della situazione emotiva, ma certamente anche di quella ecomomica, perché a 29 anni e senza aver mai lavorato, non rinunci a tutto quel ben di dio di famiglia solo perchè altri hanno deciso che così deve essere.

Ricchi e sospettabili

PESCARA, DIETRO LE QUINTE DELL’OMICIDIO DEL RAMPOLLO LAMALETTO

Lasciamo da parte il nonno di Alessandro, il giovane ucciso lunedì a Pescara,  che mai viene citato nei numerosi elenchi di denuncia di prestanome corrotti del governo venezuelano. Parliamo dello zio del giovane 29enne morto con due colpi di pistola in testa lo scorso lunedì, Camilo Lamaletto, fratello della madre Laura, primogenito di famiglia nato come lei a Caracas 60 anni fa, e che, al rientro del padre Gaetano e di sua moglie Maria nella terra d’origine abruzzese, ha preso in mano il suo piccolo impero nella repubbica bolivariana. Repubblica oggi in una “derota” sociale ed economica, ma ma non  per i ricchi, che in Venezuela (come in tutto il sistema oligarchico della borghesia latinoamericana) hanno sempre mantenuto il potere legandosi alla finanza, i presidenti che il potere l’hanno preso più spesso con un colpo di mano che con libere elezioni democratiche,  e i servizi segreti a loro volta invischiati con le Farc e le montagne di cocaina e soldi sporchi che passano da uno stato all’altro e da un prestanome all’altro in una sorta di scatole cinesi che impediscono di fatto di fermare il business mondiale.

Ceramiche Balgras si chiama l’azienda fondata dal padre di Camilo, 500 dipendenti e un indotto di 400, con sede a El Rosal, un distretto appena fuori Caracas. Nel 2014, Camilo Lamaletto è stato inserito al posto 16esimo dei 40 uomini più ricchi del Venezuela, ma anche tra i più influenti dello stato bolivariano. Come mai? La storia viene da lontano, in quell’anno 2008 quando una valigia in partenza dall’aeroporto di Buenos Aires e diretta a Caracas, aprì un inedito scenario sul collegamento tra presidenti “socialisti” di supporti in denaro non proprio pulito o da ripulire. Uno di questi prestanome del governo di Chavez (e successivamente dell’attuale di Maduro) sarebbe appunto Lamaletto. Qualcuno ricorda che già negli anni ’90 i Lamaletto vennero accusati di corruzione e dovevano restituire 300 miloni di dollari al governo: ma questi sono appunti trovati in un commento di Twitter e non verificabili. Ciò che invece denunciano i giornali argentini (infobae e Periodico tribuna) che hanno ricostruito dettagliatamente nel 2008 il caso della valigia in cui era coinvolto l’allora ministro argentino De Vido, è l’elenco dei nomi di imprenditori, banchieri e narcotrafficanti collegati l’uno all’altro per sostenere Chavez. Tra questi c’è anche Lamaletto, citato in qualità di colui che si occupava del lavaggio di denaro proveniente dal supposto narcotrafficante imprenditore di cui si è parlato anche in Italia.

Il nome di Camilo Lamaletto viene associato appunto a quello del potentissimo Walter De Nogal Marquez, detto Alex, uomo ben poco appariscente fisicamente ma sempre attorniato da bellissime donne, smanioso di soldi e di potere. Nel 2007 atterrò a Milano Malpensa e, su soffiata di un collaboratore di giustizia della mafia siciliana, venne arrestato con l’accusa di narcotraffico. A lui si associava anche il terrorismo economico, una forma brutale (facendo saltare in aria banche) usata in Venezuela per aumentare il valore del dollaro. Venne portato a Palermo e processato ma non venne ritenuto colpevole e fu rilasciato.

Camilo Lamaletto vive in un ricco sobborgo di Caracas, una collina di moderni grattacieli chiamata appunto Colina Bello Monte. Ha a disposizione due elicotteri e, anni fa, ha aperto con un socio venezuelano un bar discoteca italiana in un distretto della capitale.

Il figlio Gaetano, nel marzo del 2016 ha lasciato il Venezuela (dopo essersi laureato a Boston)  e con la fidanzata italo-venezuelana Valery Conde è tornato nelle terre del nonno, in provincia di Chieti, in Abruzzo, da dove questi partì anni prima facendo poi fortuna in America Latina. A soli 26 anni ha preso in mano le redini del Il Felduccio, già avviatissima casa di produzione di vini premiati in tutto il mondo, tra i quali il Montepulciano d’Abruzzo.

Una delle piste per risolvere il rebus del delitto del giovane Alessandro è appunto quella del Venezuela.  Non sempre però, dietro i contrasti familiari, ci sono soldi da spartirsi. Certo è che, nell’uccisione di Alesandro Neri, descritto da tutti come un bravo ragazzo, così come la madre, il padre e i fratelli,  c’è un metodo (due colpi in testa ravvicinati) che non è parte della malavita pescarese e che, se lo è diventato l’8 marzo, ha alle spalle un ambiente di giustizieri anche per cose di poco conto, comprese quelle che ledono l’onore.

 

La matrigna cattiva

 

Il Pesciolino è stato trovato. Aveva 8 anni, era scomparso da 12 giorni in Almeria, desertica regione del sud della Spagna in una località con sole venti anime di inverno e pieno di buche, pozzi, sabbia e rocce.
In questi 12 giorni Gabriel, per volere di sua mamma, era diventato il Pescaito, sopranome affettuoso che gli avevano dato i genitori, e la Spagna si è rotta la testa per trovarlo indossando una maglietta con un pesciolino o appendendo disegni alle finestre. Tra tweet, facebook, condivisioni di foto e appelli ogni dove. Una ricerca affettuosa e disperata e piena zeppa di fantasie, false piste, persino di un arresto.
Tutti hanno pensato che fosse stato un uomo a portarselo via in 12 metri, tanti erano quelli dai quali è scomparso alla vista tra la casa della nonna e quella della zia, in una piccola curva che ha fermato la sguardo di entrambe. Era pomeriggio di festa in Andalucia dove Gabriel viveva con la mamma separata dal marito, e a lui era stato affidato. I due ex andavano d’accordo e Gabriel passava due weekend alla settimana col padre ma ogni giorno i genitori si sentivano per telefono per condividere ogni cosa del loro bambino.
La gente ha pensato subito al rapimento opera di un marocchino o anche di un gruppo di marocchini. Poi a un ex della madre instabile e anche al padre di lui. Gabriel doveva essere stato vitima di un pedofilo, di sicuro.
Invece Ana Julia, la compagna del padre, lo aveva soffocato in quei dodici metri e messo sottoterra. Ieri, quando ormai i sospetti erano tutti su di lei perché lei, che sempre è stata presente nelle ricerche e abbracciava davanti a tutti madre e padre del bambino, si è tradita facendo trovare la maglietta del bimbo per caso in una stradina a pochi chilometri da casa. Da quel momento l’hanno pedinata. Ana Julia ha lasciato il suo compagno e poi è andata recuperare il cadavere di Gabriel, timorosa che infine lo trovassero. Pieno di terra com’era, l’ha avvolto in una coperta e l’ha messo nel baule dell’auto, e con lui ha guidato per 73 km fino alla casa dove viveva col suo compagno, il papà di Gabriel. E’ qui, appena giunta, che la polizia le ha fatto aprire il baule e lei ancora ha negato: non so chi l’ha messo lì.
La mamma di Gabriel ha subito detto che non vuole odio, non vuole brutte parole, non vuole che si parli di Ana Julia, nè in bene nè in male. Non vuole che le si auguri la morte, come stanno facendo in tanti, così emotivamente coinvolti in questi dodici brutti giorni pieni di speranza. Vuole, invece, che si ricordi la generosità degli spagnoli che hanno aiutato a cercarlo e hanno sofferto con lei in questi 12 giorni.
Ana Julia era venuta ad Almeria dalla repubblica dominicana. Aveva 42 anni. Ventidue anni prima aveva due bambine, figlie seenza padre, e una di queste a soli due anni è morta cadendo da una finestra. Il caso era stato archiviato come incidente, ma ora verrà riaperto. Sei anni fa si era messa con un uomo, un bulgaro, e con lui ha aperto un locale ad Almeria, un bar chiamato Black che non è durato molto. Benchè lui continuasse ad amarla, Ana Julia se ne è andata via e subito si è messa con il padre di Gabriel, che era solo e forse troppo ingenuo per chiederle del suo passato. Stavano insieme da un anno e mezzo, ma con il bambino non aveva legato. Anzi. Gabriel aveva detto chiaro e tondo alla madre che non le piaceva la nuova compagna di papà e sperava che se andasse a Santo Domingo.
Ana Julia non sopportava Gabriel, ma meno ancora sopportava il rapporto che il banbino aveva col padre e la madre e meno ancora quello che i due genitori continuavano ad avere per colpa sua.
Gabriel, povero pesciolino, è finito nelle grinfie della matrigna, che nelle favole ben rappresenta il femminile invidioso e assassino.
Ma questa non è una favola.